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Miti napoletani di oggi.51

I MERCATINI RIONALI

 

di Sergio Zazzera

 

Mimmo Piscopo, Mercatino di Antignano

Napoli è tutta un pullulare di mercatini rionali, sia coperti, che en plen air, da quelli tradizionali (Sant’Antonio Abate, in primo luogo, ma anche Antignano e Piedigrotta), a quelli di meno risalente formazione (Posillipo, via Solimena), nei quali, accanto a prodotti di buona qualità, si trova esposta una consistente dose di falsi e altra paccottiglia.

A questo punto avverto, ancora una volta, la necessità di rammentare al gentile lettore l’idoneità della reiterazione del rito a produrre il mito, al fine di evidenziare il rito del “pellegrinaggio” da altri quartieri (in primis, le estreme periferie), finalizzato all’acquisto dei prodotti ivi commercializzati, e sia quelli “buoni”, che quelli “cattivi”: tutto, purché si risparmi.

Ed è proprio questo il mito: ai mercatini si compra “bene” e si risparmia (o, almeno, così si crede, a dispetto della saggezza napoletana, secondo cui ‘o sparagno nun è maje guadagno).

(Aprile 2017)

Parlanno ’e poesia 11

 

di Romano Rizzo

 

 E. A. Mario

 

E. A. Mario (al secolo Giovanni Gaeta) è stato un monumento nella storia della poesia e della canzone. Di lui si è scritto e detto tantissimo.

So di non poter aggiungere nulla di nuovo a quello che, con tanto amore, ha scritto di Lui la figlia Bruna, di recente scomparsa, e cercherò solo di tratteggiare, con significativi aneddoti, alcuni lati del Suo carattere.

A soli 10 anni, con un mandolino che un cliente aveva lasciato nella bottega di barbiere di suo padre, cominciò a strimpellare qualche motivetto, poi, imparando la musica da alcune dispense, divenne tanto bravo da adoperarlo per comporre le musiche delle sue canzoni.

A 16 anni, lavorando alle Poste, incontrò il maestro Emilio Segrè e, con la schiettezza ed impetuosità che mai lo ha abbandonato, gli disse:“ Maestro, complimenti per le musiche, peccato che i testi so’ tanti papucchielle!” Successe il finimondo, ma il Segrè propose alla fine a E. A. Mario di sottoporgli un suo testo, aggiungendo  che, se lo avesse convinto, lo avrebbe musicato. Nacque così la prima canzone di E. A. Mario “ Cara mammà” e fu un successo. Da allora iniziò a comporre canzoni e poesie e seppe dare alla sua poetica un carattere particolare, lontano dal lirismo imperante di di Giacomo e Russo, ma ricco di schiettezza e spontaneità, con toni pacati, discorsivi, privi di fronzoli e densi di significati, a volte didascalici. Alcuni, e forse lo stesso E. A. Mario, si sono chiesti se egli è da ritenersi più un canzoniere che un poeta. A mio parere il quesito, difficile, data l’immensa e validissima produzione in entrambi i campi, è forse mal posto, perché nessun altro poeta è stato anche un musicista, capace di impreziosire, con le sue note, i versi di un altro autore e credo si possa solo ritenere che, essendo poeta e musicista insieme, si sia sentito maggiormente realizzato componendo e musicando una canzone. Del resto, così come si evince dalle belle antologie poetiche di Consiglio e di Palomba, i versi di molte canzoni classiche, nulla hanno da invidiare alle poesie. Sono delle vere poesie, che si sono piegate alle regole formali (Strofa e ritornello) delle canzoni. Pertanto considerando l’opera di E. A. Mario, nel suo insieme, egli ci appare quel gigante  che il Costagliola definì il Signor Tutto, una vera pietra miliare della poesia e della canzone.

Quando molti autori napoletani furono attratti dalla Poliphon, egli si avvicinò alla Bideri e, come racconta il Pisani, suo allievo prediletto, con i proventi di “Comme se canta a Napule”, la salvò dal dissesto.

