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LA JUVE VINCE LO SCUDETTO IL NAPOLI VINCE LO SCUDETTO DELL’ONESTA’   di Luigi Rezzuti   Pensavamo che calciopoli fosse davvero finita, invece sotto...
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Il tempo del vino e delle rose Caffè letterario piazza Dante 44/45, Napoli Info 081 014 5940   Domenica, 25 novembre, ore 10:30, per la Rassegna "La...
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Andiamo a Teatro a cura di Marisa Pumpo Pica Mutaverso Teatro - Il paradiso degli idioti     Per la stagione Mutaverso Teatro di ErreTeatro, a cura...
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IL CALL CENTER   di Luigi Rezzuti   Domenica pomeriggio sono a casa, mia moglie riposa ed io sono davanti alla televisione: una tazza di caffè,...
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Miti napoletani di oggi.69 FANTASMI   di Sergio Zazzera   Sarò un illuso, ma credevo che, almeno ai giorni nostri, il mito del fantasma fosse...
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(Novembre 2017)
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Incontri tra letteratura e matematica   Fisciano, mercoledì 8, ore 15,00, Università degli studi di Salerno, Incontri tra letteratura e...
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LA SCOPERTA DELLA GROTTA AZZURA di August Kopisch   di Luigi Alviggi   Nell’estate del 1826, August Kopisch e l’amico Ernst Fries sbarcano per la...
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GLI ESAMI DI MATURITA’*   di Luigi Rezzuti   Ormai siamo prossimi agli esami di maturità che inizieranno, con la prima prova, il 22 giugno e...
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Paolo Ricci: falce e pennello

 

di Antonio La Gala

 

 

Una figura di rilievo nel panorama culturale della Napoli del Novecento è stato Paolo Ricci (1908-1986), critico d'arte, pittore, intellettuale. Figlio di un operaio sindacalista, dalla natìa Barletta venne a Napoli nel 1918, dove conobbe il pittore Luigi Crisconio che lo introdusse nell'ambiente intellettuale della città. L'incontro con Vincenzo Gemito lo incoraggiò a dedicarsi alla pittura. Iniziò la sua attività artistica alla fine degli anni Venti, esponendo alla prima Mostra Sindacale di Napoli del 1929. Nello stesso 1929 scrisse il "Manifesto dei Distruttivisti Attivisti" che affermava l'esigenza di attuare nell'arte una "rivoluzione permanente", di distruggere l'estetica fondata sul bello, per aderire alla scienza e alla tecnologia e favorire la nascita di una pittura filo-proletaria. La militanza politica ha permeato di ideologia la sua attività di critico d'arte, circostanza che in qualche occasione ci lascia perplessi. Per esempio non ci convince l'idea che un'opera d'arte si possa giudicare bene oppure male a seconda se i committenti siano grassi borghesi oppure no, oppure a seconda se il quadro rappresenti oppure no soggetti socialmente impegnati. Inoltre la sua veste di critico ci sembra impropria per il fatto che, come pittore, egli era parte in causa, aveva un "conflitto d'interessi" con ciò che giudicava.In ossequio alla sua ideologia Ricci salutò positivamente la morte  del "reazionario" Vincenzo Irolli, a cadavere ancora caldo, perché "con lui scompariva" la pittura che piaceva alla "grassa borghesia meridionale, una classe senza ideali che non possedeva più alcuna capacità di orientarsi nella realtà politica". Condannava senza appello tutta la produzione del Romanticismo perché "si adattò alla cultura di una borghesia bigotta, provinciale, portata alla celebrazione di sentimenti privati, intimi, ispirati alla retorica, al sentimentalismo, all'agiografia patriottarda".Ricci raggiungeva invece alte vette laudative per gli artisti "socialmente impegnati", come ad esempio il Gaetano Ricchizzi del quadro La Rivolta, dove "per la prima volta un artista partenopeo.... si ispira alla realtà cittadina e industriale, all'atmosfera sinistra della periferia operaia".

Nel suo libro sulla pittura napoletana (Arte e Artisti a Napoli, 1900-1943, ed. Banco Napoli, 1981), Ricci dedica a Giuseppe Casciaro mezza pagina, due scarse ad Attilio Pratella, e quasi dieci pagine a sproloqui ideologici per lodare "l'impegno" di un altro pittore dal corretto pensiero, Edoardo Pansini, che, con tutto rispetto, viene artisticamente meno celebrato degli altri due.

A proposito del Pratella, definito "un esponente tipico dell'arte commerciale", di cui Ricci salva "solo la produzione iniziale", c'è da aggiungere che delle due paginette che gli ha dedicato, il Nostro ne impiega una per ingiuriare i committenti, borghesi che cercavano solo quella pittura che, a suo dire, "non disturbasse le elaboratssime digestioni dei ricchi commercianti e industriali napoletani".

