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SEGNALIBRO

a cura di Marisa Pumpo Pica

 

Napoli 3,0

Sguardi sulla città

di Mariacarla Rubinacci

Biblioteca dei Leoni, Castelvetrano Veneto, Treviso

 

Storie di donne - Storia di Napoli in questo piccolo libro di Mariacarla Rubinacci, semplice delicato ed accattivante anche nella sua veste tipografica, nella collana diretta da Paolo Ruffilli, poeta di forte spessore, del quale ho avuto modo, in passato, nel 2008, di presentare un libro di poesie, molto bello, “Le stanze del cielo”.

Storie di donne - Storia o anche Storie di Napoli, si diceva in apertura. Un intreccio magico perchè la magia della scrittura della Rubinacci fonde luoghi, storie e personaggi in un unico medaglione, che ben può definirsi romanzo,  anche se le storie, sono tre.

Tre donne, tre volti sulla scena, accanto a Napoli, vista come Sirena ammaliante, distesa ai piedi del “dominator Vesevo”, ma còlta anche nella pregnanza significativa del dedalo delle sue viuzze, dei vicoli e vicoletti, che rendono colorato il suo vissuto, dalle tinte più varie. Quella Napoli che, come scrive la nostra Mariacarla, “è un gioco d’azzardo, si vince e si perde, è un groviglio di contraddizioni, accoglie chi approda alle sue rive, ma delude anche, inducendo ad andarsene, quella Napoli sincera e schietta, verace come le sue vongole, tentacolare come i suoi polpi, monumentale come i suoi tesori” E infatti, in questo libro, in particolare nel secondo racconto, attraverso gli occhi della turista, Napoli è vista ancora nel fascino delle sue tradizioni e dei suoi beni culturali, in primis quelli delle “chiese dimenticate”, di cui si pongono in luce i tesori architettonici, accanto a sculture e dipinti, che fanno il vanto della città.

Lei, milanese, parla di Napoli e lo fa con accurata documentazione. Lei, milanese, parla di donne e lo fa col cuore. Donne senza frontiere, è il caso di dire. Di Napoli, dell’Irlanda, dello Sri Lanka.

Ed ecco emergere, da queste pagine, Assuntina la classica napoletana, descritta al di fuori e al di là di ogni stereotipo. Ha intrecciato i suoi sogni da adolescente con un progetto d’amore, cresciuto, come lei, troppo in fretta, per cui ha mandato all’aria i libri e lo studio e ha dovuto sposare “subbito subbito” il suo Peppino. E tuttavia, nonostante problemi e preoccupazioni, non ha rinunziato alla ricerca della felicità. È lì, seduta davanti casa, davanti al suo basso, ‘o vascio’, di cui sembra andar fiera, come va fiera della sua incipiente maternità. La pagina ci induce ad una breve riflessione sulla donna napoletana, che è e si sente essenzialmente mamma, soprattutto mamma, prima e più che compagna o moglie. E Assuntina, la giovanissima donna dai capelli corvini, lo dimostra già in quel suo accarezzarsi mollemente la pancia, che va ingrossandosi. In tale gesto, Mariacarla ha colto e sottolineato, con pochi tocchi, l’essenzialità di questa scelta di vita.

Tre donne, si diceva. Assuntina, Anya, Sherin. Tre sguardi sulla città, sguardi che partono da vissuti diversi, da angolazioni diverse, da luoghi diversi. Da Napoli, da Dublino, dallo Sri Lanka.

Da un racconto all’altro, una storia si chiude ed un’altra ha inizio, fino a rappresentare, nella circolarità della narrazione, la trama di un romanzo. Infatti il racconto su Assuntina si chiude con il luccichio di un flash. È il flash della macchina fotografica di Anya, la turista irlandese dalla chioma ramata, che ruba immagini della città. Il suo non è lo sguardo distratto del turista frettoloso. È uno sguardo critico dinanzi all’abbandono e al degrado in cui vengono lasciate le chiese sconsacrate e dimenticate, tesori inestimabili della città. Ma è anche uno sguardo commosso. “ Non sono qui per puntare il dito” dirà a Roberta, che l’accompagna nella visita dei luoghi caratteristici e dei beni architettonici di Napoli. Le immagini della sua macchina fotografica saranno un doino d’amore alla città.