Dopo qualche anno, però, forse anche per malintesi e dissapori con la figlia di Bideri, Valentina, decise di fondare una propria casa editrice con la quale, tra l’altro, partecipò a diverse edizioni della Piedigrotta. Il carattere forte del nostro autore, che non la dava vinta a nessuno, (carattere, poi, ereditato dalla figlia Bruna, che trascriveva le melodie composte dal padre) emerge dall’aneddoto seguente : A quei tempi, se un cantante richiedeva che venisse rifatto uno spartito per adeguarlo alla sua tonalità, doveva versare all’editore 5 lire. Il grande Pasquariello non voleva versarle e, quando alla fine le versò, stracciò lo spartito rifatto ed andò via. E. A. Mario raccolse il danaro che Pasquariello aveva lasciato sul tavolo e lo diede ad un mendicante, dicendo: “Questa è l’elemosina che vi manda Pasquariello!”. Si racconta che un giovane musicista portò a Mario una sua composizione perché la valutasse, però esitava a mostrargli lo spartito. Alla fine gli confessò che lo aveva piegato ed inserito in una scarpa che gli faceva male. E. A. Mario lo guardò rabbuiato e poi disse a un suo collaboratore: “Tùrati il naso e famme sentì sta musica” Appena la sentì si ritirò in un’altra stanza con il mandolino e ne uscì, dopo un quarto d’ora, con “Mandulinata a Surriento”! Questo è l’uomo bonario, poliedrico ed estemporaneo. Quello..un po’ burbero e deciso vien fuori, invece, da un altro aneddoto. Si narra che, avendo  incontrata ad una serata  quella che diventerà la Sua Adelina, che indossava un vistoso cappellino di paglia, così la apostrofò “Siente, quanno jesce ’a sott’’a paglia, t’aggia parlà!” ed estremamente schiette, semplici e sincere furono le parole della dichiarazione (cfr. la poesia ‘O pparlà chiaro!) Grande nelle canzoni napoletane ed altrettanto grande nelle canzoni in lingua, la sua fama raggiunse i più alti vertici con la leggenda del Piave, con cui portò le nostre truppe alla vittoria  meritando le parole d’elogio del Generale Diaz che gli scrisse: “E. A. Mario, la Vostra Leggenda del Piave è valsa per le truppe al fronte più del miglior generale!” Poliedrico, onesto, esigente, spontaneo, combattivo e indipendente E. A. Mario dovrebbe essere preso ad esempio dai giovani che vogliono cimentarsi nel sempre più difficile campo della poesia e della canzone.

 

’O siggillo

(E. A. Mario)

 

Nu figlio.. Ma ched’è nu figlio? È ammore

ca se fa carne, carne e sango e astregne

cchiù forte assaje dduje core.

 

Ll’articulo d’’o Codice e ’a parola

d’’o prevete te cercano ’a prumessa

ca spisso passa e vola:

 

Chilli dduje «Sì» ca diceno ’e dduje spuse

nun so’ siggillo eterno: ‘o rumpe, ’e vvote

cu tanta e tanta scuse;

 

ma ’o siggillo cchiù forte è ’o figlio: è ammore

ca se fa carne, carne e sango e astregne

overamente ’o core !!

(Aprile 2017)

MOTOCICLETTE CON SIDECAR

 

di Luigi Rezzuti

 


Le origini della motocarrozzetta risalgono alla fine del XIX secolo, quando un ufficiale dell’esercito francese modificò una bicicletta applicandole il primo sidecar della storia.

Con tale veicolo si aggiudicò il premio offerto da un quotidiano per il miglior metodo per trasportare un passeggero su una bici.


Prima degli anni cinquanta le motocarrozzette erano abbastanza diffuse, fornendo un’alternativa economica all’automobile.

Trovarono impiego anche come mezzi militari e della polizia.

Durante la seconda guerra mondiale le truppe tedesche ne avevano un gran numero, realizzate dalla BMW e dalla Zundapp.


Anche in Italia la moto Guzzi realizzò una motocarrozzetta.

Nel ventennio intercorso tra le due guerre mondiali tutti gli eserciti del mondo iniziarono a “meccanizzare” le proprie fanterie, sostituendo i cavalli con le motociclette con sidecar, apprezzate per la loro maneggevolezza e velocità.

Durante la seconda guerra mondiale, l’esercito della Germania chiese alla BMW di costruire un sidecar che potesse adattarsi sia alle sabbie del deserto libico, sia alle nevi delle steppe russe, fino a quando la fabbrica non fu bombardata dagli alleati e ne fu interrotta la produzione.

Nonostante gli indubbi pregi delle moto BMW l’esercito tedesco trovò più funzionale la sua concorrente Zundapp e si decise di unire il meglio dei due mezzi e di iniziare una produzione congiunta, poi fortunatamente la guerra finì, poco tempo dopo.


Così le moto con sidecar sono progressivamente scomparse, rimanendo a lungo solo quelle da competizione. Non per nulla, per molti anni la scena agonistica, a livello mondiale, è stata dominante dagli specialisti tedeschi.

In Italia la popolarità del sidecar è stata di gran lunga minore anche se applicato, non solo alle classiche motociclette, costruite dalla Moto Guzzi e dalla Gilera, ma anche a moto di cilindrata inferiore, come gli scooter della Vespa e Lambretta.

Con l’avvento delle prime utilitarie, come la Topolino, la mitica Fiat 500, seguita dalla Fiat 600 e dalla Bianchina, le moto col sidecar sono praticamente scomparse dalla scena e al massimo se ne parla come di curiosità.

(Marzo 2017)

 

Miti napoletani di oggi.52

IL “CUOPPO”

 

di Sergio Zazzera

 

In senso proprio, a Napoli il cuóppo è il cartoccio a forma di cono capovolto; in senso figurato (e, magari, con la precisazione cuópp’âllésse) è la persona dal fisico tozzo e sgraziato. Dei due, è del primo che ho scelto di occuparmi qui, oggi che sembra avere assunto il predominio, a Napoli, nel settore dello street food. Dunque, mentre a Londra dominano fish & chips, a Parigi le baguettes con le più diverse farciture, a Istanbul il kebab, a Palermo arancine e pani c’’a mèusa, a Napoli la parte del leone spetta, ormai, al cuóppo.

