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LARGO O PIAZZA?

 

di Antonio La Gala

 

 

Spesso nel leggere cose della Napoli antica ci imbattiamo in denominazioni stradali che ci lasciano perplessi.

Quante volte incontriamo la denominazione “Largo”? Ad esempio “Largo di Palazzo” (oggi piazza Plebiscito), o Largo di Castello (oggi piazza Municipio).

Esistono ancora i larghi? Che cosa erano? Al tempo dei larghi c’erano anche le piazze?

In passato venivano chiamati "larghi" gli spazi esistenti fra gli edifici, spazi non frequenti e comunque di dimensioni quasi sempre modesti, nome con il quale si indicavano anche quei larghi "più larghi", che poi sono diventati piazze.

L'appellativo "piazza" era riservato, invece, agli spazi dedicati ai mercati.

Abbiamo fatto uno dei tanti esempi che si possono fare di “traduzione” dall’antico al moderno delle denominazioni toponomastiche della nostra città.

La toponomastica napoletana nasce formalmente alla fine del Settecento, ma di fatto è l'Ottocento il primo secolo ad ufficializzare i nomi dei luoghi.

Per quanto riguarda i termini che nell'Ottocento indicavano le categorie attribuite a strade e spazi di Napoli, essi non coincidevano con quelli usati oggi.

I percorsi principali, oppure le vie più ampie, venivano chiamate "strade".

Le traverse venivano classificate "vichi", ovvero "vicoletti" se si trattava di passaggi piccoli, e "strettole" se proprio di dimensioni veramente minime.

I vichi poi, se erano coperti da un arco, erano chiamati "supportici".

Si definiva "fondaco" una specie di cortile chiuso o di via cieca su cui si affacciavano abitazioni per il popolo più minuto. Quasi sempre erano luoghi affollati e sporchi e il nome fondaco è passato alla storia come l'habitat preferito dai vibrioni dei ricorrenti colera dell'Ottocento.

Tuttavia non sempre il fondaco era luogo disprezzabile, perchè il nome non si riferiva alla qualità del luogo ma alla forma di cortile chiuso. Un esempio di fondaco "decente" è il fondaco Cancello di Ferro, al Vomero, un raggruppamento di vecchie abitazioni che sopravvive ancora oggi in via Beniamino Cesi, recentemente ristrutturato in un complesso di abitazioni di buon livello.

Nell'Ottocento la denominazione "via" compariva molto poco, mentre resisteva la forma "rua", trasformazione della rue francese, con evidente riferimento  all’origine di epoca angioina. 

Interessante la distinzione fra le vie in pendenza, che troviamo in una guida di metà Ottocento: “Le vie erte son dette salite, se menano verso l’esterno della città, calate se conducono alla vecchia città; gradoni se hanno scaglioni; rampe se hanno più branche.” In qualche pianta o documento troviamo per le erte anche la denominazione "discesa". Per la verità la distinzione fra discese, salite e calate può suscitare qualche perplessità, perché ogni percorso ha sempre due sensi opposti, nel senso che una via in pendenza è contemporaneamente una discesa (sinonimo di calata), e una salita. In mancanza di ulteriori precisazioni, riteniamo che, per fare degli esempi concreti, il Petraio, i Cacciottoli e la Pedamentina erano salite perché menavano a zone oggi diventate centrali (corso Vittorio Emanuele), ma allora  esterne alla città, mentre Calata San Francesco conduceva alla vecchia città (Arco Mirelli).

La configurazione orografica di molte zone di Napoli, in particolare delle colline e dei villaggi attorno alla città, in passato rendeva frequente il nome "cupa". Nell'Italia centro-meridionale questo nome ancora oggi viene riferito a strade strette, incassate, per lo più nel tufo (ad esempio “Cupa Gerolomini”), oppure stradine anguste e disagevoli (ad esempio “Cupa San Domenico, Cupa Camaldolilli”),

Il nome ricorda la concavità, la profondità (dal vocabolo latino cupa, botte, ciotola), ed anche la connessa scarsità di luce (un aggettivo derivato è cupo).

Un'altra denominazione che s'incontra nel mondo delle strade napoletane dell'Ottocento, per lo più riservata alle strade in pendenza, è "Imbrecciata". Il vocabolo ricordava l'uso di pavimentare questi percorsi con ciottoli, detti in dialetto vrecce o brecce.

A proposito delle pavimentazioni, a margine di queste notizie sui nomi, ricordiamo che le strade di Napoli, nel Cinquecento, venivano pavimentate con mattoni, abitualmente fabbricati e cotti nell'isola di Ischia. Dopo un non riuscito tentativo di usare i breccioni di fiume (come si usava a Roma), verso la metà del Seicento, cominciò ad entrare nelle abitudini napoletane la pavimentazione con pietra vesuviana, i cosiddetti "basoli".

