NEWS

Parlanno ’e poesia 6   di Romano Rizzo   Giuseppe Capaldo Nacque a Napoli il 21 marzo del  1874 da genitori di modeste origini, che gestivano un’...
continua...
“Plenitude”   Sabato 5 Maggio 2018, alle ore 17.30, sarà inaugurata la mostra, a cura di Maurizio Vitiello, “Plenitude” con opere recenti del giovane...
continua...
La Prima Edizione de “Il Presepe Vivente” a Boscotrecase (NA) nell’antica contrada Oratorio Una straordinaria occasione per conoscere vecchi mestieri e...
continua...
    RESIDENZE BORBONICHE, Patrimonio dell’Umanità   APPELLO-PROPOSTA di candidatura per la lista UNESCO   Una grande campagna di...
continua...
LA NUOVA SCUOLA   di Annamaria Riccio   O meglio, la scuola che vorremmo. Il titolo, che la dice tutta sulla surroga a quella attuale, cioè la Buona...
continua...
I “Colloqui di Salerno” 2016   di Claudia Bonasi   Si terrà martedì 18 ottobre, alle ore 11, nella Sala Giunta del Comune di Salerno, la conferenza...
continua...
IL PALLINO DELLA GUERRA   di Luigi Rezzuti   Durante la permanenza militare all’ospedale militare, una mattina, arrivò l’ordine di una esercitazione...
continua...
Villa Patrizi e S. Stefano   di Antonio La Gala   Fra le due aree collinari contigue, di Posillipo e del Vomero, possiamo individuare una zona di...
continua...
INCONTRI AL TRAMONTO   (Giugno 2017)
continua...
LA SAGRA DELLA CASTAGNA   di Luigi Rezzuti   Ottobre e novembre sono i mesi delle castagne e la nostra Regione offre l’imbarazzo della scelta per...
continua...

L’antica chiesa di S. Gennariello

 

di Antonio La Gala

 

La chiesa più antica del Vomero è quella di S. Gennariello, in Via Cifariello, più nota come “Piccola Pompei”, dal quadro che sta all’interno, dipinto nel 1945 da un frate. Alla Vergine di Pompei è dedicata anche l’edicola esterna del 1946.

Per inciso, esprimiamo il modestissimo parere che la precedente intitolazione della strada in cui essa sorge, via S. Gennariello, era più storicizzata e più aderente, rispetto a quella attuale, che non presenta alcun legame tra lo scultore e la strada.

Le prime notizie certe che abbiamo di questa Chiesa risalgono ad un atto privato, databile attorno al 1.100 in cui, per indicare i confini di un terreno limitrofo, si legge che esso confinava “cum Ecclesia Sancti Januarii”.

La chiesa subì trasformazioni radicali nel 1513 e, di minore entità, alla fine del Seicento. Nel 1771, chiesa e dintorni passarono ai monaci cistercensi, che vi costruirono una loro casa di campagna, considerata l’allora gran quiete circostante e la salubrità dell’aria. A fine Settecento, i Cistercensi dettero al tempio l’aspetto attuale. La chiesa, a pianta centrale sotto una cupola bassa, sebbene sia di piccole dimensioni, presenta all’interno un certo senso di movimento. I monaci furono estromessi,  una prima volta, da Murat, nel 1807. Dopo la restituzione, la Chiesa e il convento, nel 1821, passarono ai frati minimi conventuali e la Chiesa divenne parrocchia succursale della chiesa di S. Maria del Soccorso all’Arenella, all’epoca unica parrocchia per il Vomero e l’Arenella. Nel 1866 essa fu sottratta nuovamente ai frati che, dopo varie peripezie, fra cui il riacquisto della chiesa nel 1920, sono tornati ad esserne padroni, con i minori Antoniani.

Nel 1884 divenne parrocchia del Vomero ed in tale veste vi si trasferirono nel 1897 i reperti provenienti dalla demolizione dell’antica cappella Vacchiano di Antignano, dedicata a S. Gennaro, fra cui una Testina di marmo, forse del Quattrocento, che fu collocata all’esterno, sulla porta centrale, fino a quando, nel 1941, fu trasferita nel monumentino di piperno che sta vicino alla Basilica di Via S. Gennaro al Vomero.

Nel 1974 il tempio subì rilevanti trasformazioni e, nel 1976, il sotterraneo, usato per tanti secoli come cimitero, fu adibito a sala per riunioni.