Non soltanto nei quartieri popolari, infatti, hanno aperto i loro battenti botteghe dotate di friggitrice, bensì anche in quelli più chic; per non dire dei furgoni che, soprattutto nelle ore serali, infestano via Caracciolo, quel “lungomare” che, almeno (o anche?!) da questa calamità, attende ancora di essere “liberato”.

Che cosa, poi, contenga questo benedetto cuóppo è tutto da definire: c’è quello di patatine (il più comune), quello di alici, quello di baccalà, quello di frittelle di verdure o di ortaggi e via dicendo: si tratta soltanto di scegliere. Ma anche di sperare di sopravvivere: l’olio nella friggitrice sarà, magari, di palma? e dopo quante centinaia – o migliaia – di fritture ne sarà eseguito il “cambio”? e quali saranno la qualità e la freschezza delle materie prime impiegate? E quali l’impegno e l’igiene nella preparazione? Poveri quegli stomaci delle giovani generazioni!

(Marzo 2017)

Illustri illustratori: i Matania

 

di Antonio La Gala

 

Càpita spesso di incontrare, fra gli artisti figurativi napoletani, vere dinastie. Fra i tanti esempi si possono ricordare le famiglie a cui apparteneva Giacinto Gigante, quelle dei Carelli, dei Palizzi, Casciaro, ecc.

Un' affollata dinastia, della quale alcuni epigoni sono nostri contemporanei, ma il cui capostipite nacque ai tempi di Ferdinando II di Borbone, è quella dei Matania, famosissimi anche fuori Italia, come "illustratori".

Gli "illustratori" erano abili disegnatori, molto di moda in epoca liberty, che curavano la parte figurativa dei periodici, compito poi svolto dalla fotografia.

Napoli in questo settore fece sentire una sua forte presenza. Vi si distinsero, infatti, alcuni componenti di una famiglia d’artisti, residenti prevalentemente al Vomero, impegnati poi un po’ in tutti i campi (poesia, musica, arti figurative, teatro, cinema).

Stiamo parlando dei Matania, una dinastia artistica iniziata con Eduardo (1847-1929), che intuì l'importanza dell'illustrazione come estensione della pittura. Pittore vicino alle maniere della "scuola di Resina" (espose alle Promotrici Salvator Rosa del 1867 e del 1887), fu soprattutto elegante illustratore. Firmò raffinati disegni su prestigiose pubblicazioni (fra cui "L'Illustrazione Italiana" la "Storia di Vittorio Emanuele II"), scene della vita napoletana degli anni umbertini, vedute della città, fatti e personaggi dell'epoca, in cui si respirava ancora l'atmosfera risorgimentale.

La generazione successiva è rappresentata dai cugini Fortunino, figlio di Eduardo, ed Ugo, nipote dello stesso Eduardo.

Fortunino Matania (1881-1963) si stabilì a Londra nei primi anni del Novecento, dove fu chiamato con vantaggiosi contratti grazie alla bravura che già aveva dimostrato, giovanissimo, in Italia. Diviso fra l'amore per Napoli e l'Inghilterra, collaborò ad alcune delle riviste illustrate più famose in Europa ("L'Illustrazione Italiana" di Milano, "L'illustration di Parigi", "The Illustrated London News", "The Grafic", "The Tatler", "The Sphere", "Britannia and Eve" di Londra), che lo costrinsero ad una faticosa vita da reporter: Passò dai ritratti dei Pellerossa nordamericani ai viaggi degli Zeppelin, dall'India per la incoronazione di Giorgio V all'Australia. Quando Eduardo Scarfoglio nel 1924 lo chiamò a Napoli, per illustrare "Il Mattino Illustrato", per non lasciare la sua indaffaratissima vita girovaga, Eduardo propose al suo posto il cugino Ugo che in quel momento stava con lui a Londra.  Ugo  così tornò a Napoli per cominciare ad illustrare il "Mattino Illustrato".  In seguito Fortunino finì per dedicarsi a disegnare scene di ambiente storico antico.

Ugo Matania (1888-1979), più giovane di sette anni del cugino Fortunino, seguì studi accademici dal 1905 al 1911. Dopo un periodo (dal 1913 al 1924) trascorso in Inghilterra  assieme a Fortunino, Ugo tornò a Napoli, dove curò le copertine del “Mattino Illustrato” dal 1924 al 1947. Si alternò con Walter Molino alla "Illustrazione del Popolo" fra il 1941 e 1948; sostituì Achille Beltrame nelle copertine della “Domenica del Corriere,” dal 1948 al 1951, e curò il “Corriere dei Piccoli” dal 1948 al 1954. Il suo impegno come giornalista, anche se grafico, gli lasciava poco spazio per la produzione pittorica vera e propria.

Ugo Matania improntava i suoi disegni alla vivacità del vero, "suscitando nel lettore l'impressione che tutto fosse accaduto proprio lì, dietro l'angolo" (Adolfo Mutarelli).

Anche la generazione dei Matania ancora successiva a quella di Fortunino ed Ugo, vanta artisti, distribuiti in vari campi.