Oggi la corrente di pensiero estetica che sta alterando l'aspetto della nostra città con un arredo dissonante con il contesto, ed estraneo alla nostra tradizione urbana, una corrente "à la page" che si ispira con disinvoltura alle riviste di architettura che mostrano la nuova Berlino o lo sviluppo di Hong Kong, sta sostituendo i basoli con altro materiale, togliendo alle nostre strade storiche il loro aspetto caratteristico e realizzando una pavimentazione per di più di durata effimera, sia per la natura strutturale del tipo di pavimentazione, e sia, spesso, anche per la discutibile qualità di esecuzione dei lavori.

Nell’immagine che accompagna questo articolo Van Wittel riproduce il “largo di Palazzo”, cioè l’attuale piazza Plebiscito.

(Maggio 2016)

Miti napoletani di oggi.44

Labirinto napoletano

 

di Sergio Zazzera

 

Il mito classico del labirinto è noto a tutti: l’assatanata Pasifae si lascia ingravidare da Giove, facendosi rinchiudere in una vacca di legno – parente prossima del cavallo di Troia –, e partorisce il mostruoso Minotauro, che viene presto rinchiuso nel labirinto, dal quale è impossibile evadere. Sarà l’eroe Teseo ad addentrarvisi, per ucciderlo, non prima d’essersi assicurato la possibilità di ritorno indietro, mediante il filo, che la sorella Arianna gli ha dato e che egli srotola lungo tutto il percorso.

Non v’è dubbio che ogni realtà spaziotemporale abbia il proprio labirinto, ma credo che quello che Eugenio Scalfari ritiene di poter individuare per l’Italia mal si attagli al “caso Napoli”, il che val quanto avere innestato un mito contemporaneo sul mito classico. Scrive, infatti, Scalfari (Quel labirinto che chiamiamo vita, in l’Espresso, 7 aprile 2016, p. 73): «Il potere, nel mito di Teseo, è il labirinto più rappresentativo; forse se il desiderio del potere fosse cancellato dall’animo nostro, saremmo uomini senza più contraddizioni e non più rinserrati nel labirinto».

Ebbene, non ho esperienza diretta del resto d’Italia, ma ritengo, innanzitutto, che il mito del labirinto, a Napoli, sia Napoli stessa, che non riesce a liberarsi (= uscire) di tutte le negatività che vi si sono stratificate nel tempo (e che, peraltro, continuano a stratificarvisi, in maniera inesorabile). Ciò premesso, mi sembra che si debba proprio escludere che nella città tale mito possa identificarsi con il desiderio del potere: l’homo neapolitanus, infatti (e salvo le inevitabili eccezioni), non aspira affatto al potere e, tuttavia, non riesce a liberarsi dalle negatività che lo circondano. Anzi, a ben guardare, è proprio il potere – quello altrui, beninteso – a opprimerlo, in maniera quasi kafkiana.

(Maggio 2016)

Metropolitane napoletane abortite

 

di Antonio La Gala

 

 

Forse non tutti sanno che Napoli stava per dotarsi di metropolitana già a fine Ottocento e che, nel 1913, furono inaugurati dal re i lavori per costruirne una. Due iniziative finite nel nulla. Due metropolitane abortite.

In effetti, nel gran fervore di idee per la modernizzazione urbanistica della città che, a fine Ottocento, caratterizzò l’ambiente dei progettisti e degli amministratori pubblici, Napoli ispirò alcuni progetti di metropolitane, fra cui spicca quello proposto dall'architetto Lamont Young, che, nel 1888, ottenne anche l’approvazione del Comune. Young proponeva la costruzione di due linee, sviluppate su ponti metallici e in galleria: una all’aperto, lungo la costa, l’altra in galleria, sotto il centro storico. Il collegamento con la collina del Vomero avveniva mediante un ascensore. Dal Vomero, poi, doveva partire una ferrovia a scartamento ridotto per altre località collinari, come ad esempio Posillipo. Young ottenne, dopo l’approvazione, anche la Concessione a costruire questa metropolitana, ma non riuscì a trovare i soldi per iniziare i lavori. Nel 1892 la Concessione decadde.

Una metropolitana abortita.

Un progetto di Young che non trovò attuazione, come tanti altri suoi progetti, sia perché considerati, troppo “avveniristici” e sia perché in quegli anni gli investimenti pubblici e privati preferivano dedicarsi alle più concrete e remunerative opere  del Risanamento della città.. 

Qualche tempo dopo, l’idea di una metropolitana napoletana divenne “concreta”.

Infatti, nel 1908, fu presentato un progetto di “metropolitana radiale elettrica per la città di Napoli e dintorni” dalla società Enrietti, Giacotti e C., la cui costruzione, nel 1912,  fu concessa dal Ministero dei Lavori Pubblici ad una Società italo-francese, la "Societé Franco-italienne du chemin de fer metropolitain de Naples", assieme alla Concessione della gestione della ferrovia, per 70 anni.