Preciso che nella maniera più assoluta non giudico le idee politiche di Paolo Ricci, ma mi lascia perplesso l'idea che è buon artista solo chi con falce e pennello combatte la lotta di classe. Il suo credo proletario Ricci lo visse nell'amenità dell'esclusiva Villa Lucia, per intenderci la villa forse più panoramica di Napoli, fra Vomero e Parco Grifeo, che un monarca borbonico particolarmente "reazionario" regalò, assieme alla Floridiana, alla sua donna, per goderne senili amori. Negli anni del ventennio fascista lo studio di Ricci nella proletaria Villa Lucia costituì un faro di luce per artisti e intellettuali, preferibilmente dissidenti ed "impegnati".
(Luglio 2017)

Vincenzo Irolli: arte o commercio? 

 

di Antonio La Gala

 


Vincenzo Irolli (Napoli, 1860 - 1949) scoprì la sua passione per l'arte a diciassette anni, dopo aver visto all’Esposizione nazionale di Napoli del 1877, il Corpus Domini di Michetti e I Parassiti di D'Orsi.

Nello stesso anno s’iscrisse all'Accademia delle Belle Arti, vincendo, due anni dopo, il primo premio alla XV mostra della Promotrice Salvator Rosa. Sebbene allievo di Gioacchino Toma, la sua pittura fu, invece, influenzata dagli effetti cromatici di Michetti, Morelli e Mancini, che portarono nella sua tavolozza forti chiaroscuri, luci e riflessi abbaglianti e multicolori.

Spinto da necessità economiche, fra il 1883 e il 1895, affiancò alla sua produzione migliore e ispirata, una produzione minore, con soggetti di facile commerciabilità, e perciò frivoli e piacevoli. Si racconta che il pittore, (come faceva pure Luca Postiglione) cedeva quadretti ad un rivenditore di colori e materiali per artisti di Piazza Bellini, il quale, poi, faceva copiare, con poche varianti, i quadretti di Irolli e Postiglione, in maniera seriale, da artisti minori e bisognosi, per poco o niente, alimentando un ricco mercato.  

Rimase operoso anche quando si ritirava in non brevi isolamenti, fra cui un lungo periodo nell'allora tranquilla Calvizzano, luogo d'origine della famiglia paterna e dove il pittore risiedeva da giovane. Traendo ispirazione da scene e personaggi della vita quotidiana, Irolli nella sua lunga vita (arrivò ad 89 anni), produsse una gran quantità di quadri, che incontrarono i favori soprattutto della committenza borghese, circostanza che gli nocque negli ambienti della critica italiana, perché lo fecero considerare un pittore "commerciale", giudicando severamente le sbavature sentimentali e coloristiche della sua tavolozza. Qualche critico giustifica l'accentuazione cromatica di Irolli come mezzo espressivo funzionale alla raffigurazione della carnalità e visceralità del mondo oggetto delle sue opere, quello popolare della città, i suoi vicoli, i volti degli scugnizzi, le vedute accecate dalla luce. Alla Biennale di Venezia giunse più che sessantenne, sebbene l'apprezzamento di cui godeva all'estero gli assicurasse una forte e continua presenza nelle esposizioni straniere, specie in Germania. Oggi alcune sue opere sono esposte, oltre che a Capodimonte, nelle Gallerie d'Arte Moderna di Torino, Milano, Palermo e addirittura nel "Petit Palais" di Parigi.

Chi volesse vedere da vicino un'opera di Irolli, la può ammirare nella Chiesa dei Salesiani in Via Morghen, al Vomero.

A proposito dell’aspetto commerciale della produzione di Irolli, ci sembra esagerata, oltre che poco opportuna, la tirata che il critico Paolo Ricci, animato da furori ideologici, pubblicò proprio in occasione della morte dell'artista avvenuta nel 1949, a mò di necrologio. Fra le tante inopportune sgradevolezze, leggiamo: "All'età di 89 anni è morto nella sua casa di Via Cagnazzi a Capodimonte il vecchio pittore Vincenzo Irolli, ultimo e più autorevole esponente di un gusto pittorico napoletano contro il quale noi stesso abbiamo lottato e continueremo a combattere per salvare la cultura pittorica meridionale dal dilettantismo, dai trucchi e dal commercialismo deteriore. Egli interpretava fedelmente i desideri e la moralità di una classe senza ideali (...), la grossa borghesia meridionale che era succeduta, dopo l'Unità d'Italia, agli ultimi esponenti di quella nobiltà feudale dei quali essa assorbì soltanto la rabbia antipopolare e il possesso della terra. Irolli appartiene al campo della reazione. Gli elementi costitutivi della pittura irolliana sono: sentimentalismo, intenerimento pietoso, leziosaggine e moralismo demagogico, il tutto espresso con una tavolozza spietatamente accesa e grossolana, approssimativa e civettuola".

A noi la critica d'Arte vista con strumentalizzazioni ideologiche e politiche, indipendentemente se osservata da un lato o da quell'altro delle ideologie, non piace. E ancor meno gli insulti ai funerali.