Una figlia di Fortunino, Clelia, (attiva dalla fine degli anni Trenta e spentasi nel 1981), e una figlia di Ugo; Vera (che ha debuttato negli anni Settanta), hanno scelto le strade del cinema e del teatro.  Artisti figurativi poliedrici sono poi Bruno e Tullia, primogenito e secondogenita di Ugo.

(Marzo 2017)

Parlanno ‘e poesia 10

 

di Romano Rizzo

 

Giuseppe Cangiano ( 1913/ 1987 )

 Giuseppe Cangiano è uno dei tanti, troppi poeti della Napoli di un tempo, che la critica ha, a mio parere, ingiustamente trascurato negandogli la posizione che avrebbe meritato. Poco si conosce della sua biografia: Nato nel 1913, salutò questo mondo nel 1987, poco prima che la sua ultima fatica ( quella bella antologia della poetica napoletana di fine novecento, arricchita ed impreziosita dalla sua accorata difesa del dialetto e della tradizione ) vedesse la luce.

In questo bel lavoro che egli definì rassegna antologica, dimostrando il suo grande amore per la poesia, intese offrire ai lettori liriche di poeti a lui contemporanei a testimonianza della vitalità della poesia napoletana. È stato uno spirito libero che non si è mai voluto legare a un salotto o cenacolo, perché orgoglioso della sua indipendenza. Ne fa fede anche l’impostazione da lui data a questa rassegna (per ogni autore sono riportati solo dati anagrafici), ritenendo egli che “ in arte ciò che più conta è l’opera che si lascia, in quanto soltanto l’arte vera è immortale. La sua produzione poetica è racchiusa essenzialmente in tre voluni:

1) Penombra napulitana del 1976;

2) Nun me tuccate Napule del 1982;

3) De…camerino del 1979.

Molto significativa, a mio parere, è la breve poesia che introduce “Penombra napulitana” A tiempo perzo:

 

“Aggio scritto sti vierze a tiempo perzo / pe’ sbarià nu poco cu ’o penziero/ e v’assicuro ca me so’ spassato/ immagginanno cose..po’ succiesse / Me so’ arrubbate ll’ore ‘e chesta vita / jucanno cchiù ’e na vota ’e fantasia../ D’’a  fantasia già m’ero nnammurato / e mbracci’a essa me so’ arrepusato !!

Nel volume “Nun me tuccate Napule”, il Cangiano fa una accorata difesa di questa nostra bella città, troppe volte maltrattata e malmenata da chi, non conoscendola a fondo, non riesce a comprenderla nel suo giusto valore. La sua difesa è fatta, però, con i suoi consueti toni pacati e discorsivi, e, forse, più che a una invettiva fa pensare ad una preghiera. Tutta la poetica del Cangiano è sempre contraddistinta, del resto, da  un tono nitido e chiaro, privo di fronzoli e orpelli, ma  sempre ricco di originalità e spontaneità. Egli eccelle nei “ bozzetti” per la perfezione ed estrema naturalezza delle descrizioni, perfette anche nei più minimi dettagli. Basti pensare alla sua lirica “ Alici fritte”, che è stata molto spesso declamata dai più bravi dicitori ed interpreti. La ricchezza della sua poesia è pari solo alla sua modestia. (Si pensi, che solo dopo la Sua morte, nella rassegna antologica da lui voluta, sotto il Suo nome è apparsa la dizione Dirigente Amministrativo e non so se questo possa avergli fatto piacere!) A me piace definirlo il poeta della vita di tutti i giorni, il poeta del quotidiano che ci colpisce e ci incanta per quello che scrive e per come lo scrive. È stato un poeta autentico, uno dei pochi veramente innamorati della Poesia e non solo della loro poesia. Una figura, forse minore, ma che va giustamente celebrata e non dimenticata

Alice fritte
(di GIUSEPPE CANGIANO)

Pareno strisciulelle d’acqua ‘e mare!
Verde smeraldo si so’ fragulelle,
spruzzate ‘argiento dint’a na spasella
luceno p’’a frischezza e p’’o culore.

Si so’ cchiù grosse, so’ alice ‘e sperone,
accussì blù ca pareno pittate
comme, chi sa, ll’avessero pittate
mmane d’artista ‘e nu…decoratore.

I’ me fermavo spisso addu Luigione:
me ‘ncantavo a guardà ‘sta piscaria
ch’assumigliava a na giujelleria…
tant’era ‘o bbene ‘e Ddio ca se vedeva.

Ll’acqua scurreva ‘a tanti funtanelle.
sciuliànno ‘ncpp’â lastra d’’o bancone
(na lastra ‘e marmo ca nun fa ‘mpressione
pecchè era vivo chello ca ce steva)

Ll’evera ‘e mare tutt’arravugliata
ê vvote cummigliava quase apposta
ciefàre, auràte, spigule, raòste.
saraghe, triglie ‘e morze e tutt’’o riesto.

Po,tra na fronna e n’ata,’o pesce ‘e taglia
cacciava n’uocchio lustro e ‘nsanguinato
comme pe dì:« mo mo m’hanno piscato!
Te paro muorto, ma so’ vivo ancora!»

