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Parlanno ’e Poesia 9

Ferdinando Russo

 

di Romano Rizzo

 


Conoscere alcuni aneddoti sulla vita di un grande della poesia napoletana può contribuire, a mio avviso, a  renderne più umana e più vicina a noi la figura, perché ci permette di comprendere meglio alcuni tratti essenziali del Suo carattere.

A tal fine, dal bel libro che Oreste Giordano gli ha dedicato, ho tratto alcuni aneddoti, che fanno piena luce sul Suo modo di essere e sull’epoca in cui visse.

Caratterialmente molto diverso dal Di Giacomo (schivo, riservato e un po’ timido) il Russo (spavaldo, irruento, spericolato) fu assiduo frequentatore di ritrovi e salotti. Si narra che Rocco de Zerbi, uno dei mecenati dell’epoca, dopo aver ascoltato in un ritrovo “Scètate”, disse: “Stupenda questa serenata. Di chi sono i versi?” “Miei...” rispose Russo. E  de Zerbi: “Vieni a casa mia con Costa, giovedì organizzerò il tuo battesimo da poeta!” Russo, però, era molto restio ad accettare l’invito, che pur lo lusingava... Non possedeva frac né smoking e, solo dietro insistenze degli amici, vi si recò con un vestito nero, destando l’ironia del Rosati che gli dedicò questi versi:

“Vestito da cadavere / tu sembri l’uomo feretro / ovvero il vate scheletro.”

Come si vede anche allora c’era chi non perdeva occasione per colpire gli altri solo per il gusto di strappare un sorriso.

La Sua spavalderia il Russo mostrò, fermando, in via Toledo, una carrozza, al traino di un cavallo imbizzarrito e, in seguito, offrendosi volontario per un viaggio in pallone con lo Spalterini,  senza alcun compenso, ma soltanto perché questi aveva affermato in pubblico che i Napoletani non avevano il coraggio di salire a 3.000 metri per sole 300 lire. Di carattere impulsivo, il Russo scriveva sempre di getto e non conservava copia di quanto aveva scritto. Il Giordano racconta che, per la prima edizione delle Poesie napoletane dovette copiargli tutte quelle che avevano pubblicato le riviste e i giornali. Di contro, fu tanto ossessionato dall’idea che la poesia e l’arte dovessero fedelmente rispecchiare la realtà, che non esitò a frequentare ambienti malfamati per apprendere espressioni gergali e far parlare i suoi personaggi con il linguaggio proprio della loro condizione sociale. Questo gli valse l’appellativo di poeta popolaresco, che gli viene comunemente attribuito ma che, forse, ha finito per nuocergli, facendo passare in secondo piano le stupende liriche sentimentali, raccolte in “Sinfonie d’amore” o in “Rosario sentimentale” o ancora nei “Poemetti del cuore”. È da rilevare, però, che il Ruocco definì giustamente il Russo “verace poeta d’amore.” Il De Caro narra che, pur essendo caratterialmente, molto diverso dal Di Giacomo, assai forte era la stima reciproca dei due grandi autori. In particolare De Caro racconta che il Russo ad un giovane aspirante poeta, che sperava di ingraziarselo ed aveva cominciato a parlar male del Di Giacomo, interrompendolo, disse : “ Guagliò… A chi vuò fà fesso ? Primma ’e parlà ’e don Salvatore…sciacquate ’a vocca e lievete ’o cappiello! E mo… vattenne!” Nel volume del Giordano è, altresì, evidenziatò il grosso dispiacere del Russo per non essere stato nemmeno citato dal Croce e poste in luce alcune feroci critiche all’operato di quanti seguivano passivamente il Croce nelle loro considerazioni critiche. Non mi piace aggiungere altro su tale argomento, mi basta considerare che certe cose sono note a chi è nell’ambiente: si sono verificate in passato e, purtroppo, continuano a verificarsi. È fuor di dubbio, comunque, che il Russo è stato uno dei capisaldi della poesia napoletana e che ha amato sovra ogni cosa la sua terra, alla quale lasciò morendo questi due versi:

“Napoli ride, ’int’a na luce ’e sole /

chiena ‘e feneste aperte e d’uocchie nire”. Parole con cui Russo, autore fra l’altro, di canzoni, come “Scètate”, “Serenatella nera”, “Manella mia”, “Nun me guardate cchiù”, “Nenna mia che vo’ sapè”, “Quanno tramonta ’o sole”, “Tammurriata palazzola”, e tante altre, salutò i suoi due amori: Napoli e le belle donne.

 Tu sola

di Ferdinando Russo

 

Tu sì tutto pe me! Ll’acqua che canta

miezo a sti scoglie ’o canto d’ ’e Sserene;

’o sole ’e fuoco ca stu munno ammanta,

’o sango ca me scorre dint’ ’e vvene!

 

Tu sì tutto pe me: nu suonno d’oro

ca ’int’ ’a notte me vene a cunzulà;

e quanno ride pare nu tesoro

chella vocca ca è nata pe vasà!

 

Tu sì tutto pe me: sì ’o raggio ’e luna

che tanti vvote me fa cumpagnia…

Sì ll’angelo , sì ’a Fata d’ ’a Furtuna,

sì ’a sola gioia ’e chesta vita mia!

 

Quanno aggio ditto ca te voglio bene,

core d’ ’o core mio, stamme a sentì:

te tengo tuttaquanta dint’ ’e vvene

e cchiù de chesto nun te saccio dì!!

(Gennaio 2017)

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