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Prima era un’altra cosa

 

di Antonio La Gala

 

Fra i luoghi comuni più comini della nostra città luoghi comuni merita un posto d’onore quello che, con lacrime di coccodrilli, tiene banco da decenni: Lauro, lo scempio, i palazzinari, Rosi e "Le mani sulla città", e tutto il trito e stucchevole repertorio sull'argomento. L’anatema si limita al secondo dopoguerra.

Chi si scaglia, giustamente, contro la stagione postbellica delle nefandezze urbanistiche (laurine e, per obbiettività, anche abbondantemente post laurine), non riflette abbastanza sul fatto che quella stagione non è stata un momento anomalo nella storia della città, ma piuttosto uno dei punti di una coerente linea di continuità storica.

I corifei che si stracciano le vesti per le edificazioni del secondo dopoguerra, non dedicano nemmeno un attimo a riflettere sulle edificazioni dei periodi precedenti, per capire se esse erano diverse; se erano diversi gli uomini che le hanno gestite; se erano diversi i meccanismi; se c'erano o no intrallazzi; se Napoli prima del dopoguerra era tutta un giardino fiorito oppure no, ecc. ecc.

L’epicentro del luogo comune è “lo scempio del Vomero”

E' oggettiva constatazione che uno dei luoghi che più ha sofferto l'offesa palazzinara postbellica è stata la collina, in particolare quella vomerese.

E' troppo facile dimostrare la sciaguratezza con cui è stato espugnato il Vomero: paesaggio scomparso, preesistenze storiche disperse, antiche ville abbattute, ecc. ecc.

Io stesso, nei miei libri sull'argomento, non vado per il sottile nelle critiche.

Però mi pongo una domanda.

Quando nel 1885 sono saliti in collina i primi costruttori per erigere i palazzi di Piazza Vanvitelli, via Morghen, Scarlatti e Cimarosa, come hanno trattato il paesaggio che hanno trovato, le preesistenze e le ville antiche? Come è stata trattata la risorsa paesaggistica?

Una collina, per motivi orografici, consente il godimento del panorama se l'edificazione avviene mediante edifici bassi sui terrazzamenti che seguono l'andamento dei pendii.

Il "Nuovo Rione Vomero" a fine Ottocento è nato cementificando parte della collina con palazzoni alti trenta metri, allineati, secondo una pianta a maglie quadrangolari, una pianta sabauda buona per la val Padana. Portata sulal collina vomerese, addio panorama per tutti. E per sempre.

Qualcuno si domanda perché? Non c'entra per caso lo sfruttamento dei suoli da parte dei costruttori? Per realizzare più case possibili?

Allora, mi chiedo: in che cosa differiscono i costruttori di fine Ottocento, da quelli laurini e postlaurini?

Le immagini dei fianchi della collina vomerese coperti dal cemento armato posbellico ormai girano il mondo. Piangendo su di esse, i coccodrilli intonano in coro il ritornello "Il verde di prima non c'è più; è scomparso".

Qualcuno ha mai controllato il verde che "c'era" prima? Ha mai guardato le immagini di inizio Novecento in cui compaiono i fianchi della collina su cui spuntano i palazzoni dalle ampie facciate "panoramiche", di Parco Antonina e Parco Marcolini? Ha guardato le cartoline d'epoca che presentano con orgoglio quelle costruzioni?


Mutatis mutandis, nei “parchi” Marcolini, Antonina, ecc. non vi si intravede, qualche antenato della famigerata "muraglia Ottieri" di via Ugo Ricci che incombe su via Aniello Falcone?

Alla muraglia Ottieri non sappiamo più quale insulto aggiungere, perché nella nostra memoria individuale e collettiva da quelle parti c'è il verde pre-Ottieri, perché alcuni di noi lo hanno  visto personalmente e se lo ricordano. Invece chi oggi ha meno di centoventi anni, (cioè tutti), i palazzoni di via Palizzi o di via Michetti li ha trovati e in un certo senso la sua memoria li ha incorporati nel paesaggio, lì da sempre. Della situazione paesaggistica precedente al Novecento nessuno ha visto niente direttamente. Anche attraverso le immagini il "verde" di fine Ottocento nessuno lo ha mai visto, perché nelle foto in bianco e nero il verde appare "nero". Forse lo ha dipinto qualche pittore. Ma, anche i pochi che conoscono i dipinti, pensano che, si sa, i pittori lavorano di fantasia.

Il secondo Novecento non ha distrutto "il verde", ma il verde "residuo".

Senza fare nomi, qualcuno ha mai notato che i nomi dei "parchi" dell'epoca coincidono con i cognomi dei maggiori costruttori del Vomero di fine Ottocento e inizio Novecento?

I sedicenti "parchi" costruiti distruggendo il vero parco preesistente li hanno inventati Otttieri e compagni di merenda nel secondo dopoguerra, oppure gli "Ottieri"di molti decenni prima?

Il palazzo di via Aniello Falcone 191, quello che sta sotto la scalinata che proviene da via Luca Giordano, sotto la Chiesa di San Francesco, anche se è un palazzo "firmato", un palazzo "d'autore", è o no un ecomostro che taglia il panorama? Non è stato costruito nel dopoguerra.

A carico dei costruttori del secondo dopoguerra i corifei dello "scempio" lanciano l'accusa che qualcuno di loro intratteneva buoni rapporti con la politica e gli amministratori pubblici, per riceverne sostegno nella propria attività.

Vero, verissimo.

Ma qualcuno si domanda perché anche i maggiori costruttori del Vomero belle èpoque si presentavano candidati alle elezioni comunali, erano amicissimi dei sindaci e sotto le  elezioni fondavano e finanziavano "Comitati per il bene del Vomero" con tanto di giornale, assieme a qualche leggendario vicesindaco del Vomero?