Vuje che vulite ‘a me? forse so’ fesso…
ma addò c’è gusto, nun ce sta perdenza…
V’’o dico sotto voce,’ncunfidenza,
ca preferisco ‘alice…E ch’aggio ‘a fà?

Me piaceno ‘nturtiera, ’ncopp’’e ppizze,
spinate c’’o limone, si è zucuso,
ma chelle ca so’ propio ‘e cchiù sfezziose,
a verità..songo ll’alice fritte.

Ll’affierre cu ddoje ddete, capa e coda,
t’’e passe ‘nnanz’’o musso dritte,dritte
e comme si sunasse n’urganetto
siente musica ‘e mare ‘mmocca a te.

Siccomme ‘o mare a me me piace assaje
ve cerco sulamente nu favore:
Nun me purtate sciure quann’i’ moro,
nun appicciate lluce nnanz’â nicchia…

Voglio sentere addore ‘e chistu mare
( pure ‘int’’o testamento ll’aggio scritto)
Pirciò v’’o ddico ‘a mo , ma zittu zitto
«Purtateme nu piatto ‘alice fritte!!!»

(Marzo 2017)

Villa Patrizi e S. Stefano

 

di Antonio La Gala

 


Fra le due aree collinari contigue, di Posillipo e del Vomero, possiamo individuare una zona di passaggio nella parte di via Manzoni compresa fra l’inizio di via Michelangelo da Caravaggio, villa Patrizi e piazza Santo Stefano.

In passato questo tratto di via Manzoni, assieme alla parte più alta di via Tasso, era una zona agreste e costituiva una specie di borgo abitato da contadini e dai proprietari delle grandi ville – per lo più nobili - che, insieme, spiritualmente, gravitavano attorno alla chiesetta di campagna di Santo Stefano.

Poco dopo la chiesetta, un’antica e malandata targa, che resiste su un muro di Corso Europa, reca l’iscrizione “strada del Vomero”.

Villa Patrizi, in via Manzoni, sorse verso metà Settecento ad opera del marchese Pietro Patrizi, che comprò “una massaria arbustata, vitata e fruttata” con una casa quasi inabitabile, trasformata, con i lavori di ampliamento eseguiti nei tempi successivi, in una villa gentilizia molto importante.

La felice posizione panoramica della villa la rese famosa, ricevendo le lodi anche dell’imperatore austriaco Giuseppe, in visita a Napoli.  Racchiude un teatrino, che è stato attivo anche in tempi recenti, capace di circa cento posti.

Fino a Novecento inoltrato la villa dava il nome a tutta la zona circostante, tant’è che essa era nota con il nome di “via Patrizi”, come testimoniano lettere e cartoline, che venivano spedite con tale “indirizzo”.

La strada fra la villa e la chiesetta di S. Stefano era fiancheggiata, da un lato, da un susseguirsi di muri di contenimento di tufo, sormontati da agrumeti e vigneti, e, dall’altra parte, da un susseguirsi di tratti panoramici protetti da bassi muretti. Muri e muretti erano interrotti, da un lato e dall’altro, da villette e palazzotti con viali e parchi sorti a cavallo dell’Otto e Novecento, fra cui spiccavano, vicino alla chiesetta, Villa Rachele e Villa Spera, poi divenuta Villa Giordano, poi sala per ricevimenti “Corte dei Leoni”, costruita da Adolfo Avena nel 1922, di gusto neoeclettico ricco di reminiscenze romaniche.

La chiesetta di S. Stefano sorse verso la fine del Settecento; inizialmente era di diritto patronale del duca Antonio Winspeare, proprietario di Villa Salve, nel cui complesso ricadeva il tempietto. Nei tempi in cui la religione aveva un certo peso nella vita della gente, soprattutto in contrade come quelle di cui stiamo parlando, era molto frequente che, per devozione al Santo titolare della chiesetta, venisse dato il nome Stefano ai bambini.

La chiesetta restò in funzione fino al 1972, quando vi si celebrava ogni domenica e nelle feste di precetto, almeno una Messa. 

La sua eredità è stata raccolta dalla Parrocchia di S. Vincenzo Pallotti, sorta nel secondo Novecento in Largo Europa.

(Febbraio 2017)

Parlanno ’e Poesia 9

Ferdinando Russo

 

di Romano Rizzo

 


Conoscere alcuni aneddoti sulla vita di un grande della poesia napoletana può contribuire, a mio avviso, a  renderne più umana e più vicina a noi la figura, perché ci permette di comprendere meglio alcuni tratti essenziali del Suo carattere.

A tal fine, dal bel libro che Oreste Giordano gli ha dedicato, ho tratto alcuni aneddoti, che fanno piena luce sul Suo modo di essere e sull’epoca in cui visse.

