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LE FORME DELLA POESIA   Da “Il tempo del vino e delle rose” riceviamo e siamo lieti di pubblicare gli eventi della settimana: 4 maggio ore 18.30:...
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HAMSIK LASCIA NAPOLI PER LA CINA   di Luigi Rezzuti   Il mercato invernale italiano di calcio si era chiuso il 31 gennaio e l’unico movimento per il...
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Un libro a Teatro   a cura di Marisa Pumpo Pica   Sabato, 5 marzo, alle ore 11.30, nella sala del Teatro Diana, nell’ambito della rassegna...
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ANDIAMO A TEATRO a cura di Marisa Pumpo Pica Pompeiana Baroque Ensemble in “...di tanti palpiti”   Di grande spessore ed interesse, all’interno del...
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La Vesuviana di Domenico Rea

 

di Antonio La Gala

 

Domenico Rea era un frequentatore della Circumvesuviana e nelle sue opere ci ha lasciato alcune osservazioni su quella ferrovia. Le riconosceva un ruolo positivo nel far conoscere fra loro le popolazioni campane. A fine Ottocento, quando nacque la ferrovia, a Napoli gli abitanti di una zona non conoscevano quelli di un'altra zona. A maggior ragione, osserva Rea, non si conoscono fra loro i Campani. La Vesuviana, osserva,mescola gente di ogni estrazione ed ogni provenienza. (...) Napoli è un mito da visitare, da esplorare, da impossessarsi (...) è ancora la capitale della civiltà, del commercio, dell'istruzione. (...) Prima della Vesuviana soltanto i figli dei ricchi e i possessori di mezzi di trasporto relativamente veloci potevano andare a Napoli ad ascoltare le lezioni dei maestri che allora insegnavano all'Università. Per molti la Vesuviana è la conquista di uno spazio, di una maggiore libertà di agire. Un esempio: un uomo o una donna possono avere un amante e andarlo a vedere, senza sorveglianza, nel coacervo napoletano, senza doverlo dividere con la curiosa gente del villaggio o del paese nativo. (...) La Vesuviana non ha l'osticità del treno delle Ferrovie dello Stato, non viene da lontano, dal mistero, dall'imprevedibile, non è un enorme minaccioso convoglio di ferro. La Vesuviana rispetto alle carrozze delle FS è più semplice. Le vetture rosse e gialle somigliano ai trenini dei bambini. Su di esse si entra, si sale e si scende come in un tram.  (...) E' difficile trovare altro tratto sul globo che nella sua breve lunghezza presenti la riunione di tante svariate bellezze".

Nelle pagine in cui Rea rievoca il mondo della Vesuviana del periodo fra le due guerre leggiamo: "E' il periodo più glorioso e felice della Vesuviana. A Pompei Valle dove c'era una stazioncina simile all'illustrazione di un libro delle fiabe. L'arrivo dalla curva di Poggiomarino era come l'apparizione di una bandiera volante. Stazioncine come quella di villa dei Misteri o di bellavista somigliavano a villette costruite su poggi ridenti. Ricordavano le case pompeiane"

Le carrozze non erano massicce e ferrose (come quelle dei treni normali), ma sembravano dei salottini. La gente, che ad ogni fermata saliva ad ondate, si riconosceva, si salutava, parlava. Andare in Vesuviana era come andare in gita e in vacanza. Nelle vetture, fornite di loggette come piattaforme di un treno del far West, era facile incontrare il giovane Enrico De Nicola, l’onorevole Silvio Gava e il giovanissimo Michele Prisco. All’alba si vedeva la gente più vivace: operai, contadini, commercianti, sensali, pescivendoli vocianti; più tardi studenti e professori con nascite e rotture di amori, e poi, ecco l’ora dei professionisti, dei principi del Foro, medici, commercialisti. Si vedevano i più bei turisti, americani e inglesi, con denti e occhiali d’oro”.

Rea frequentò la Vesuviana anche negli anni della guerra. Così egli ricorda quei viaggi.

"Si raggiungevano le stazioni di Scafati o di Pompei con il tram, quando c'era, o a bordo di carrette come nei tempi antichi e poi ci si aggrappava, proprio a grappoli, ai treni diretti a Napoli. Viaggi avventurosi con improvvise fermate e ritardi. Arrivati a Napoli sotto la stazione si veniva spruzzati da DDT dai soldati delle truppe alleate per debellare tifo, colite amebica, vaiuolo, malattie diffuse a Napoli e provincia. La bella, luminosa stazione che aveva segnato un momento di moda nella Napoli del primo Novecento, era diventata promiscua, un poco devastata come una bella donna invecchiata di colpo. Fuori c'era l'abisso, il precipizio, Napoli, che non fu mai sé stessa come in quegli anni".