Una obiezione che i laudatori del tempo passato potrebbero fare è che, comunque, allora si costruivano palazzi signorili, strade larghe, belle ville, e nel dopoguerra invece si sono costruite via Ruta, via Falcomatà e i vicoli del Vomero Alto.

Ciò è incontestabile. Ma perché ciò è avvenuto?

Molti potrebbero rispondere "perché prima le cose erano più serie". Cioè ipotizzano maggiore virtù dei costruttori e degli amministratori. A prescindere dalle Commissioni d'inchiesta nazionali che le amministrazioni napoletane propiziavano anche allora, io avanzo una spiegazione diversa.

Chi erano gli acquirenti delle prime case del Vomero? Delle case  di piazza Vanvitelli, di via Scarlatti, di via Palizzi? Della nascente via Aniello Falcone?

Benestanti dell'epoca.

Chi erano gli acquirenti delle case del Vomero del secondo dopoguerra?

Impiegati che hanno formato cooperative e sottoscritto mutui, indebitandosi a vita.

I costruttori di fine Ottocento, quelli delle case di Piazza Vanvitelli avrebbero venduto ai benestanti belle époque case economiche di sessanta metri quadri, realizzati in strade modello via Falvo o via Capaldo?

I vituperati costruttori del dopoguerra avrebbero venduto agli insegnanti con il mutuo trentennale, alloggi spaziosi tipo quelli del centro Vomero, di via Morghen, panoramici, o le villette di via Palizzi?

Cambiato il mercato, è cambiato il prodotto.

Tutto quanto qui esposto vuole essere solo un invito a non ripetere a pappagallo i luoghi comuni dello "scempio", ma riflettere sul fatto che prima di pontificare assiomaticamente che i tempi andati erano migliori dei nostri, dovremmo prima cercare di conoscerli e analizzarne le logiche. Per scoprire che sono le stesse.

(Febbraio 2023)

Il complesso di San Francesco al Vomero

 

di Antonio La Gala

 

Quando negli ultimi decenni dell'Ottocento iniziò a sorgere il nuovo quartiere del Vomero, le istituzioni ecclesiali si adoperarono con tempestività per soddisfare le esigenze dei nuovi abitanti della collina. Nell'arco di pochi anni vi realizzarono complessi religiosi e chiese. Fu eretta la parrocchia di San Gennaro in via Bernini e, poco dopo, il complesso dei Salesiani e quello di San Francesco.

Raccontiamo qualcosa su quest’ultimo.

In quegli anni i Francescani erano alla ricerca di una sede dove svolgere le loro attività, soprattutto quella della formazione dei giovani aspiranti all’Ordine, messe in crisi dalle confische dei conventi operate dall'Italia postunitaria, con la perdita di tante case. Allo scopo di averne una a Napoli, nel 1891 essi comprarono dalla Banca Tiberina (che stava realizzando il Nuovo Rione Vomero), il terreno dove ora sorge il complesso.

La posa della prima pietra per la costruzione del complesso fu posata il 19 maggio 1892 dal cardinale Gugliemo Sanfelice.

I lavori partirono a rilento per il rarefarsi delle elemosine su cui si era fatto affidamento per la realizzazione dell’opera. I Francescani ricorsero allora all’aiuto della Custodia della Terra Santa: essi le donavano la fabbrica fino ad allora realizzata e la Custodia in cambio s’impegnava a finanziare il completamento dell’opera, per aprirvi una scuola per aspiranti religiosi. Questo è il motivo per cui sull’ingresso originario del convento si legge “Collegio di Terra Santa”.

Fra gli accordi fu previsto anche l’affidamento dei lavori all’architetto frate Wendelino Hinterkeuser, un fratello laico tedesco, di notevoli capacità tecniche, che riuscì a completare l’opera, chiesa più convento, in tempi brevissimi. All’inizio di ottobre del 1894 il cardinale Sanfelice tornò al Vomero per consacrarvi la nuova chiesa.

Completata la costruzione, negli anni immediatamente successivi, non avendo l’Ordine francescano ancora personalità giuridica, sorsero complesse procedure per il passaggio della proprietà del complesso dalla Custodia di Terra Santa all’Ordine Francescano

Descriviamo la chiesa. Le due torri campanarie laterali che inquadrano un portale eclettico su cui si apre un finestrone tripartito a vetrate istoriate, conferiscono alla facciata aspetti d’ispirazione romanica.

L’interno è a una sola navata ed è improntato ad una semplicità goticheggiante nel suo slancio verso l’alto. Fra le sobrie decorazioni spiccano le vetrate istoriate.

Dalla prima Guerra mondiale in poi, per una quindicina d’anni, i religiosi di fatto non potettero usare i locali del secondo piano del convento annesso alla chiesa,perché in essa furono ospitati estranei di ogni specie, la cui lunga presenza rese necessaria addirittura la costruzione della scala che immette al secondo piano direttamente dalla strada senza passare per il chiostro. Dal 1916 al 1919 si succedettero bersaglieri, arditi, prigionieri jugoslavi, sfollati di un palazzo vicino pericolante, la sede del Partito Popolare di Don Sturzo. Più a lungo di tutti vi stettero le Scuole Normali femminili (futuro Istituto Magistrale Mazzini), dal 1920 al 1928.

Nel 1992, in occasione del centenario della posa della prima pietra del complesso, è stata posta una statua bronzea di San Francesco in Piazzetta Aniello Falcone.