Caratterialmente molto diverso dal Di Giacomo (schivo, riservato e un po’ timido) il Russo (spavaldo, irruento, spericolato) fu assiduo frequentatore di ritrovi e salotti. Si narra che Rocco de Zerbi, uno dei mecenati dell’epoca, dopo aver ascoltato in un ritrovo “Scètate”, disse: “Stupenda questa serenata. Di chi sono i versi?” “Miei...” rispose Russo. E  de Zerbi: “Vieni a casa mia con Costa, giovedì organizzerò il tuo battesimo da poeta!” Russo, però, era molto restio ad accettare l’invito, che pur lo lusingava... Non possedeva frac né smoking e, solo dietro insistenze degli amici, vi si recò con un vestito nero, destando l’ironia del Rosati che gli dedicò questi versi:

“Vestito da cadavere / tu sembri l’uomo feretro / ovvero il vate scheletro.”

Come si vede anche allora c’era chi non perdeva occasione per colpire gli altri solo per il gusto di strappare un sorriso.

La Sua spavalderia il Russo mostrò, fermando, in via Toledo, una carrozza, al traino di un cavallo imbizzarrito e, in seguito, offrendosi volontario per un viaggio in pallone con lo Spalterini,  senza alcun compenso, ma soltanto perché questi aveva affermato in pubblico che i Napoletani non avevano il coraggio di salire a 3.000 metri per sole 300 lire. Di carattere impulsivo, il Russo scriveva sempre di getto e non conservava copia di quanto aveva scritto. Il Giordano racconta che, per la prima edizione delle Poesie napoletane dovette copiargli tutte quelle che avevano pubblicato le riviste e i giornali. Di contro, fu tanto ossessionato dall’idea che la poesia e l’arte dovessero fedelmente rispecchiare la realtà, che non esitò a frequentare ambienti malfamati per apprendere espressioni gergali e far parlare i suoi personaggi con il linguaggio proprio della loro condizione sociale. Questo gli valse l’appellativo di poeta popolaresco, che gli viene comunemente attribuito ma che, forse, ha finito per nuocergli, facendo passare in secondo piano le stupende liriche sentimentali, raccolte in “Sinfonie d’amore” o in “Rosario sentimentale” o ancora nei “Poemetti del cuore”. È da rilevare, però, che il Ruocco definì giustamente il Russo “verace poeta d’amore.” Il De Caro narra che, pur essendo caratterialmente, molto diverso dal Di Giacomo, assai forte era la stima reciproca dei due grandi autori. In particolare De Caro racconta che il Russo ad un giovane aspirante poeta, che sperava di ingraziarselo ed aveva cominciato a parlar male del Di Giacomo, interrompendolo, disse : “ Guagliò… A chi vuò fà fesso ? Primma ’e parlà ’e don Salvatore…sciacquate ’a vocca e lievete ’o cappiello! E mo… vattenne!” Nel volume del Giordano è, altresì, evidenziatò il grosso dispiacere del Russo per non essere stato nemmeno citato dal Croce e poste in luce alcune feroci critiche all’operato di quanti seguivano passivamente il Croce nelle loro considerazioni critiche. Non mi piace aggiungere altro su tale argomento, mi basta considerare che certe cose sono note a chi è nell’ambiente: si sono verificate in passato e, purtroppo, continuano a verificarsi. È fuor di dubbio, comunque, che il Russo è stato uno dei capisaldi della poesia napoletana e che ha amato sovra ogni cosa la sua terra, alla quale lasciò morendo questi due versi:

“Napoli ride, ’int’a na luce ’e sole /

chiena ‘e feneste aperte e d’uocchie nire”. Parole con cui Russo, autore fra l’altro, di canzoni, come “Scètate”, “Serenatella nera”, “Manella mia”, “Nun me guardate cchiù”, “Nenna mia che vo’ sapè”, “Quanno tramonta ’o sole”, “Tammurriata palazzola”, e tante altre, salutò i suoi due amori: Napoli e le belle donne.

 Tu sola

di Ferdinando Russo

 

Tu sì tutto pe me! Ll’acqua che canta

miezo a sti scoglie ’o canto d’ ’e Sserene;

’o sole ’e fuoco ca stu munno ammanta,

’o sango ca me scorre dint’ ’e vvene!

 

Tu sì tutto pe me: nu suonno d’oro

ca ’int’ ’a notte me vene a cunzulà;

e quanno ride pare nu tesoro

chella vocca ca è nata pe vasà!

 

Tu sì tutto pe me: sì ’o raggio ’e luna

che tanti vvote me fa cumpagnia…

Sì ll’angelo , sì ’a Fata d’ ’a Furtuna,

sì ’a sola gioia ’e chesta vita mia!

 

Quanno aggio ditto ca te voglio bene,

core d’ ’o core mio, stamme a sentì:

te tengo tuttaquanta dint’ ’e vvene

e cchiù de chesto nun te saccio dì!!

(Gennaio 2017)

Miti napoletani di oggi.50

LO SCRITTORE

 

di Sergio Zazzera

 

Raccolgo la “provocazione” che mi ha indirizzato, da queste stesse (web-)pagine il direttore di questa testata, Marisa Pumpo Pica, a proposito del possibile profilo mitico dello scrittore di oggi, e mi accingo a scrivere queste righe.