La Chiesa conserva tele, arredi, sculture ed oggetti vari, databili dal Settecento a metà del Novecento, una lapide marmorea, datata 1707, proveniente  dalla demolizione della Cappella Vacchiano, e una lapide, datata 1513, forse di epoca successiva, che attesta che una pietra posta lì vicino è la pietra su cui furono deposte le spoglie di S. Gennaro durante la sosta del corteo ad Antignano, nel corso della traslazione da Pozzuoli a Capodimonte.

Sulla facciata, a sinistra, in basso, una pietra recuperata di epoca romana, esposta al pubblico vandalismo, testimonia l’antichità della chiesa.

(Marzo 2018)

Miti napoletani di oggi.60

ELENA FERRANTE

 

di Sergio Zazzera

 

Ora dico una banalità. La storia e il mito sono entrambi prodotti dell’uomo: la prima, della sua azione; il secondo, del suo pensiero.

Perché la dico, è presto spiegato: da alcune settimane, il periodico L’Espresso sta pubblicando una serie d’interventi di scrittori e critici letterari sul “fenomeno” Elena Ferrante; fenomeno, sul quale i pareri espressi sono i più disparati. Uno di essi, però, mi ha colpito, in maniera particolare, perché è quello col quale avverto maggiore sintonia.

Si tratta dell’intervento di Paolo Di Paolo, il quale, in estrema sintesi, stigmatizza il fatto che la scrittrice (o lo scrittore?) si celi dietro una sorta di muro – o di paratia –, che impedisce di conoscerne la reale identità.

Ecco, dunque, emergere il mito, che (absit iniuria verbis) è la trasposizione contemporanea di quello di Pulcinella, vale a dire, di un personaggio che si nasconde dietro a una maschera. Ora, non voglio dire che ad averne determinato il successo sia stata proprio questa sorta di mistero, ma non mi sentirei di escludere che il suo contributo essa lo abbia dato, se non altro, a quella parte di pubblico ch’è più disposta a subire il “fascino dell’ignoto”.

Ebbene, io non appartengo a quella parte di pubblico: non leggo la Ferrante, perché m’interessa la storia, non il mito, se non quando (e non è il nostro caso) esso spiana la strada alla storia. Né mi si obietti che sono tanti gli scrittori (e non soltanto essi) che ricorrono allo pseudonimo, ch’è cosa assolutamente diversa: si sa, infatti – e per citare uno degli esempi più conosciuti – che la reale identità di Aldo Palazzeschi è quella di Aldo Giurlani o che quella di Vincenzo Cardarelli è quella di Nazareno Caldarelli. Si tratta, però, in entrambi i casi – al pari di tanti altri –, di personalità che non hanno celato il loro volto dietro a una maschera. Eppure, il loro successo lo hanno ugualmente ottenuto.

(Marzo 2018)

Parlanno 'e poesia

 

di Romano Rizzo

 

Antonino Alonge

(Palermo, 20 settembre 1871 - Milano, 13 agosto 1958).

Poeta e giornalista, visse a Napoli solo gli anni dalla fanciullezza alla gioventù, ma può essere, senz'altro, considerato napoletano d'adozione...perchè anche da lontano non dimenticò mai Napoli e ad essa dedicò la sua produzione poetica.

Come giornalista lavorò al Don Marzio, al Mattino, al Giornale di Sicilia, a l'Ora, infine al prestigioso Corriere della Sera.

A soli 17 anni pubblicò la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Cusarelle”, in cui la prima poesia dallo stesso titolo, funge da prefazione. In essa l'autore paragona i suoi versi a " mbolle 'e sapone" ed invita il lettore a " lassarle vulà!". Dopo essersi trasferito a Milano, nel 1934, dedicò a Napoli, sua città adottiva, il secondo volume di versi dal titolo “Pennellate Napoletane”, in cui inserì di nuovo come prefazione la poesia “Cusarelle” ed aggiunse alcune sue validissime riflessioni e considerazioni sulla poesia dialettale.