Chi sa cosa scriverebbe oggi Rea di una Vesuviana stabilmente assaltata da branchi di teppisti, che seminano terrore fra il personale, fra i pacifici lavoratori pendolari e i “bei turisti”, esterrefatti, non abituati a costumanze simili.

(Novembre 2019)

Miti napoletani di oggi.73

LA SOFFERENZA

 

di  Sergio Zazzera

 

Il mito della sofferenza, al giorno d’oggi, non è patrimonio esclusivo del popolo napoletano, al quale, tuttavia, appartiene in maniera particolare. Il suo approfondimento richiede, però, che si parta dalla configurazione ch’esso ebbe nel mondo antico.


Prometeo, che aveva modellato il primo uomo nel fango, dopo che Atena gli ebbe trasfusa la forza vitale, rubò il fuoco a Zeus, per animarlo. Il padre degli dei, perciò, lo punì, facendolo incatenare a una roccia del Caucaso, dove, tutti i giorni, un avvoltoio gli divorava il fegato, che ricresceva durante la notte, perché la punizione durasse in eterno. In realtà – almeno secondo la versione di Luciano di Samosata –, il perdono di Zeus e la conseguente liberazione dalla tortura, a un certo momento, arrivarono.


Penelope, insidiata dai Proci, durante l’assenza del marito Ulisse, promise loro che avrebbe scelto chi di essi avrebbe sposato, quando avesse terminato il lavoro di tessitura di una tela. Tale lavoro, però, si svolgeva durante il giorno, mentre di notte ella disfaceva la parte realizzata, in maniera tale, che il tessuto non sarebbe stato mai completo. Sappiamo, poi, che a porre fine alla situazione provvide Ulisse medesimo, al suo ritorno, mediante l’eliminazione fisica degli stalkers della moglie.

La prima riflessione è che la finalità comune a entrambe le vicende è quella di cagionare al “nemico” una sofferenza (fisica, a Prometeo; morale, ai Proci) senza limiti di tempo, sebbene una differenza tra i due episodi emerga, con immediatezza. L’azione della divinità, infatti, si svolge di giorno, perché l’intento di provocare patimento sia palese; quella della donna, viceversa, si svolge di notte, perché la sua intenzione rimanga occulta: del resto, diversamente da lei, la divinità, nella sua onnipotenza, non ha da temere rappresaglie.

Bene, ma tutto ciò che cosa c’entra con l’attualità?

Oggi il mondo politico (benché non soltanto quello napoletano) soffre di un delirio di onnipotenza, per cui, pur nella sua condizione umana, non teme ritorsioni e, anzi, sa (o, almeno, crede di sapere) come prevenirle o affrontarle, per cui non si fa scrupolo di cagionare sofferenza alla popolazione, anche alla luce del giorno. Quanto al caso Napoli, in particolare, si pensi alle difficoltà che la p. a. crea, in tema di circolazione stradale, di eliminazione di barriere architettoniche, di funzionamento dei trasporti pubblici, di resa dei servizi; e, forse, sarà il caso di fermarsi.

(Ottobre 2019)

Villa Regina al Vomero 

 

di Antonio La Gala

 

Le residenze, che in età vicereale cominciarono ad insediarsi sulla collina vomerese, si svilupparono secondo schemi liberi e bene inseriti nei luoghi in cui sorgevano, sfruttandone soprattutto le doti panoramiche, come ad esempio la scia delle numerose splendide ville che si andò stendendo lungo il crinale collinare panoramico rivolto verso il Golfo, affacciato come un balcone sulla città, che da piazzetta Santo Stefano, lungo strada Santo Stefano e strada Belvedere, porta a Villa Belvedere, creandovi la più alta concentrazione di ville  sorte in quel periodo.

Fra le più antiche ville di questo crinale va ricordata Villa Regina, in via Belvedere, di cui la più antica notizia risale al 1579.

La villa prende il nome dalla famiglia dei duchi della Regina, un cui componente, il magistrato Giacomo Capece Galeota (1617-1680), come altri notabili dell’epoca, dopo aver abbandonato le cariche pubbliche, si ritirò in questa sua tenuta di campagna, ad imitazione di Cincinnato, come recita una lapide incisa sull’architrave di una stanza della villa, villa che fece restaurare nel decennio1668-1677.

Due scudi di marmo scolpiti sull’ingresso della dimora, oggi scomparsi, indicavano l’unione della famiglia Capece Galeota, con quella dei Caracciolo Rocco Candelio Stuart, due illustri famiglie napoletane che si erano unite nel Cinquecento.