(Giugno 2017)

Miti napoletani di oggi.53

LA SANITA’

 

di Sergio Zazzera

 

Non tragga in inganno il titolo: non è della tutela della salute (sul cui carattere mitico pure ci sarebbe da riflettere) che intendo parlare, bensì del quartiere popolare napoletano che si estende da via Foria fino alle pendici di Capodimonte.

Esistono, sicuramente, miti di generalizzazione; forse, anzi, la generalizzazione è essa stessa un mito. Non è corretto dire, ad esempio, che la Sicilia è una regione mafiosa: sarà più corretto affermare che in Sicilia esiste una rilevante percentuale della popolazione organizzata per l’esercizio di attività criminali.

Ciò posto, dev’essere ritenuta, parimenti, scorretta la proposizione, secondo cui la Sanità è il regno del crimine, il luogo in cui si uccide in maniera gratuita all’uscita degli esercizi commerciali, e via dicendo. Sulla formazione di tale mito avrà influito, molto probabilmente, anche il personaggio Antonio Barracano, protagonista della commedia di Eduardo, Il sindaco del rione Sanità. Con il che, non intendo affatto dire che ciò non vi avvenga, ma ritengo necessario porre in evidenza due ordini di situazioni di fatto.

La prima: episodi del genere accadono anche in altri quartieri di Napoli, e non soltanto, bensì anche in altre località della provincia, della regione e perfino dell’intero territorio nazionale.

La seconda: già da alcuni anni, ormai, nel quartiere Sanità svolge un’opera di contrasto della criminalità il parroco don Antonio Loffredo, il quale, con l’aiuto di Riccardo Dalisi, architetto e artista, tra i migliori oggi operanti a Napoli, sottrae materialmente potenziale manodopera alla criminalità locale, tenendo i giovani del luogo occupati nella produzione di oggetti di artigianato, da vendere al pubblico, e nell’esercizio dell’attività di guida, sia nella chiesa di Santa Maria della Sanità e nella rete di catacombe del luogo, sia lungo il percorso del “Miglio sacro”, che attraversa l’intero quartiere. E credo che una positività del genere debba essere sufficiente a demolire il mito della Sanità-quartiere criminale.

(Giugno 2017)

Antichi giardini di ville campane

 

di Antonio La Gala

 


Spesso nel visitare qualche antica villa napoletana o campana restiamo colpiti dal giardino, oppure, per le ville maggiori, dai loro più o meno estesi parchi.

Limitandoci alle ville edificate o rifatte dalla fine del Settecento in poi, nella sostanza riscontriamo in esse due tipologie di sistemazione arboreo-floreale, molto spesso fra loro coesistenti: il giardino cosiddetto "all'italiana", di impianto geometrico, e quello cosiddetto "romantico all'inglese", dove si succedono viali tortuosi, fitte zone d'ombra, scoscendimenti, improvvisi squarci panoramici e dove l'insieme degli elementi naturali risulta arricchito, integrato e nobilitato con isolati e sparsi elementi architettonici.

Il primo giardino all'inglese. realizzato in Italia, sorse proprio in Campania, nel parco della reggia di Caserta, nel 1786, a cura di un giardiniere inglese, Andrew Groefer, un giardiniere reclutato da Wiliiam Hamilton, plenipotenziario della Corona inglese presso i Borbone. La parte architettonica fu affidata a Carlo Vanvitelli, il figlio del più noto Luigi.

L'opera fu commissionata da Ferdinando IV e da Maria Carolina, per iniziativa soprattutto della regina, che voleva imitare il giardino all'inglese, realizzato a Versailles dalla sorella Maria Antonietta, regina di Francia.

I lavori ebbero inizio nell'aprile del 1786, ostacolati dalla diffidenza dei vecchi giardinieri e dall'ostilità dei servitori della corte, convinti che la regina i soldi per il giardino li stesse sottraendo dai loro stipendi.

Nel giardino all'inglese di Caserta furono creati canali, laghetti, acquari, grosse aiuole, coffee-houses, tempietti e architetture anticheggianti e vi furono raccolte numerose piante rare ed esotiche.

Il giardino di Caserta fu il primo esempio di uno stile che cercava di coniugare il vero giardino all'inglese con i richiami del geometrico giardino all'italiana. Fu subito imitato per tutto l'Ottocento ed oltre, nella maggior parte delle ville della Campania, in mille soluzioni diverse, dettate dai contesti specifici, accentuando ora la componente inglese, ora quella italiana.

Un interessante esempio di una sistemazione arboreo-floreale di un vasto parco è quello della "Villa "Floridiana" al Vomero, eseguita intorno al 1820 da Antonio Niccolini, un architetto toscano .alla Corte dei Borbone, ritenuto il maggiore architetto di orientamento neoclassico operante a Napoli nella prima metà dell'Ottocento.

Nella sistemazione della Floridiana il Niccolini cercò di armonizzare gli schemi della geometria classicistica, allora imperante, con l’andamento non geometrico della parte di collina su cui insisteva la Villa. Pur assecondando l'andamento naturale del terreno, riuscì ad adagiarvi, raccordati da viali tortuosi e scoscesi, ampi spazi  verdi pianeggianti, fra cui una grande aiuola davanti alla facciata dell'edificio residenziale.