Nel 1952, infine, sempre alla sua amata e lontana città, dedicò il suo ultimo libro dal titolo " Aria di Napoli" impreziosito da una lettera di consenso di Benedetto Croce. In questo volume, oltre ai suoi versi, pubblica una " Scorribanda nostalgica " in cui, con il suo accattivante stile, illustra con garbo ed eleganza i suoi rapporti con la poesia napoletana del suo tempo e riassume le sue esperienze da giornalista, vissute con Scarfoglio ed Albertini.

I suoi versi in napoletano che ricevettero le lodi ambitissime di Ferdinando Russo e Roberto Bracco, meritano, a parere di chi scrive, la sua collocazione tra le più alte espressioni della poesia napoletana, come spero possa testimoniare la poesia che segue, garbatamente scherzosa.

 

 ’O marito ce vuleva

(di Antonino Alonge)

 

 Mmiez’a ll’albere cchiù belle

ce n’era uno int’’o ciardino

chino ’e sciure a mazzetielle,

tutte russe, a fforma ‘e stelle,

ogne sciore nu rubbino!

Credo fosse int’a ll’estate,

pecchè, po, venuto vierno,

ncopp’’e rame già sfrunnate,

ce crescevano ’e ggranate,

verde ’a fora e ’a dinto ’o ’nfierno!

 E, si buono ce penzate,

è succieso ’a stessa cosa

pure a vvuje, gioja d’’o frate,

pecchè vuje, dint’a ll’estate,

me parivano na rosa.

Po’, ve site mmaretata

e cagnasteve nu poco;

quanno ’a rosa è spampanata,

se capisce, è cchiù priggiata,

bella e ardente comm’’o ffuoco.

 Na resella malandrina,

cierti mmosse ammartenate,

’a sciurdezza ’e na riggina

e ’a ducezza ’e ll’uva spina

si redite e si…parlate…

Site fatta pe ffà ammore!

(E ’o marito è comm’a uno

ca è trasuto add’’o trattore,

isso ‘a dinto e i’ stongo fore,

isso magna e i’ sto dijuno!)

Si, però, tenite a mmente,

si ve tratta malamente

e ss’avesse ’nsuperbì..

vuje..teniteme presente

ca i’ so’ pronto a vve servì!!

(Marzo 2018)

La Posillipo di Virgilio

 

di Antonio La Gala

 

 

Il grande poeta Publio Virgilio Marone ebbe il primo contatto con Napoli quando decise di studiare presso il filosofo epicureo Sirone, nel cui hortus posillipino rimase fino al 42 a.C.

Quando poi il poeta, in occasione dei contrasti civili che in quel periodo agitarono la vita politica dei Romani, perse le proprietà nella sua natìa Andes, vicino Mantova, distribuite da Ottaviano ai suoi sostenitori, decise di stabilirsi nella villa di Sirone, con la famiglia.

In seguito la villa divenne sua. In quella circostanza scrisse: “…piccola villa che fosti di Sirone, e tu campiello che per quel tuo padrone rappresentavi la ricchezza, io vi raccomando me stesso e questi che son con me ch’io sempre amai…”.

Il soggiorno in quell’angolo di paradiso, affacciato sul mare e baciato dal sole, non spense in lui la nostalgia del luogo natio, ma gli accese la fantasia di poeta. Fu nel periodo napoletano che pubblicò le “Ecloghe”, che lo lanciarono come poeta sull’affollata piazza di Roma e presso Mecenate.

A Roma gli fu donata una bella casa all’Esquilino, ma Virgilio, a cui era rimasta nell’animo la campagna, preferiva vivere nella sua casa di Posillipo, dove fra il 37 e 30 a.C., compose i quattro libri delle “Georgiche”.

Quando Augusto, che si trovava ad Atella per curare un mal di gola, sentì Virgilio recitargli i versi di quest’opera, rimase così entusiasta che lo nominò poeta dell’Impero e gli ordinò di scrivere un poema che magnificasse l’Impero romano. Nacque così l’”Eneide”.

Per verificare sul campo i luoghi descritti in questo suo poema, Virgilio prese a girarli.

Si recò allora in Grecia, ma qui si ammalò e nel viaggio di ritorno morì, a Brindisi, il 21 settembre del 21 a. C. Prima di morire dispose che il suo corpo fosse portato a Napoli.

La leggenda racconta che dettò anche la famosa epigrafe “Mantua me genuit…tenet nunc Partenope”.

