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Luca Postiglione. La vita come un sogno dorato

 

di Antonio La Gala

 


Luca Postiglione (1876-1936) fu un artista - pittore e poeta - attivo nei primi decenni del Novecento, noto ai Vomeresi per aver egli abitato a lungo in Villa Majo, e noto in particolare per la singolarità del suo personaggio.

In questo  articolo ci soffermiamo su Luca pittore, più che poeta.

L'arte, e in specie la pittura, nella famiglia Postiglione, era una tradizione che si tramandava da padre in figlio, da zii a nipoti. Il più antico degli artisti Postiglione, di cui abbiamo notizia, è Raffaele, professore di disegno e di figura presso l'Istituto delle Belle Arti, zio dei fratelli pittori, Salvatore e Luca. Un nipote di Luca, Giovanni Panza, fu anche egli poeta e pittore.

Luca Postiglione, chiamato in famiglia "Luchino", iniziò a dipingere seguendo stilisticamente suo fratello Salvatore, senza studi e lontano da ogni teoria o accademia, per il desiderio di raffigurare, da sognatore pigro, le cose attorno a lui care, ciò che lo affascinava e divertiva, le sensazioni poetiche ed immediate, i sogni, l'amore, le donne, scene di vita campestre e domestica, adattando lo stile del fratello al suo carattere di pigro ed estroso gaudente. La sua pennellata, a seconda del momento, a volte era calma e carezzante, a volte frenetica, fluida e pastosa.

La sua produzione pittorica, alimentata più di intuito e di talento personale che di studio e di mestiere, era quella spicciola di una pittura piacevole. Un soggetto ricorrente era la rappresentazione di se stesso, come vediamo nella figura che accompagna questo articolo.

Aveva  scelto un modo di dipingere poco impegnativo perché voleva vivere senza problemi, preferiva vestir bene, disporre di una carrozzella con un buon cavallo, con cui raggiungere altri artisti, letterati, poeti e giornalisti nei caffé, principalmente il Gambrinus, il "Bar Cioccolata" in via Pessina, allora chiamata Salita Museo, il Corfinio, con i commedianti del teatro Nuovo.

Aveva delineato la sua scelta esistenziale e d'artista fin da giovanissimo: guadagnare ciò che gli consentiva di mantenere la madre ed uno stile di vita, di cui la dovizia di panciotti e di ricche cravatte sgargianti erano simbolo.

In una rievocazione giornalistica dell’epoca Luca così ci viene descritto: "(…)personaggio prestigioso, ricco d’ingegno e di trovate, pittore e poeta, prodigo e bohémienne, fastoso e incapace di annodare una cravatta, sperperò nelle strade e nei caffé un talento capriccioso, originale e sfolgorante. Non dipinse mai una foglia ma abitò in un bosco (Villa Majo n.d.r.). Dal bosco passava la mattina al Bar cioccolata in via Pessina e la sera al caffé San Ferdinando, festoso, esplosivo, esuberante".

Per un certo periodo si trasferì con lo studio in vico Trone alla Salute, in un ex convento francescano, occupato in gran parte da lavandaie allegre e rumorose che gli ispirarono molte delle sue poesie. Ma gli anni più felici li visse a Villa Majo assistito dal grande affetto della madre, della moglie e delle figlie, quasi in un sonno beato, fra liete brigate di artisti e intellettuali. Erano i tempi in cui nella grande Villa le carrozze entravano da via Salvator Rosa, allora percorsa dal tram n. 7, attraverso un ingresso situato fra le attuali due stazioni della metropolitana, prima che Villa Majo fosse spacchettata per far posto agli attuali vasti complessi immobiliari che costeggiano la salita di via Girolamo Santacroce .

Un certo giorno iniziò il declino: la famiglia, sgombrata da Villa Majo, si sparpagliò qua e là presso parenti ed amici; Luca fu ospitato dal nipote, anch'egli poeta e pittore, Giovanni Panza.

Una notte, ammalato, cadde dal letto, chiudendo una vita in cui aveva cercato di volare alto con i sogni e la fantasia.

(Aprile 2017)

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