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OGNI PICCOLA COSA INTERROTTA, di Silvia Celani   di Luigi Alviggi   Per chiudere i conti col passato a volte non basta l’intera vita. È il caso dei...
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Miti napoletani di oggi.58 IL CORTEO FUNEBRE   di Sergio Zazzera   Un mattino qualsiasi di un giorno qualsiasi, in una strada qualsiasi di un...
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I HAVE A DREAM   di Sergio Zazzera   “I have a dream”. Sì, senza volermi paragonare a Martin Luther King, e soprattutto senza volergli mancare di...
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IL MUGNAIO   di Luigi Rezzuti   Due fratelli, due scugnizzi napoletani, di quelli D.O.C., si erano trasferiti, insieme alle loro famiglie, in un...
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Giornata Mondiale della Salute   di Luciana Alboreto   Il 7 aprile 2019 si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute, il cui slogan, “Copertura...
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Miti napoletani di oggi.70

LE “PARENTI DI SAN GENNARO”

 

di Sergio Zazzera

 

Per “totem” – giova ribadirlo – s’intende l’animale, la pianta o quant’altro, cui si riconnetta il divieto di cibarsene (c.d. “tabu”), fatta eccezione per la circostanza temporale in cui ciò sia consentito (c.d. “pasto totemico”). Va da sé, poi, che oggi, che il “cotto” levistraussiano (vale a dire, la cultura) ha sopravanzato il “crudo” (vale a dire, la natura), all’idea di cibarsi del totem ben può essere sostituita quella di sottrarsi a un più ampio e generalizzato dovere morale di rispettarlo.


Un fenomeno significativo, in tal senso, è quello che si verifica nelle modalità del culto che le c.dd. “parenti” tributano a san Gennaro, che, venerato da loro per l’intero anno, è atto oggetto, viceversa, da parte di loro stesse d’invettive violente – la più soft delle quali è faccia gialluta –, nelle occasioni nelle quali il prodigio della fusione del suo sangue tardi a verificarsi. C’è quasi da pensare che, qualora fosse possibile, queste donne non esiterebbero, addirittura, a divorare il santo.

Alla figura del totem, poi, si riconnette sempre un mito, che nella specie consiste nell’idea che quelle imprecazioni possano indurre il santo ad accelerare il compimento di quel prodigio, senza nemmeno porsi il problema della loro valenza quasi sacrilega.

(Marzo 2019)

Miti napoletani di oggi.69

FANTASMI

 

di Sergio Zazzera

 

Sarò un illuso, ma credevo che, almeno ai giorni nostri, il mito del fantasma fosse scomparso. Viceversa, se sono soltanto un ricordo antiche credenze, come quella delle mappate di panni che si lanciavano dal Ponte di Sanseverino emettendo grida lugubri, al contrario, le storie dei fantasmi che infesterebbero il Palazzo Donn’Anna (nella foto), la villa – detta, per l’appunto, “degli spiriti” – a valle di Torre Ranieri, o alcuni edifici del Vomero (Villa Maio, Villa Spera, Villa Decina, qualche casa della Pedamentina), continuano a circolare. Come se non bastasse, poi, ad alimentare il mito ci si è messo, qualche tempo fa, anche qualche narratore, che ha tratto spunto da episodi reali, ma che hanno trovato una spiegazione razionale: penso a “Il mistero di Castel Sant’Elmo” di Giuseppe Grispello, ispirato al lamento notturno, che si rivelò emesso da un barbagianni introdottosi nel maniero.

Ora, posto che al sostantivo “fantasma” ritengo sia preferibile “spirito”, giacché il primo ha un valore assoluto, mentre il secondo ne ha uno relativo, quasi eracliteo, in quanto contrapposto a “materia”, tuttavia, non credo che occorra spendere troppe parole per dimostrare come, in buona parte dei casi più sopra menzionati, lo stato di abbandono degli edifici abbia favorito la circolazione del vento – e del suo sibilo – durante le notti meno serene,  facendo pensare alla presenza di qualche entità immateriale. In altri casi, poi, riferiti da bambini, è legittimo pensare a un fenomeno di suggestione o al parto della fantasia infantile. E, nell’un caso, come nell’altro, è proprio in ciò che dev’essere individuato il mito.

