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Pensieri ad alta voce

di Marisa Pumpo Pica

 

Revisionare Dante?   

 

Sul filo dei nostri “Pensieri ad alta voce”,  questa volta è di scena Dante. (Il lettore legga, se crede, quanto da noi in premessa all’articolo dello scorso gennaio) Qualcuno di voi saprà che abbiamo curato fino ad oggi vari libri di amici, molti dei quali pubblicati come Cosmopolis Edizioni Napoli, una casa editrice, che nasce quale filiazione del Centro di promozione culturale e sociale, “Cosmopolis”. L’autore li stampa a sue spese. Fuori commercio, senza fini di lucro, vengono offerti in omaggio nel corso di festose presentazioni, allietate da musica e dal plauso di amici e conoscenti. Perché in omaggio? Lo scopo è di avvicinare sempre più il lettore a quel bene culturale, prezioso sul piano della crescita umana, civile e sociale, il libro, che oggi vive una crisi profonda. Non ce ne vogliano gli Editori, quelli veri che, da raffinati imprenditori, considerano ancora il libro un bene succulento, tale da soddisfare fama e fame dell’Editore, lasciando pur qualche briciola all’autore, raggomitolato sotto il suo scranno.

Ma ritorniamo agli inizi del nostro discorso.

Abbiamo curato dei libri, si diceva. Lo abbiamo fatto con scrupolo, forzando, talvolta, anche il volere dei nostri autori che, per affetto, simpatia e stima, si sono lasciati “revisionare”, ci hanno assecondato, dandoci ascolto e finendo perfino con l’arrendersi dinanzi a qualche piccolo colpo di scure, che si abbatteva su taluni punti dei loro libri. Oggi ci accorgiamo di essere stati, forse, troppo esigenti. Ce ne scusiamo pubblicamente.

E ciò accade anche perché, ripensando “ad alta voce” ad una terzina dantesca, quella della ben nota Preghiera di San Bernardo alla Vergine, (Canto XXXIII, III Cantica, Paradiso) ci siamo arenati su questi versi che citiamo testualmente:

“Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia ed a te non ricorre,

sua disianza vuol volar sanz’ali.”

Una sfasatura sintattica, che non avremmo mai perdonato a nessuno dei nostri autori. Nel secondo verso, infatti, l’espressione “qual vuol grazia ed a te non ricorre” (chiunque vuol grazia ed a te non ricorre) rimane sospesa, in quanto nel terzo viene introdotto un altro soggetto: sua disianza vuol volar sanz’ali (il suo desiderio vuol volar senz’ali).

“È un anacoluto”, sentenzierà subito qualche nostro dotto lettore, magari un docente, avvezzo a queste ricorrenti forme letterarie. 

“Licenza poetica”, dirà qualcun altro, citando Leopardi nei versi  “…e intanto riede alla sua parca mensa, / fischiando il zappator, / e seco pensa al dì del suo riposo.” (Il sabato del villaggio). Non per fare l’avvocato del diavolo, ma qui, in Leopardi, la licenza potrebbe avere una giustificazione nelle ragioni della metrica (lo zappator avrebbe allungato il verso), laddove per Dante sarebbe bastato scrivere  “ sua disianza fa volar sanz’ali” cambiando il verbo vuol  e trasformando sua disianza da soggetto, sospeso in aria, a complemento oggetto. Nulla sarebbe mutato nel significato e la metrica sarebbe rimasta inalterata. Con buona pace della sintassi…

Già prevediamo reazioni contrastanti fra i nostri lettori: da una parte  gli intellettuali, quelli aulici, severi e grintosi, pronti all’attacco contro “la boria di chi, fuor di senno, pretenderebbe  di correggere perfino Dante” (un poeta che, tuttavia, anche chi scrive questa nota ama e considera, a ragion veduta, il padre della nostra letteratura); dall’altra quei poveri studenti, imberbi e sempliciotti, che hanno visto tante volte un bel frego blu sui loro “anacoluti”, con seguito di ramanzine e voti bassi per le loro “frasi sospese a mezz’aria, in una sintassi mal padroneggiata”, come poneva in evidenza il commento del docente al loro tema di Italiano.

Una bella vendetta! Una bella rivincita su quel Dante che a loro talvolta appare “davvero abbastanza pesante ed oscuro…!

“Io scrivo come Dante”, proclameranno fieri ai genitori “e il prof. non ha il diritto di correggermi.” E al Prof., in risposta alla nota sul tema d’Italiano potrebbero dire,  con o senza arroganza, “I miei sono anacoluti e licenze poetiche, alla maniera di Dante, di Leopardi e di tanti altri, che rappresentano il fior fiore della nostra letteratura.”

Ergo… Silenzio da parte del Prof, incalzato dai suoi allievi e rinunzia alle correzioni? Certamente no, perché qui, al di là della poesia, della metrica e  della sintassi, entra in gioco la didattica. Se non poniamo in risalto talune cose, come possiamo evidenziare gli errori negli scritti degli studenti ed educarli al periodare sempre rigorosamente corretto? Ci tocca farlo, con buona pace di Dante e di Leopardi e nella vera difesa della…buona scuola

Ma che direbbe, poi, quel folletto di Benigni, appassionato interprete e instancabile divulgatore di Dante, se mai dovesse leggere queste nostre digressioni? Ci collocherebbe, senza indugio e senza pietà, nel girone dei bestemmiatori, come farebbe di sicuro l’Alighieri redivivo, in un suo Inferno “revisionato”.  

E, infine, come reagirebbe qualcuno dei nostri autori? Non potrebbe giustamente affermare di essere stato bistrattato per quei nostri colpi di mannaia sui suoi libri, colpi imperdonabili, che probabilmente gli hanno impedito di diventare famoso come il divino Poeta o come il grande Recanatese, ai quali sono stati concessi anacoluti e licenze poetiche? Non dovrebbe, per sacra rivalsa, chiedere contro di noi una condanna   per estremismo linguistico e pedantesca visione della scrittura “creativa”?

Quasi certamente qualcuno di loro, biascicando a mezza voce, dirà: “Quella lì, sulla scrittura, è come Papa Sisto. Non perdona nemmeno Cristo…!”

(Marzo 2017)

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