(Gennaio 2023)

Miti napoletani di oggi.94

Il “Patrimonio dell’Umanità” UNESCO

 

di Sergio Zazzera

 

L’ingegno e la fantasia dei napoletani sono universalmente noti: dunque, non desta alcuna meraviglia il fatto che Napoli abbia posto (ma, forse, sarà meglio dire “escogitato”) la candidatura al riconoscimento, da parte dell’UNESCO, di numerose sue realtà, quali elementi costitutivi del “Patrimonio dell’Umanità”. Fra le tante candidature – alcune delle quali già accolte –, ricordo il Centro antico, l’arte presepiale, san Gennaro, il dialetto, Pulcinella, la pizza, il caffè.


Dove sia il mito in tutto ciò, è presto detto: ricordate il passaggio della carrozza del gran cancelliere Antonio Ferrer, nel capitolo XIII dei Promessi sposi? e ricordate che «tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella parte donde s'annunziava l’inaspettato arrivo. Alzandosi tutti, vedevano né più né meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; ma tant'è, tutti s'alzavano»?

Eccolo qui, il mito: nel momento in cui la qualunque avrà conseguito il riconoscimento da parte dell’UNESCO, sarà come se a nulla esso sia stato accordato. Ed esserne privi costituirà sicuramente un elemento di distinzione.

(Dicembre 2022)

Le utilitarie del Primo Novecento

 

di Antonio La Gala

 

Nel periodo fra le due guerre l’automobile ebbe un forte sviluppo sia come diffusione che come evoluzione tecnica ed estetica.

Senza entrare in particolari tecnici ricordiamo solo la maggiore agevolezza e leggerezza delle vetture; l’introduzione dell’accensione elettrica del motore, al posto di quella faticosa della manovella; la scomparsa della separazione fra posto di guida e abitacolo; la scomparsa della catena di trasmissione, la più facile reperibilità dei pezzi di ricambio.

In Italia i Saloni automobilistici dopo il primo conflitto mondiale si riaprirono, con la tredicesima edizione, a Milano, dove resteranno fino al 1937, eccettuato quello del 1929, che per motivi di propaganda politica si tenne a Roma.

Auto molto note dei ruggenti anni Venti erano la FIAT 501 e la Lancia Lambda.

Gli anni Trenta furono quelli dell’introduzione delle cosiddette “utilitarie”.

La Fiat aveva sperimentato vetture economiche fin dal 1915, ma fu nel 1932 che lanciò, come utilitaria, la Fiat 508 Balilla. Da allora si cominciò ad usare l’aggettivo “utilitaria” per indicare un’auto destinata ad un pubblico più vasto.

Era il momento della reazione alla crisi del 1929, e la Balilla era l’equivalente della Ford T americana.

Il primo modello della Balilla, la 508, con 995 cc. di cilindrata, raggiungeva gli 85 km/h ed era prodotta nelle versioni a due posti, torpedo, spider e sportiva.

Nel 1932 la Balilla dette alla Fiat una grande risonanza mondiale. Basti pensare che nel solo 1932 ne furono prodotti 22.122 esemplari, di cui 6.578 destinati all’estero.

Dal 1934 la Balilla fu prodotta nella versione a 4 marce, con carrozzeria meno severa e il portabagagli incorporato nella parte posteriore della scocca.

Nel 1936 nacque la Fiat 500 A, di 570 cc. di cilindrata, nota come “Topolino”, la più piccola macchina fino ad allora costruita in Italia.

Venne prodotta nelle versioni convertibile e berlina, risolvendo così il problema della piccola utilitaria a due posti, adatta anche alle persone di alta statura.  Quando uscì costava 9.750 lire e raggiungeva 85 km. all’ora. Fu prodotta come “Topolino” fino al 1948, e poi modificata in altre versioni (500 B e 500 C), fino al 1955.

Nel 1937, la FIAT cominciò a produrre la 508 chiamata “Nuova Balilla 1100”, che con modifiche varie terrà banco anche negli anni successivi.

Nello stesso 1937 anche la Lancia presentò una sua auto di successo, l’Aprilia, prodotta in varie versioni fino al 1949. Due anni dopo, nel 1939, immise nel mercato l’Ardea, la sua vettura più piccola, di cui presenterà la seconda versione nel 1945, la terza nel 1948 e la quarta, l’ultima, nel 1949.

Negli anni della seconda guerra mondiale l’industria automobilistica si concentrò, come era logico, nella produzione di tantissimi veicoli ad uso militare ma fermò praticamente quella per uso civile. Quindi, subito dopo il conflitto, non poté fare altro che continuare la produzione dei modelli anteguerra, fra cui la Topolino, l’Aprilia. La riconversione delle fabbriche e la ripresa fu lenta. I saloni espositivi riaprirono nel 1948.

Bisognerà aspettare la fine del decennio per vedere comparire nuovi modelli.

(Dicembre 2022)

L’architettura delle stazioni ferroviarie dell’Ottocento

 

di Antonio La Gala

 


Le prime stazioni ferroviarie, quando sorsero attorno a metà Ottocento, non avevano modelli architettonici precedenti di riferimento. La loro funzione era del tutto inedita. Dovevano affacciarsi all’esterno su una piazza, una strada, e all’interno coprire uno spazio “di lavoro”, fatto di binari, officine, uffici, servizi, frequentati da persone, fra cui i viaggiatori.

La prima stazione di Napoli (e d’Italia), quella costruita da Bayard nel 1839 sul futuro Corso Garibaldi, inizialmente era una piccola tettoia sorretta da colonnine, una struttura leggera strettamente legata alla sua funzione di coprire binari e marciapiedi.