Per inciso ricordiamo che il parco della Floridiana è l'unico, fra quelli disegnati dal Niccolini, ad essere arrivato fino ai nostri giorni, sebbene con qualche rimaneggiamento, subìto per lo più nel corso dell'Ottocento.

(Maggio 2017)

Miti napoletani di oggi.51

I MERCATINI RIONALI

 

di Sergio Zazzera

 

Mimmo Piscopo, Mercatino di Antignano

Napoli è tutta un pullulare di mercatini rionali, sia coperti, che en plen air, da quelli tradizionali (Sant’Antonio Abate, in primo luogo, ma anche Antignano e Piedigrotta), a quelli di meno risalente formazione (Posillipo, via Solimena), nei quali, accanto a prodotti di buona qualità, si trova esposta una consistente dose di falsi e altra paccottiglia.

A questo punto avverto, ancora una volta, la necessità di rammentare al gentile lettore l’idoneità della reiterazione del rito a produrre il mito, al fine di evidenziare il rito del “pellegrinaggio” da altri quartieri (in primis, le estreme periferie), finalizzato all’acquisto dei prodotti ivi commercializzati, e sia quelli “buoni”, che quelli “cattivi”: tutto, purché si risparmi.

Ed è proprio questo il mito: ai mercatini si compra “bene” e si risparmia (o, almeno, così si crede, a dispetto della saggezza napoletana, secondo cui ‘o sparagno nun è maje guadagno).

(Aprile 2017)

Parlanno ’e poesia 11

 

di Romano Rizzo

 

 E. A. Mario

 

E. A. Mario (al secolo Giovanni Gaeta) è stato un monumento nella storia della poesia e della canzone. Di lui si è scritto e detto tantissimo.

So di non poter aggiungere nulla di nuovo a quello che, con tanto amore, ha scritto di Lui la figlia Bruna, di recente scomparsa, e cercherò solo di tratteggiare, con significativi aneddoti, alcuni lati del Suo carattere.

A soli 10 anni, con un mandolino che un cliente aveva lasciato nella bottega di barbiere di suo padre, cominciò a strimpellare qualche motivetto, poi, imparando la musica da alcune dispense, divenne tanto bravo da adoperarlo per comporre le musiche delle sue canzoni.

A 16 anni, lavorando alle Poste, incontrò il maestro Emilio Segrè e, con la schiettezza ed impetuosità che mai lo ha abbandonato, gli disse:“ Maestro, complimenti per le musiche, peccato che i testi so’ tanti papucchielle!” Successe il finimondo, ma il Segrè propose alla fine a E. A. Mario di sottoporgli un suo testo, aggiungendo  che, se lo avesse convinto, lo avrebbe musicato. Nacque così la prima canzone di E. A. Mario “ Cara mammà” e fu un successo. Da allora iniziò a comporre canzoni e poesie e seppe dare alla sua poetica un carattere particolare, lontano dal lirismo imperante di di Giacomo e Russo, ma ricco di schiettezza e spontaneità, con toni pacati, discorsivi, privi di fronzoli e densi di significati, a volte didascalici. Alcuni, e forse lo stesso E. A. Mario, si sono chiesti se egli è da ritenersi più un canzoniere che un poeta. A mio parere il quesito, difficile, data l’immensa e validissima produzione in entrambi i campi, è forse mal posto, perché nessun altro poeta è stato anche un musicista, capace di impreziosire, con le sue note, i versi di un altro autore e credo si possa solo ritenere che, essendo poeta e musicista insieme, si sia sentito maggiormente realizzato componendo e musicando una canzone. Del resto, così come si evince dalle belle antologie poetiche di Consiglio e di Palomba, i versi di molte canzoni classiche, nulla hanno da invidiare alle poesie. Sono delle vere poesie, che si sono piegate alle regole formali (Strofa e ritornello) delle canzoni. Pertanto considerando l’opera di E. A. Mario, nel suo insieme, egli ci appare quel gigante  che il Costagliola definì il Signor Tutto, una vera pietra miliare della poesia e della canzone.

Quando molti autori napoletani furono attratti dalla Poliphon, egli si avvicinò alla Bideri e, come racconta il Pisani, suo allievo prediletto, con i proventi di “Comme se canta a Napule”, la salvò dal dissesto.

