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Andiamo a Teatro a cura di Marisa Pumpo Pica   "Homologia" - Prima assoluta per la Campania   Questa volta è nostro intento segnalare al lettore gli...
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Parlanno 'e poesia   di Romano Rizzo   Antonino Alonge (Palermo, 20 settembre 1871 - Milano, 13 agosto 1958). Poeta e giornalista, visse a Napoli...
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Juan José Arreola, BESTIARIO

 

di Luigi Alviggi

 

 

Un prologo violento, mezza paginetta, pare voler mandare a gambe all’aria l’intero genere umano e scopre i fini dello scrittore: le bestie vogliono essere, attraverso corrispondenze comuni, simbolo di un’umanità sui generis. Ed ecco la visione arreolana della compagna di vita:

E ama la prossima che all’improvviso si trasforma al tuo fianco, e con un pigiama da vacca comincia a ruminare senza fine il pastoso bolo alimentare del tran tran domestico.

Juan José Arreola (1918 – 2001), uomo dai cento mestieri, è un importante scrittore messicano, di caustico stile. Quest’opera, del 1963, narra su 23 razze, ciascuna racchiusa in bozzetti di una, due pagine, suggerenti i nostri molti difetti. Il testo era a corredo dei disegni dell’incisore Héctor Xavier (1921 – 1994) nel libro “Punta d’argento”. Scorriamone qualcuno.

L’impeto d’assalto del rinoceronte viene paragonato all’ostinazione del filosofo positivista, che non va per il sottile contro ciò cui dialetticamente si schianta.

Il bisonte, nonostante la potenza, ha dovuto piegarsi al giogo dell’uomo e la vittoria apparve di tal portata da colpire i preistorici che ne lasciarono immagini nelle rozze incisioni cavernicole.

Lo struzzo, “gigantesco pulcino in fasce”, nella nudità impudica rispecchia l’abitudine muliebre di mostrare doni, nonostante le sottrazioni degli anni, che andrebbero piuttosto coperti. Che fare? imitarli sino in fondo!

Con disinvoltura senza pari sfoggiano la loro superficialità ed inghiottono tutto quello che gli si presenta alla vista, e affidano il consumo all’azzardo di una buona coscienza digestiva.

Personificazione dell’amicizia è l’orso: l’animale non è mansueto ma vederlo giocare con i cuccioli ispira un moto d’istintiva simpatia, e

nessuna donna si negherebbe a dare alla luce un orsetto. In ogni caso, le ragazze ne hanno sempre uno sul letto, di peluche, come un felice auspicio di maternità.

José Emilio Pacheco (1939 – 2014), altro poeta e scrittore messicano, nella postfazione ci informa che questo testo non fu scritto da Arreola, in preda al blocco dello scrittore, ma dettato a lui nel 1958 in una sola settimana. Altri passi della vicenda al lettore curioso. Edmund Wilson (1895 – 1972), critico letterario USA, disse:

non si deve avere pietà dello scrittore che non scrive

per i non lettori, è questa la frase migliore che possa essere pronunziata da labbra umane... a questi disfattisti, si potrebbe ribattere con le parole dello stesso Pacheco:

Quando arriverò all’inferno e i demoni mi chiederanno: “E lei, cosa faceva nella vita?”, potrò rispondere con orgoglio: “L’amanuense di Arreola”.

Juan José Arreola: Bestiario -  SUR, 2015 – pp. 64 - € 7,00

traduzione:Stefano Tedeschi; postfazione: José Emilio Pacheco

(Giugno 2016)

Eleganza

 

di Mariacarla Rubinacci

 


Finalmente ha fatto il suo trionfale ingresso la stagione calda/tiepida, dato che alcuni momenti di pioggia intensa ultimamente stanno rabbuiando il nostro bel cielo. La primavera però ha già vestito molti balconi con i suoi fiori in boccio, ed ha allestito tante vetrine di negozi d’abbigliamento con accattivanti e allegre offerte colorate e fragranti. Noi donne, vestali dell’eleganza, incolliamo il nostro sguardo indagatore lì dove l’eleganza fa tutto il suo sfoggio.