La tradizione popolare vuole che la casa e la tomba di Virgilio si trovassero in un luogo detto “La Gajola”, dove alcuni ruderi vengono indicati come “la scuola di magia di Virgilio”. Qui notiamo che su “Virgilio mago”, nel Medio Evo, a Napoli circolavano molte leggende e si riteneva che più volte fosse intervenuto per risolvere situazioni difficili della città.

Riteniamo di scarsa attendibilità l’ubicazione della tomba del poeta vicino alla Cripta Neapolitana, nel parco virgiliano di Piedigrotta, perché a quei tempi quel luogo era destinato alle sepolture di massa di gente comune ed è poco credibile che Virgilio, uomo che godeva di alto prestigio e dell’amicizia dei potenti, fra cui addirittura dell’imperatore, fosse disperso fra quelle sepolture umili.

In ogni caso un epigramma di Marziale ci fa sapere che casa e tomba di Virgilio furono acquistate da Silio Italico.

(Marzo 2018)

Miti napoletani di oggi.59

LE INAUGURAZIONI

 

di Sergio Zazzera

 


28 marzo 2011: al Vomero, in località Cacciottoli, si svolge, con grande solennità, la cerimonia di presentazione (quasi una inaugurazione) del parco agricolo urbano del Gasometro (nella foto), intitolato a Carmine Minopoli, agronomo vomerese suicidatosi quando gli fu espropriato il terreno a monte di via Tasso. Da quel momento, del parco non si è saputo più nulla.

14 marzo 2015: a Ponticelli ha luogo la cerimonia d’inaugurazione della prima unità dell’Ospedale del Mare. Soltanto in epoca recentissima l’importante struttura sanitaria ha cominciato a funzionare e si è tuttora in attesa dell’apertura completa.

24 gennaio 2018: alla Riviera di Chiaja si inaugura la stazione “San Pasquale” della linea 6 della Metropolitana, finora non raggiunta dai treni della linea stessa.

Il mito: innanzitutto, la prossimità di tutti questi episodi a consultazioni elettorali ne lascia intendere chiaramente la finalità. D’altronde, poi, la definizione del verbo «inaugurare», fornita dai vocabolari, corrisponde a «solennizzare con cerimonia civile, o civile e religiosa insieme… l’apertura all’uso di un’opera pubblica e sim<ili>». Dunque, più falso linguaggio di così…

(Febbraio 2018)

Miti napoletani di oggi.58

IL CORTEO FUNEBRE

 

di Sergio Zazzera

 


Un mattino qualsiasi di un giorno qualsiasi, in una strada qualsiasi di un quartiere qualsiasi di Napoli – e neppure dei più popolari (il Vomero, per esempio) –: un corteo funebre rallenta notevolmente il traffico veicolare.

Manifestazioni del genere erano vietate, già oltre quarant’anni fa, con ordinanza sindacale, a Milano (dove vivevo all’epoca), ma a Napoli si perpetuano tuttora, con la ripetitività del rito, che sicuramente ha natura di rito di passaggio e che, com’è noto, genera il mito. Già, ma, in questo caso, qual è il mito?

Si pensa, comunemente, che l’accompagnamento del defunto abbia una finalità di suffragio, accelerandone il raggiungimento del Paradiso. Finalità che, viceversa, la religione cristiana (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1032 = Compendio, § 211) limita alle preghiere, messe, elemosine, indulgenze e opere di penitenza. Evidentemente, nessuno ha pensato alle imprecazioni di coloro che rimangono bloccati nel traffico; imprecazioni che producono, sicuramente, l’effetto contrario, di rallentare quel raggiungimento.

N. b.: l’immagine che illustra queste righe non si riferisce all’episodio qui richiamato.

(Gennaio 2018)

Miti napoletani di oggi.57

LA "CASA DI TONIA"

 

di Sergio Zazzera

 

Dal 2010, al civico n. 12-g di via Santa Maria degli Angeli alle Croci, a ridosso dell’Orto botanico, per volontà del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, è in funzione la “Casa di Tonia”, che prende il nome dalla signora Tonia Accardo, la quale donò all’Archidiocesi di Napoli l’immobile nel quale essa ha sede. Si tratta di una struttura di oltre 2.500 metriquadrati, accreditata e convenzionata con il Comune di Napoli e definita nel sito ufficiale Internet (www.casaditonia.it) «il progetto più ambizioso della Fondazione in Nome della Vita», che consiste in una comunità di accoglienza di tipo residenziale, capace di ospitare, per l’intero anno, sei nuclei familiari (gestanti e madri con figli), abbisognevoli di allontanamento dal proprio contesto, a causa di violenze, o per problemi di carattere socio-ambientale, o ancora per la necessità di proteggere il minore e/o sostenere (per il profilo pedagogico e/o per quello psicologico) la madre, relativamente soprattutto alle funzioni genitoriali e alla relazione madre-bambino, o infine perché si tratta di soggetti senza fissa dimora.