Premetto che il “mito dello scrittore” non costituisce una peculiarità di Napoli: esso è diffuso, infatti, un po’ dovunque, e neppure soltanto in Italia. Vi fu un tempo in cui chiunque possedesse un rasoio e un mandolino, faceva il barbiere; parimenti, oggi, chiunque disponga di un po’ di carta e di una penna “fa” lo scrittore (e, magari, non ha neanche mai letto qualcosa): e la “nudità del re” è tale, che un pubblico, che non ha mai letto Manzoni, o Verga, o Tomasi di Lampedusa, non manca di partecipare, e pure con entusiasmo, a una presentazione di libro, né di acquistarne una copia, né di assistere alla proiezione del film o alla trasmissione della riduzione televisiva che ne sono stati ricavati.

Peraltro, anche la pubblicità recita bene la propria parte, fatta dell’intreccio di rapporti dell’editoria con i media, da una parte, e, dall’altra (e qui molto spesso c’è anche la partecipazione diretta degli autori), con il mondo politico, il quale a sua volta, vi trova il proprio tornaconto, sempre in termini di pubblicità. Mi si consenta, perciò, di ricordare un vecchio apologo, forse anche un tantino stupido: la gallina e l’oca depongono entrambe le uova, ma l’una, a differenza dell’altra, fa sentire la propria voce, mentre provvede alla bisogna. Ebbene, se riflettiamo, le nostre mogli preparano la frittata con le uova della prima: potenza della “pubblicità”.

E, per concludere, il mito: Manzoni, Verga, Tomasi di Lampedusa, hanno ancora i loro lettori; ma qualcuno mi sa dire, domani o dopodomani, quanti e quali lettori avranno… ma qui non voglio fare nomi, ognuno aggiunga quelli che gli vengono in mente.

(Gennaio 2017)

Miti napoletani di oggi.49

IL NAPOLI

 

di Sergio Zazzera

 


 Devo richiamare qui, ancora una volta, l’attitudine della reiterazione del rito a generare il mito; e devo citare due deliziosi saggetti, concernenti il tema dello sport come “fenomeno religioso”: quelli, cioè, di Marc Augé (Football, Bologna 2016) e di Jürgen Moltmann (Le Olimpiadi come religione moderna, Bologna 2016), al fine d’illustrare in maniera agevole il mito-Napoli (S.S.C., s’intende).

Premetto che, per quanto motivi (più che ragioni) di carattere economico/commerciale abbiano esteso, sostanzialmente, all’intera settimana la pratica del gioco del calcio, tuttavia, la “giornata calcistica” per eccellenza rimane sempre la domenica: quel medesimo dies Domini, cioè, sacro a Dio, che in esso si riposò e che la dottrina cristiana fa oggetto di santificazione. Elementi rituali di questa pratica sportiva da parte del pubblico, poi, sono individuabili anche negl’inni, nella “ola”, negli striscioni, nell’aura “divistica” che avviluppa i campioni; fattori, tutti questi, che presentano una marcata somiglianza con i canti sacri, le giaculatorie, gli stendardi, la concezione del santo come Divus, che sono componenti essenziali del rituale della messa. Per non dire della connotazione di “fedeli”, che in qualche modo può essere riconosciuta, sia pure in senso laico, agli ultras: altrimenti, perché mai si parlerebbe di “fede sportiva”?

E dal rito al mito: mai quanto oggi, lo sport – e il calcio in primo luogo – ha sotteso interessi economici (come dicevo più sopra, ma anche politici, almeno in qualche misura); la “sana competizione” – che, pure, dovrebbe costituirne la vera essenza – passa, dunque, in secondo piano.

Che dire? Sembra proprio che la funzione di “antiparrocchia” si sia spostata, ormai, dall’osteria (secondo la pittoresca proposizione di Gabriele De Rosa) allo stadio.

(Gennaio 2017)

La morte di G.B. Vico fra corsi e ricorsi

 

di Antonio La Gala

 

Giambattista Vico, oltre alle lezioni di storia alta, con le sue opere, ci ha trasmesso anche lezioni di storia spicciola, attraverso le vicende della sua vita. A chi ritiene, ad esempio, che siano una degenerazione dei nostri tempi i maneggi nell’area del sottobosco del potere, l’assegnazione di cattedre universitarie, carriere, ecc. secondo criteri familistici e di  appartenenza a questo o quel gruppo, la vita di Vico dimostra che anche ai suoi tempi, attorno a lui, tale andazzo era ben presente nella società.

Per la verità i biografi del Vico hanno pareri discordanti sul rapporto fra il Nostro e i citati meccanismi.

C’è chi sostiene che, per essere poco incline ai maneggi di consorteria a fini carrieristici, fu tenuto, nonostante la grandezza della sua dottrina, ai margini delle cariche accademiche presso l’Università di Napoli. Si vide sfilare la prestigiosa cattedra di Diritto e fu relegato ad insegnare Retorica, condannato a menare vita grama e costretto a scrivere discorsi d’occasione e ad impartire lezioni private per mantenere la sua numerosa famiglia.