Furono anche inaugurati i lavori dal Re, domenica 15 giugno del 1913. Le cronache dell’epoca, nel raccontarci la cerimonia d’inaugurazione dei lavori evidenziavano con orgoglio che Napoli sarebbe statala prima città d’Italia ad avere per le comunicazioni interurbane una ferrovia metropolitana”  e così proseguivano. “Napoli, questa città meravigliosa che si appresta ad un fecondo avvenire si appresta a godere, prima tra le consorelle d’Italia, i grandi benefici delle ferrovie metropolitane, che così meraviglioso sviluppo hanno raggiunto in alcune tra le più grandi città del mondo” (cioè New York, Londra Parigi, n.d.r.).

Tuttavia, per il sopraggiungere della Guerra non se ne fece più niente.

Un’altra metropolitana abortita.

Essa era prevista a doppio binario, elettrificata ed a scartamento normale, e ricalcava quella proposta da Young. Infatti anche essa si articolava in due linee:

Una linea urbana, tutta in sotterraneo, lunga 8 Km., che partiva dalle parti di piazza Sannazaro, si addentrava nella collina per raggiungere, a quota 120,  una stazione chiamata “Vomero”, interna alla collina; poi scendeva a S. Ferdinando, proseguiva sotto via Roma, piazza Dante, via Tribunali, piazza Garibaldi, fino alla stazione della Circumvesuviana.

Erano previste 15 stazioni nei punti principali della città, di cui sette servite esclusivamente da ascensori e le altre da scalinate.

Una linea suburbana partiva dal Vomero, dove si arrivava salendo con un ascensore dalla stazione chiamata “Vomero” che stava dentro la collina. La linea iniziava con una galleria dopo la quale, all’altezza del Ponte di Soccavo,  si sarebbero biforcate due linee “suburbane”. Una, mediante un primo tratto a cremagliera e poi con un altro ad aderenza normale, era destinata a raggiungere, a quota 420 metri, l’Eremo dei Camaldoli; l’altro ramo raggiungeva Agnano.

I treni, che portavano fino a 230 passeggeri, erano composti da tre vetture, di prima e seconda classe, si succedevano con un intervallo dai 3,5 ai 10 minuti per la rete urbana e di 30 minuti per le linee collinari.

Se queste metropolitane abortite fossero state realizzate, avrebbero sostanzialmente anticipato, di oltre un secolo, e per buona parte del tracciato, la metropolitana realizzata ai nostri giorni, l’attuale linea 1.

 (Maggio 2016)

Parlanno ’e poesia 5

 

di Romano Rizzo

 

EPIFANIO ROSSETTI è stato, senza dubbio, una delle figure preminenti della poesia napoletana post-digiacomiana.

Ma è pure uno dei pochissimi che può vantare un fratello, come lui poeta e paroliere. Stranamente, però, mentre Epifanio viene ricordato  come poeta, il fratello Gino viene ricordato più per l’amore per il teatro e per le canzoni che per l’opera poetica.

Epifanio nacque il 14 Ottobre del 1897. Amante della poesia, fece parte, dapprima dell’Agape dei poeti di Ruocco e, successivamente, dei poeti dello Sciaraballo di Ettore  de Mura.

Raccolse, nel suo primo libro, dal titolo “Poesie”, edito nel 1929, le liriche già pubblicate in vari giornali ed in particolare nel Roma della domenica. Questo suo primo lavoro dedicò alla moglie “ Sara, compagna della vita”. In seguito, pubblicò altri due volumi di poesia:  “Fantasia” e “Aria d’autunno”, che svelarono a pieno, come dice Giovanni Sarno, “la tenera sentimentalità, la grande forza espressiva e la scorrevolezza del linguaggio.” “Aria d’autunno” fu pubblicato a cura dei familiari, dopo la sua morte, avvenuta nel 1949, in seguito ad un investimento da parte di una bicicletta. Ad Ettore de Mura va, infine, il merito di aver riproposto, nel 1971, le liriche di questo poeta nel volume “Voce che resta” per la BIDERI e di averci mostrato un’altra grande passione che il Rossetti aveva coltivato per l’arte in genere ed in particolare per la pittura. Il Rossetti, infatti, assiduo frequentatore di tutte le mostre d’arte, fu amico e mecenate di diversi pittori e, pur non disponendo di grandi risorse, acquistò quadri di Casciaro, De Vanna, Crisconio, Cascella, Capaldo, Striccoli, Francesco Galante ed altri, mettendo insieme una più che valida collezione che, di recente, è stata proposta da un’importante galleria come Collezione Rossetti. Prese parte alla seconda guerra mondiale e, dal fronte, inviò all’ adorata moglie la seguente quartina che, in velina, è allegata al volume Aria d’autunno, in mio possesso ed è stata ripresa come dedica dal de Mura  in Voce che resta : “ ‘O bene / Spisso, ll’ommo maje sazzio ‘e sentimente / cerca affannanno chello che già tene / trascuranno a chi nun brama niente / però lle sta vicino e lle vò bene.” Il de Mura, che amò molto il Rossetti, racconta anche che, quando si recava da lui, ammirava e discuteva con competenza e passione dei quadri che aveva in casa,  ma accarezzava con lo sguardo i suoi libri con la signorile discrezione che era un tratto dominante della sua personalità.