Messa in questi termini, l’iniziativa si presenta sicuramente meritevole di apprezzamento positivo; ma, allora, in che cosa consiste il mito? Ebbene, a fronte della necessità d’impegnare capitali di consistenza non indifferente, per adattare la struttura alle finalità alle quali è stata destinata, la Curia di Napoli aveva, già da prima, la disponibilità della seicentesca villa Donzelli, in via Montedonzelli, all’Arenella, affidata alle Suore di Gesù Redentore, che vi gestiscono la comunità-famiglia “Paradiso dei bambini”, assolutamente sottoutilizzata – a detta di quanti hanno avuto modo di frequentarla o visitarla –, rispetto alle sue potenzialità ricettive (si tratta di un complesso di dimensioni non inferiori a quelle della “Casa di Tonia”, dotata di un ampio giardino). Viene da chiedersi, dunque, se, piuttosto che crearne un duplicato, non fosse preferibile potenziare la struttura già esistente, facendola funzionare a pieno regime, e impegnare i capitali spesi per quella nuova, per far fronte ad altre iniziative, parimenti benefiche, viceversa rimaste trascurate.

(Dicembre 2017)

I Cacciottoli

 

diAntonio La Gala

 


Questo toponimo denomina sia la Salita, che da Corso Vittorio Emanuele porta al Vomero, sia un'estesa zona attorno alla parte terminale superiore della salita. Esso ricorda il nome di una famiglia di Procida, Cacciuottoli, che, nel Seicento, prese dimora in questi luoghi del Vomero, facendovi erigere un palazzo, poi diventato proprietà dell' Ordine monastico dei Pii Operai, oggi demolito, e di una “casina” di controversa individuazione.        

La Salita Cacciottoli è una delle cosiddette “salite”, cioè quei percorsi pedonali che, dalla parte bassa della città, s'inerpicano nella direzione di San Martino. Quella dei Cacciottoli costituisce un percorso che proviene dalla zona di Sant'Antonio ai Monti (una zona a valle di Corso Vittorio Emanuele, a poche centinaia di metri da piazza Mazzini), e dopo aver sottopassato un ponte sotto via Girolamo Santacroce, segue (fra alazzoni, immondizia, festoni di rovi), il confine della ex Villa Genzano-de Majo, per poi sbucare vicino piazza Leonardo. Non usando più la salita, per la certezza  di farvi incontri spiacevoli, non sappiamo se oggi, oltre che per discarica, essa serve ancora anche come percorso.

Da piazza Leonardo, qualche decina di metri dopo aver intersecato il sovrastante Viale Raffaello, la salita si biforca: da una parte sale ancora, finendo sotto Via Bonito, e da un'altra parte diverge verso uno spazio generosamente denominato "piazzetta" (piazzetta Cacciottoli), da dove, attraverso un osceno passaggio, prosegue con il nome di vico Cacciottoli, alla fine del quale raggiunge via del Torrione, che in passato portava direttamente a San Martino.

Il passaggio fra piazzetta e vico Cacciottoli merita una notazione. Prima delle nefandezze urbanistiche del secondo Novecento, alla confluenza fra la piazzetta e il vico, s'incontrava un palazzo gentilizio (Villa Cangiano) in cui c’era una Cappella della Vergine Addolorata. Oggi la configurazione di questo punto, dopo la sostituzione della villa con un condominio, ha dell’incredibile: sotto il condominio è stato ricavato il passaggio fra piazzetta e vico sotto forma di un angusto e oscuro androne. Inoltre, schiacciata da un balcone di cucina, è stata ricavata, a mò di box-garage, con tanto di lapidi, la cappella di Villa Cangiano.