Le stazioni che cominciarono a sorgere subito dopo in tutta Italia, adottarono, in sintonia con le tendenze architettoniche dell’epoca, uno stile cinquecentesco, rivisitato verso soluzioni  funzionali, anche quando fra gli anni Sessanta e Ottanta si andranno a costruire nelle principali città le grandi stazioni monumentali, fra cui quella di Napoli Centrale, stazioni che andavano a collocarsi nei tessuti urbani, appunto, come grossi monumenti.

A Napoli fu rifatta la stazione di Bayard, in epoca ancora borbonica, appena qualche anno dopo la sua costruzione; assunse l’aspetto di un palazzotto, la stessa configurazione secondo cui, nel 1843, fu eretta la vicina stazione della linea per Caserta-Capua.

Nelle stazioni del secondo Ottocento si badava principalmente a proteggere binari e spazi “industriali” sempre più ampi, e quindi per lungo tempo si dette più importanza alle tettoie, in ferro e vetro, che ai fabbricati in muratura per i viaggiatori. Le tettoie, inoltre, erano sempre più tecnologicamente capaci di assolvere alle crescenti esigenze della loro funzione, sempre più monumentali. In genere nelle stazioni delle grandi città le tettoie erano in bella evidenza.

Le tettoie metalliche ebbero fortuna anche per altre ragioni. Consentivano ampie coperture senza creare l’intralcio di pilastri di sostegno; assicuravano circolazione d’aria in luoghi saturi di fumi di locomotive; erano luminose; erano sempre più ardite e quindi offrivano soluzioni monumentali e di richiamo propagandistico; cominciarono ad essere disegnate da architetti rinomati ed erano viste vicine a quelle che coprivano spazi pregiati, come i giardini d’inverno, esposizioni, “Gallerie” per passeggio.

A Napoli l’architetto più noto che si occupò di tettoie fu Alfredo Cottrau. La sua tettoia più importante fu quella di Napoli Centrale, cominciata a costruire nel 1870 e  demolita nel 1957. Costruì anche le coperture in ferro delle piccole stazioni delle funicolari vomeresi. 

Queste riproducevano in miniatura gli schemi delle stazioni ferroviarie: dalla piazzetta antistante si accedeva ai binari coperti da una tettoia, passando per una sala d’attesa posta allo stesso livello della strada. Poiché carrozze e binari delle funicolari erano inclinati, nelle stazioni terminali occorreva creare gradini per accedere ai treni. Ne bastavano una quindicina per stazione. Chi sa perché, rifacendo qualche decennio fa la funicolare di Chiaia, inspiegabilmente, i gradini, sia nella stazione superiore che inferiore, sono diventati inutilmente tanti, che non si riesce più nemmeno a contarli. Rischiando i femori in discesa e affannando in salita. 

(Novembre 2022)

Miti napoletani di oggi.93

“L’ARMONIA PERDUTA”

 

di Sergio Zazzera

 

Sono sempre stato convinto che Raffaele La Capria abbia costituito, già di per sé stesso, un mito e, tuttavia, poiché egli non è più fra noi, non è di questo che intendo scrivere qui; due parole, però, sulla sua concezione dell’“Armonia perduta” da Napoli vorrei dirle, a dimostrazione di quanto anche questa sua tesi costituisca un mito. Credo, infatti, che di quell’“armonia”, che egli assume “perduta” dalla città, dopo i noti avvenimenti del 1799 e a causa di essi, in realtà, la città stessa non abbia mai goduto, né prima, né dopo.


Riflettiamo un momento: a differenza di quasi tutti i centri del Nord d’Italia, i più grandi e i più piccoli, tutto il regno di Napoli non ha attraversato l’esperienza dei liberi Comuni, né quella delle Signorie, bensì si è retto, almeno fino al 1806, su un regime feudale (meglio: è stato retto da esso). Ciò significa che già le monarchie che vi hanno governato – e, sotto sotto, perfino quella Aragonese, che passa per essere stata la più illuminata – hanno favorito la formazione di un carattere antagonisticamente classista della società. Peraltro, anche quell’esperienza, essa pure fallimentare, della “Serenissima Real Repubblica” del 1647 (gli avvenimenti dei quali fu protagonista Masaniello, per intenderci) fu un’operazione orchestrata dalla classe dei togati, rispetto alla quale il popolo vascio non fu nulla più che uno spettatore.

Dunque, la rivoluzione borghese del 1799 aggiunse soltanto ll’uόglio ‘ncopp’ô peretto (come dicono a Oslo) ai più che tesi rapporti tra le classi della società napoletana, né un vero riscatto vi fu nel 1943, col pur glorioso episodio delle Quattro Giornate, quando la (cosiddetta) nobiltà napoletana si mantenne fedele al re, fuggito a Brindisi, al punto che, tre anni dopo, il risultato del Referendum costituzionale al Sud fu nettamente favorevole a lui, a differenza di quanto avvenne nell’Italia centro-settentrionale.

Attribuire, dunque, al 1799 la responsabilità della “perdita” dell’“Armonia” da parte di Napoli costituisce un errore di datazione, ovvero un falso linguaggio, ovvero un mito. C.v.d.

(Ottobre 2022)

Storia del Vomero e storia di Napoli

 

di Antonio La Gala

 

Fino a poco fa si tendeva a considerare realtà complessivamente diverse quella esistente sulla collina vomerese e quella della città storica di Napoli, come se queste non avessero alcun retaggio storico comune, una diversità anche d’identità sentita da entrambe le parti e su cui nell’immaginario collettivo è fiorita una quantità di luoghi comuni. 

Effettivamente quasi fino a tutto l’Ottocento il Vomero ha vissuto di fatto separatamente dalla città storica, e quindi fino a quell’epoca la sua realtà (Certosa e Castel Sant’Elmo a parte, ma presenze isolate e a se stanti), la sua storia, era quasi estranea a quella della città.