Il de Mura lamentava, inoltre, che siffatta signorilità e discrezione erano doti molto rare ai suoi tempi. Mi chiedo che cosa avrebbe mai potuto dire se fosse vissuto adesso !!!

 

 Tramonto a San Martino

di Epifanio Rossetti

 

Che pace ’e munasterio:

che pace, a st’ora, ncoppa  San Martino!

Bella e serena Napule

pare comme durmesse a suonno chino.

 

Uttombre. ’E ffronne càdeno

da st’albere ’e vicino ô parapetto.
Tramonta ’o sole. St’aria,

frizzante e doce fa sentì frischetto.

 

Albere e ccase luceno

da ’e cchiù luntane a cchelle cchiù vicine:

sti ccase ca s’ammassano

e ca tutt’uno so’: case e ciardine.

 

D’oro veco na cupola

addò nu raggio ’e sole s’è pusato.

’O campanaro ’o Carmene,

da ccà, pare cchiù bbello e cchiù sfusato !

 

Giallo sfumato, ’e nnuvole,

ca ogne mumento cagnano culore,

a mmare se rispecchiano.

Lento, ’int’ ’o puorto trase nu vapore.

 

Spiecchie appicciate pareno

’e llastre d’ ’e ffeneste ’e faccefronte.

Viola se fa ’o Vesuvio

rosa tutt’ ’a cullina ’e Capemonte!

 

E st’uocchie mieje se ’ncantano,

e guardano luntano, cchiù luntano;

Resina, ’a Torre, Puortece,

pare comm’ ’e pigliasse cu na mano.

 

’Ncielo, tutto n’incendio;

tutta na fiamma rossa comm’ ’o ffuoco!

Arret’ ’o Monte ’e Proceta,

’o sole piglia suonno a ppoco a ppoco.

 

Ll ’inzieme ’e stu scenario
è accussì bello ca nun pare overo!

Sta pace, stu silenzio,

comme sanno appacià core e penziero!

 

P’ ’e ccase già se vedono

’e lume comm’ a ttanta llampetelle.

Già scura è ll’aria, tremmano

p’ ’o cielo cennerino ’e pprimme stelle.

 

Ah, che sarrìa si st’attimo

se putesse fermà! Che fantasia!

Veco, p’ ’o scuro ’e st’albere,

ll’ombra ’e chi ancora è tutt’ ’a vita mia!!

(Maggio 2016)

Miti napoletani di oggi.43

“’O surdato ‘nnammurato”

 

di Sergio Zazzera

 


I conflitti bellici sono stati sempre occasione di nascita di canti, dei quali alcuni destinati all’incitamento dei militari alla battaglia, altri, viceversa, ad alleviare la loro più che comprensibile tristezza. Ed è proprio in quest’ultima ottica che, nel 1915, all’ingresso dell’Italia nella “Grande guerra”, Aniello Califano compose i versi di ‘O surdato ‘nnammurato, che Enrico Cannio provvide a rivestire di note: del resto, entrambi, liberi da impegni militari, perché riformati, ebbero a disposizione tutto il tempo che poteva essere loro necessario per portare a compimento la canzone, il cui successo si è perpetuato fino ai giorni nostri.

Col tempo, però, e con la presa di sopravvento dello sport sulla memoria della guerra, la canzone medesima ha subìto un processo di mitizzazione. Scrive Carlo Zazzera (Una voce fuori dal coro, in R. Bianco - D. Iervolino, Un giorno all’improvviso, Napoli 2016, p. 112 s.), pur mostrando di condividere sostanzialmente la spontanea scelta della tifoseria napoletana: «‘O surdato ‘nnammurato, canzone tutto sommato triste, che parla di guerra e di amore, è da decenni il vero inno del Napoli». Ed è proprio qui il mito contemporaneo: una canzone che ricorda un momento triste per l’Italia intera si è trasformata nell’inno di gioia di un pubblico di tifosi per i successi della squadra del cuore. Mito, dunque, duplice: per l’allegria che prende il posto della mestizia e per il sentimento di orgoglio campanilistico che soppianta quello di affratellamento di un intero popolo sconvolto dal conflitto.

