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La morte di G.B. Vico fra corsi e ricorsi

 

di Antonio La Gala

 

Giambattista Vico, oltre alle lezioni di storia alta, con le sue opere, ci ha trasmesso anche lezioni di storia spicciola, attraverso le vicende della sua vita. A chi ritiene, ad esempio, che siano una degenerazione dei nostri tempi i maneggi nell’area del sottobosco del potere, l’assegnazione di cattedre universitarie, carriere, ecc. secondo criteri familistici e di  appartenenza a questo o quel gruppo, la vita di Vico dimostra che anche ai suoi tempi, attorno a lui, tale andazzo era ben presente nella società.

Per la verità i biografi del Vico hanno pareri discordanti sul rapporto fra il Nostro e i citati meccanismi.

C’è chi sostiene che, per essere poco incline ai maneggi di consorteria a fini carrieristici, fu tenuto, nonostante la grandezza della sua dottrina, ai margini delle cariche accademiche presso l’Università di Napoli. Si vide sfilare la prestigiosa cattedra di Diritto e fu relegato ad insegnare Retorica, condannato a menare vita grama e costretto a scrivere discorsi d’occasione e ad impartire lezioni private per mantenere la sua numerosa famiglia.

C’è però anche chi sostiene che Vico cercò di adattarsi a ciò che vedeva fare attorno a lui, al clima politico, sociale e religioso circostante. 

Per ottenere soddisfazioni intellettuali e soddisfazioni dei bisogni materiali della sua famiglia, cercò con tenacia un “posto fisso” all’Università, per quanto mal retribuito; scrisse tutti i discorsi d’occasione che gli venivano chiesti; compose su ordinazione una voluminosa biografia di Antonio Carafa, un napoletano a servizio dell’Austria; passò la sua cattedra a uno dei suoi figli, da lui assunto cinque anni prima come assistente.

Una ragionevole ipotesi intermedia potrebbe essere quella di una persona che cerca di sopravvivere, arrangiandosi realisticamente alla men peggio, forse malvolentieri, con risultati alterni e comunque non esaltanti, presumibilmente per “non esserci portato”.

Le circostanze della pubblicazione della sua opera maggiore, “I Principi di una Scienza Nuova”, ci rivelano come anche in passato fosse difficile pubblicare opere innovative attraverso l’editoria locale.

Vico, infatti, non trovò nessuno che pubblicasse la sua opera e nemmeno qualcuno che lo aiutasse, tant’è che, per darla alle stampe, dovette vendere un anello, l’unico ricordo familiare che gli era rimasto.

L’ultima lezione di storia del costume, Vico ce la fornisce con la vicenda che chiuse la sua vita, cioè le traversie relative al suo funerale, i “corsi e ricorsi” della sua bara.

La vita del filosofo, angustiata anche dalla inettitudine della moglie, dalla scelleratezza del primogenito Ignazio e da una grave infermità di una delle figlie femmine, si concluse altrettanto male. Colpito da un cancro alla lingua ed agli occhi, Vico visse un anno di dolorosa agonia nella sua squallida casa, ai gradoni Santi Apostoli a San Giovanni a Carbonara.

Il giorno in cui morì, a fine gennaio 1744, il figlio Gennaro, che gli era stato vicino negli ultimi momenti, per le incombenze funerarie si rivolse alla Confraternita di Santa Sofia, a cui per molti anni Vico aveva versato i contributi per il suo funerale e per la sepoltura nella chiesa dei Gerolomini.

Il mattino dopo, attorno alla sua bara, iniziò una controversia fra i Confratelli e alcuni boriosi cattedratici dell’Università per stabilire a chi spettava l’onore di reggere i fiocchi della coltre funeraria durante i funerali.

Riuscì a sedare gli animi il cappellano Galiani, dirimendo la questione a favore dei “Signori Professori in quanto gloria e vanto della nostra Università degli Studi”, e rinviando i funerali alle due del pomeriggio. All’ora convenuta si presentarono, impettiti, i Prof., ma disertarono i Confratelli, che, presentatisi alle cinque, ripresero con forza a rivendicare il diritto di essere loro a reggere i fiocchi. Dopo averla spuntata sugli accademici, i Confratelli calarono la bara dalla casa dell’estinto al cortile.

Qui comparve, in cotta e stola, il parroco “di competenza” che rivendicava il diritto di celebrare lui, e non la Confraternita, il rito funebre.

Nel parapiglia che ne conseguì, tutti andarono via, lasciando il mite Gennaro, all’imbrunire, solo con la bara del padre in mezzo al cortile.

Il pietoso intervento di alcuni volontari riportò la bara nella casa del Vico, dalla quale partì, finalmente, il giorno dopo, a cura dei canonici della Cattedrale, a cui si rivolse disperato Gennaro.

Corsi e ricorsi (della bara).

Nel corso del funerale spiccavano in prima fila, impettiti, i cattedratici.

Ma nemmeno dopo deposta, la bara di Vico ha trovato pace. Infatti alla fine del 2011 l’inquieta bara ha dato origine ad un giallo, di cui però non conosciamo il finale. Il giallo è nato dal ritrovamento di una salma nei sotterranei del complesso religioso dei Girolamini che ha fatto pensare ad un ritrovamento delle spoglie del filosofo. Vediamo di che si tratta.

Narrano le cronache che, per il suo travagliato ultimo viaggio, Vico fu vestito con un saio e il feretro fu collocato nei sotterranei di quella chiesa. All’epoca era consuetudine farsi seppellire nelle chiese o nei conventi, usanza gradita dai religiosi che ospitavano volentieri, perché costituiva un discreto businnes. E spesso, per ospitare spoglie di appartenenti a famiglie danarose, si spostavano i morti “vecchi” con i nuovi arrivi.

Nel caso del rinvenimento di una salma, che qualcuno ha ritenuto poter essere quella del Vico, alcune circostanze sembrano avvalorare l’ipotesi, (effettivamente Vico fu sepolto in quella chiesa), mentre altre sembrano smentirla (l’abito è un vestito scuro e non un saio).

Né è facile accertare la verità con il test del carbonio 14 perché questo test dà un’oscillazione di mezzo secolo, né è praticabile l’esame del DNA perché manca un riferimento preciso circa i suoi discendenti.

Anche in questo caso, siamo in presenza di corsi e ricorsi (di ipotesi).

(Dicembre 2016)

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