(Febbraio 2019)

Parlanno ’e poesia 12 – Varie

 

di Romano Rizzo

 

Ragionando di poeti e poesia, mi sono tornate in mente alcune semplici considerazioni, che spesso ho fatto e che forse vale la pena di proporre all’attenzione del lettore. Nei maestri della grande poesia napoletana, così come nei poeti anche poco noti, che sono riusciti a coinvolgermi e trasmettere le loro emozioni, mi sono sforzato di cogliere qualche cosa che li identificasse e potesse essere considerata una, ma non la sola, loro peculiarità esclusiva. Ad esempio in Viviani ho ritrovato l’anima del nostro popolo, la capacità di rappresentarne l’essenza e di esserne, in definitiva, la vera voce. In Di Giacomo mi ha colpito la grande espressività, la capacità di rappresentare personaggi e sentimenti leggermente filtrati dalla sua educazione medio-borghese, nonché l’abilità nello sfruttare a pieno le sue conoscenze e letture. A Ferdinando Russo ho invidiato la maestria e la spontaneità con la quale riesce a trasfondere nei versi il suo carattere impetuoso, che dava un’impronta di realismo ai suoi personaggi ed alle sue storie. Di Nicolardi mi ha fortemente impressionato la eccezionale capacità di descrivere cose e persone in modo da renderle presenti agli occhi di chi legge, che riesce così a partecipare, in modo inusuale, a tutto ciò che egli amabilmente ci propone. Di Galdieri ho colto la ricca e sofferta passionalità. In molti altri autori la squisita sensibilità e, per venire ai nostri giorni, in Feliciano de Cenzo l’inconfondibile velo di malinconia così come in Gennaro Esposito il forte contenuto sociale.

Mi piace rimarcare, però, che, anche se è innegabile che ogni vero poeta ha qualcosa che ci colpisce in modo particolare, tutti i poeti che ho citato e tutti coloro che possono, a ragione, essere definiti poeti sono accomunati da una grande capacità di coinvolgere il lettore e trasmettere a questi perché li faccia propri, tutti i loro pensieri, le loro ansie, i loro sentimenti, le loro emozioni. Questa è, a mio parere, la caratteristica essenziale della Poesia che possiede o dovrebbe possedere chi è poeta o ritiene di esserlo. In particolare, la Poesia napoletana ha il grande merito, ai miei occhi, di essere rimasta fedele ai canoni classici, adottandone lo stile e rispettandone la metrica. Sono convinto di questo perchè, secondo me, la poesia e l’arte non possono avere la pretesa di rinnegare il passato e romperne gli schemi in quanto, come saggiamente ci insegnano i Latini,  natura non fecit saltus. Allo stesso modo, l’arte e la poesia.  

Come esempio della straordinaria abilità descrittiva del Nicolardi offro alla Vostra. lettura la poesia che segue:

Addio…

 di Edoardo Nicolardi

 

Quanno se cocca ’o Sole

e ll’aria ca era ’e fuoco

grigia opaca se fa ;

 

po’ blu. comm’’e vviole,

e a poco a poco a poco

scenne ll’oscurità ;

 

quanno ll’aucielle, a chiorme,

dint’’a vigna luntana

se vanno ’ammasunnà ;

 

quanno tutto s’addorme

e ’o suono ’e na campana

lento pe ll’aria va ;

 

quanno st’aria cchiù addora

mo ca è giugno e ogne cosa

cchiù prufummo te dà ;

 

comm’è triste chest’ora !

comm’è triste ogne cosa

ca mo attuorno ce sta !

 

Tutto cagna culore..

ogne penziero mio

cupo e amaro se fa.

 

Ah, stu juorno ca more

pare ca dice : “ Addio,

addio, v’aggia lassà !”

 

* * *

Nuje guardammo ’stu cielo

ca è cupo. ’A luna nova

sta ’int’a nu velo blu.

 

Nun luce ’a ’int’a ’stu velo.

Nuje guardammo e va trova

a che penzammo io e tu.