(Aprile 2016)

Un gioiellino sconosciuto: S. Maria della Purità dei Notai

 

di Antonio La Gala

 

Via Salvator Rosa, dopo l'incrocio con Via Battistello Caracciolo, conserva, seppure nel tradizionale degrado cittadino, gradevoli tracce di preesistenze antiche, fra le quali un gioiello di architettura sacra, (forse ignorato), di piccole dimensioni, ma di buona rilevanza storica e artistica.  

Si tratta della piccola chiesa al civico 194, incorporata nell’antico fabbricato all'angolo con Battistello Caracciolo, che ospita la scuola Michelangelo Schipa, fabbricato che risale al 1639, quando il notaio Aniello Capestrice “assegnò la sua eredità perché fosse fatto un ritiro per sette figliuole di notari napolitani da eleggersi a sorte, ed egli medesimo ne dettò le regole”.

La chiesa, dedicata a S. Maria della Purità, originariamente era più piccola di quella attuale ed era una cappella privata, fondata probabilmente fra la seconda metà del Seicento e l’inizio del Settecento. Fu donata nel 1739 dal proprietario Tommaso Porzio al ritiro sopra ricordato, e per questo motivo viene indicata come Santa Maria della Purità “de’ notari”.

Nel 1875 il tratto di strada, antistante la chiesa, fu abbassato e si rese necessario rimaneggiare radicalmente il tempietto, che fu inaugurato nella nuova veste, nel 1878. Alle due campate esistenti, di stile settecentesco, fu aggiunta una terza, quella che oggi è la campata anteriore. Quella centrale è coperta da una cupoletta. La chiesa è a pianta rettangolare, con accenno di transetto.

L’esterno, essendo il tempio inserito nel fabbricato, si limita alla sola facciata, spiccata su una bassa gradinata, protetta da una cancellata, che rispecchia la tipica architettura del periodo del rifacimento tardo ottocentesco.

L’interno, sebbene piccolo, contiene tre ballatoi: uno, sopra l’ingresso, costituisce la cantoria. Gli altri due, situati sulla parete destra a mo’ di balconi, chiusi da grate, ospitavano, durante la celebrazione delle funzioni religiose, alcune suore, di cui però non sono riuscito a reperire notizia alcuna.

Esiste, ancora oggi, un collegamento interno fra la chiesa e i locali dell’ex ritiro, oggi scuola.

La pavimentazione della chiesa, rifatta, è architettonicamente stonata con il contesto, perché ricorda, (almeno quando ho visitato io alcuni anni fa la chiesetta), abitazioni, uffici postali o ASL anni Sessanta.

Le tre campate, di epoche diverse, furono decorate omogeneamente nel corso della ristrutturazione di fine Ottocento. Sull’altare maggiore, di stile rococò, si trova una tela della Vergine della Purità – patrona dei Conservatorii - con santi. In due altarini laterali troviamo le statue di San Vincenzo Ferrer e del Cuore di Gesù. Tre tele, poi, raffigurano San Michele, Sant’Andrea e L’Adorazione dei Magi. Ai lati dell’ingresso sono collocati il Crocifisso e l’”Ecce Homo”.

(Marzo 2016)

Parlanno ’e poesia 4 - Giovanni Boccacciari

 

di Romano Rizzo

 

Una fìgura di primo piano, nel panorama della poesia napoletana è stata, senza dubbio, Giovanni Boccacciari. Iniziò come giornalista al “Rinaldo in campo”, al “6 e 22”, firmandosi Boccariccia, pseudonimo che adoperò, poi, anche al “Monsignor Perrelli”. La sua prima raccolta di poesie fu, nell’immediato dopoguerra, “ ‘O fascio se ne va”, che andò esaurita in breve tempo e non è stata mai ristampata. Soltanto nel 1966 pubblicò, poi, “‘O primmo ammore”, cui seguirono  “Ho sognato San Gennaro” (1968), “Luci sul mare”(1970), “Aranceti in fiore” fino all’ultima raccolta (1995) “ ‘O calannario d’ ’e quatto staggione”. Fece parte del famoso “Cenacolo dell’ Arenella” di Pasquale Ruocco, che ebbe il gran merito di spronare ed incoraggiare il Boccacciari, portandolo alla notorietà. Diresse le EDIZIONI DEL SUD ed una collana di libri di poesia napoletana, che comprendeva libri di autori diversi, ma tutti con la sua prefazione. Curò, inoltre, delle antologie monotematiche, come “Mamme napulitane”, davvero pregevoli.

Legato ai canoni della migliore poesia napoletana, si è distinto perché scrupoloso nella scelta dei termini più appropriati e molto abile nel destreggiarsi anche nel linguaggio più popolaresco. Le sue opere colpiscono, oltre che per l’originalità dei soggetti, per la semplicità espressiva e la sincerità dell’ispirazione. La sua è una poesia che rifugge da artifici tecnici e da astuzie di mestiere. Si fa preferire perché appare chiaramente non un semplice esercizio letterario, ma il libero sfogo di un’ anima sensibile, dotata di un grande spirito di osservazione. Un breve saggio della sua abilità spero possano darvelo le liriche che seguono e che propongo all’ attenzione del lettore:

 

“ Bellu sciore !”