Sotto l’aspetto architettonico la villa presenta la facciata principale  (caratterizzata da una successione di aperture, sormontate da cornici alternativamente a timpani e ad arco, tipiche del periodo rinascimentale), sul cortile interno, essendo quello, all’epoca della costruzione, il lato dell’edificio più pregiato perché affacciato sul panorama e non quello su via Belvedere, allora poco più di un viottolo, sul quale si apriva lo spazio semicircolare destinato al giro delle carrozze per entrare nella proprietà, spazio ancora esistente (al civico 131).

Oltre all’edificio e al parco, assieme a piccoli particolari interni, si conservano anche il portale d’ingresso in piperno, la cui forma testimonia la natura seicentesca del riassetto dell’edificio.

Questa villa, in seguito, non farà parlare di sé, né vi cambierà la casata proprietaria, che si estinguerà a inizio Novecento, con la morte dell’ultimo discendente dei duchi della Regina, Carlo Capece Galeota, considerato pure l’ultimo fedelissimo dei Borbone, l’ultimo legittimista borbonico.

Alla sua morte, egli lasciò la villa a un Istituto religioso, un orfanatrofio, appartenente alle Suore di Nostra Signora del Buon Pastore, che vi si trasferirono dal 1922 e che modificarono l’assetto dell’edificio, aggregandovi altri corpi di fabbrica.

Fra le altre successive utilizzazioni della villa ricordiamo la sede della scuola elementare Andrea Belvedere, dal 1969 al 2011, quando le suore furono sfrattate per morosità. Dopo due anni d’abbandono, nell’aprile del 2013 l’edificio fu occupato da famiglie indigenti. Nel corso delle utilizzazioni scolastiche la cappella gentilizia è stata trasformata in una palestra.

Per inciso annotiamo che Andrea Belvedere è un pittore del ‘600, solo casualmente omonimo della via che ospitava la scuola.

(Ottobre 2019)

Per grazia non ricevuta

 

di Antonio La Gala

 

Non desta meraviglia (non perché non la dovrebbe destare, ma solo perché vi ci siamo abituati) la presenza, nei nascondigli dei peggiori malavitosi, di immagini e letture sacre, circostanza che evidenzia che, a livelli bassi di cultura, il confine fra i sani sentimenti religiosi e forme di superstizione anche aberranti, è piuttosto indefinito. Indagando su questo aspetto, nella Napoli del passato, ci siamo imbattuti in precedenti storici, episodi e personaggi curiosi, o almeno originali.

Appena un malavitoso commetteva un “guaio” (assassinio), il “suo ambiente” si  mobilitava. Anche in campo devozionale.

Le donne, da lui sfruttate come prostitute, non per affetto ma per paura, si recavano in questa o quella chiesa per pregare questo o quel santo, affinché la sua intercessione impedisse che il malvivente cadesse nelle mani della giustizia, promettendo di “non peccare” in qualche giorno della settimana. Il popolino era convinto che questo “sacrificio” delle pecorelle smarrite fosse gradito dai santi invocati e perciò accolto positivamente.

Per dare al loro sfruttatore la prova che erano andate in chiesa e adempiuto alla richiesta dell’intercessione, le pecorelle smarrite gli facevano recapitare da “persona sicura” un’immaginetta, un mozzicone di candela, qualche altra cosa presa dalla chiesa, la cosiddetta “divozione”.

Se l’assassino veniva arrestato, le predette pecorelle insistevano in nuove forme di devozione affinché, in linea subordinata, gli intercessori invocati almeno influenzassero  positivamente l’animo dei giudicanti.

L’eventuale moglie del malavitoso, a sua volta, superando in questa occasione il comprensibile astio verso le pecorelle pappa e ciccia con lo sposo, operava in sinergia con esse, mettendosi a raccogliere oboli nell’ambiente del birbone, per far celebrare una Messa a suo favore (la cosiddetta “Messa pezzentella), oboli che per solidarietà di categoria nel suo ambiente nessuno le negava.


Cosa faceva quello che “aveva fatto il guaio?

Sia che fosse a piede libero che in carcere, faceva voto di far dipingere, su carta, tela o vetro, con soldi suoi o degli “amici”, la scena del “guaio, che sarebbe andato a portare al rettore della chiesa dove si venerava il santo  benefattore, dopo che l’avesse fatta franca.

Se il malavitoso veniva graziato, si svolgeva il rito del ringraziamento con scioglimento del voto del quadro, benedizione del dipinto e Comunione del graziato. 

Se il malavitoso, invece, veniva condannato, in qualche caso arrivava addirittura a calpestare “divozioni e immagini sacre che “non erano servite a niente”, oppure a cancellare dai quadri votivi le immagini dei santi inadempienti, e cancellare dalla scritta acronima V.F.G.A. (Voto Fatto Grazia Avuta), le due lettere G.A.