Tu sfrunne, ’int’a sti mmane

janche, na rosa janca

ca nun è fresca cchiù..

 

e ’int’a ll’ombre luntane

guarde, distratta e stanca,

comme a me...pure tu.

 

Comm’’o juorno ca more,

more ’int’’o core mio

nu raggio ’e giuventù..

 

E pare ca ’st’ammore

mo ce dicesse : “ Addio !”

pe nun turnà maje cchiù.

 

(Febbraio 2019)

MACCHINE DA SCRIVERE DALL’800 AD OGGI

 

a cura di  Luigi Rezzuti

 


Nell’epoca del digitale e dei computer la scrittura si è evoluta e continua ad evolversi per essere sempre più immediata ed accessibile a tutti.

Ma molto prima del Pc ci furono le macchine da scrivere.

Sono diversi gli inventori ai quali la macchina da scrivere viene attribuita, spesso anche di diversa nazionalità.

La contesa è ancora aperta sulla sua paternità, attribuita talvolta a stranieri, ma sappiamo di certo di una primordiale macchina da scrivere funzionante nei primi anni del XIX secolo.

Alcune testimonianze datano al 1802 l’invenzione di una “preziosa stamperia”, una macchina da scrivere, realizzata dal Conte Agostino Fantoni.

Successivamente altri due italiani reclamarono l’invenzione, Piero Conti nel 1823  e Giuseppe Ravizza che, nel 1846, brevettò la macchina come “cembalo scrivano”.

Ma fu nel nuovo mondo che ebbe inizio la produzione industriale di macchine da scrivere ad opera di Philo ed Eliphalet Remington, fondatori della società per azioni E. Remington and sons e, grazie all’aiuto del meccanico Carlos S. Glidden e dell’inventore Cristopher Sholea, fu prodotta la Remington  n.1, la prima macchina da scrivere lanciata sul mercato.

Da allora il percorso  delle macchine da scrivere fu in ascesa e raggiunse l’apice negli anni ’50, grazie alla ditta italiana Olivetti.

E’ proprio grazie  alla Olivetti, nata come fabbrica di elettrodomestici dall’iniziativa di Camillo Olivetti, che saranno introdotte novità, come la “Lettera 22”, la prima macchina da scrivere portatile, uno dei prodotti di maggior successo della Olivetti negli anni Cinquanta. Con la macchina da scrivere nacque una nuova disciplina, la Dattilografia, rientrata, poi, in tutti i lavori di ufficio.

Oltre ad essere una grande innovazione, all’interno di importanti o piccole aziende, la dattilografia fu uno strumento di emancipazione per le donne che sempre più frequentemente venivano scelte per lavori di battitura a macchina negli uffici.

La storia della macchina da scrivere si arresta quando subentrano le prime tastiere moderne negli anni ’60, circa un decennio dopo l’invenzione dei grandi successi della Olivetti, e fu così che, man mano, andarono in disuso le macchine da scrivere, rimanendo come cimeli per moltissimi scrittori.

Oggi sono numerosi i musei dedicati a questi oggetti dal fascino  vintage. A Milano esiste un Museo della Macchina da scrivere, attivo dal 2006, un’altra esposizione si trova a Trani, all’interno del Polo Museale.

(Gennaio 2019)

Miti napoletani di oggi.68

L’attesa del mezzo di trasporto

 

di Sergio Zazzera

 


La scena si ripete tutti i giorni, anche più volte nella stessa giornata. Una persona, ferma davanti alla pensilina della fermata, attende che l’autobus passi. Sopraggiunge un’altra persona, che le domanda: «Signo’, state aspettanno ‘a paricchio?» L’interrogato risponde che è lì da una decina di minuti e, dopo un breve intervallo, l’altro riprende il discorso: «Ma comme s’hadda fa’, ca dint’a ‘sta città ‘e mezze nun passano maje». Il primo gli dà ragione; ma il ghiaccio, ormai, è rotto e da questo argomento si passa a tutte le altre cose che non funzionano e, ancora, a temi più personali – la famiglia, il lavoro, la salute –. Poco per volta, nel discorso s’inseriscono altre persone che aspettano di potersi imbarcare su un autobus: insomma, quell’attesa – che, a volte, dura anche più di una mezz’ora – ha generato un vero e proprio rito di aggregazione. E, poiché è notorio che la reiterazione del rito produce il mito, ciò accade anche questa volta: nasce, infatti, il mito del mezzo di trasporto pubblico, che a Napoli è un po’ come il trucco: c’è, ma, il più delle volte, non si vede.