Ciò perché il Vomero costituiva una periferia disabitata, lontana e di difficile accesso, composta da piccoli nuclei abitativi rurali, dei villaggi, più o meno gravitanti sulla strada che dai tempi dei Romani collegava la zona flegrea con la città partenopea, passando per la collina vomerese, la Via Puteoli-Neapolim per colles.

Tuttavia, nonostante che la vita della collina vomerese e quella della città antica si siano svolte per secoli piuttosto separatamente, non si può comprendere la storia del Vomero dal Novecento in poi se non la si collega alla storia della parte storica della città, quando alla fine dell’Ottocento le vicende dei due luoghi cominceranno a fondersi. Da quel momento il seguito della vita, la realtà, della collina verrà determinato dalle conseguenze della storia della città vecchia.

Com’è ampiamente noto, quando a fine Ottocento l’abnorme sovrappopolazione e la congestione urbanistica di Napoli arrivarono a un livello di insopportabilità che sfociò nel colera del 1884, fu deciso di alleggerire il sovraffollamento della città trasferendo masse di napoletani sulla collina vomerese, allora non urbanizzata e quasi disabitata, fondandovi il Nuovo Rione Vomero, cominciato a costruire nel 1885.

L’immagine che accompagna questo articolo documenta la regale inaugurazione dei lavori avvenuta dove ora si trovano le scale che portano alla funicolare di Montesanto.

La storia del nuovo quartiere vomerese quindi nasce dalla storia della congestione della città vecchia. Le due storie si congiungono.

Nei primi decenni successivi alla fondazione, sotto l’aspetto socio-economico, identitario, la vita della collina continuerà comunque, in qualche maniera, a svolgersi diversamente da quella della Napoli antica perché vi saliranno, a scopo principalmente residenziale, ceti borghesi e abbienti.

In sostanza il quartiere Vomero, non avendo fino ad allora ereditato dai secoli precedenti, per il suo contesto territoriale, i problemi di Napoli, inizialmente si può sviluppare, urbanisticamente e socio-culturalmente,come un quartiere moderno, “normale”, con strade larghe, “addirittura” alberate, abitazioni decorose, vie senza bassi, senza scugnizzi, ecc. E proprio perché normale è stato subito avvertito dall’immaginario collettivo di una città non proprio normale, come una realtàdiversa (in seguito rievocato come “il Vomero di una volta”), diventando un mito invidiato e ambito, un oggetto letterario, nonché un’occasione di discutibile supponenza snobistica da parte di qualche collinare.

Anche nel corso della successiva espansione fra le due guerre del Novecento, il Vomero si svilupperà con l’immissione, anch’essa per lo più di natura residenziale, di una borghesia, forse di livello meno alto, ma sempre tale da mantenervi una vita, un’identità, avvertite ancora, in un certo modo, appartate da quella del resto della città. Il Vomero continuerà a essere “il Vomero di una volta”.

La frase dei vomeresi “vado a Napoli” per indicare il recarsi nella città storica, oltre a riferirsi a una discontinuità nello spostamento fisico, sottintendeva anche un “viaggio” in una realtà, “altra”. Una città nella città.

La poca incidenza e lo scarso coinvolgimento del Vomero nella storia di Napoli, sotto alcuni aspetti fino a oltre metà Novecento, viene dimostrata dall’osservazione che in cinque volumi della “storia fotografica di Napoli”, che racconta i principali eventi avvenuti in città dal 1922 al 1985, fra circa 1.400 fotografie, quasi non esistono foto ambientate al Vomero, se non qualcuna relativa alle Quattro Giornate del 1943.

Una certa qual diversità fra Vomero e Napoli vecchia si è trascinata, andando a esaurirsi progressivamente, anche lungo la seconda metà del Novecento, quando la tracimazione in collina di popolazione dal centro storico vi ha importato, attraverso una vorace speculazione edilizia, un’analoga congestione urbanistica e vi ha importato i problemi irrisolti ereditati dalla storia difficile della città vecchia, imponendo, gradualmente, anche buona parte delle conseguenti connotazioni identitarie.  

Infine lo sviluppo dei collegamenti ha sostanzialmente completato sotto ogni aspetto la saldatura fra le due parti.

Del “Vomero di una volta” resta il mito e la nostalgia di qualche sempre più raro sopravvissuto di quelli che hanno potuto intravedere gli ultimi momenti di quel mondo.

(Ottobre 2022)

Miti napoletani di oggi.92

IL BANCO DI NAPOLI

 

di Sergio Zazzera

 

C’era una volta – e, precisamente, dal 1539 – il Banco della Pietà, istituzione benefica che, dalla sua sede di via San Biagio dei Librai, erogava il prestito su pegno a interessi zero. Poi a Napoli nacquero, progressivamente, altre sette banche: il Banco dei Poveri (1563), il Banco della Santissima Annunziata (1587), il Banco del Popolo (1589), il Banco dello Spirito Santo (1590), il Banco di Sant'Eligio (1592), il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597) e, infine, il Banco del Salvatore (1640). Tutte queste istituzioni furono accorpate, nel 1794, in un unico Banco Nazionale di Napoli, poi divenuto, dopo il Decennio francese, Banco delle Due Sicilie e, finalmente, dal 1861, Banco di Napoli, con funzione anche di banca di emissione, che poco dopo prese sede, dapprima in Palazzo San Giacomo e, poi, in via Toledo e fu annoverato fra gl’istituti di credito di diritto pubblico, il che ne impediva l’assoggettamento a procedura fallimentare.