Dopo qualche anno, però, forse anche per malintesi e dissapori con la figlia di Bideri, Valentina, decise di fondare una propria casa editrice con la quale, tra l’altro, partecipò a diverse edizioni della Piedigrotta. Il carattere forte del nostro autore, che non la dava vinta a nessuno, (carattere, poi, ereditato dalla figlia Bruna, che trascriveva le melodie composte dal padre) emerge dall’aneddoto seguente : A quei tempi, se un cantante richiedeva che venisse rifatto uno spartito per adeguarlo alla sua tonalità, doveva versare all’editore 5 lire. Il grande Pasquariello non voleva versarle e, quando alla fine le versò, stracciò lo spartito rifatto ed andò via. E. A. Mario raccolse il danaro che Pasquariello aveva lasciato sul tavolo e lo diede ad un mendicante, dicendo: “Questa è l’elemosina che vi manda Pasquariello!”. Si racconta che un giovane musicista portò a Mario una sua composizione perché la valutasse, però esitava a mostrargli lo spartito. Alla fine gli confessò che lo aveva piegato ed inserito in una scarpa che gli faceva male. E. A. Mario lo guardò rabbuiato e poi disse a un suo collaboratore: “Tùrati il naso e famme sentì sta musica” Appena la sentì si ritirò in un’altra stanza con il mandolino e ne uscì, dopo un quarto d’ora, con “Mandulinata a Surriento”! Questo è l’uomo bonario, poliedrico ed estemporaneo. Quello..un po’ burbero e deciso vien fuori, invece, da un altro aneddoto. Si narra che, avendo  incontrata ad una serata  quella che diventerà la Sua Adelina, che indossava un vistoso cappellino di paglia, così la apostrofò “Siente, quanno jesce ’a sott’’a paglia, t’aggia parlà!” ed estremamente schiette, semplici e sincere furono le parole della dichiarazione (cfr. la poesia ‘O pparlà chiaro!) Grande nelle canzoni napoletane ed altrettanto grande nelle canzoni in lingua, la sua fama raggiunse i più alti vertici con la leggenda del Piave, con cui portò le nostre truppe alla vittoria  meritando le parole d’elogio del Generale Diaz che gli scrisse: “E. A. Mario, la Vostra Leggenda del Piave è valsa per le truppe al fronte più del miglior generale!” Poliedrico, onesto, esigente, spontaneo, combattivo e indipendente E. A. Mario dovrebbe essere preso ad esempio dai giovani che vogliono cimentarsi nel sempre più difficile campo della poesia e della canzone.

 

’O siggillo

(E. A. Mario)

 

Nu figlio.. Ma ched’è nu figlio? È ammore

ca se fa carne, carne e sango e astregne

cchiù forte assaje dduje core.

 

Ll’articulo d’’o Codice e ’a parola

d’’o prevete te cercano ’a prumessa

ca spisso passa e vola:

 

Chilli dduje «Sì» ca diceno ’e dduje spuse

nun so’ siggillo eterno: ‘o rumpe, ’e vvote

cu tanta e tanta scuse;

 

ma ’o siggillo cchiù forte è ’o figlio: è ammore

ca se fa carne, carne e sango e astregne

overamente ’o core !!

(Aprile 2017)

MOTOCICLETTE CON SIDECAR

 

di Luigi Rezzuti

 


Le origini della motocarrozzetta risalgono alla fine del XIX secolo, quando un ufficiale dell’esercito francese modificò una bicicletta applicandole il primo sidecar della storia.

Con tale veicolo si aggiudicò il premio offerto da un quotidiano per il miglior metodo per trasportare un passeggero su una bici.


Prima degli anni cinquanta le motocarrozzette erano abbastanza diffuse, fornendo un’alternativa economica all’automobile.

Trovarono impiego anche come mezzi militari e della polizia.

Durante la seconda guerra mondiale le truppe tedesche ne avevano un gran numero, realizzate dalla BMW e dalla Zundapp.


Anche in Italia la moto Guzzi realizzò una motocarrozzetta.

Nel ventennio intercorso tra le due guerre mondiali tutti gli eserciti del mondo iniziarono a “meccanizzare” le proprie fanterie, sostituendo i cavalli con le motociclette con sidecar, apprezzate per la loro maneggevolezza e velocità.

Durante la seconda guerra mondiale, l’esercito della Germania chiese alla BMW di costruire un sidecar che potesse adattarsi sia alle sabbie del deserto libico, sia alle nevi delle steppe russe, fino a quando la fabbrica non fu bombardata dagli alleati e ne fu interrotta la produzione.

Nonostante gli indubbi pregi delle moto BMW l’esercito tedesco trovò più funzionale la sua concorrente Zundapp e si decise di unire il meglio dei due mezzi e di iniziare una produzione congiunta, poi fortunatamente la guerra finì, poco tempo dopo.


Così le moto con sidecar sono progressivamente scomparse, rimanendo a lungo solo quelle da competizione. Non per nulla, per molti anni la scena agonistica, a livello mondiale, è stata dominante dagli specialisti tedeschi.

In Italia la popolarità del sidecar è stata di gran lunga minore anche se applicato, non solo alle classiche motociclette, costruite dalla Moto Guzzi e dalla Gilera, ma anche a moto di cilindrata inferiore, come gli scooter della Vespa e Lambretta.

Con l’avvento delle prime utilitarie, come la Topolino, la mitica Fiat 500, seguita dalla Fiat 600 e dalla Bianchina, le moto col sidecar sono praticamente scomparse dalla scena e al massimo se ne parla come di curiosità.