C’è però anche chi sostiene che Vico cercò di adattarsi a ciò che vedeva fare attorno a lui, al clima politico, sociale e religioso circostante. 

Per ottenere soddisfazioni intellettuali e soddisfazioni dei bisogni materiali della sua famiglia, cercò con tenacia un “posto fisso” all’Università, per quanto mal retribuito; scrisse tutti i discorsi d’occasione che gli venivano chiesti; compose su ordinazione una voluminosa biografia di Antonio Carafa, un napoletano a servizio dell’Austria; passò la sua cattedra a uno dei suoi figli, da lui assunto cinque anni prima come assistente.

Una ragionevole ipotesi intermedia potrebbe essere quella di una persona che cerca di sopravvivere, arrangiandosi realisticamente alla men peggio, forse malvolentieri, con risultati alterni e comunque non esaltanti, presumibilmente per “non esserci portato”.

Le circostanze della pubblicazione della sua opera maggiore, “I Principi di una Scienza Nuova”, ci rivelano come anche in passato fosse difficile pubblicare opere innovative attraverso l’editoria locale.

Vico, infatti, non trovò nessuno che pubblicasse la sua opera e nemmeno qualcuno che lo aiutasse, tant’è che, per darla alle stampe, dovette vendere un anello, l’unico ricordo familiare che gli era rimasto.

L’ultima lezione di storia del costume, Vico ce la fornisce con la vicenda che chiuse la sua vita, cioè le traversie relative al suo funerale, i “corsi e ricorsi” della sua bara.

La vita del filosofo, angustiata anche dalla inettitudine della moglie, dalla scelleratezza del primogenito Ignazio e da una grave infermità di una delle figlie femmine, si concluse altrettanto male. Colpito da un cancro alla lingua ed agli occhi, Vico visse un anno di dolorosa agonia nella sua squallida casa, ai gradoni Santi Apostoli a San Giovanni a Carbonara.

Il giorno in cui morì, a fine gennaio 1744, il figlio Gennaro, che gli era stato vicino negli ultimi momenti, per le incombenze funerarie si rivolse alla Confraternita di Santa Sofia, a cui per molti anni Vico aveva versato i contributi per il suo funerale e per la sepoltura nella chiesa dei Gerolomini.

Il mattino dopo, attorno alla sua bara, iniziò una controversia fra i Confratelli e alcuni boriosi cattedratici dell’Università per stabilire a chi spettava l’onore di reggere i fiocchi della coltre funeraria durante i funerali.

Riuscì a sedare gli animi il cappellano Galiani, dirimendo la questione a favore dei “Signori Professori in quanto gloria e vanto della nostra Università degli Studi”, e rinviando i funerali alle due del pomeriggio. All’ora convenuta si presentarono, impettiti, i Prof., ma disertarono i Confratelli, che, presentatisi alle cinque, ripresero con forza a rivendicare il diritto di essere loro a reggere i fiocchi. Dopo averla spuntata sugli accademici, i Confratelli calarono la bara dalla casa dell’estinto al cortile.

Qui comparve, in cotta e stola, il parroco “di competenza” che rivendicava il diritto di celebrare lui, e non la Confraternita, il rito funebre.

Nel parapiglia che ne conseguì, tutti andarono via, lasciando il mite Gennaro, all’imbrunire, solo con la bara del padre in mezzo al cortile.

Il pietoso intervento di alcuni volontari riportò la bara nella casa del Vico, dalla quale partì, finalmente, il giorno dopo, a cura dei canonici della Cattedrale, a cui si rivolse disperato Gennaro.

Corsi e ricorsi (della bara).

Nel corso del funerale spiccavano in prima fila, impettiti, i cattedratici.

Ma nemmeno dopo deposta, la bara di Vico ha trovato pace. Infatti alla fine del 2011 l’inquieta bara ha dato origine ad un giallo, di cui però non conosciamo il finale. Il giallo è nato dal ritrovamento di una salma nei sotterranei del complesso religioso dei Girolamini che ha fatto pensare ad un ritrovamento delle spoglie del filosofo. Vediamo di che si tratta.

Narrano le cronache che, per il suo travagliato ultimo viaggio, Vico fu vestito con un saio e il feretro fu collocato nei sotterranei di quella chiesa. All’epoca era consuetudine farsi seppellire nelle chiese o nei conventi, usanza gradita dai religiosi che ospitavano volentieri, perché costituiva un discreto businnes. E spesso, per ospitare spoglie di appartenenti a famiglie danarose, si spostavano i morti “vecchi” con i nuovi arrivi.

Nel caso del rinvenimento di una salma, che qualcuno ha ritenuto poter essere quella del Vico, alcune circostanze sembrano avvalorare l’ipotesi, (effettivamente Vico fu sepolto in quella chiesa), mentre altre sembrano smentirla (l’abito è un vestito scuro e non un saio).

Né è facile accertare la verità con il test del carbonio 14 perché questo test dà un’oscillazione di mezzo secolo, né è praticabile l’esame del DNA perché manca un riferimento preciso circa i suoi discendenti.

Anche in questo caso, siamo in presenza di corsi e ricorsi (di ipotesi).

(Dicembre 2016)

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