Dopo Assuntina ed Anya, ecco Sherin, la rifugiata politica, che ha ancora negli occhi il bagno di sangue, prodotto dallo scontro tra il popolo srilankese e le organizzazioni terroristiche dei separatisti delle Tigri Tamil. Dolente, si allontana dallo Sri Lanka, la sua isola a forma di lacrima, temendo di doverne versare ancora altre di lacrime, ma sperando anche che ciò non accada a Napoli, città dell’accoglienza. È giunta qui con il marito, il suo Roshan, che la cinge protettivo, e con la figlioletta di appena tre anni, la piccola Shenaly, di cui si prepara a celebrare il battesimo. Tutto il vicolo si stringe intorno a loro, tra applausi, addobbi e musica:

“ suoni di melodie etniche si confondono con le parole di una canzone napoletana”, un mix sorprendente di affetto e solidarietà in una città dove Sherin sente di aver trovato la sua seconda patria. “Il vicolo è la loro casa, la città è la nuova patria”, annota l’autrice, e più avanti scriverà: “L’aria odora di mondo, colorato, variegato, nostalgico, poetico”.

In quest’ultimo racconto, Mariacarla mette il dito nella piaga, affrontando il tema difficile, doloroso e controverso degli immigrati e dei rifugiati politici. Nella storia di Sherin si celebra il rito dell’accoglienza, rito che, noi lo sappiamo bene, in alcuni casi, per la diversità delle persone, delle concezioni politiche e dei paesi, in molti casi diventa mito, utopia, perché difficile da realizzarsi. E qui, in questo racconto, Napoli fa da cerniera. Si pone, con la sua orgogliosa fierezza, con la millenaria civiltà del suo pensiero liberale, al centro del dibattito pro o contro l’immigrazione, rivendicando la sua secolare cultura della solidarietà e dell’accoglienza. Cultura della solidarietà e dell’accoglienza che appare evidente, nell’immagine del vicolo, che si stringe tutto intorno a questa giovane famiglia, per far festa e offrire doni alla piccola Shenaly. Il nodo del dibattito si scioglie in questo cerchio di umanità, nel calore di una terra amica, che racchiude insieme, in un vincolo di solidarietà, l’abitante del vicolo e l’extracomunitario.

Si è più volte detto che una canzone, uno spettacolo, uno scritto possono valere più di una guerra o di un trattato. Questo piccolo libro è un trattato di pace e di solidarietà fra Napoletani ed extracomunitari. E va ben oltre le tante parole che astrattamente si potrebbero pronunciare a favore degli stranieri che ospitiamo e delle forme di integrazione che andrebbero messe in campo in modo semplice e naturale, senza disposizioni di leggi o cavilli giudiziari.

Ma Mariacarla, “extracomunitaria milanese”, trapiantata a Napoli da molti anni per amore, come si è sentita nella nostra città? La risposta è una sola: ha preso carta, impugnato la penna a difesa di una città, che ormai sente anche sua, una città spesso non compresa o criticata al nord.

E sono nate queste bellissime storie di donne.

Mariacarla, dunque? Mariacarla è cittadina del mondo. È contemporaneamente Assuntina. Anya, Sherin.

Di Assuntina prende a prestito l’amore sanguigno, viscerale per la città, le sue passioni, i suoi sogni, le sue emozioni.

Di Anya, la turista irlandese, la curiosità, che la porta ad esplorare i suoi luoghi più caratteristici, le sue bellezze artistiche, come innanzi si diceva.

Di Sherin, l’amore dolente per questa sua seconda patria che, materna, le tende le braccia.

Tre donne. Tre storie. Tre sguardi.

Quello di Assuntina è lo sguardo fiducioso verso l’alto, verso quella “vrenzola” di sole, che illumina vicoli e vicoletti, ad indicare l’esigenza del riscatto sociale, fuori di ogni atavica, supina e statica rassegnazione.

Quello di Anya è lo sguardo commosso di chi sa che il degrado del patrimonio artistico avrà il suo momento di riscossa, che non potrà mancare.

Quello di Sherin è lo sguardo della sofferenza, sua personale e quella del suo paese, da cui ha dovuto fuggire per mettersi in salvo e cercare il lavoro e l’alba di una nuova vita. Sherin sa che Napoli, città dell’accoglienza, non potrà negare anche a lei questo dono.

Storie diverse, radici diverse, donne diverse, ma con un solo sguardo che le accomuna: lo sguardo della speranza, che illumina le pagine di questo libro.

Il libro di Mariacarla Rubinacci è stato da noi presentato tempo addietro ma, per una défaillance della memoria, non recensito in questa nostra rubrica. Lo facciamo soltanto ora, scusandoci  con l’autrice per il ritardo nella pubblicazione. (Marisa Pumpo Pica)  

(Gennaio 2018)

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