 

Primmavera napulitana !

Dint’ô vicolo è n’ata cosa,

mo ca ‘o sole fa jesce e trase

e Rusella fa ‘a vummecosa.

 

For’ô vascio s’acconcia ‘e ricce,

canta e stuzzica ‘o parulano,

che, ‘nfuscannose ‘e passione,

venne vruoccole pe ppatane.

 

‘E figliole cercano ‘a scusa

pe ‘ncignarse na vesta ‘e sposa..

‘O sciuraro mo ‘ntona ‘a stesa

c’ ’o panaro chino ‘e mimose.

 

“ Bellu sciore!” Se sceta ammore

e ‘ncatena figliole e nnenne..

Quanta connole e “ nonna-nonne”

s’appriparano pe ll’autunno !!

 

 

“ O pianino”

 

Quanno ‘o sole, passanno ‘e ccase,

tutt’ ’e llastre se spassa a ‘ndurà,

nu pianino sperduto e scurdato

na canzona se mette a ssunà.

 

Chisto è ll’urdem’ ’e tutt’ ’e pianine;

chianu chiano ‘o quartiere se fa

e, fra machine e ggente affarata,

pare n’ombra che stenta a ppassà.

 

Mo, cu ‘a radio e cu ‘a televisione,

‘e pianine nun servono cchiù.

Bomba atomica, razzo e ppallone

oggi ‘e tteneno pure ‘e Zulù.

 

‘O prugresso trasforma e s’impone

dint’a n’ora miracule fa;

tutt’è luce, ‘o pianino ‘int’a ll’ombra,

pare quase che è stanco ‘e sunà.

 

Chist’è ‘o munno.. C’ ’o tiempo, ogni cosa,

pe ddestino, fernesce accussì..

Ncopp’ê rrote, ‘o pianino, tremmanno,

pare già che se sente ‘e murì !!

 

 

“Sunnanno Napule”

 

Napule mia, te sonno tutt’ ’e ssere,

quanno te sto luntano, conto ll’ore.

Me sonno ‘o mare, ‘o Vommero, ‘a Riviera

e nu rilorgio pare chistu core..

 

Veco sti lluce toje, che, dint’ô scuro,

scenneno d’ ’a cullina nfin’a mmare,

c’ ’a luna chiena o sott’ô cielo niro,

pe sse vasà cu ‘e lluce d’’e llampare.

 

Te manno ‘ncopp’ô viento ogne suspiro,

speranno che nu treno o nu vapore

me fa turnà addu tte senza penziere,

si pure aggia passà muntagne e mmare.

 

Pecchè sta nustalgia, Napule cara ?

Pecchè stu figlio tujo, che aspetta e spera,

nun te cagnasse manco a ppiso d’oro ?

Pecchè cu ll’oro nun s’accatta ‘ammore !

 

Pirciò, paese bello e ‘ncantatore,

quanno te veco nun me pare ovèro;

pecchè m’abbasta e ssana ogne dulore

na vranca ‘e rena e nu murzillo ‘e mare !!

 

N.B. I testi sono qui riprodotti quali ci sono pervenuti.

(Marzo 2016)

Miti napoletani di oggi.42

IL "RISANAMENTO" DI NAPOLI

 

di Sergio Zazzera

 


Si è soliti dire che non tutti i mali vengono per nuocere, benché talvolta a determinare il nocumento o l’innocuità sia, piuttosto, l’ottica dalla quale li si guarda; ed è, questo, il caso del Risanamento della città di Napoli.

Correva l’anno 1884, quando Napoli fu afflitta dalla più grave epidemia di colera della sua storia. L’evento luttuoso determinò l’approvazione della legge 15 gennaio 1885, n. 2892, che, emanata per eliminare quelle che si ritenne fossero le cause dell’esplosione di quell’epidemia, formulava un progetto di «risanamento» igienico-edilizio di Napoli, da attuarsi col concorso dello Stato, mediante emissione di titoli di rendita sessantennali. Il progetto fu elaborato dalla Società pel Risanamento di Napoli, appositamente costituita, e previde la demolizione di tutti i fondaci e i tuguri esistenti nella vasta area compresa fra piazza Garibaldi e piazza Borsa e la loro sostituzione con edifici in stile umbertino, allineati lungo una nuova, ampia strada, denominata “corso Umberto I”, che, però, i napoletani hanno sempre chiamato “Rettifilo”, con riguardo al suo andamento rigorosamente rettilineo, spezzato soltanto, verso la metà del percorso, dalla piazza intitolata a Nicola Amore (nella foto), sindaco in carica in quel momento, cui pure i napoletani hanno sempre conferito l’appellativo di “Quatto Palazze”, a similitudine dei “Quattro Canti” di Palermo e di Catania.