(Gennaio 2019)

LA CAPPELLA DEL BUON CONSIGLIO ALLA “SANTARELLA”

 

di Sergio Zazzera

 

L’8 dicembre scorso è stata riaperta al culto, dopo circa quindici anni di sospensione delle celebrazioni, la cappella della Mater Boni Consilii, luogo di culto poco o nulla conosciuto dai vomeresi, eppure denso di storia, che merita di essere narrata dal principio.

Durante la seconda guerra mondiale, Napoli era sotto il continuo tiro di bombardamenti aerei, che costringevano gli abitanti del civico n. 5 di via Luigia Sanfelice, realizzato dall’impresa dell’ing. T. Zeni e figli, con sede in piazza della Borsa, a rifugiarsi nel seminterrato dell’edificio, senza rendersi conto del pericolo che correvano, qualora l’esplosione di uno degli ordigni avesse causato il crollo del palazzo. Fu così che uno dei condomini, Luigi Palumbo, promise che, se lo stabile non avesse riportato danni, avrebbe fatto trasformare quel seminterrato in cappella.


Le cose andarono come egli aveva auspicato e la promessa fu mantenuta: nel 1944, gli ambienti che avevano funzionato da ricovero per gli abitanti del palazzo furono fatti trasformare in cappella, dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, dal Palumbo, che la offrì alla parrocchia di San Gennaro al Vomero, competente per territorio. Sull’altare marmoreo fu collocata l’icona della Titolare, mentre nella parete di sinistra fu realizzata una piccola “Grotta di Lourdes”, intorno alla quale furono collocati gli ex-voto argentei, offerti da molti abitanti della zona, o per lo scampato pericolo, o perché destinatari di qualche guarigione ritenuta  miracolosa; perfino un piccolo confessionale risulta realizzato, a tergo dell’altare, mediante un’apertura praticata nel muro. Diverse famiglie offrirono i banchi che arredano la cappella e, tra i loro nomi, che figurano sulle targhette apposte sugli stessi, spiccano quelli degli antiquari De Ciccio, originari di Palermo, e dei Saraceno, che abitavano in via Cimarosa, all’angolo del vicoletto omonimo.

Poi, per la difficoltà di assicurare la regolarità dell’officiatura, da quindicina d’anni la cappella era rimasta sostanzialmente chiusa, fatta salva la celebrazione periodica di qualche messa, fino al momento in cui, nel corso di quest’anno, è stata adottata la decisione di recuperarla e restaurarla, dal parroco, sac. Massimo Ghezzi, che l’ha resa, in termini giuridici, diaconia, affidandone la gestione al diacono d. Mario Picone, il quale ha sovrinteso all’esecuzione dei lavori, facendosi carico anche di arredarla nuovamente, dal momento che l’icona della Titolare era stata, nel frattempo, trafugata da ignoti. Egli, quindi, ne ha procurata un’altra, insieme con una tela raffigurante l’Ecce Homo, mentre dalla parrocchia vi è stato trasferito un busto bronzeo d’identico soggetto.

A sollecitare il recupero della cappella, che dovrà necessariamente proseguire, saranno state, magari, anche le insistenze di Armando Mecca, condomino dello stabile; come che sia, oggi essa è nuovamente funzionante, con accesso dal civico n. 7, e vi si celebra la messa vespertina il primo sabato di ogni mese, alle ore 18, mentre tutti i mercoledì, alle ore 17, vi si tiene un Cenacolo di preghiera al Cuore Immacolato di Maria. Rivive così, dunque, un altro importante frammento della storia del quartiere.