(Giugno 2019)

Miti napoletani di oggi.72

L’INDUSTRIALIZZAZIONE

 

di Sergio Zazzera

 

Fin dal XVI secolo, una vasta area a sud di Napoli – da Torre Annunziata a Gragnano – fu caratterizzata dalla produzione della pasta secca alimentare. Sempre a sud, ma alle porte della città, dai primi del secolo scorso, San Giovanni a Teduccio ospitò lo stabilimento della Cirio, realizzato da Giovanni Signorini, piemontese di larghe vedute, ma anche più a sud, fino all’Agro Nocerino-sarnese, le industrie alimentari fiorirono.

Poi, quasi contemporaneamente alla Cirio, nell’area di Bagnoli cominciarono a insediarsi le industrie metallurgiche e chimiche: la prima fu l’ILVA (poi Italsider, nella foto), nel 1904, seguita dalla Montecatini (1908), dall’Eternit (1936-38) e dalla Cementir (1947). La loro fine, però, cominciò nel 1964 e si protrasse fino al 1992; nel frattempo, già fra gli anni 50 e i 70 era iniziato il tramonto anche delle industrie alimentari.

A questo punto, lo sguardo attento del lettore meridionale non può non cogliere la duplicità del mito dell’industrializzazione del Napoletano. Da una parte, infatti, la concentrazione d’industrie metallurgiche e chimiche sul litorale di Bagnoli ha distrutto quella che sarebbe potuta essere, per Napoli, l’equivalente della Riviera di Ponente genovese; e Dio solo sa quanto costerà, in termini sia di tempo, che di danaro, la bonifica. Dall’altra, poi, oggi nelle cucine napoletane entrano pasta e conserve alimentari provenienti, nell’ipotesi più benevola, dall’Italia centro-settentrionale (quella più malevola è la provenienza dall’Estremo Oriente).

È recentissima la notizia dell’intenzione dei sorrentini di recuperare lo storico mulino in fondo al vallone, nell’ottica d’intraprendere la produzione della pasta “come quella di una volta”. L’augurio più “napoletano” che si possa formulare è che “passi l’Angelo e dica Amen”.

(Giugno 2019)

Il rovescio della medaglia

Lello Lupoli ( 5.10.1918 / 20.5.1995 )
 
 
di Romano Rizzo
 
 
La figura artistica di Lello Lupoli è nota a tutti gli amanti della poesia napoletana come una delle massime espressioni dell’umorismo in poesia ed in effetti Lupoli viene definito dai critici come poeta – umorista o umorista – poeta.

Tale definizione è, però, come spesso accade, riduttiva e non mette nel dovuto conto la vena lirico sentimentale, magistralmente espressa in molte sue poesie.

Mi fa piacere, riportare, a tale proposito, i pareri di alcuni Poeti che su di lui così si sono espressi:

il compianto Enzo Fasciglione, nel suo volume Il secolo d’oro continua, afferma:

Io mi rifiuto di definire Lello Lupoli solo un umorista perché,

in realtà, egli fu Poeta e Poeta vero.

Anche Rosetta Fidora Ruiz colse bene la duplicità dell’arte del Lupoli e a lui dedicò questa quartina:

Scrivere ’e Lello Lupoli ? Pazziate ? / ’O pueta umorista ?...’o ’mpertinente ? / Ma stu core ’e scugnizzo, si ’o spaccate / dinto truvate n’anema nnucente !

Ed infine, il grande Salvatore Tolino, nel sonetto che segue, mise in risalto, con grande maestria, la parte nascosta dell’arte del Lupoli:

A Lello Lupoli  Quanno tu scrive, tiene ’nponta ’e penna / nu diavulillo ca te piglia ’a mano / e chistu farfariello nun s’arrenne / ride e pazzèa cu ’o munno sano sano / Diceno ca si’ ’o masto d’’a resata,/ tutte poesie spassose e intelligente ; / ogne battuta toja : na cannunata !/Ma i’ saccio ca, ogne tanto, dint’’o core / nce trase ‘n’Angiulillo e na manella/ scava e pazzèa cu sentimento e ammore/ E, quanno nasce sta poesia cchiù bella / quase annascuso, senza fa’ rummore,/ l’apponta ‘ncielo comme a n’ata stella.

Occorre ricordare che Lupoli, che fu un dirigente bancario, fu sempre una persona molto gioviale, pronta a cogliere della vita e del mondo il lato migliore.

Amò molto la poesia e molto fece per la Sua diffusione.

Fu ideatore e conduttore, su Radio Antenna Capri, di un bel programma, La tavola rotonda dei Poeti Napoletani, in cui si affacciarono poeti affermati e poeti emergenti e a questi ultimi non fece mai mancare affettuosi e preziosi suggerimenti e consigli.