Nell’operazione, poi, la torinese Banca Tiberina riuscì a infilare, addirittura, il progetto di urbanizzazione della collina vomerese, la cui realizzazione, dopo il fallimento di tale istituto, fu fatta proseguire dalla medesima Società pel Risanamento; e questo progetto prevedeva, oltre agli edifici di architettura umbertina, finanche una serie di villini in stile Liberty.

Ora, però, sarà il caso di riflettere sul “mito del Risanamento”. Ragionando, infatti, per un momento, per absurdum, poniamo pure che si fosse inteso prospettare il trasferimento della popolazione costretta ad abbandonare quei fondaci e quei tuguri, dei quali Matilde Serao scrive: «...v’è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre, a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell’olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio». Ebbene, dubito che si possa pensare seriamente che la povera gente, che vi abitava, avrebbe potuto sostenere il costo degli affitti in palazzi in stile “umbertino” e in villini in stile liberty, in concorrenza fra loro quanto a eleganza.

(Marzo 2016)

Miti napoletani di oggi.41

L’IDENTITA’ NAPOLETANA

 

di Sergio Zazzera

 

L’antropologia definisce l’identità come «patrimonio da conservare» e, in tal senso, l’identità di una comunità urbana può essere configurata come «patrimonio metropolitano da conservare». Per poter essere considerato «luogo», poi, l’ambito spazialeche di tale patrimonio costituisce l’oggetto, dovrà poter essere definito come identitario, relazionale, storico; in assenza di tali caratteri, dunque, esso sarà un «nonluogo», secondo la classificazione di Marc Augé (nella foto).

A voler indagare sulla possibile identità napoletana, con la finalità di qualificare Napoli come “luogo” ovvero come “non luogo”, si possono proporre una serie di parametri, cominciando da quelli spaziali; e i primi che vengono in mente sono i più popolari: Centro antico, Quartieri spagnoli, Sanità. Ebbene, in essi l’identità è vistosamente stravolta da insegne, vetrine aggettanti, alluminio anodizzato e ottone satinato, verande costruite perfino su frazioni di sede stradale. La relazionalità, a sua volta, sembra essere limitata, tutt’al più, alla popolazione stabile: chi vi giunge da fuori è guardato, nella migliore delle ipotesi, come un alieno (non vorrei dire un “altro da sé”). La storicità, infine, è andata perdendosi già tra quella stessa popolazione stabile, che nemmeno sa riconoscere il valore di testimonianza a quanto (strade, edifici, monumenti) la circonda, e figurarsi gli estranei all’ambiente – salve, s’intende, le sparute eccezioni, che confermano la regola. Tutte queste considerazioni possono valere, altresì, relativamente al panorama, che giusto il mare e il Vesuvio rendono distinguibile e, peraltro, sarebbe un po’ difficile stravolgere, almeno nel loro aspetto visto a distanza.

Della pizza e della lingua ho avuto già modo di occuparmi (cfr. Il Vomerese, rispettivamente, di luglio 2014 e di gennaio 2016): qualche considerazione credo di dover aggiungere, con riferimento più diretto alla relazionalità (quanti sanno parlare, scrivere e comprendere il napoletano?) e alla storicità (leggi: stravolgimento della lingua da parte di quanti la parlano e la scrivono, pur non possedendone neanche le nozioni più elementari).

Ultimo parametro proponibile è l’homo neapolitanus. Ma lo si può ancora ritenere esistente, nella sua integrità, a fronte dell’immigrazione trainata dagli episodi di “mani sulla città” degli anni 50 e degli anni 70-80 del secolo scorso? e ciò, giusto per fermarsi al fenomeno dei trasferimenti dalla provincia e, tutt’al più, dalla regione.

Dunque, vedere in Napoli un «luogo», riconoscendole un’identità attuale, significa alimentare il relativo mito: la città, infatti, sembra proprio essere diventata un «non luogo».

(Febbraio 2016)

Parlanno ’e poesia.3

 

di Romano Rizzo

 

 Non so se vi siete mai chiesto quali sono i motivi che inducono a preferire una poesia ad un’altra, un poeta ad un altro poeta. A parer mio, possono essere: la musicalità dei versi, l’argomento trattato, l’espressività dei termini usati, la proprietà di linguaggio, l’originalità e/o novità della tematica, il ricorso a termini. non più in uso, che incuriosisce o, al contrario, la estrema semplicità, che conferisce all’opera un senso di maggiore spontaneità e scorrevolezza.