(Dicembre 2018)

Miti napoletani di oggi.67

SAN GREGORIO ARMENO

 

di Sergio Zazzera

G. e M. Ferrigno, Procidana (coll. priv.)

Il Natale è vicino e in ogni casa napoletana che si rispetti è d’obbligo realizzare un Presepe, grande o piccolo che sia; e per il suo allestimento è altrettanto d’obbligo acquistare i pastori nelle botteghe di San Gregorio Armeno, strada che richiama, ormai, durante l’intero arco dell’anno, folle di turisti, che, proprio di questi tempi, rendono la via sostanzialmente impraticabile.

Dunque, i pastori napoletani; i quali appartengono a una tradizione che, se non proprio nata, quanto meno, si affermò a partire dal tempo di Carlo III di Borbone, che soleva allestire nella sua residenza regale un Presepe, affollato di figure umane, animali, generi alimentari, strumenti musicali e quant’altro, realizzati dai migliori scultori del regno. La tradizione, poi, si è perpetuata fino ai giorni nostri, concentrando la lavorazione in via San Gregorio Armeno e affiancando ai pastori, fatti, secondo i canoni sette-ottocenteschi, di stoppa e fil di ferro, ai quali venivano applicati teste e arti di terracotta policroma e abiti fatti delle migliori sete di San Leucio, altre figurine, di dimensioni più ridotte, plasmate interamente in terracotta o, magari, in semplice creta.


G. e M. Ferrigno, 'A vecchia 'o Carnevale (coll. priv.)

Qui, però, si affaccia il mito, poiché – come recita il film di Marco Bellocchio del 1967 – “La Cina è vicina”; ma mi spiego.

Già una decina d’anni fa, trovandomi a Murano, nel visitare botteghe e laboratori di lavorazione del vetro soffiato, mi furono mostrati pezzi di manifattura cinese, di costo ben più modesto, ma anche di realizzazione assai meno accurata. Parimenti, un paio d’anni fa, a Parigi, nei celebri magazzini Lafayette, due gentili signore dalla inconfondibile fisionomia asiatica, approfittando dell’assenza di commesse, fotografavano i pelouches esposti sul banco dei giocattoli, e non era azzardato immaginare che quelle foto dovessero servire da modello per la riproduzione di quegli animali.

Ebbene, oggi, ma anche qui già da alcuni anni, pure a San Gregorio Armeno è possibile imbattersi in pastori di produzione cinese, più economici e meno belli di quelli realizzati dalle botteghe napoletane storiche, come quelle dei Ferrigno o dei Di Virgilio, giusto per citarne qualcuna. Pastori, dunque, che sono “di San Gregorio Armeno” soltanto perché posti in vendita in quella strada, ma che, provenienti dall’Estremo Oriente, con la qualità di quelli autentici poco o nulla hanno a che vedere.

(Dicembre 2018)

 Le biblioteche napoletane

 

di Antonio La Gala

 

 

Per capire come e quando le attuali biblioteche napoletane sono sorte non si può prescindere dalla conoscenza della storia religiosa della città, perché sono state soprattutto le istituzioni religiose ad avercele lasciate.

Infatti, dal Medio Evo in poi, erano i numerosi monasteri e conventi sparsi per la città ad avere ognuno la propria biblioteca, in tempi in cui le biblioteche pubbliche nemmeno si immaginavano.

Importantissime erano le biblioteche monastiche di San Giovanni a Carbonara, degli Agostiniani; di San Domenico Maggiore; di Santa Maria La Nova dei frati Minori; di San Lorenzo dei Conventuali; dei Santi Severino e Sossio dei Benedettini; di San Pietro a Majella dei Celestini; di Monteoliveto degli Olivetani; di San Martino dei Certosini, citando solo quelle più rilevanti.

Quando, poi, nel Cinquecento della Controriforma,  sorsero gli Ordini regolari, si aggiunsero le biblioteche dei Gesuiti, dei Teatini e altre ancora.

La sottrazione delle proprietà ai religiosi, dal Settecento in poi, (lo scioglimento dell’ordine dei Gesuiti, voluto da Tanucci, gli espropri giacobini e quelli del nuovo Regno d’Italia), hanno provocato la trasmigrazione del materiale raccolto in queste librerie per lo più verso biblioteche pubbliche.  