Dopo il 1991-92, a seguito di una grave crisi economica nazionale – oltre che di una politica interna errata –, l’istituto fu svenduto nel 1997 alla Banca nazionale del lavoro e all’INA., che, due anni dopo, lo cedettero al gruppo Sanpaolo-IMI. Da quel momento, esso prese la denominazione di Sanpaolo Banco di Napoli s.p.a. e, dopo la fusione di quel gruppo con Intesa, fu incorporato in Intesa Sanpaolo, assumendo questa denominazione; ovvero, il Banco di Napoli non fu più tale e, in quanto società commerciale, perse anche il privilegio di non poter essere dichiarato fallito.

E già qui emerge un primo mito, quello delle insegne sulle filiali, che, per quanto destinate alla sostituzione, recano ancora la ditta(-falso linguaggio) “Banco di Napoli”. Ma, come se ciò non bastasse, l’edificio realizzato negli anni trenta del secolo scorso da Marcello Piacentini, che ne costituiva la sede centrale, è stato oggi convertito – con tanto di bar e di ristorante sulla terrazza – in sede delle “Gallerie d’Italia”, trasferite, a loro volta, dal Palazzo Zevallos Stigliano, che sorge poco più avanti e che aveva accolto, in precedenza, la sede napoletana della Banca Intesa (già Banca Commerciale Italiana). Peraltro, a proposito di quest’ultimo edificio, si parla di una nuova destinazione a centro commerciale. Sic transit gloria mundi, ovvero: c’era una volta il prestito gratuito su pegno agl’indigenti. Altro che la via Merulana di Carlo Emilio Gadda: davvero un “pasticciaccio” bruttissimo!

Ed è proprio questa l’“altra metà” del mito: i napoletani continuano a chiamare il palazzo progettato da Piacentini “’o Banco ‘e Napule”, trascurando la considerazione che non soltanto esso non è più tale, ma addirittura non è nemmeno più “banco”.

(Settembre 2022)

L’ANTICA ICONOGRAFIA DEL VOMERO

 

di Antonio La Gala

 

Le vecchie immagini di un luogo sono uno strumento per la conoscenza di quel luogo, dei processi storici, economici, culturali che vi si sono svolti. Leggere le immagini di un luogo significa leggerne la storia

Ciò diventa molto difficile nel caso delle alture vomeresi, cioè dei quartieri Vomero e Arenella, perché l’antica iconografia che ce ne è stata tramandata, in effetti stampe, è molto scarsa, semplicemente perché fino a tale data il Vomero, pur avendo una “sua storia”, era visto, escludendo San Martino, come una realtà di sola campagna. L’iconografia è poi rimasta scarsa anche per i primi decenni successivi alla sua prima urbanizzazione iniziata a fine Ottocento, quando il compito di documentare la realtà era stato assunto dalla fotografia. Vediamo perché.

La fotografia nei suoi primi tempi, cioè nella seconda metà dell’Ottocento, era considerata come semplice supporto e complemento della pittura. Ciò accadeva per i ritratti come per la descrizione dei luoghi. In questo secondo ambito la produzione fotografica sostituiva le immagini pittoriche che erano cercate dai viaggiatori - soprattutto stranieri - che dalla fine del Settecento, sempre più numerosi, scendevano in Italia per effettuare il “Gran Tour”, alla scoperta delle sue bellezze naturali ed artistiche.


Questi viaggiatori amavano tornare con immagini a ricordo delle cose viste. Dapprima le immagini erano necessariamente pittoriche, ma quando la fotografia cominciò ad essere uno strumento sufficientemente maturo per sostituire acquerelli e stampe, iniziarono ad operare fotografi che però affrontavano la descrizione dei luoghi con lo stesso animus del pittore, cercando cioè il pittoresco, la nota di costume. Napoli con i suoi dintorni costituiva una delle mete più frequentate del Gran Tour, e di conseguenza, fotograficamente, si resero molto attivi fotografi di primissimo piano, primi fra tutti gli arcinoti fratelli Alinari e Giorgio Sommer, il quale, in particolare, compilò un album che spaziava fra il 1875 e la fine del secolo, annotandovi anche delle didascalie. La produzione di queste immagini, essendo riservata ad una ristretta élite intellettuale era sempre di altissimo livello, sia tecnico che culturalmente interpretativo della realtà riprodotta, umana, sociale, ambientale.

Il Vomero-Arenella, non avendo un significativo peso turistico, fu quasi ignorato da questo tipo di produzione fotografica. E fu ignorato per lungo tempo anche dalla produzione delle sorelle povere delle immagini per turisti, cioè dalle cartoline illustrate, circostanza che spiega perché è così difficile reperire cartoline del Vomero e dell’Arenella, eccezion fatta per San Martino.

Al di fuori poi della produzione per i turisti, a Napoli, fin dall’inizio, anche la fotografia che documentava ambiente e società si occupò quasi esclusivamente del vedutismo paesaggistico, pittorico, folkloristico (Vesuvio col pino, Posillipo, il mare, Via Caracciolo, Santa Lucia, gli scugnizzi, i pescatori, l’ostricaro), ignorando la città non folkloristica, quella industriale, borghese, proletaria. Ciò rispecchiava la situazione di Napoli, una città “diversa” dalle altre grandi città europee dell’epoca. E poiché di folkloristico, all’epoca, al Vomero non c’era niente, il quartiere fotograficamente continuò ad essere del tutto ignorato.

