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IL CASATIELLO

 

di Luigi Rezzuti

 

 

Tutte le domeniche, e durante le feste comandate, di tanti, tanti anni or sono, era mio padre a cucinare.

Mia madre era anch’ella molto brava in cucina, però mio padre era un cuoco D.O.C.

La domenica si alzava quasi all’alba e iniziava a cuocere il ragù: versava in una pentola tre, quattro bottiglie di pomodoro passato, una gallinella di maiale, tre, quattro tracchie e tre, quattro salsicce al finocchietto che faceva cuocere lentamente fino ad ora di pranzo.

A parte bolliva in acqua e sale gli gnocchi che poi condiva con la salsa del ragù aggiungendovi della mozzarella tagliata a dadini e un’abbondante spolverata di parmigiano reggiano.

Mio padre non era bravo solo nel ragù, era bravo anche nel preparare  altre pietanze, ma la sua specialità era il “Casatiello” di Pasqua.

Ricordo che, nel tardo pomeriggio, sul marmo del tavolo di cucina, versava della farina bianca e impastava con la forza delle mani, con acqua e sale, lievito e sugna bianca.

In mattinata andava in salumeria e comprava delle doppie fette di mortadella, prosciutto cotto, salame dolce e piccante, pancetta coppata, ciccioli, formaggio dolce e piccante, che poi tagliuzzava a dadini insieme con delle uova sode. Infine aggiungeva una spolverata di pepe nero e mescolava il tutto nell’impasto del casatiello.

Dopo aver fatto una grossa ciambella, la poneva in un apposito tegame, adatto per la cottura del “Casatiello”, chiamato anche “tortano”.

Alcune uova sode intere le poneva sul tortano facendole tenere ferme con delle striscioline di pasta dello stesso.

Infine prendeva una copertina di lana e copriva il tutto. Dopo un certo tempo che non saprei oggi quantificare, il casatiello era lievitato al punta giusto, sembrava un grosso babà.

A sera prendeva questo tortano, ancora coperto con la copertina di lana e lo portava dal fornaio per farlo cuocere. La mattina seguente andava a ritirarlo.

Quanto era saporito quel “Casatiello” !

Ricordo che da ragazzino mi incantavo a guardare mio padre cucinare o preparare, a Pasqua, il famoso casatiello e, poi, mi piaceva anche spilluzzicare qualche dadino di salame o di ciccioli guardando di sott’occhi mio padre, il quale fingeva di non vedere, ma notava tutto con la coda degli occhi e sorrideva.

Quando mi sposai, anch’io volli seguire le orme di mio padre come cuoco D.O.C.

Avevo guardato tanto da aver imparato a cucinare, però prevalentemente piatti a base di pesce come: zuppa di pesce, farfalle al salmone fresco, pesce in bianco, alla brace, al cartoccio e fritture.

Il primo anno di matrimonio volli cimentarmi a preparare il “Casatiello”.

Negli occhi avevo impresso tutti i movimenti di mio padre e così, sul marmo del tavolo di cucina, iniziai ad impastare la farina che condii con salame, prosciutto, ciccioli formaggio dolce e piccante e quant’altro. Poi coprii il tutto con una copertina di lana e, quando lo vidi ben lievitato lo portai dal fornaio.

Il giorno dopo andai a ritirarlo, che buon profumo! Anche il fornaio si complimentò.

Dopo pranzo, mia moglie volle mangiare una fettina di casatiello ma, appena affondai il coltello per tagliare qualche fetta, mi accorsi, con grande amarezza, che era una ciambella durissima…

Avevo dimenticato di aggiungere nell’impasto il lievito e giù tutti a ridere.

Meno male che tutti risero… però avevo perso diversi punti per essere anch’io un cuoco D.O.C.

 

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