Collaborò a varie riviste quali Le Grandi Firme di Pitigrilli che lo definì “ scugnizzo dalle tempie grige”  Sul periodico napoletano 6 e 22, curò la rubrica Le Signore al balcone.

Ha lasciato due bei volumi di Poesia ed altro quali Pittura Fresca e Redenno pazzianno.

Tra le tante poesie in cui rifulge l’arte lirico-sentimentale del Lupoli mi piace ricordare: Nuttata ’e luna, Core guaglione, Notte d’està, ’Ncopp’’o muro e vorrei chiudere questo mio ricordo sottoponendo all’attenzione dei lettori i versi, davvero toccanti, che l’autore,  immaginando la propria dipartita, dedica all’amato figlio.

 

 Pure doppo

 

‘Nu juorno ca i’ spero assaje luntano,

’nchiudenno ll’uocchie a na vita ’e stiente,

hê ’a stà vicino a me, mano cu mmano.

voglio murì accussì, tenneramente.
**

’Na stretta sott’’o core e ’nu saluto..

Accussì è ’a vita ! Accussì gira ’a rota..

Ma tu fa’ cunto ca i’ nun so’ fernuto :

dimane…ce vedimmo n’ata vota..

**

Dimane è n’atu juorno…Jurnate nove..

Te siente sperzo…Vaje truvanno a me..

Ma nun t’amariggià si nun me truove,

tu nun ’o ssaje..ma i’ sto vicino a te !

(Maggio 2019)

Miti napoletani di oggi.71

MASANIELLO/-LLI

 

di Sergio Zazzera

 

Correva l’anno 1647 quando Tommaso Aniello d’Amalfi, detto “Masaniello”, pescatore del Lavinaio, si pose alla guida di un popolo vascio esasperato dalle gabelle che il viceré imponeva sugli alimenti, beni di consumo indiscutibilmente primario . La rivolta si protrasse, attraverso tre fasi, fino ai due anni successivi, e la storiografia dell’ultimo mezzo secolo ha dimostrato che il giovane pescatore era stato soltanto lo strumento di una sollevazione voluta, in realtà, dalla classe dei “togati”, primo fra tutti il sacerdote Giulio Genoino . Il finale è noto a tutti: Masaniello, divenuto scomodo, fu eliminato, né sorte migliore toccò a coloro che gli succedettero.

 

Sento già i commenti dei lettori: sì, tutto bene, ma questa è storia, non è mito, ed è storia moderna, non contemporanea. Già, ma quella teoria dei “corsi e ricorsi storici”, enunciata da Giambattista Vico, è tuttora valida, e il numero dei “Masanielli” di oggi – che sono (quelli sì) un mito – è in crescita, un po’ dovunque, e Napoli non fa per nulla eccezione (anzi…). Forse, allora, varrà la pena che costoro stiano un po’ attenti.

(Aprile 2019)

Il Mistero di Antignano

 

di Antonio La Gala

 

Non si tratta di un giallo, ma di una famosa processione che a Pasqua, da secoli, si celebra al Vomero, nota anche come “Mistero di Pasqua” perché l’espressione “Mistero” indica il senso teologico della Resurrezione pasquale. S. Paolo definiva “Mistero” la Resurrezione perché evento concreto, certo, ma che la sola capacità  umana non può abbracciare: un evento misterioso, un “Mistero”.

Ḕ una festa antichissima: uno scritto del 1844 la fa risalire ai tempi di Carlo d’Angiò, ma ne esiste documentazione certa solo dalla metà del Settecento.

Nella festa  si rappresenta l’incontro fra la Madonna e Gesù Risorto.

I personaggi (Gesù Risorto, la Madonna, la Maddalena, l’apostolo Giovanni), sono raffigurati da statue di legno o di cartapesta del Sei-Settecento, portate a spalla da due cortei. Queste statue sono conservate durante l’anno nella Chiesa della Congrega del Rosario (complesso di Santa Maria la Libera).

A Pasqua, di buon mattino, dalla Congrega del Rosario, parte un corteo festoso che velocemente porta la statua di Gesù nella Congrega del Soccorso all’Arenella, percorrendo la vecchia e storica strada che congiunge il Vomero Vecchio con Antignano e, proseguendo, con l’Arenella. Da qui la statua di Gesù, dopo una cerimonia nella Chiesa, viene nascosta in un vicoletto vicino Antignano. Nel frattempo, dalla Congrega del Rosario, parte un secondo corteo che porta le statue degli altri tre Personaggi sacri. La Madonna è avvolta in un lungo velo nero. Arrivati ad Antignano, si fanno rappresentare a Giovanni e alla Maddalena, su invito della Madonna, tentativi di trovare Gesù Risorto, il cui corteo alla fine irrompe festoso in Largo Antignano: nell’incontro con il Figlio, il velo nero della Madonna cade, sostituito da una veste bianca e liberando uccelli in volo: a questo punto esplode l’entusiasmo fragoroso di tutti i presenti, corredato di spari; i due cortei si fondono e festosi percorrono, con tutte e quattro le statue, le principali vie del Vomero.