(Marzo 2017)

 

Miti napoletani di oggi.52

IL “CUOPPO”

 

di Sergio Zazzera

 

In senso proprio, a Napoli il cuóppo è il cartoccio a forma di cono capovolto; in senso figurato (e, magari, con la precisazione cuópp’âllésse) è la persona dal fisico tozzo e sgraziato. Dei due, è del primo che ho scelto di occuparmi qui, oggi che sembra avere assunto il predominio, a Napoli, nel settore dello street food. Dunque, mentre a Londra dominano fish & chips, a Parigi le baguettes con le più diverse farciture, a Istanbul il kebab, a Palermo arancine e pani c’’a mèusa, a Napoli la parte del leone spetta, ormai, al cuóppo.

Non soltanto nei quartieri popolari, infatti, hanno aperto i loro battenti botteghe dotate di friggitrice, bensì anche in quelli più chic; per non dire dei furgoni che, soprattutto nelle ore serali, infestano via Caracciolo, quel “lungomare” che, almeno (o anche?!) da questa calamità, attende ancora di essere “liberato”.

Che cosa, poi, contenga questo benedetto cuóppo è tutto da definire: c’è quello di patatine (il più comune), quello di alici, quello di baccalà, quello di frittelle di verdure o di ortaggi e via dicendo: si tratta soltanto di scegliere. Ma anche di sperare di sopravvivere: l’olio nella friggitrice sarà, magari, di palma? e dopo quante centinaia – o migliaia – di fritture ne sarà eseguito il “cambio”? e quali saranno la qualità e la freschezza delle materie prime impiegate? E quali l’impegno e l’igiene nella preparazione? Poveri quegli stomaci delle giovani generazioni!

(Marzo 2017)

Illustri illustratori: i Matania

 

di Antonio La Gala

 

Càpita spesso di incontrare, fra gli artisti figurativi napoletani, vere dinastie. Fra i tanti esempi si possono ricordare le famiglie a cui apparteneva Giacinto Gigante, quelle dei Carelli, dei Palizzi, Casciaro, ecc.

Un' affollata dinastia, della quale alcuni epigoni sono nostri contemporanei, ma il cui capostipite nacque ai tempi di Ferdinando II di Borbone, è quella dei Matania, famosissimi anche fuori Italia, come "illustratori".

Gli "illustratori" erano abili disegnatori, molto di moda in epoca liberty, che curavano la parte figurativa dei periodici, compito poi svolto dalla fotografia.

Napoli in questo settore fece sentire una sua forte presenza. Vi si distinsero, infatti, alcuni componenti di una famiglia d’artisti, residenti prevalentemente al Vomero, impegnati poi un po’ in tutti i campi (poesia, musica, arti figurative, teatro, cinema).

Stiamo parlando dei Matania, una dinastia artistica iniziata con Eduardo (1847-1929), che intuì l'importanza dell'illustrazione come estensione della pittura. Pittore vicino alle maniere della "scuola di Resina" (espose alle Promotrici Salvator Rosa del 1867 e del 1887), fu soprattutto elegante illustratore. Firmò raffinati disegni su prestigiose pubblicazioni (fra cui "L'Illustrazione Italiana" la "Storia di Vittorio Emanuele II"), scene della vita napoletana degli anni umbertini, vedute della città, fatti e personaggi dell'epoca, in cui si respirava ancora l'atmosfera risorgimentale.

La generazione successiva è rappresentata dai cugini Fortunino, figlio di Eduardo, ed Ugo, nipote dello stesso Eduardo.

Fortunino Matania (1881-1963) si stabilì a Londra nei primi anni del Novecento, dove fu chiamato con vantaggiosi contratti grazie alla bravura che già aveva dimostrato, giovanissimo, in Italia. Diviso fra l'amore per Napoli e l'Inghilterra, collaborò ad alcune delle riviste illustrate più famose in Europa ("L'Illustrazione Italiana" di Milano, "L'illustration di Parigi", "The Illustrated London News", "The Grafic", "The Tatler", "The Sphere", "Britannia and Eve" di Londra), che lo costrinsero ad una faticosa vita da reporter: Passò dai ritratti dei Pellerossa nordamericani ai viaggi degli Zeppelin, dall'India per la incoronazione di Giorgio V all'Australia. Quando Eduardo Scarfoglio nel 1924 lo chiamò a Napoli, per illustrare "Il Mattino Illustrato", per non lasciare la sua indaffaratissima vita girovaga, Eduardo propose al suo posto il cugino Ugo che in quel momento stava con lui a Londra.  Ugo  così tornò a Napoli per cominciare ad illustrare il "Mattino Illustrato".  In seguito Fortunino finì per dedicarsi a disegnare scene di ambiente storico antico.

Ugo Matania (1888-1979), più giovane di sette anni del cugino Fortunino, seguì studi accademici dal 1905 al 1911. Dopo un periodo (dal 1913 al 1924) trascorso in Inghilterra  assieme a Fortunino, Ugo tornò a Napoli, dove curò le copertine del “Mattino Illustrato” dal 1924 al 1947. Si alternò con Walter Molino alla "Illustrazione del Popolo" fra il 1941 e 1948; sostituì Achille Beltrame nelle copertine della “Domenica del Corriere,” dal 1948 al 1951, e curò il “Corriere dei Piccoli” dal 1948 al 1954. Il suo impegno come giornalista, anche se grafico, gli lasciava poco spazio per la produzione pittorica vera e propria.