Queste ed altre ancora possono essere le motivazioni che hanno mosso le vostre scelte, ma, se indagate un po’ più a fondo, scoprirete che, in buona sostanza, la vera ragione della vostra preferenza è dettata dalla capacità dell’autore di raggiungere il vostro animo e di farvi provare le emozioni e i sentimenti che hanno ispirato la sua opera.

In sintesi, la sua maggiore o minore capacità di esprimere e trasmettere i propri sentimenti.

In quanto finora detto è racchiuso l’annoso problema del ruolo e dell’importanza della forma e della sostanza.

Semplificando, possiamo affermare che le tecniche espositive a cui in precedenza abbiamo fatto cenno, attengono precipuamente alla forma.

Per contenuto o sostanza  si deve intendere la capacità di rappresentare efficacemente e riuscire a trasmettere i propri sentimenti e le proprie emozioni a chi legge, così che le senta come sue. È facilmente intuibile che la bontà di un’opera o la bravura di un poeta  discende essenzialmente dalla sostanza…anche se molto spesso la forma possa concorrere a rendere più gradevole e più facilmente apprezzabile una situazione o un  concetto.

Non è da trascurare, infine,  il peso che ha, nella scelta, il genere trattato che può essere: umoristico, drammatico, narrativo, descrittivo, nostalgico, intimistico, sociale, spirituale, moralistico, prosaico etc.

Non v’è dubbio che il genere dipenda dalle predilezioni personali di ognuno e che orienti, talora, in via primaria le scelte…ma un attento lettore dovrà anche ammettere, con schiettezza ed onestà, di aver molto apprezzato opere ed autori di un genere diverso da quello preferito, a condizione che si tratti di vere poesie e di veri poeti !!

Come esempi di poesie appartenenti a generi diversi, qui di seguito troverete una poesia di GENNARO ESPOSITO (poeta del sociale) ed una poesia di EDOARDO NICOLARDI (Maestro nel tratteggiare, analiticamente e con dovizia di particolari, una situazione o un personaggio),

 

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’A frutta

di Gennaro Esposito

 

« Mammà, damme duje sorde che m’accatto

nu purtuallo, che è quase miezejuorno !»

E, pe’ ll’avè, facevemo stu patto :

cchiù sorde nun cercavo tutt’ ’o juorno.

 

Pe’ tanta gente erano brutti tiempe;

’a frutta era na cosa p’ ’o « signore »,

che s’ ’a magnava pure ’e contratiempe

e a nnuje restava sulamente ’addore.

 

È chella gente llà che mo se lagna

e tène ’e chilli tiempe nustalgìa…

Ma ’o munno, pe’ furtuna, avota e cagna

 

mo, tutt’ ’e juorne frutta  â casa mia,

a pranzo e a cena...facile se magna,

no, comm’a pprimma, sulo ’nfantasia !!

 

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Parrucchiano

di Edoardo Nicolardi

 

Na vallata piccerella:

quatto case e ’o campanaro

cu nu muorzo ’e chiesiella.

Nu pacione ’e parrucchiano,

sciampagnone e cacciatore,

serve a Ddio c’ ’o fiasco mmano

Va p’ ’a quaglia e p’ ’a beccaccia;

ma se dà da fa’ ll’istesso

pure quanno è chiusa ’a caccia.

Sape ’o vino d’ogne fusto;

qua’ è cchiù tuosto, qua’ è cchiù asciutto,

chillo ’e forza e chillo ’e gusto.

 

Sape ’a tala massaria,

che fa asprinia, e sape chella,

che fa ’o ppoco ’e marvasìa.

Sazio sazio, ciuotto ciuotto,

torna â casa int’ ’a parrocchia

cu ’a butteglia ’e vino sotto..

Se ne veve quatto quatto

cu ’a curnacchia ncopp’ a ll’uocchie,

mpaccuttiello e suddisfatto.

Accumpare ncopp’ ’a scesa

cu ’e ddoje mane dint’ ’e ssacche..

e ’a suttana, che s’attesa,

che s’astregne dint’ ’e rine,

fa asci’ ’a sotto meza gamma

d’ ’e cazune a quadrettine..

 

O si fa nu funnarale

o si fa nu spusarizio,

chella faccia è sempe eguale

e si predeca o cunfessa,

chillu naso è sempe russo,

chella risa è sempe ’a stessa.

Quanno ha fatto assaje funzione

fino ’o ttarde d’ ’a jurnata,

sentenno arzo ’o cannarone,

stesso dint’ ’a sacrestia,

glò glò glò, c’ ’o fiasco mmocca

se fa n’ata avummaria,

Po’, s’addorme int’ ’a pultrona,

cu na mana ncopp’ ’o fiasco,

ll’ata appesa… E ’o runfo ’ntrona

Dorme..e ’o fiasco nun le scappa !

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’Nterra fùmmeca ’o ncenziero,

’ncapo fùmmeca ’a sciarappa !!

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