La festa in passato era malvista da più parti per gli aspetti più popolari ricchi d’intemperanza. Resoconti dell'Ottocento presentano la festa come una chiassosa kermesse popolare con pretesto religioso, ma con scopo finale mangereccio, testimoniato dalla presenza di molti “chianchiere” (macellai n.d.r.) e “crapettare. L’entusiasmo forse degenerava. Interessante la notazione di un forestiero, non avvezzo alla “trasgressione” nostrana, anche allora generalizzata, abituale e tollerata: vedendo alcuni cacciatori sparare contro gli uccelli che svolazzavano –"sebbene ciò fosse interdetto dalla poliza" - si meravigliava grandemente che i cacciatori facevano liberamente un qualcosa ”interdetto dalla polizia”.

Nel 1873 il Delegato di Pubblica Sicurezza del Villaggio Vomero chiedeva al Questore di vietare la manifestazione per timore di turbamento dell’ordine pubblico. Tuttavia la festa la ritroviamo ancora nei decenni successivi. Nel Novecento la manifestazione era criticata come residuo di usanze da dimenticare. Sarà poi l’appannamento generalizzato delle tradizioni a far scomparire la processione, nel 1967, per riprenderla nel 1993, ma in forme inevitabilmente diverse da quelle sopra descritte.

Fra le manifestazioni molto simili a quella del Vomero che a Pasqua si svolgono un po’ dovunque, ricordiamo quella di Sulmona e quella di Forio.

(Aprile 2019) 

L’altra faccia della medaglia

 

di Romano Rizzo

 

In questa rubrica cercheremo di presentarvi, di alcuni poeti, un lato poco conosciuto.

 

Gennaro Esposito

 

Ho sempre ritenuto che le classificazioni che molti critici son soliti fare, definendo un poeta in base alle peculiari caratteristiche, tipiche delle loro migliori composizioni, ha un duplice effetto, non sempre positivo. Infatti, se definire un poeta, poeta della malinconia o dell’amore, vale forse a fare avvicinare anche il più sprovveduto dei lettori alle sue migliori composizioni, ingenera, però,  anche l’errato convincimento che si apprezzino solo le opere che rispondano a tali caratteristiche e si tracurino altre che, fatalmente, sono ignorate dai più. In altri termini, se classificando un poeta, si riesce ad indirizzare alla lettura delle sue opere un gruppo di appassionati, stranamente si ottiene un imprevisto effetto limitativo alla comprensione e diffusione di tutta la sua opera.

Ho avuto la fortuna di poter sperimentare dal vivo la validità di questa mia convinzione al tempo della mia frequentazione assidua di un grande della nostra poesia, Gennaro Esposito, che da tutti è stato sempre definito poeta del popolo, poeta del sociale. Don Gennaro, gli amici lo chiamavano così, riusciva a condire con finissima arguzia anche la descrizione di situazioni di grande disagio e sofferenza e ne traeva spunto per lanciare acuminati strali, ma velati dalla sua grande bonomia, ai potenti. Di lui è stato sempre molto apprezzato il linguaggio schietto, forte, talvolta anche crudo; è stata magnificata l’abilità, davvero eccezionale, nell’arricchire le sue composizioni con una battuta conclusiva, fulminante, capace di imprimersi indelebilmente nella mente del lettore.

Chi lo apprezzava ed ha tanto amato le sue poesie forse non riesce neppure ad immaginare che il buon don Gennaro era capace di esprimere anche liriche di straordinaria dolcezza ovvero componimenti con una grande ricchezza di temi e profondità di pensiero.

Quanta sofferta verità c’è, ad esempio, nei versi di “Nguranza:  Martellato d’’a freva d’’o sapè/ l’essere mio se libbera p’’o cielo / ma nchiuse trova ’e pporte d’’o pecchè // E po’ dint’’o casino ’e ll’Universo / nun saccio cchiù manco io chello ca so’/ e dint’’a casa mia..me sento sperso //

Poi soffermatevi a leggere con attenzione la poesia  “Niente se crea” in cui, rifacendosi alle tante celebri scoperte dell’ingegno umano, si professa sicuro che un giorno riusciranno a debellare anche il male del secolo.

E ancora, notate con quanta profonda bonomia in “ ‘A vita”, narra che si sente sempre peggio e che gli anni “ contro a me se songo mise a cricca / e ogge ’a vita mia sta appesa a na pasticca!”. Molto dense di significato sono anche le liriche “Io” e “ ‘A vita eterna”.

