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CARMINE REZZUTI E QUINTINO SCOLAVINO ESPONGONO  AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI NAPOLI   Dopo aver partecipato alle Biennali di Venezia, alle Quadriennali...
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Maturità alle porte - Riflessioni di una studentessa

 

di Irene Del Gaudio

 

Sono una studentessa. Liceale, ancora per poco. Si avvicina inesorabilmente, per me come per altri milioni di ragazzi, il momento più atteso e, forse, quello universalmente più temuto da ogni studente, dal più svogliato all’oltremisura diligente, l’esame di maturità. Nell’ansia snervante per questa prova, mi sono chiesta, sfogliando le pagine di questo o quel capitolo, se sia mai possibile certificare, ufficialmente, definitivamente e concretamente, quella che è una qualità tutt’altro che pratica e palpabile. Che cosa è, insomma, questa famigerata maturità? Anche qui, la risposta sarà discutibile e opinabile, perché filtrata da esperienze e resoconti personali, ma vale la pena riflettere ed elaborare, non per il gusto di farlo, per divagare in fiumi di parole o per distrarsi dall’ultimo studio forsennato e concitato, ma solo per trovare o, meglio, ritrovare il senso ed il desiderio di portare avanti un progetto, iniziato ben cinque anni fa.

Maturità, dico io, non è ottenere il massimo ad ogni costo, calpestando chi ha meno forza, per prevaricare, correndo in una maratona estenuante, senza curarsi di quelli che hanno il fiato corto. Non è nemmeno riempirsi bocca e cervello di inutili nozioni, di paroloni vuoti e noiosi, di frasi preconfezionate. E non è, credetemi, la disperata ricerca del consenso di un commissario esterno, al quale adeguarsi al meglio, in favore del quale mutare il proprio credo, la propria metodologia e perfino l’indole. Maturità non è e non deve essere sinonimo di ritiro eremita, isolamento autoimposto e volto a dedicare ogni istante allo studio e alla ripetizione compulsivo-ossessiva. Ma, soprattutto - e azzardo - maturità non significa dover ottenere il massimo del punteggio ad ogni costo, addirittura considerando un dramma la dubbia attribuzione di un paio di punti, accumulati con i mezzi più subdoli, studiati e forzati.

Maturità, cari studenti, con cui sono solidale con tutto il mio cuore, è capire (e vi      auguro di riuscirci presto) che non esiste esame, prova o valutazione che abbiano il potere di mettere in discussione chi siete davvero, perché la vostra “essenza” è qualcosa che vi appartiene così tanto che solo voi siete in grado di giudicarla. Maturità è dare se stessi al meglio ed impegnarsi nella misura in cui la vostra ambizione ed il vostro desiderio vi indichino di farlo; è autocertificarsi pronti per un mondo aggressivo e ostile, essendo, però, in grado di manifestare altruismo e solidarietà; è riconoscersi nel proprio percorso di studi che, per quanto talvolta anche odiato, ha formato le nostre personalità, molto  più di quanto non possa fare un semplice compito da svolgere, con l’unico fine di agognare al 100 su 100, al massimo assoluto. La maturità di cui parlo è svincolata dall’ambito scolastico ed è quella che fa capo all’integrità morale di ognuno di noi e che, al più, si riflette nella concretezza del successo scolastico. La maturità, a cui mi riferisco, è “il massimo relativo”, quello che ciascuno di noi sente di potere e di voler dare; è la consapevolezza del cambiamento che si prospetta, la malinconia del vecchio, ma il desiderio forte del nuovo. Maturità, per me, è questo e nient’altro, è sapersi rispecchiare in ciò che si realizza, reinterpretare gli schemi, aderirvi solo se  necessario, senza esserne oggetto passivo.

(Giugno 2016)

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