La parte vomerese, attraversata dalla salita, in passato era rinomata per la sua ricca vegetazione. Fu trascurata dalla prima urbanizzazione di fine Ottocento, per cui, a metà Novecento. vi si incontravano ancora case antiche, masserie e stalle. In vico Cacciottoli, dove oggi c'è un garage, c'era un ricovero per gli equini e un maniscalco. Alcuni ricordano che i contadini di quelle terre fittavano le corde alle lavandaie per stendere i panni.  Fra palazzetti e case antiche si potevano incontrare ancora masserie e anche stalle.

Fra i nomi di ville di tempi migliori, troviamo, disseminate lungo il percorso, le Ville Saccone, Esperia, Fattorusso e Andreina.

In corrispondenza di piazzetta Cacciottoli, nell'Ottocento troviamo due masserie scomparse: la Carpellini e la Langerot, rispettivamente ubicate subito prima e subito dopo la piazzetta, salendo.

Vico Cacciottoli ha conservato l’andamento del percorso preesistente alle trasformazioni urbanistiche del secondo Novecento, sebbene il suo aspetto originario sia stato sfigurato dalle cortine degli edifici recenti. Vi è stridente il contrasto fra la tristezza delle nuove case con l'atmosfera vivace delle vecchie costruzioni superstiti che le fronteggiano.

Il vico Cacciottoli, attraverso una scalinata scende e si congiunge con via San Gennaro ad Antignano, tagliando, all'altezza del distributore di benzina, viale Michelangelo.

Di fronte alla scalinata le piante antiche riportano un corto vicoletto Cacciottoli, che oggi manca all’appello.

In definitiva possiamo concludere osservando che oggi la zonaha totalmente perso l’aspetto suggestivo che la caratterizzava in un tempo non tanto lontano; la qualità prevalente delle costruzioni e gli intrecci dell’assetto viario creato nel secondo Novecento hanno dissacrato questo luogo, prima suggestivo.

(Dicembre 2017)

Miti napoletani di oggi.56

IL BUGNATO DEL GESU' NUOVO

 

di Sergio Zazzera

 

La storia della trasformazione del Palazzo Sanseverino nella chiesa del Gesù Nuovo dovrebb’essere, ormai, pressoché universalmente nota; viceversa, continuano tuttora a far discutere i simboli incisi sulle bugne della facciata, che costituiscono appetitoso pane per i denti di chi si diverte a creare – e ricreare – miti contemporanei.

Che debba trattarsi di una complessa simbologia massonica, facente parte del patrimonio di cognizioni iniziatiche, proprio dei maestri pipernieri dell’epoca in cui i lavori furono eseguiti, lo scriveva l’artista-esoterista Mario Buonoconto (Napoli esoterica, Roma 1996, p. 50 ss.). Più di recente, poi, Pier Tulip (Rum Molh, Lecce 2015, p. 117 s.), nel delineare una biografia fantastica di Raimondo de’ Sangro, ha ritenuto d’individuarvi delle «note musicali scritte in aramaico», che «trascritte da destra a sinistra e dal basso in alto, generano… una, seppur discussa, composizione musicale rinascimentale con canoni gregoriani».

A nessuno, però, è venuto in mente ciò che ci dicevamo col caro, compianto Augusto Crocco: vale a dire, che la chiammàta – cioè il segno che il mastro muratore traccia sugli elementi di una muratura smontata e da rimontare, per conservare a ciascuno di essi la sua posizione originaria – non sarà stata, certamente, un invenzione dell’imprenditoria – o della manodopera – edilizia di tempi più o meno recenti. Ma, allora, aveva proprio ragione Jacopone da Todi (Laude, 2.32.15): «Dov’è piana la lettera / non fare oscura glosa».

(Novembre 2017)

Il Liceo Umberto

 

di Antonio La Gala

 

Il primo liceo istituito a Napoli, subito dopo l’Unità d’Italia, fu il Vittorio Emanuele II, ad indirizzo classico. L’anno successivo fu istituito un secondo Liceo-Ginnasio statale, l’antenato dell’Umberto, che cominciò a funzionare nell'anno scolastico 1862-63 nell'ex convento di S. Agostino alla Zecca, detto S. Agostino Maggiore, perciò  chiamato "Ginnasio di S. Agostino Maggiore".

All’atto dell’apertura si chiamava Ginnasio perché inizialmente furono aperte solo poche classi di quelle che allora si chiamavano Ginnasio inferiore (quelle che in seguito diventeranno le classi di scuola media inferiore), allocate in sei stanze con un solo gabinetto.