Infine pure i pochissimi primi fotoamatori dilettanti non trovavano alcun motivo per riprendere le strade e le nuove costruzioni del Vomero, e le imprese stesse che realizzavano le opere non avevano l’abitudine di documentarne la costruzione. Né il quartiere era teatro di manifestazioni pubbliche o di fatti di cronaca: lo testimonia la sua totale assenza dalle “storie fotografiche di Napoli”. Perciò le poche immagini del Vomero del passato spesso sono quelle che sbucano dalle “foto ricordo” degli album familiari, talvolta sotto forma di elemento ambientale, complementare, come sfondo. Ma è difficilissimo reperire queste fotografie e purtroppo gran parte di esse, come ho constatato, con amarezza, sono destinate all’oblio, man mano che vengono disperse dal tempo e dalla insensibilità dei molti che, nello svuotare i cassetti degli anziani, “si liberano” degli “inutili” loro ricordi personali.

Il materiale fotografico del periodo di cui stiamo parlando è stato però integrato, in misura limitata, dalla pittura dell’epoca, quando il clima artistico della città era orientato verso forme di pittura aderenti alla realtà, portando il cavalletto in campagna. La pittura non poteva non essere attratta dal fascino ambientale della collina, considerando che il paesaggio era uno dei suoi temi preferiti, acquisendo il grande merito di aver rappresentato, si può dire in esclusiva, la parte migliore di quel Vomero-Arenella scomparso e decantato, suffragando ciò che la fotografia di quei tempi andava ignorando.

Molti pittori hanno poi scelto il Vomero anche come loro luogo di vita, circostanza che ha propiziato una loro maggiore attenzione al paesaggio del posto.

Fra questi ultimi vanno ricordati, in maniera particolare, come benemeriti della pittura vomerese, Attilio Pratella e Giuseppe Casciaro, vomeresi di adozione e per scelta artistica.

Che il bello al Vomero oggi sia scomparso, almeno quello pittorico di tipo tradizionale, è testimoniato anche dalla scomparsa di pittori che lo ritraggano: è difficile immaginare che il Vomero del secondo dopoguerra possa essere fonte di ispirazione per un qualche pittore.

(Settembre 2022)

IL NOSTRO VIAGGIO IN CAMPER

 

di Luigi Rezzuti

 

Questa estate abbiamo programmato un viaggio in camper visitando le località italiane di Portovenere e Lerici.

Siamo partiti da Napoli quasi all’alba e siamo arrivati a Portovenere dopo circa dieci ore. Volevamo fare la sosta pranzo in un autogrill ma era talmente affollato che abbiamo preferito restare nel camper per un fugace pranzo.

Arrivati a Portovenere non è stato possibile trovare un parcheggio per camper, siamo in piena estate, e abbiamo parcheggiato nei pressi del porto.


Portovenere è un borgo marinaro che si affaccia nel golfo di La Spezia, detto anche “golfo dei poeti”.

Alla fine di questa penisola si trovano tre piccole isole: la Palmaria, il Tino e il Tinello, solo l’isola Palmaria, che sorge proprio di fronte al borgo di Portovenere al di là di uno stretto braccio di mare, è in   piccola parte abitata.

Il nome del borgo (Portus Veneris) derivava da un tempio dedicato alla dea Venere Ericina.

Il nome era probabilmente legato al fatto che, secondo la tradizione, la dea era nata dalla spuma del mare, proprio sotto quel promontorio.

Il borgo è abitato da antichi pescatori per poi nel periodo estivo riempirsi di turisti italiani e stranieri.

Apprezzata località di villeggiatura, tra i suoi visitatori più celebri vi fu Lord George Gordon Byron. Ancora oggi una metaturistica di punta del panorama spezzino e ligure.

In due giorni a Portovenere abbiamo potuto vedere molti punti di interesse compreso lo spostamento in traghetto alla Palmaria, una delle tre isole che compongono l’arcipelago situato di fronte.

Abbiamo passeggiato tra le casette coloratissime che si affacciano sul mare, creando una sorta di barriera meravigliosa.

Parallelamente al lungomare si apre il centro storico di Portovenere.

Ci siamo arrivati dalle ripide scalinate che partono da via Calata Doria.

Nel centro storico avviene la vita commerciale del borgo, con negozi di souvenir, botteghe artigiane, panetterie, bar e friggitorie.

A proposito di friggitorie, dopo un quarto d’ora di coda, ci siamo portati via un delizioso cono (coppetiello) di pesce fritto buonissimo.

Prima di salire al castello, abbiamo visitato una delle due chiese principali del paese.

La chiesa di San Lorenzo costruita dai Genovesi nel 1130, si presenta a tre navate, con grandi arcate supportate da colonne di pietra nera locale.

All’interno della chiesa abbiamo ammirato diverse opere, tra cui il dipinto della Madonna Bianca, protettrice del borgo.

Camminando, camminando, abbiamo raggiunto il Castello che si presenta come una fortezza maestosa, è stato edificato dalla Repubblica di Genova in difesa  dagli attacchi nemici.

Sinceramente ci aspettavamo di più dalla visita, che si è rivelata soltanto un’occasione per ammirare il Golfo dei Poeti dall’alto.

Riprendiamo il nostro camper e ci spostiamo per un giorno a Lerici tra castelli e mare.


Anche se le previsioni del tempo a Lerici non prevedevano nulla di buono, siamo partiti ugualmente.

A fine giornata  avevamo avuto modo di vedere i colori del mare in diverse condizioni meteo: prima con il cielo nuvoloso poi con pioggerellina e infine con il sole.

Nonostante tutto siamo stati fortunati perché ha piovuto solo per qualche ora.

In questo borgo in passato ci hanno abitato diversi letterati tra cui il poeta inglese Percy Bysshe Shelley.

La spiaggia Venere Azzurra è stato il punto di partenza per esplorare questo gioiellino di borgo.