E’ sopravvissuta integra solo la biblioteca dei Gerolomini, sorta alla fine del Cinquecento.

I libri della biblioteca dei Gesuiti spesso andarono avanti e indietro, seguendo le reiterate soppressioni e ricomposizioni dell’Ordine: nel secondo Ottocento molti di questi libri sono stati immessi nella “Reale Biblioteca Nazionale” e altri ancora sono confluiti nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria.

Nel secondo Ottocento fu dato anche alla biblioteca del Museo Nazionale di San Martino il carattere di museo specializzato in storia regionale, motivo per cui, oltre ai manoscritti e ai libri dei Teatini di San Paolo Maggiore e dei Certosini, furono raccolti e ordinati opere manoscritte ed a stampa, autografi, disegni e documenti patrii di vario genere.

Nel panorama delle biblioteche napoletane si rileva un’estesa presenza di biblioteche classificate “minori”, specializzate in argomenti ben precisi, ad esempio quelle annesse agli Istituti d’istruzione superiore come le Scuole d’Ingegneria, delle Scienze Matematiche, Naturali, Chimica, e delle altre Facoltà universitarie, quelle annesse all’Orto Botanico, all’Osservatorio astronomico, alle scuole delle varie branche della Medicina, degli Ospedali, dell’Istituto Tecnico e Nautico, del Conservatorio di Musica, del Museo Civico Filangieri (quest’ultima specializzata in storia e arte militare), le biblioteche delle varie Accademie, come ad esempio quella Pontaniana, le raccolte dell’Istituto Orientale, di quello delle Belle Arti, quelle dei vari Musei.

Qui mi fermo, pur sapendo di tralasciarne decine e decine di altre, ma sapendo anche che qualunque elencazione non sarebbe mai esaustiva.

In una pubblicazione dell’anno 1900 abbiamo trovato una suggestiva descrizione d’epoca dell’ambiente di lettura della biblioteca, ospitata nella vecchia sala monumentale della biblioteca che il Cardinale Brancaccio lasciò ad uso del pubblico nella seconda metà del Seicento (in seguito affiancata da altre sale, man mano che i libri aumentavano per dono o per acquisto). Qui i lettori potevano consultare i libri fino alle dieci di sera, per cui: “le lampade elettriche (siamo nell’anno 1900 n.d.r.) scintillano la sera sulle tavola da studio, in mezzo ad un’intricata rete di fili conduttori, e in quel tetro ambiente formano uno strano contrasto con gli anneriti scaffali, con le pesanti decorazioni della volta, con quei dipinti di cardinali e di guerrieri di Casa Brancaccio, che, dall’alto delle pareti, sembrano guardare con disdegno ai nostri tentativi così poco estetici d’innestare il nuovo sul vecchio”.

Chi gira per le biblioteche di Napoli (fra i pochi luoghi della città a non essere affollati), nota che ancora oggi, quasi di regola, esse sono disseminate in edifici antichi di alto valore storico, nei quali, per motivi sia strutturali che di mantenimento dell’antico, gli adattamenti degli ambienti alla nuova funzione sono faticosi e non riescono ad evitare, un certo qual “strano contrasto”, ad esempio, fra austeri dipinti e computers, fra decorazioni, cornici e stucchi e fotocopiatrici.

Io però credo che lo “strano contrasto” fra l’antichità degli ambienti e la modernità delle attuali attrezzature, non sia per niente un contrasto, ma anzi rappresenti un elemento di unione, rendendo materiale, tangibile, la continuità fra noi che leggiamo e chi, nel passato, ha scritto per noi.

Una continuità che costituisce la funzione delle biblioteche.

Con il libro l’Uomo cerca di dire qualcosa a quelli con cui non può avere un contatto fisico, vocale, soprattutto ai nipoti e pronipoti.           

Un ponte sospeso nel tempo.

(Novembre 2018)

Miti napoletani di oggi.66

L’EDITORE

 

di Sergio Zazzera

 

L’Enciclopedia Treccani definisce “editore” «chi esercita l’industria della produzione e divulgazione di opere letterarie, artistiche, scientifiche, musicali, per mezzo della stampa, anche se non attenda direttamente all’arte tipografica e al commercio librario».