Ne era direttore Raffaele D'Ambra, studioso di storia, topografia e letteratura, a cui si deve la famosa raccolta di litografie che raffigurano Napoli, prima delle demolizioni edilizie del Risanamento.

Fra il 1864 e il 1867 vi si aggiunsero le due classi del ginnasio superiore e poi quelle del liceo. Nel 1866 a D’Ambra successe il primo preside del liceo, Filippo Patella, un sacerdote patriota.

Per assecondare il crescente aumento del numero degli iscritti, la scuola si trasferì più volte. Nel 1864 passò nell’ex convento di S. Maria Portacoeli, (detto Le Crocelle ai Mannesi). Nel 1911 l’istituto si trasferì a S. Maria Apparente, al corso Vittorio Emanuele, nell’ex Collegio degli Scolopi, e nel 1918 si spostò di nuovo, stavolta in via Fiorelli, lasciando, però, a S. Maria Apparente, fino al 1936, dodici classi del ginnasio inferiore.

La sede di via Fiorelli occupava un edificio di cinque piani, costruito nel 1915 per civili abitazioni, che male si adattava a scuola, anche dopo una ristrutturazione. Era priva di un ingresso e di un atrio, sì che i ragazzi, prima di entrare nella scuola, erano costretti a sostare sotto la pioggia.

L'edificio, infine, fu anche danneggiato dal terremoto del luglio del 1930.

L’aumento del numero degli iscritti affollava sempre più la Fiorelli, creando problemi al preside D'Alfonso, a corto anche di personale (i bidelli della Fiorelli erano quattro).

Nel frattempo si stava dismettendo la caserma dei Cavalleggeri di S. Pasquale a Chiaia. Nel dicembre del 1933 il liceo cominciò ad approdare in quell’area, entrando in cinque camerate della vecchia caserma, riadattate in altrettante aule ad uso scolastico. Vennero, poi, progressivamente presi in consegna i suoli della ex caserma in demolizione, man mano che si rendevano disponibili, nell’attesa di costruirvi un nuovo edificio, appositamente destinato ad ospitare il liceo. Cosa che avvenne subito dopo, nell’ambito della sistemazione della zona di S. Pasquale a Chiaia. Era l’attuale edificio di via Carducci.

Il Liceo Umberto ha sempre accolto i rampolli delle classi medio-alte, tradizionalmente molto presenti nel suo bacino di utenza, con il compito di prepararli per l'inserimento ad un analogo livello della società, come dimostra la qualità dei suoi docenti e, fra i suoi alunni, l'elevato numero di personaggi affermatisi a livello nazionale, e non solo, ai vertici della cultura, della scienza, dell’arte, della vita politica, amministrativa e militare.

L’elenco degli allievi illustri dell’Umberto sarebbe troppo lungo per tentare di affrontarlo.

(Novembre 2017)

Nascita della stazione di Napoli Centrale

 

di Antonio La Gala

 


Tutti i napoletani, quelli meno giovani, per esperienza diretta, gli altri, attraverso l’iconografia, in particolare mediante le cartoline illustrate, conoscono la vecchia stazione ferroviaria di“Napoli Centrale”, quella con gli archi.

Sotto quegli archi sono passati per quasi un secolo gioie e dolori di generazioni di concittadini: coppie che partivano gioiose per il viaggio di nozze; mamme angosciate che salutavano i figli, vedendoli partire per le numerose guerre che, scelleratamente, da fine Ottocento agli anni Quaranta del Novecento, hanno decimato le famiglie italiane.

Ma quando è comparsa quella stazione?

All’atto dell’Unità d’Italia, nonostante il tanto strombazzato primato della mitica Napoli-Portici, la rete ferroviaria del meridione contava solo due brevi linee, una fino a Nocera con diramazione per Castellammare, e la Napoli-Caserta-Capua. In tutto poco più di cento chilometri contro i duemila del resto d’Italia: il 5% per una estensione di mezza Italia. Partiti per primi, i treni borbonici risultarono ultimi.

Dopo l’Unità d’Italia, Napoli doveva essere collegata al resto della penisola. Si cominciarono, perciò, a realizzare nuove linee verso Napoli e una nuova stazione a cui attestarle adeguatamente. 