Che dire, poi delle liriche dedicate agli affetti familiari, ai figli, alle nipoti, tutte colme di delicatezza e di una dolcezza estrema? Un suo capolavoro, a mio parere, è la poesia “ ‘E ppazzielle” in cui, guardando le nuvole, si sente tornare bambino e sogna di vedere, la sera, che torna la mamma e gli porta ’e ppazzielle! Un’altra poesia molto toccante (così diversa da quelle tanto celebrate) è “‘Na nuvola ’e passaggio”, in cui immagina di essere uno dei tanti bambini non nati perché non voluti e dall’alto di una nuvola mostra agli angioletti la sua mamma, che ha rinunciato alle gioie della maternità,ma che lui chiama sempre “mamma mia!” Col tempo lo stesso poeta finisce per restare prigioniero del suo personaggio e rinuncia a mettere nel giusto risalto le opere che si distaccano dai temi apprezzati e celebrati dalla critica. Infatti don Gennaro, non ritenne di inserire, nei più di venti libri pubblicati, la poesia che segue, forse perché troppo lontana dai suoi temi consueti. (Ed è,     invece, una purissima lirica)

 

Ritratto ’e na tempesta

 

Cavero e friddo se so’ mmise a tuzzo,

sparano lampe e truone. ‘O mare fragne.

Na tromba d’aria ruciuleja nu vuzzo

Nu cavallone, ca scavarca ’o puorto,

s’agliotte na capanna ’e piscatore

ca siente ’e jastemmà pe st’atu tuorto

 

scennenno comme fosse n’arioplano

pe se magnà na treglia a filo ’e mare,

se perde dint’a ll’onne nu gabbiano.

Assummato ’a chi sa quale funno

fernesce ncopp’ ’a rena nu vreccillo

porta, allisciata, ’a nascita d’ ’o munno.

 

È miezejuorno e pare  mezanotte..

Ncopp’ ’a scugliera sparpetèa na varca

senza cchiù rimme e cu ’e ccustate rotte

L’urdemo truono arriva da luntano

sulo chi appizza ’e rrecchie ’o sente buono..

“ Mo jesce ‘o sole!” allucca nu luciano !!

(Aprile 2019)

 

Parlando di chi è poeta

 

di Romano Rizzo (13)

 

Spesso mi sono chiesto che cosa ha di diverso dagli altri chi scrive poesie o ama profondamente questa arte.

Secondo me, in primo luogo, ha - o dovrebbe avere - una spiccata sensibilità e una grande capacità di cogliere e fare propri tutti i messaggi che la vita e il mondo gli propongono. Certo dovrebbe anche avere la capacità di trasmettere agli altri quello che sente, senza  dilungarsi troppo,  anche con pochi suggestivi e significativi accenni, nonché di saper immaginare tutto quello che un altro sentirebbe nelle situazioni da lui immaginate o tratteggiate.

Questo può essere considerato un primo punto…Però è ovvio che non può bastare. A parer mio, il poeta, o anche soltanto chi ama la poesia, deve avere l’animo di un sognatore e può spesso essere un uomo che non poco ha sofferto, che non si trova a proprio agio nel mondo attuale e cerca di crearsene uno diverso e migliore, lasciando volare la fantasia.

Se vogliamo, sia pure in modi diversi, il poeta è sempre un ribelle…uno che non è capace di accettare il tran-tran quotidiano, vi si oppone, lo rifiuta e cerca di combatterlo o apertamente con scritti di protesta o rintanandosi, in silenzio, nel suo studiolo, per lasciarsi cullare da un sogno magnifico, quale quello che può offrirci la vera Poesia. A questo va aggiunto che, per fare una disamina un po’ più completa, bisogna sicuramente tenere ben distinti, tra i poeti,  coloro che amano sempre e soltanto le loro opere e quelli, invece, che amano  profondamente e sanno apprezzare la vera Poesia, da chiunque sia stata scritta.

I primi, in genere, sono degli autodidatt, che leggono o hanno letto poco (Tra loro c’è anche chi si vanta di non aver mai letto i classici e dichiara di non volerli leggere perché non vuole che influenzino l’originalità del suo dire !!!).

In verità, anche nell’ambito della seconda categoria, una distinzione andrebbe fatta tra quanti operano o hanno operato per favorire la diffusione della poesia e quanti nulla fanno, ma si limitano o si sono limitati a sfruttare i canali di diffusione esistenti e a goderne i vantaggi..