Aldo Manuzio

Da tale definizione discende che l’editore è colui che, assumendosi il rischio d’impresa, cura la pubblicazione e la distribuzione dell’opera, corrispondendo all’autore i relativi diritti economici (c.d. Royalties), in una duplice possibile forma: a) percentuale sul prezzo delle copie vendute (c.d. “contratto aperto”); b) importo globale una tantum (c.d. “contratto chiuso”).

La definizione medesima è valida, poi, sicuramente per coloro che esercitano tale attività da Roma in su, fatta eccezione, in buona parte, per Firenze. Viceversa, in tutte le altre località vige – per lo più, e fatte le debite eccezioni – il sistema del costo della tiratura a carico dell’autore (attuato, talvolta, mediante la pretesa dell’acquisto da parte sua di un numero di copie, il cui costo sia pari a quello di produzione dell’intera tiratura), senza farsi carico della distribuzione e senza corresponsione dei diritti economici. È evidente, dunque, come lo (pseudo-)editore si limiti, in questi casi, a costituire il tramite fra l’autore e la tipografia, nel che dev’essere ravvisato il mito, nel senso di falso linguaggio, dal momento che si è visto come la definizione della figura esprima tutt’altro – e più ampio – concetto.

Corollario del mito: diffidare degli editori che regalano copie dei libri: esse sono quelle residuate dall’acquisto da parte degli autori, le quali, perciò, hanno “costo zero” per essi e, per di più, ingombrano pure i loro depositi.

Corollario del corollario: il comportamento di cui sopra diseduca il pubblico e i librai, i quali chiedono agli autori, rispettivamente, copie-omaggio e la fornitura di copie da vendere; la quale ultima, viceversa, dovrebb’essere curata dagli editori.

Per fortuna, però, anche a sud di Roma e a Firenze ci sono – come dicevo più sopra – editori “veri”; e, quelli, gli autori imparano presto a riconoscerli.

(Ottobre 2018)

Napoli Ottocento, come venivano i turisti

 

di Antonio La Gala

 

Negli anni Venti dell’Ottocento cominciarono a crescere i flussi turistici verso Napoli, grazie sia al miglioramento dei trasporti e sia alla stabilità politica nel regno borbonico dopo le turbolenze del periodo napoleonico.

Erano gli anni del Gran Tour. Il flusso annuo dei visitatori agli inizi degli anni Trenta si aggirava intorno ai 6.000 turisti, per raddoppiare alla fine degli anni Cinquanta.

Cifre che è difficile paragonare a quelle odierne, perché non sono minimamente paragonabili fra loro le modalità di trasporto di allora, imperniate sui cavalli, e le modalità attuali, che si avvalgono della combinazione di aerei, auto e treni.

Ai tempi del Gran Tour i Tedeschi interpretavano i viaggi come strumento di formazione culturale; gli Inglesi, con il loro pragmatismo, e suscitando l’ironia dei Tedeschi, li trasformarono in comodo turismo e in businnes.

Tradizionalmente i turisti venivano nella nostra città passando per Roma.

Dal Cinquecento in poi, per spostarsi da Roma a Napoli, percorrevano circa 340 km. lungo la via Appia, con stazioni di posta dove potevano anche pernottare, impiegando quattro giorni. Con il potenziamento del servizio postale, attorno al 1830 il viaggio si riduceva a sole 33 ore.

Per evitare gli scomodi viaggi per via di terra, alcuni sceglievano i viaggi per mare. Da Civitavecchia partivano piccoli “vapori”, i cosiddetti “vaporetti”. Servizi di “Vapori di linea” erano poi attivi da Livorno e da Genova.


Per via di mare a Napoli altri giungevano nel corso di crociere nel Mediterraneo, come ad esempio Thomas Mann a fine secolo.

Il mare serviva come via di comunicazione anche fra Napoli e le più note località d’escursione: Sorrento, Capri, Ischia. Dalla metà del secolo questi collegamenti marittimi erano regolari, mediante un servizio di battelli, chiamati “navi mercato”.