Giocare con la moda è il nostro sport preferito, così ci sentiamo serene e piene di energia. Magliette, sandali, abiti che giocano con il vento, accessori frivoli e pieni di fragranza, sono l’argomento che sempre sottolineano la nostra femminilità. Dalle riviste patinate  al femminile fanno l’occhiolino tante modelle in posa, su sfondi di panorami, dove onde delicate lambiscono la sabbia, già calda di sole, oppure contornate da aiuole di variopinti fiori che  giocano con il vento o, ancora, con una valigia, già pronte a partire per vacanze da sogno. E noi sogniamo.

Mostrarsi belle non è un peccato di vanità, desiderare di piacere a se stesse e a chi incrociamo sulla via vuol dire dare spazio alla creatività che ci contraddistingue agli occhi del mondo maschile, è il nostro dovere di cercare il bello per sentirci serene e  assolvere al meglio ai tanti compiti che la vita ci affida da sempre.

Noi abbiamo la priorità di poter indossare magari un golfino color pastello, di poter sfoggiare scarpe con tacco 12 cm., di adornare le nostre borse con gingilli che esprimono la nostra personalità, di cambiare il colore dei capelli che il vento arricchisce di vaporosità. Tutto ciò è eleganza.

Diventiamo così anche noi, fiori nel giardino variopinto della vita e, con piacere, condividiamo con l’umanità l’eleganza della nostra libertà.

Cari lettori uomini, non giudicateci frivole e superficiali, è la nostra libertà di essere belle che rende belli anche voi.

(Maggio 2016)

IL "PREMIO CERINO"

 


(Maggio 2016)

BOCCA   DI   PIETRA, di   Maria  Cristina  Alfieri

 

di Luigi Alviggi

 

Opera d’esordio nel campo letterario dell’Autrice (Milano, 1968) - giornalista e direttore editoriale di riviste economiche -, vi si narra la saga di una famiglia piemontese, di umili origini ma dai saldi legami parentali, dagli anni venti del secolo scorso sino ai giorni nostri. Le vicende, ambientate nei luoghi intorno Stresa, godono delle magnifiche vedute sul Lago Maggiore. Il lavoro di ombrellaio ambulante, nei tempi passati, è stata la tradizione familiare, passata di padre in figlio.

Giovanni, protagonista della storia con il nonno Giulio, va all’aeroporto per prendere il Milano - Roma ma, per colpa del traffico, perde il volo. Il passeggero che lo precede, nella fila d’attesa per il check-in, riesce ad imbarcarsi con un guizzo improvviso che lo spinge a saltare le transenne di blocco. L’aereo, però, precipita appena dopo il decollo lasciando pochi superstiti. A questo punto, per il Giovanni miracolato, la vita si frattura in due tronconi, un prima e un dopo il terribile evento. Da questo si diramerà una serie di avvenimenti d’influenza determinante sugli sviluppi a seguire.

Frastornato dalla tragedia, Giovanni pensa alla vedova dell’uomo che è voluto partire a forza ed è spinto ad andare a conoscerla. Vuole condividere lo smarrimento che lo possiede ed alleviare, se possibile, il dolore della donna. Iniziano così le frequentazioni con Elisa e, da una timidezza reciproca iniziale, evolvono man mano in un amore ardente che spinge i due ad andare a vivere insieme a Milano. La moglie Elena resta relegata nell’ombra dalla nuova passione del marito.

L’opera è articolata in due filoni narrativi: uno segue la vita di Giovanni, sceneggiatore televisivo dei giorni nostri; l’altro quella di Giulio, dal 1924 fino a pochi anni fa. Questi vivrà le fasi di un’esistenza difficile e travagliata per lo più a Nocco. I due filoni si alternano nel testo, arricchiti, ma anche distolti, da sequenze di flash-back e flash-forward volte a tener desta l’attenzione del lettore.