In altre parole c’è chi organizza incontri poetici, riunioni, antologie, ricerca ed incoraggia nuovi autori e chi, invece, pur amando molto la Poesia, estrinseca il suo amore solo arricchendo sempre più la sua biblioteca. Non v’è dubbio che, guardando i classici del passato, dobbiamo ritenere meritevole di ammirazione il comportamento di Rocco, De Mura, E. A. Mario, Tolino, Cerino e pochi altri, mentre tanti altri, troppi, anche di gran nome, come Viviani, Di Giacomo, Russo, nulla hanno fatto perché, forse, non hanno potuto o perché non lo hanno ritenuto proficuo o necessario.

È da segnalare che alcuni, tra i primi citati, hanno anche provveduto a curare la stampa di raccolte di poesie di colleghi e discepoli, prematuramente scomparsi.

Non ci resta che sperare che, in futuro, il gruppo di cultori di questa nobile arte, votati al mecenatismo, non si estingua del tutto e che fioriscano, invece, sempre più quelle iniziative che valgano ad avvicinare i giovani di oggi alla grande Poesia e alla tradizione.

Solo così questo nostro amore potrà rifiorire, non morire mai ma, al contrario, rinascere ogni giorno a nuova vita.

(Marzo 2019)

Garibaldi arrivò in treno

 

di Antonio La Gala

 

L'apertura della prima ferrovia italiana, quella da Napoli a Portici, avvenuta il 3 ottobre del 1839, è sbandierata dal campanilismo locale come prova della superiorità tecnologica del regno borbonico, simbolo della sua visione avveniristica, un cavallo di battaglia evergreen.

Senza per nulla togliere alla ferrovia borbonica l’inestimabile merito storico di essere arrivata qualche mese prima delle numerose altre ferrovie d’Italia, qui si vuole notare la curiosa circostanza che fu proprio questa gloria borbonica a portare Garibaldi a Napoli, il sette settembre del 1860. 

Ci dispiace demitizzare la scenografia eroica dell'ingresso nella nostra città dell'Eroe dei Due Mondi: Giuseppe Garibaldi non vi irruppe su un focoso destriero, con la spada sguainata, alla testa di scalmanate camicie rosse, ma arrivò a Napoli tranquillamente in treno, a cose fatte, scendendo dal treno-gloria dei Borbone, manco a dirlo, a "Corso Garibaldi".

Sospettiamo che l’Eroe non ritenne opportuno consegnare alla Storia la sua entrata vincitrice in una capitale nemica fatta in treno, visto che nelle sue memorie dice solo che "giunse nella bella Partenope dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le sue colonne, che non potevano raggiungerlo".

Le notizie sull’epico viaggio, che portò all’ingresso di Garibaldi a Napoli alla testa di alcuni sferraglianti vagoncini, tirati da una locomotiva a vapore, ci vengono fornite dal resoconto di un garibaldino che accompagnava il Generale.

La ferrovia dei Borbone, dopo la mitica inaugurazione del 1839, e fiore all’occhiello dello sviluppo del Regno, era stata progressivamente allungata verso sud. Nel 1860 arrivava addirittura fino a Vietri!

Quando Garibaldi, proveniente dalla Calabria, si fece vedere dalle parti di Salerno, la ferrovia, congiungeva, appunto, Vietri con Napoli.

Fu proprio a Vietri che il superEroe  salì su un treno per giungere a Napoli.

Contravvenendo alle sue idee egualitarie, Garibaldi prese posto in prima classe, assieme ad alcuni collaboratori. La gran folla che si era radunata nella stazione rese difficoltosa la partenza. Dice il cronista che furono fatti "sforzi inauditi per non stritolare persone".

Nella stazione di Cava una donna voleva baciare la mano di Garibaldi, che rifiutò di accettare un gesto così servile, acconsentendo solo ad un bacio sulla guancia, gesto che fu subito imitato dalle numerose altre donne presenti.

Fra l'entusiasmo della folla (quella stessa folla fino ad allora "fidelissima" dei Borbone), assiepata lungo il percorso e nelle stazioni, con la ripetizione sempre delle stesse scene, "tranne i baci", il treno arrivò in prossimità della stazione di Napoli. Al grido battagliero "Avanti !", lanciato da Garibaldi  al macchinista, ogni volta che ufficiali del seguito consigliavano soste e prudenza nell'entrare in città, il convoglio giunse finalmente a destinazione.

Una lapide sistemata vicino alla stazione della Circumvesuviana, monumento oggi usato come punto di riferimento per deposito di immondizie, ci ricorda l'ingresso di Garibaldi in quel punto.

Le cronache ci dicono pure che Garibaldi, poco prima di presentarsi ai napoletani e all’appuntamento con la Storia, durante una sosta del treno, "traversando una folla silenziosa" di operai, che stavano lavorando sui binari, scese a soddisfare all’aperto un bisognino fisiologico: all’epoca le carrozze ferroviarie difettavano di ritirate.

(Marzo 2019)

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