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Paolo Ricci: falce e pennello

 

di Antonio La Gala

 

 

Una figura di rilievo nel panorama culturale della Napoli del Novecento è stato Paolo Ricci (1908-1986), critico d'arte, pittore, intellettuale. Figlio di un operaio sindacalista, dalla natìa Barletta venne a Napoli nel 1918, dove conobbe il pittore Luigi Crisconio che lo introdusse nell'ambiente intellettuale della città. L'incontro con Vincenzo Gemito lo incoraggiò a dedicarsi alla pittura. Iniziò la sua attività artistica alla fine degli anni Venti, esponendo alla prima Mostra Sindacale di Napoli del 1929. Nello stesso 1929 scrisse il "Manifesto dei Distruttivisti Attivisti" che affermava l'esigenza di attuare nell'arte una "rivoluzione permanente", di distruggere l'estetica fondata sul bello, per aderire alla scienza e alla tecnologia e favorire la nascita di una pittura filo-proletaria. La militanza politica ha permeato di ideologia la sua attività di critico d'arte, circostanza che in qualche occasione ci lascia perplessi. Per esempio non ci convince l'idea che un'opera d'arte si possa giudicare bene oppure male a seconda se i committenti siano grassi borghesi oppure no, oppure a seconda se il quadro rappresenti oppure no soggetti socialmente impegnati. Inoltre la sua veste di critico ci sembra impropria per il fatto che, come pittore, egli era parte in causa, aveva un "conflitto d'interessi" con ciò che giudicava.In ossequio alla sua ideologia Ricci salutò positivamente la morte  del "reazionario" Vincenzo Irolli, a cadavere ancora caldo, perché "con lui scompariva" la pittura che piaceva alla "grassa borghesia meridionale, una classe senza ideali che non possedeva più alcuna capacità di orientarsi nella realtà politica". Condannava senza appello tutta la produzione del Romanticismo perché "si adattò alla cultura di una borghesia bigotta, provinciale, portata alla celebrazione di sentimenti privati, intimi, ispirati alla retorica, al sentimentalismo, all'agiografia patriottarda".Ricci raggiungeva invece alte vette laudative per gli artisti "socialmente impegnati", come ad esempio il Gaetano Ricchizzi del quadro La Rivolta, dove "per la prima volta un artista partenopeo.... si ispira alla realtà cittadina e industriale, all'atmosfera sinistra della periferia operaia".

Nel suo libro sulla pittura napoletana (Arte e Artisti a Napoli, 1900-1943, ed. Banco Napoli, 1981), Ricci dedica a Giuseppe Casciaro mezza pagina, due scarse ad Attilio Pratella, e quasi dieci pagine a sproloqui ideologici per lodare "l'impegno" di un altro pittore dal corretto pensiero, Edoardo Pansini, che, con tutto rispetto, viene artisticamente meno celebrato degli altri due.

A proposito del Pratella, definito "un esponente tipico dell'arte commerciale", di cui Ricci salva "solo la produzione iniziale", c'è da aggiungere che delle due paginette che gli ha dedicato, il Nostro ne impiega una per ingiuriare i committenti, borghesi che cercavano solo quella pittura che, a suo dire, "non disturbasse le elaboratssime digestioni dei ricchi commercianti e industriali napoletani".

Preciso che nella maniera più assoluta non giudico le idee politiche di Paolo Ricci, ma mi lascia perplesso l'idea che è buon artista solo chi con falce e pennello combatte la lotta di classe. Il suo credo proletario Ricci lo visse nell'amenità dell'esclusiva Villa Lucia, per intenderci la villa forse più panoramica di Napoli, fra Vomero e Parco Grifeo, che un monarca borbonico particolarmente "reazionario" regalò, assieme alla Floridiana, alla sua donna, per goderne senili amori. Negli anni del ventennio fascista lo studio di Ricci nella proletaria Villa Lucia costituì un faro di luce per artisti e intellettuali, preferibilmente dissidenti ed "impegnati".
(Luglio 2017)

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