 Nel 1861 il Governo concesse a privati la realizzazione delle nuove linee e della stazione, e cominciarono pure i relativi lavori.

I principali progettisti di Napoli Centrale sono considerati Nicola Breglia, (l’autore della tomba di Leopardi e degli edifici attorno alla galleria Principe di Napoli), Carlo Paris, Raffaele Spasiano, Ludovico Bonino ed Alfredo Cottrau. Ma in realtà non si può individuare un unico autore della stazione, perché essa fu costruita secondo un progetto continuamente modificato da molte mani. In effetti i lavori per la stazione iniziarono senza che esistesse già un progetto ben definito, e il suo assetto definitivo fu il risultato di numerose varianti e modifiche, apportate ad un progetto originario del 1860-61, il quale ricalcava quello per la stazione di Milano, che peraltro prevedeva una stazione piuttosto diversa da quella che poi fu realizzata.

Urbanisticamente gli ideatori della stazione si proponevano di insediarla nel tessuto urbano come una porta d’ingresso nella città, ma la costruzione di una nuova grande stazione, diversa dalle due borboniche, già esistenti in Corso Garibaldi, al centro di un’area destinata alla futura espansione urbana, area che la presenza della nuova stazione andava a rivoluzionare, fu accompagnata da polemiche.

La scelta di insediarsi in quell’area inedificata, fra l’Arenaccia e Corso Garibaldi, fu avversata in particolare dal Comune, per la verità non completamente a torto.

Qualcuno propose addirittura di spostarla quando la stazione era stata già in parte costruita.

Finalmente la stazione fu aperta al traffico il 7 maggio del 1867.

I suoi binari rimasero scoperti ancora per tre anni, prima che agli inizi del 1870 si desse mano alla costruzione di una tettoia in ferro e vetro, opera di Alfredo Cottrau, che in quegli anni andava coprendo di tettoie in ferro le stazioni di tutta Italia. L’allora moderna struttura della copertura di Cottrau ben si coniugava con gli archi e timpani classici delle parti in muratura.

Architettonicamente fu realizzata in un sobrio stile neorinascimentale, seguendo le tendenze della cultura architettonica di quegli anni, in un linguaggio comunque estraneo a quello tradizionale di Napoli.

La stazione, con pianta ad “U”, aveva una facciata principale a doppio ordine, con loggia centrale e due blocchi laterali di testata, un portico perimetrale a piano terra, sale d’attesa, anch’esse differenziate (da quella “reale”, per soste di membri della famiglia reale, a quella, all’estremo qualitativamente opposto, “speciale” per gli emigranti), oltre ai necessari ambienti di servizio (biglietteria, ufficio telegrafico, amministrazione).

La nuova stazione si articolava in due fabbricati distinti, con una disposizione differenziata degli accessi: uno per le partenze e l’altro per gli arrivi. Il servizio si svolgeva quindi lungo le ali laterali, dove confluivano anche le carrozze pubbliche e private.

Dopo qualche anno l’impianto già era oggetto di critiche e lamentele per l’angustia e insufficienza degli spazi e perché, come scriveva la stampa, “si evidenziano i difetti di costruzione e in particolare nella tettoia”.

In un primo momento la stazione non era collegata direttamente con il centro di Napoli, perché per collegarla occorreva attraversare il vecchio agglomerato urbano. Per andare dalla stazione al centro si percorreva Corso Garibaldi fino alla Via Nuova Marittima e lungo questa si raggiungeva Piazza Municipio. Il collegamento diretto con il centro sarà realizzato alla fine degli anni Ottanta, quando il Risanamento aprirà Corso Umberto.

Nelle immagini più antiche, davanti la stazione, fra omnibus e carrozzelle, compare un giardino semicircolare, con un’aiuola da cui spuntava una statua della sirena Partenope, che negli anni Venti del Novecento verrà spostata in Piazza Sannazaro.

L’assetto, finora descritto di Napoli Centrale, rimase sostanzialmente stabile fino agli anni Venti del Novecento, quando la stazione subirà un primo rimaneggiamento interno in occasione del suo allacciamento alla direttissima Roma-Napoli e diventerà, contestualmente, anche stazione della metropolitana per Mergellina-Pozzuoli, come vedremo in un successivo articolo su questa stazione napoletana.

(Novembre 2017)

BilerChildrenLeg og SpilAutobranchen