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Il peschereccio

 

di Luigi Rezzuti

 


Marco correva veloce con la sua bicicletta. La strada, nel suo ultimo tratto, era in leggera discesa e per questo motivo arrivò all’ingresso della pineta senza quasi mai pedalare.

Si fermò e lo stridore dei freni infranse la calma che regnava in  quel verde angolo di costa.

Scese dalla bicicletta, appoggiandola alla recinzione che delineava il cortile di una vecchia casa abbandonata,  probabilmente una di quelle case che i pescatori usavano nel periodo invernale, quando non dimoravano nelle baracche del porticciolo, perché le uscite in mare si facevano più rade, a causa del maltempo.

L’aria era calda e soffocante, piena dell’odore acre della resina dei pini marittimi, che affollavano la pineta, e quell’odore acre si confondeva con il profumo di piccoli fiorellini di un colore giallo intenso.

In lontananza, intanto, arrivava il rumore dei tuoni e l’orizzonte si era fatto di un nero intenso. Con tutta probabilità quel temporale avrebbe portato molta pioggia, ma a Marco importava poco bagnarsi, la sua pineta, grazie ai pini, uno a ridosso dell’altro, lo avrebbe certamente riparato dall’acqua.

Imboccò il sentiero tra i tronchi dei pini, un viottolo di terra battuta, che percorreva ogni giorno da quasi due anni.

Camminava veloce e ad ogni passo, sotto i suoi piedi, gli aghi dei pini, caduti da mesi, formavano come  un pavimento, quasi una moquette.

Una folata di vento ogni tanto scuoteva i pini e lasciava cadere sulla sua testa  una pioggerellina di aghi e di insetti.

Giunse quindi al termine della pineta, dove si apriva una piccola spiaggia sabbiosa, chiusa all’interno di una insenatura, due costoni rocciosi a picco sul mare, divisi da una striscia di sabbia, in parte umida di risacca.

Il vento intanto si alzava più forte sulla superficie sabbiosa, sollevando a tratti un leggero strato di sabbia, che costringeva Marco a socchiudere gli occhi per poter vedere distintamente ciò che avrebbe trovato dinanzi a sé, lungo il suo cammino.

L’intensità dei tuoni si faceva ad ogni passo più consistente e già erano ben distinguibili dei grossi nuvoloni molto bassi.

Uscì dalla pineta e giunse alla piccola baia. Il mare, di un colore blu intenso, era in piena tempesta. Marco camminò per alcuni metri e poi si fermò per togliersi le scarpe e riprendere più libero il suo cammino.

La sabbia a quel punto era granulosa, camminarci sopra a piedi nudi era come  attraversare uno strato di argilla, con la differenza che la sensazione, che nasceva dal contatto della pianta dei piedi con i granuli sabbiosi, non era per niente fastidiosa.

Iniziò a piovere e le gocce di pioggia cadevano in mare creando dei piccoli cerchi. All’improvviso apparve un peschereccio che, dal largo, si avvicinava alla riva: era un piccolo peschereccio colorato di azzurro e bianco.

Lo governava un uomo sulla cinquantina, abbastanza robusto, dal viso bonario, all’apparenza tranquillo, con due baffi neri.

Quel peschereccio era apparso dal nulla, forse dalle acque del mare o forse dal vento. Proseguiva la sua corsa in direzione della riva e, d’un tratto, virò a sinistra e si diresse verso la roccia.

Marco si avvicinò quanto più possibile al mare per vedere  meglio il peschereccio, arrivando fino al bagnasciuga, dove le onde lambivano le sue caviglie nude.

Alzò il braccio destro e lo sventolò a destra e a sinistra in segno di saluto verso il pescatore, che ricambiò anch’egli alla stessa maniera, accennando anche un sorriso.

Il peschereccio completò in poco tempo la manovra e giunse al promontorio della spiaggia, dietro al quale scomparve definitivamente, dopo qualche  minuto.

Prima che l’imbarcazione venisse sottratta alla vista di Marco, questi alzò un’ultima volta il braccio per salutare quell’uomo, che,  anch’egli per una seconda volta, ricambiò il saluto.

Il peschereccio oltrepassò lo scoglio e scomparve nel nulla, Marco tornò verso la pineta, indossò le scarpe e, bagnato fradicio di pioggia, s’incamminò lungo lo stesso sentiero che aveva fatto solo pochi minuti prima in senso inverso.

Uscì in strada, inforcò la bicicletta avviandosi verso casa, mentre il temporale stava scaricando l’ultima pioggia, meno intensa ma più fastidiosa.

Marco pedalava felice, con un sorriso sul viso e, soprattutto stampato nel proprio cuore, perché anche quel giorno era riuscito a salutare il pescatore.

Quel pescatore era suo padre, morto in mare poco più di due anni prima, quando un temporale violentissimo lo aveva colto, mentre era fuori a pesca, proprio nel punto in cui Marco lo aveva visto scomparire pochi minuti prima.

(Febbraio 2018)

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