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Un  nonno con la “fissa” per la caccia

 

di Luigi Rezzuti

 


Il  nonno di Marco aveva una sola grande passione, un solo grande capriccio, andare a caccia.

A dire il vero, non aveva una grande mira, infatti quasi mai riusciva a tornare a casa con qualche preda, dopo una giornata per i campi.

L’unica volta che riuscirono a mangiare un fagiano la nonna brontolò contrariata per essersi trovata in bocca un pallino di piombo, che per poco non le faceva saltare un molare.

In effetti in famiglia nessuno prendeva sul serio questa passione del nonno.

Marco pensava che alla fine il nonno, più di qualunque altra cosa, fosse  innamorato del fucile da caccia, che teneva sopra l’armadio in camera da letto, nonché dei suoi due cani, che si ostinava a voler allevare e addestrare, con il risultato che i due setter non puntavano mai alla preda e, quella volta che ci riuscivano, avevano la brutta abitudine di mangiarsela.

In casa,  sopra un comò ottocentesco, c’era una statuina di Capodimonte, raffigurante un cacciatore, contornato da lepri e da fagiani, e un  cane da caccia con la coda tesa.

Marco provò un immenso dispiacere quando la donna della pulizie,  spolverando sul comò, fece cadere la statuina.


Il nonno ci teneva moltissimo a vestirsi da cacciatore: tirava fuori dal guardaroba la “divisa” da caccia: giacca in loden marrone, cappello con piumetta, camicia scozzese, gilet “alla cacciatora” con chissà quante tasche e taschini, pantaloni di fustagno, scarponi e calosce, cartucciera doppia, mimetica, canestro a tracolla per porvi la selvaggina e guanti in pelle. Così vestito si ammirava compiaciuto allo specchio.

Dove andasse a caccia, Marco non lo sapeva, sapeva solo che partiva prestissimo, così abbigliato,  e tornava a sera inoltrata.

In questa casa di campagna c’era un bel giardino con un vigneto e il nonno vi aveva allestito un ampio recinto, dove teneva i suoi due cani.

Qualche volta li liberava, ma poi era difficile riprenderli mentre la nonna gridava: “Antò,  chiama i cani che fanno un disastro”.

La “fissa” del nonno erano i fagiani. Altre prede non lo interessavano più di tanto.

Con i cani aveva un rapporto quasi paterno, andava a portare loro il cibo, stava con loro, li portava fuori a scatenarsi, preparava la ciotola con il cibo e quasi parlava con loro.

Già da cuccioli cominciavano a capire cosa dovessero fare e che cosa ci si aspettasse da loro, o meglio cosa il nonno sperava avrebbero fatto.

Il nonno aveva preparato una specie di palla di stracci, i due  cani dovevano imparare ad agguantarla  e riportarla a lui.

Spesso accadeva che i due cani si accanissero sulla palla di stracci e per gioco la sventravano e per quel giorno i due cani disobbedienti venivano rinchiusi nel recinto.

Alla fine, insisti, insisti, qualcosa questi cani impararono e quindi finalmente il nonno poteva portarli con sè a caccia, all’apertura della stagione venatoria.

In una di queste stagioni di caccia si aggiunse un particolare imprevisto: un terzo cane.

Un’amica della nonna, infatti,  aveva acquistato un barboncino e, recatasi a trovare i nonni nella casa di campagna con il cagnolino di nome Miki, si accorse che l’animale non voleva più fare il cane di compagnia, amava troppo la libertà.

In realtà Miki aveva scoperto la sua vera natura di cane, curioso di odori e, appena poteva, scappava per aggirarsi per la campagna.

Al momento del rientro in città, Miki non si fece trovare, venne cercato dappertutto, dalla soffitta alla cantina, nel granaio e nelle conigliere.

“Senti, Clara – disse il nonno – Miki non si trova. Lascialo qua e, se si farà vivo, te lo riporterò”. La signora accettò e ripartì per Napoli.

Miki, più arruffato che mai, si presentò a casa alle 22, con la lingua di fuori.

Iniziò così la vita di campagna di Miki, che, a differenza dei due cani del nonno, era lasciato sempre in libertà.

Ogni tanto scompariva e rincasava tardi, intanto il pelo ricciuto cresceva e non glielo tagliava nessuno.

Accadde che un pomeriggio, verso la metà di settembre, il nonno decise di fare una passeggiata per i campi insieme a Miki.

Non lo portava mai fuori assieme agli altri due cani, perché Miki era talmente vivace che i due cani da caccia cominciavano ad inseguirsi per gioco e tutti e tre andavano a sporcarsi nelle pozzanghere.

Il nonno quella volta, scoprì una cosa eccezionale, il barboncino afferrava i fagiani con le zampe anteriori e non li mollava più.

Al ritorno a casa, dalla passeggiata in campagna, egli esordì dicendo che Miki era un cane da caccia di primissimo ordine.            

Raccontò, infatti,  che, mentre trotterellava al suo fianco, il barboncino aveva visto un movimento furtivo tra le pannocchie ed era partito a razzo.

Inoltratosi nel campo, si ra buttato, poi,  femmina di fagiano e la teneva ben stretta con le zampe.

L’uccello per liberarsi lo aveva beccato tra gli occhi ma il cagnolino non aveva mollato la presa.

Un mattino, quasi all’alba, il nonno armato e vestito di tutto punto, s’incamminò verso il bosco con i due cani, ancora legati al guinzaglio.

Il nonno e i due cani non erano ancora spariti dalla vista della casa che dal cancello, a tutta velocità, Miki li raggiunse e cominciò a spiccare dei salti di gioia e a girare intorno agli altri due cani.

Il nonno, esausto, liberò i guinzagli ai tre cani che si diedero alla macchia, ma quella sera portò a casa, per la prima volta, una lepre e due fagiani, catturati da Miki con l’aiuto, successivo, in seconda battuta, dei due setter.                                         

(Maggio 2017)

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