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Gianfranco PECCHINENDA, Come se niente fosse

 

di Luigi Alviggi

 


Undici racconti aprono lo sguardo su una serie di scenari ove le differenze tra realtà, eventualità, immaginazione, caso, perdono valore - avviluppando in un complesso piano narrativo ricco di invenzione e voluto disordine del reale -, e mirati a dissestare convinzioni personali che, poste sotto esame, finiscono col perdere ogni univocità. Il “sospeso” caratterizza l’esposizione, aprendo la mente al non detto o a quanto può essere intuito tra le righe, in una sorta di liberazione proiettiva del proprio essere nascosto. Le metafore narrative sono metamorfosi di sentimenti abitudinari, restrizione a un’esistenza più gratificante.

E può essere l’incerta sveglia del mattiniero sognatore, perduto in una giravolta dello spazio-tempo che rappresenta una nuova dimensione di vita. O l’odissea perenne dell’”homo scrivens”, ripercorsa in tutte le tappe del rapporto tra autore ed editore dense di sogni e illusioni sul futuro del primo, che - succede anche questo - qualche rara volta può anche andare in porto, ma anche in questo caso un discolo girotondo ingannatore sembra ricacciare ogni cosa nell’onnipresente sospeso.

Gianfranco Pecchinenda - di origini sudamericane, e un sapore definito di tale eredità letteraria affiora tra le sue pagine -, già Preside di Facoltà è oggi docente di Sociologia presso la Federico II di Napoli. La singolarità dei soggetti trattati rappresenta la diversità dell’individuo che a volte può giungere al surreale. Lo stile è influenzato dai balzi in questo dominio, a metà tra irrazionale e onirico. La pagina è sempre piana e scorrevole, fornendo l’ancoraggio a quanto narrato che può schizzare verso l’alto senza disorientare il lettore.

Racconto emblematico dell’insieme è “kafta-kafka”, nel quale già la commistione del titolo tra pietanza mediorientale e grande scrittore praghese fornisce un indizio sulla sostanza del narrato. Un uomo di mezz’età è seduto in un bar e gusta un grog mentre fuori nevica. Fuori dalle vetrate, la facciata del palazzo di fronte si anima funzionando da schermo per visioni: della sua vita, di quella d’altri, poco importa. Un uomo attende qualcosa e l’attesa si prolunga. Il tuffo nel passato prende vita e le immagini sono poca cosa rispetto alle sensazioni e sentimenti che si portano dietro. Poi, come spesso accade nella mente anziana, una stessa immagine diviene sintesi di eventi da epoche diverse che sgranano l’uno nell’altro. E se qualcosa nasce dall’assonanza tra Kafka e kafta, il cibo ha rilievo perché introduce l’atmosfera d’indefinita attesa di qualcosa che ben caratterizza le pagine del grande scrittore. Nella visione ora c’è un bambino di otto anni che attende il padre per essere accompagnato a scuola. Lui è in forte ritardo. Sotto l’ansia, l’uomo è spinto a uscire dal bar ma, appena fuori, avverte l’esigenza di rientrarvi per abbandonarsi di nuovo alla sottile malia delle immagini viste. Trova però la porta sbarrata e a nulla serve sbattervi contro. Dentro nessuno se ne accorge. Impossibile rientrare nel passato! L’incantesimo è tale che non sa più rinunciarvi, e il raggiungimento diventa necessità da soddisfare a qualunque costo. Tutto il suo essere resta sovvertito.

Un mondo di esistenze squassate da problemi che toccano ogni essere umano. Individui che non sanno lottare in maniera appropriata contro e restano annientati dall’incapacità di saper trovare in sé strumenti sufficienti ad averne ragione. Un’umanità travolta e perdente che si dibatte in una gabbia senz’uscita e tollera che le ombre dell’oggi, subite a volte in maniera incolpevole, si allunghino fino a condizionare in maniera irreparabile il domani.

Gianfranco PECCHINENDA, Come se niente fosse, Ad est dell’equatore, 2015 – pp. 128 – € 10,00.

(Marzo 2017)

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