Ugo Matania improntava i suoi disegni alla vivacità del vero, "suscitando nel lettore l'impressione che tutto fosse accaduto proprio lì, dietro l'angolo" (Adolfo Mutarelli).

Anche la generazione dei Matania ancora successiva a quella di Fortunino ed Ugo, vanta artisti, distribuiti in vari campi.

Una figlia di Fortunino, Clelia, (attiva dalla fine degli anni Trenta e spentasi nel 1981), e una figlia di Ugo; Vera (che ha debuttato negli anni Settanta), hanno scelto le strade del cinema e del teatro.  Artisti figurativi poliedrici sono poi Bruno e Tullia, primogenito e secondogenita di Ugo.

(Marzo 2017)

Parlanno ‘e poesia 10

 

di Romano Rizzo

 

Giuseppe Cangiano ( 1913/ 1987 )

 Giuseppe Cangiano è uno dei tanti, troppi poeti della Napoli di un tempo, che la critica ha, a mio parere, ingiustamente trascurato negandogli la posizione che avrebbe meritato. Poco si conosce della sua biografia: Nato nel 1913, salutò questo mondo nel 1987, poco prima che la sua ultima fatica ( quella bella antologia della poetica napoletana di fine novecento, arricchita ed impreziosita dalla sua accorata difesa del dialetto e della tradizione ) vedesse la luce.

In questo bel lavoro che egli definì rassegna antologica, dimostrando il suo grande amore per la poesia, intese offrire ai lettori liriche di poeti a lui contemporanei a testimonianza della vitalità della poesia napoletana. È stato uno spirito libero che non si è mai voluto legare a un salotto o cenacolo, perché orgoglioso della sua indipendenza. Ne fa fede anche l’impostazione da lui data a questa rassegna (per ogni autore sono riportati solo dati anagrafici), ritenendo egli che “ in arte ciò che più conta è l’opera che si lascia, in quanto soltanto l’arte vera è immortale. La sua produzione poetica è racchiusa essenzialmente in tre voluni:

1) Penombra napulitana del 1976;

2) Nun me tuccate Napule del 1982;

3) De…camerino del 1979.

Molto significativa, a mio parere, è la breve poesia che introduce “Penombra napulitana” A tiempo perzo:

 

“Aggio scritto sti vierze a tiempo perzo / pe’ sbarià nu poco cu ’o penziero/ e v’assicuro ca me so’ spassato/ immagginanno cose..po’ succiesse / Me so’ arrubbate ll’ore ‘e chesta vita / jucanno cchiù ’e na vota ’e fantasia../ D’’a  fantasia già m’ero nnammurato / e mbracci’a essa me so’ arrepusato !!

Nel volume “Nun me tuccate Napule”, il Cangiano fa una accorata difesa di questa nostra bella città, troppe volte maltrattata e malmenata da chi, non conoscendola a fondo, non riesce a comprenderla nel suo giusto valore. La sua difesa è fatta, però, con i suoi consueti toni pacati e discorsivi, e, forse, più che a una invettiva fa pensare ad una preghiera. Tutta la poetica del Cangiano è sempre contraddistinta, del resto, da  un tono nitido e chiaro, privo di fronzoli e orpelli, ma  sempre ricco di originalità e spontaneità. Egli eccelle nei “ bozzetti” per la perfezione ed estrema naturalezza delle descrizioni, perfette anche nei più minimi dettagli. Basti pensare alla sua lirica “ Alici fritte”, che è stata molto spesso declamata dai più bravi dicitori ed interpreti. La ricchezza della sua poesia è pari solo alla sua modestia. (Si pensi, che solo dopo la Sua morte, nella rassegna antologica da lui voluta, sotto il Suo nome è apparsa la dizione Dirigente Amministrativo e non so se questo possa avergli fatto piacere!) A me piace definirlo il poeta della vita di tutti i giorni, il poeta del quotidiano che ci colpisce e ci incanta per quello che scrive e per come lo scrive. È stato un poeta autentico, uno dei pochi veramente innamorati della Poesia e non solo della loro poesia. Una figura, forse minore, ma che va giustamente celebrata e non dimenticata

Alice fritte
(di GIUSEPPE CANGIANO)

Pareno strisciulelle d’acqua ‘e mare!
Verde smeraldo si so’ fragulelle,
spruzzate ‘argiento dint’a na spasella
luceno p’’a frischezza e p’’o culore.

Si so’ cchiù grosse, so’ alice ‘e sperone,
accussì blù ca pareno pittate
comme, chi sa, ll’avessero pittate
mmane d’artista ‘e nu…decoratore.