Giulio ha, racchiuso nell’anima, un trauma devastante. All’età di nove anni, sceso di notte in giardino per far pipì, è attonito spettatore del suicidio della madre Letizia, neanche riconosciuta nell’oscurità. La donna viene inghiottita dal pozzo nel cortile, la bocca di pietra, portatrice di pessima fama. È rimasta travolta, per un investimento sbagliato, dalla crisi finanziaria del ’29. Il marito Filippo, già disperso nei vagabondaggi legati al mestiere esercitato, non si farà più vivo. Perdere la madre per un bambino che poco ha conosciuto il padre è un dramma doppio, il mondo familiare crolla e ben poco rimane. La vita assume l’aspetto di uno sconsolato deserto. Giulio cresce, dunque, orfano di entrambi, affidato alle cure della nonna e di una zia materne, ma corroso da grandi sofferenze. S’impegnerà nella lotta partigiana e, salvando una compagna catturata dai fascisti verso la fine della guerra, troverà un primo sollievo al senso di colpa che si porta dentro per la fine della madre. Superato l’apprendistato, si muove a Milano e qui incontra Gemma. Ne farà la sua sposa, e sarà lei a liberargli il respiro da sempre compresso. Saranno allietati da un figlio, Marco. Ma è solo una parentesi. Una brutta malattia gli ruberà precocemente la consorte mentre ancora l’amore tra loro è al calor bianco:

 

Aspettò molto, quella sera. I colpi di tosse iniziarono a rincorrersi e ad accavallarsi come una pioggia di vetri spezzati. E a ogni colpo la sua ansia cresceva un po'. E poi ancora. E ancora. E ancora. Fino a non poterne più. (...)  scese le scale senza far rumore, attento a evitare il secondo gradino che cigolava sempre. Prima di scomparire al piano di sotto, restò a guardarla nella penombra, ancora un attimo. «Grazie» le disse sottovoce. Fece per­fino un sorriso, tra sé e sé. E, nonostante tutti i suoi presentimenti, non poteva immaginare che, dopo quella notte, non avrebbe mai più fatto l'amore con lei.

 

Frammenti dispersi divengono utili a riorganizzare l’opacizzata memoria di Giovanni, foto del passato come le cartoline antiche di Nocco che raccoglie per amore del posto e per riconnettersi al passato familiare. Anche lui, del resto, con madre assente dalla nascita, è vissuto poco con il padre Marco. Questi ha abbandonato la casa paterna per andare a vivere in Europa l’esperienza del ’68 e vi ritornerà solo col figlio in fasce. Lo porta per risarcire il padre del proprio abbandono, in un insolito gesto di affetto e ringraziamento, ma rimarrà con loro pochi anni. Spinto dallo spirito d’avventura, prenderà di nuovo il volo per l’India, tagliando del tutto i ponti familiari dopo non molto. E Giulio riverserà sul nipote tutto l’affetto che non ha potuto dedicare a moglie e figlio.

Un altro tentativo di sbloccare i suoi cronici inceppi mentali.

Seguiamo Giovanni nelle esperienze di vita di un uomo moderno, nei legami di lavoro, nei progetti di progresso per sé ed Elisa, nei diversi contatti con gente sconosciuta che a volte concedono molto, sorprendendo ogni attesa. Lui, in effetti, uomo nuovo della famiglia, vuole liberarsi da panie ancestrali per volgersi alle esigenze che il mondo odierno, anch’esso ben diverso, impone. Il ripristino delle vicende familiari rappresenta lo sforzo di riannodare schegge disperse per ricostruire ricordi, l’unico mezzo per ribellarsi all’angheria del tempo. Il tutto per ripristinare l’organicità della propria origine e trovare la strada per orientarsi nella nebbia che circonda il suo andare.

Di notevole forza narrativa, l’opera scorre con ritmo classicheggiante e frasi impreziosite da assonanze originali. Il fondo crepuscolare di sensibilità partecipante a quanto va narrando, dona un tocco particolare all’esposizione: l’Alfieri indaga il circostante e scopre associazioni con tracce di memoria basilari per la costruzione del reale di ciascuno.