Abbiamo parcheggiato il camper a circa 150 metri dalla spiaggia, da qui ci siamo diretti verso il centro di Lerici e più precisamente nella piazza principale piena di bar e ristoranti.

Questa piazza ha una vista sul mare e sul porticciolo davvero strepitosa.

E’ il cuore pulsante del paese, e qui si affacciano molte case colorate e si snodano stretti carruggi.

A Lerici abbiamo visto la Torre di San Rocco, di epoca romana, e visitato la chiesa di San Francesco d’Assisi.

Dopo aver pranzato ci siamo diretti a visitare il  Castello di Lerici, il Castello di San Giorgio simbolo del paese, accessibile a piedi oppure tramite un comodo ascensore.

Il Castello è situato sul punto più alto di un piccolo promontorio e da lassù si gode di una vista mozzafiato.

Purtroppo non abbiamo visitato l’interno perché alle 15,30 il castello era chiuso ma dev’essere davvero di notevole bellezza.

Ci siamo limitati ad una passeggiata sul perimetro esterno, con soddisfazione enorme per aver potuto scattare molte fotografie.

In pomeriggio siamo andati alla scoperta di San Terenzo fermandoci sulla spiaggia, abbiamo noleggiato un ombrellone e due sdraio e fatto un tuffo nelle acque di un mare trasparente trascorrendo alcune ore di relax.

Non potevamo partire senza aver visitato il Castello di San Terenzo, detto Bastia.

Lasciamo Portovenere e Lerici e salutiamo la Liguria, è stata una vacanza indimenticabile, partiamo per Napoli ma sicuramente  torneremo anche la prossima estate.

(Settembre 2022)

L’eremo dei Camaldoli 

 

di Antonio La Gala

 


Nel Medio Evo la configurazione territoriale delle alture vomeresi, per l’esistenza di punti sopraelevati e isolati, ha fatto loro assumere, pur in presenza di scarsa presenza religiosa, un ruolo di primo piano nella storia della religiosità napoletana.

Infatti per la sua natura di luogo impervio e fuori mano, attirava spiriti contemplativi e mistici. Nel cristianesimo dei primi tempi si era affermato il monachesimo eremitico: i primi monaci si ritiravano nel deserto o in luoghi isolati. Ne resta memoria anche sulle colline vomeresi. In seguito si mise l’accento sulla vita comunitaria come sviluppo della vita spirituale, perché si ritenne che il cristianesimo, essendo basato sull’amore reciproco, trovava attuazione solo nella comunità. Si affermava il monachesimo comunitario: gli spiriti contemplativi e mistici si riunivano in comunità cenobitiche.

Questa attrazione ha lasciato sulle alture vomeresi due presenze religiose fra le più notevoli della città:

il cenobio certosino sulla sommità di San Martino, fondato nel Trecento angioino, trasformato nel Seicento e Settecento nella grandiosa Certosa che tutti conosciamo;

il convento camaldolese sull’altra sommità della collina, sorto sullo spirare dell’evo antico.

Qui poniamo attenzione al convento camaldolese, limitandoci a un breve cenno, perché sull’argomento esiste già un’ampia e qualificata letteratura.

Sulla sommità dei Camaldoli, dove ora sorge l’eremo, si tramanda che nel V sec. vi sia sorta, fondata da San Gaudioso, la cappella di “San Salvatore al Prospetto” (i Camaldoli erano il prospetto, lo sfondo della città di Napoli). San Gaudioso era un vescovo nato vicino Cartagine, che morì a Napoli nel  455, dove era approdato fortunosamente dopo che, non volendosi convertire all'arianesimo, il re vandalo Genserico lo aveva imbarcato, assieme ad altri cristiani, su vecchie navi alla deriva, senza vele e senza remi. Per la verità sul colle non vi sono tracce della reale esistenza della chiesetta di San Gaudioso, ma solo segni della presenza medievale di monaci ed eremiti.

A fine Cinquecento la cappelletta di San Gaudioso era divenuta pericolante e fu la sua sostituzione che portò alla costruzione dell’eremo. L’iniziativa della costruzione di un cenobio al posto della chiesetta fu presa nel 1585 da Giovan Battista Crispo, un proprietario di quei luoghi, che avendo conosciuto e apprezzato i frati camaldolesi, donò la chiesetta agli eremiti camaldolesi, col territorio circostante, e “a sue spese diede principio ad una bellissima chiesa e monasterio”, ad uso di quei frati.

Una lapide all’ingresso del cenobio ricorda la fondazione nel 1585 a opera del nobile don Giovanni D’Avalos. Forse i monaci attribuirono generosamente il merito della fondazione al D’Avalos, perché questi fu largo di offerte per la nuova fabbrica e favorì la prosecuzione della costruzione con un generoso lascito. Dopo circa 5 anni di lavori i monaci potettero occupare il convento. L’eremo fu ampliato a metà Seicento, diventando il più importante dell’Italia meridionale.

La comunità dei Camaldolesi fu fondata da San Romualdo, che abbracciò la vita monastica secondo la regola di San Benedetto e dopo irrequiete peregrinazioni fra ritiri e predicazioni, attorno al 1025 impiantò a nord di Arezzo una piccola comunità di monaci, che presero a indossare un saio bianco, a osservare la Regola benedettina, aggiungendovi una componete eremitica, che poi divenne dominante. 

I Camaldolesi in seguito ad espropriazioni furono espulsi più volte dal convento, ma riuscirono sempre a rientrare: espulsi nel 1806 rientrarono; espulsi nuovamente nel 1860, rientrarono nel 1885. Nel 1998, ridottisi di numero, sono stati sostituiti da Suore Brigidine.

(Luglio 2022)

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