Il salto più significativo, nel miglioramento dei collegamenti, lo fece compiere l’introduzione della ferrovia.

Il tratto fra Napoli e Torre Annunziata, con la diramazione per Castellammare, della linea borbonica Napoli-Nocera offriva ai turisti la fruizione di un lungo tratto della costa, dei giardini della reggia di Portici, delle ville settecentesche del Miglio d’Oro, del Vesuvio, delle città sepolte di Pompei ed Ercolano, una vera  full immersion nella natura, nella storia e nell’arte. Inoltre da Ercolano si poteva scalare il Vesuvio.

Nel 1842 il periodico “Salvator Rosa” definiva questo tragitto il “più bel tratto a rotaje di ferro che s’abbia l’Europa [...] non un viaggio in quelle magnifiche tombe di vecchi ruderi che si dicon musei, ma in aperto smisurato museo che diremo vivente”. Oggi diremmo un museo all’aperto.

Per collegare Napoli con Roma, ed oltre, per ferrovia occorrerà aspettare gli anni Sessanta quando fu costruita la linea Roma-Caserta-Napoli  e fu aperta la stazione di Napoli Centrale. Si trattava però sempre di viaggi scomodi.

Fino alla prima guerra mondiale per percorrere i 250 km. della linea si impiegavano dalle 8 alle 11 ore. Il “direttissimo”, l’Alta Velocità di allora, impiegava dalle 5 alle 6 ore.

Negli stessi anni Napoli era collegata anche direttamente, mediante appositi treni Express, con città lontane, come ad esempio Berlino. Il viaggio Berlino-Napoli durava quasi 40 ore, comprese le soste durante le quali i viaggiatori potevano scendere dal treno per mangiare nel ristorante di stazione, oppure farsi portare un cestino in carrozza.

Negli ultimi anni dell’Ottocento altre opportunità per i turisti le offrirono la funicolare del Vesuvio e la Cumana verso i tesori della zona flegrea.

Tutto quanto detto sopra evidenzia che nell’Ottocento i turisti per raggiungere Napoli affrontavano comunque dei disagi: è segno che la città attraeva.

(Ottobre 2018)

Miti napoletani contemporanei.65

“SUPER-NAPOLI”

 

di Sergio Zazzera

 

Qualche tempo fa ho parlato del “mito-Napoli”; come se non bastasse, ora il sindaco annuncia un suo progetto di “Super-Napoli”, articolato in tre delibere, concernenti, rispettivamente, una Napoli “città autonoma”, la cancellazione unilaterale del debito contratto dalle gestioni commissariali post-terremoto ed emergenza rifiuti e, infine, una moneta locale aggiuntiva all’euro.

Un’analisi corretta del progetto richiede che si cominci dalla previsione della “città autonoma”, concetto non chiaro, per come presentato dagli organi d’informazione, ma che non potrebb’essere immaginato in maniera efficace, se non come una proclamazione d’indipendenza, alla maniera della Catalogna, che farebbe impallidire perfino la Lega e che determinerebbe evidenti conseguenze analoghe a quelle prodotte da quell’episodio.

Ciò perché soltanto un’autonomia espressa in termini di sovranità statuale potrebbe consentire alla città una qualsivoglia forma di monetazione: ricordo che il mio Maestro, Antonio Guarino, soleva affermare che “soltanto lo Stato ha la prerogativa di battere moneta”.


Entrambe queste delibere, poi, costituirebbero, in maniera palese, la premessa per il rifiuto del riconoscimento del debito “altrui”. Senonché, nella specie non si sarebbe in presenza di quello che i Romani definivano constitutum debiti alieni, dal momento che nei confronti dello Stato e dei suoi organi, in quanto soggetti giuridici impersonali, opera il principio di continuità della loro azione, con la conseguenza che il debito rimane sempre “proprio” dell’ente, il quale, quindi, non può sottrarsi, in ogni caso, all’obbligo di risponderne.

Con il che, credo che rimanga sufficientemente dimostrato il mito (di onnipotenza, s’intende).

(Settembre 2018)

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