Giulio è l’uomo di ieri, travolto dalle tragedie, epico nel fronteggiare gli eventi. Soccombe perché la vita non ha saputo munirlo di resistenze pari alle situazioni affrontate e, nella sua odissea, è quegli che fa meditare sull’assoluta importanza che il fato riveste nella sorte di ognuno. Tornerà a Nocco per onorare le radici e tentare di conciliarsi, avanti negli anni, con il suo intimo. Cadrà vittima di un equivoco, del destino beffardo che ha voluto giocargli ancora una volta uno scherzo:

 

“E anche a te una spada trafiggerà l'anima" aveva profetizzato Simeone a Maria nel tempio di Gerusalemme.

 

Ancora bambino, al catechismo, Giulio aveva ascoltato le parole del Vangelo di Luca, restando scosso come si riferissero a lui, e, ad ogni svolta della vita, questa pareva avergliene data puntuale conferma.

                                 

Maria Cristina  ALFIERI, Bocca  di  pietra, ExCogita Editore  2014 – pp.  126 - €  13,00.

(Marzo 2016)

La  Famiglia

 

di Mariacarla Rubinacci

 

 L’argomento del giorno: la famiglia. Intorno al tema ruotano affannosamente i diritti, i doveri, gli stereotipi, le attese, i dibattiti, gli articoli sulla carta stampata, le espressioni di opinionisti, ospiti in televisione ed infine i veti e i voti parlamentari.

Un caos di parole, un impegno di confronti da cui si tenta di far scaturire il concetto di “famiglia perfetta”. Già, perfetta!

Ma cosa significa “perfetta”, cosa lo denota specificamente, quale contenuto  si vuol evidenziare attraverso questo aggettivo?

Proviamo anche noi a dibattere…

Oggi, nel terzo millennio, sono finalmente balzati all’interesse delle  cronache il concetto e l’esistenza dell’assortimento della coppia su cui si basa  la famiglia.

Lei/lui, lei/lei, lui/lui. Unioni civili in ogni senso.

Sono queste le variabili che di per sé non determinano niente. Due persone si accoppiano, stanno insieme, si amano, si sostengono, si stimano e si rispettano.

E allora dove sta la perfezione? Dove prende corpo il concetto che qualifica perfetta una famiglia. Stare insieme, secondo i canoni dell’amore, del sostegno, del rispetto, già delinea una famiglia.

Ma forse la famiglia perfetta non esiste, è un paravento che serve unicamente a nascondere sotto la sabbia i tradimenti, la scarsa cura dei figli, l’egoismo, che porta alle separazioni, la recita di essere perfetti quando negli armadi sono nascosti tanti scheletri.

Allora forse esiste la coppia perfetta, quella che si affanna di essere serena, magari felice, che si nutre d’amore e dove i componenti si interscambiano le proprie attenzioni ed infine si vedono proiettati a rispecchiarsi nei figli.

Ecco il punto dolente di tutta la ricerca della perfezione: avere figli.

Un papà e una mamma, due mamme, due papà, la ricerca angosciante perchè accompagnata a volte dal giro dei medici per problemi di sterilità, la fecondazione surrogata dalla donazione di un seme estraneo (quasi un adulterio, mascherato di legalità), la commissione ad una donna che affitta il proprio grembo per procreare un figlio come se fosse un lavoro, senza giudicarla, perché è alla pari di una semplice provetta di laboratorio. Tutto per sentirsi “famiglia”.

Perfetta? mai.   Felice? Forse.  Riconosciuta? Oggi sì, malgrado le diverse tipologie.

Concludendo, famiglia vuol dire prima di tutto stare insieme. Avere figli è poi un coronamento ad aspettative affettive, ma mai un diritto. Al contrario è un dovere, qualora si cercassero,  amarli e crescerli nel giusto, rispettando i loro diritti,

Sì, i loro diritti di essere riconosciuti come persone, venute al mondo solo e unicamente per opera degli adulti.

(Marzo 2016)

A nord del crepuscolo orientale

 


Mercoledì, 9 Marzo 2016, alle ore 17 presso l’Istituto italiano per gli studi filosofici, Palazzo Serra di Cassano, Monte di Dio, Ermanno Corsi, Annella Prisco e Federica Flocco presentano il libro di Oretta De Marianis: A nord del crepuscolo orientale. Letture di Annamaria Ackermann.

(Marzo 2016)

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