I’ me fermavo spisso addu Luigione:
me ‘ncantavo a guardà ‘sta piscaria
ch’assumigliava a na giujelleria…
tant’era ‘o bbene ‘e Ddio ca se vedeva.

Ll’acqua scurreva ‘a tanti funtanelle.
sciuliànno ‘ncpp’â lastra d’’o bancone
(na lastra ‘e marmo ca nun fa ‘mpressione
pecchè era vivo chello ca ce steva)

Ll’evera ‘e mare tutt’arravugliata
ê vvote cummigliava quase apposta
ciefàre, auràte, spigule, raòste.
saraghe, triglie ‘e morze e tutt’’o riesto.

Po,tra na fronna e n’ata,’o pesce ‘e taglia
cacciava n’uocchio lustro e ‘nsanguinato
comme pe dì:« mo mo m’hanno piscato!
Te paro muorto, ma so’ vivo ancora!»

Vuje che vulite ‘a me? forse so’ fesso…
ma addò c’è gusto, nun ce sta perdenza…
V’’o dico sotto voce,’ncunfidenza,
ca preferisco ‘alice…E ch’aggio ‘a fà?

Me piaceno ‘nturtiera, ’ncopp’’e ppizze,
spinate c’’o limone, si è zucuso,
ma chelle ca so’ propio ‘e cchiù sfezziose,
a verità..songo ll’alice fritte.

Ll’affierre cu ddoje ddete, capa e coda,
t’’e passe ‘nnanz’’o musso dritte,dritte
e comme si sunasse n’urganetto
siente musica ‘e mare ‘mmocca a te.

Siccomme ‘o mare a me me piace assaje
ve cerco sulamente nu favore:
Nun me purtate sciure quann’i’ moro,
nun appicciate lluce nnanz’â nicchia…

Voglio sentere addore ‘e chistu mare
( pure ‘int’’o testamento ll’aggio scritto)
Pirciò v’’o ddico ‘a mo , ma zittu zitto
«Purtateme nu piatto ‘alice fritte!!!»

(Marzo 2017)

Villa Patrizi e S. Stefano

 

di Antonio La Gala

 


Fra le due aree collinari contigue, di Posillipo e del Vomero, possiamo individuare una zona di passaggio nella parte di via Manzoni compresa fra l’inizio di via Michelangelo da Caravaggio, villa Patrizi e piazza Santo Stefano.

In passato questo tratto di via Manzoni, assieme alla parte più alta di via Tasso, era una zona agreste e costituiva una specie di borgo abitato da contadini e dai proprietari delle grandi ville – per lo più nobili - che, insieme, spiritualmente, gravitavano attorno alla chiesetta di campagna di Santo Stefano.

Poco dopo la chiesetta, un’antica e malandata targa, che resiste su un muro di Corso Europa, reca l’iscrizione “strada del Vomero”.

Villa Patrizi, in via Manzoni, sorse verso metà Settecento ad opera del marchese Pietro Patrizi, che comprò “una massaria arbustata, vitata e fruttata” con una casa quasi inabitabile, trasformata, con i lavori di ampliamento eseguiti nei tempi successivi, in una villa gentilizia molto importante.

La felice posizione panoramica della villa la rese famosa, ricevendo le lodi anche dell’imperatore austriaco Giuseppe, in visita a Napoli.  Racchiude un teatrino, che è stato attivo anche in tempi recenti, capace di circa cento posti.

Fino a Novecento inoltrato la villa dava il nome a tutta la zona circostante, tant’è che essa era nota con il nome di “via Patrizi”, come testimoniano lettere e cartoline, che venivano spedite con tale “indirizzo”.

La strada fra la villa e la chiesetta di S. Stefano era fiancheggiata, da un lato, da un susseguirsi di muri di contenimento di tufo, sormontati da agrumeti e vigneti, e, dall’altra parte, da un susseguirsi di tratti panoramici protetti da bassi muretti. Muri e muretti erano interrotti, da un lato e dall’altro, da villette e palazzotti con viali e parchi sorti a cavallo dell’Otto e Novecento, fra cui spiccavano, vicino alla chiesetta, Villa Rachele e Villa Spera, poi divenuta Villa Giordano, poi sala per ricevimenti “Corte dei Leoni”, costruita da Adolfo Avena nel 1922, di gusto neoeclettico ricco di reminiscenze romaniche.

La chiesetta di S. Stefano sorse verso la fine del Settecento; inizialmente era di diritto patronale del duca Antonio Winspeare, proprietario di Villa Salve, nel cui complesso ricadeva il tempietto. Nei tempi in cui la religione aveva un certo peso nella vita della gente, soprattutto in contrade come quelle di cui stiamo parlando, era molto frequente che, per devozione al Santo titolare della chiesetta, venisse dato il nome Stefano ai bambini.

La chiesetta restò in funzione fino al 1972, quando vi si celebrava ogni domenica e nelle feste di precetto, almeno una Messa. 

La sua eredità è stata raccolta dalla Parrocchia di S. Vincenzo Pallotti, sorta nel secondo Novecento in Largo Europa.

(Febbraio 2017)

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