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Miti napoletani di oggi.46

 

Pompei

 

di Sergio Zazzera

 

Fra i tanti esempi di urbanistica del mondo romano, pervenuti fino ai giorni nostri, Pompei è, forse – e benché meno ben conservato di altri, come Ercolano –, quello più interessante, perché più esteso e più eterogeneo; e a provvedere a tramandarlo alla posterità furono proprio quella colata lavica e quella pioggia di ceneri vulcaniche, che nel 79 d. C. seppellirono la città. Naturalmente, quando i lavori di scavo, realizzati durante la monarchia borbonica, sotto la direzione dell’archeologo Giuseppe Fiorelli, fecero riapparire la città, dei suoi edifici emerse soltanto la parte che non era crollata, né era stata arsa dalla lava infocata del Vesuvio. Ciò ha determinato la formazione del mito di Pompei, città «distrutta» dall’eruzione.

Perché io abbia definito “mitica” tale affermazione, è presto detto. Quanto meno, negli ultimi tempi, crolli si sono verificati, qua e là, in tutta l’area del parco archeologico, e la loro causa è ravvisabile, sostanzialmente, nell’omissione di quella manutenzione, della quale un bene culturale di tal genere – e soprattutto di tale natura, per giunta, pervenuto fino a noi – necessita. Per intenderci, se altrove – come a Palmira–, è occorsa la barbara azione distruttrice dell’Isis, perché la devastazione di un patrimonio archeologico avvenisse, a Pompei, viceversa, conservata dalla colata lavica, tutto è avvenuto, per così dire, “in famiglia”. Ovvero: Quod non fecerunt barbari…

(Ottobre 2016)



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