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PRIMIZIE DI CALCIO MERCATO   di Luigi Rezzuti   Non è ancora terminato il campionato di calcio di Serie A, nè tanto meno siamo vicini alle date...
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ATTUALITA' DEL PENSIERO CRITICO DI ROCCO MONTANO (Dicembre 2017)
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Miti napoletani di oggi.47 LE PISTE CICLABILI   di Sergio Zazzera   Se dovessi azzardarmi ad affermare che il balcone di casa mia è un palcoscenico...
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Miti napoletani di oggi.64 LA “CITTA' IMPERMEABILE”   di Sergio Zazzera   Walter Benjamin elaborò per Napoli la definizione di «città porosa», nel...
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Parlanno ’e poesia 11   di Romano Rizzo    E. A. Mario   E. A. Mario (al secolo Giovanni Gaeta) è stato un monumento nella storia della poesia e...
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CHAMPIONS  LEAGUE “Le vie del Signore sono infinite”   di Luigi Rezzuti   Il Napoli guidato da Sarri è giudicato la migliore squadra che esprime...
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Gli studenti ignoranti   di Annamaria Riccio   Una lettera, firmata da 600 docenti universitari e indirizzata al governo, ha suscitato non poco...
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Miti napoletani di oggi.48

LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

 

di Sergio Zazzera

 

Ogni qualvolta il discorso cada sul tema della criminalità organizzata, il pensiero corre subito all’Italia meridionale, sia essa la Campania (camorra), la Sicilia (mafia), la Calabria (‘ndrangheta) o la Puglia (Sacra Corona Unita): addirittura, alcuni anni fa, un alto magistrato campano definì Napoli “l’Università della criminalità”. Al contrario, io credo (e tentai anche di spiegarglielo) che il capoluogo della nostra regione sia, tutt’al più, una delle “Facoltà” di questa ipotetica “Università”, diffusa, peraltro, su tutto il territorio nazionale; ma mi spiego.

In tempi recenti è cominciata a emergere la diffusione del fenomeno della criminalità organizzata “di tipo mafioso” (come la definisce, in maniera semplificata, la scienza penalistica) anche al di fuori dell’Italia meridionale: si pensi a quanto riferito dai media, relativamente a Roma (“mafia capitale”), al Veneto, all’Emilia, al Piemonte e alla Lombardia. Qualcuno obietterà che si tratta d’infiltrazioni al Nord di personaggi provenienti dal Sud, il che, però, non è sempre vero, come potrà essere chiarito dall’esempio che segue.

Chi mi conosce, sa che, in una mia “precedente esistenza”, ho esercitato funzioni giurisdizionali; e, in particolare, a Milano, nei primi anni 70 del secolo scorso. Ebbene, alcuni dei nomi, che di recente si sono letti sui giornali e uditi alla radio o alla televisione, relativamente alla criminalità operante in questa città, avevano già “sfilato” (si fa per dire) davanti a me in quel periodo; e non si trattava di personaggi saliti dal Sud, anzi, i loro cognomi ne denunciavano l’origine locale. Soltanto che, evidentemente, la consegna per i media era quella di non divulgare tali notizie, probabilmente per salvare l’immagine cittadina. Nel che, poi, consiste il “falso linguaggio”, ovvero il mito di un fenomeno, che in sé, di mitico, non avrebbe proprio nulla.

(Dicembre 2016)

Parlanno ‘e poesia 8

 

di Romano Rizzo

 

Gennaro Esposito

Una delle più dibattute teorie sull’arte e la poesia è certo quella relativa al ruolo che l’arte e la poesia devono avere rispetto all’epoca in cui sono prodotte. Molti sostengono che la poesia, e l’arte in genere, debba essere rappresentazione fedele dell’epoca in cui ha origine e debba essere necessariamente portatrice di un messaggio di ammonimento o di denuncia. Gennaro Esposito, che ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere da vicino, ha sentito con forza questa istanza e, incurante del fatto che questa Sua posizione, profondamente innovativa, avrebbe potuto attirargli gli strali degli irriducibili estimatori della poesia tradizionale, ha indicato alla poesia un percorso diverso ed inesplorato. Per questo è stato inizialmente osteggiato da coloro che amavano la poesia digiacomiana, ma guardato con curiosità e simpatia dagli estimatori della poesia di Russo e di Viviani. In particolare.Gennaro Esposito è stato dalla critica definito poeta sociale per la tematica da Lui preferita, in quanto, fedele fino in fondo alle Sue convinzioni politiche. In ogni Suo scritto, infatti, si può leggere la denuncia delle tristi condizioni di vita di tanta parte dell’umanità, purtroppo derelitta e abbandonata. Il più grande pregio della Sua poesia, a mio parere, risiede nella straordinaria capacità di raggiungere e coinvolgere una gran massa di lettori per merito di un ingegnoso accorgimento cui l’Esposito, con grandissima ed ineguagliabile maestria, molto spesso ricorre : Fa seguire ad una accorata e particolareggiata descrizione di una situazione, che ingenera sdegno e compassione, una battuta  fulminante, ad effetto, che condisce il tutto con un pizzico di bonomia, filosofia e benevola ironia. Per questo alcuni lettori, non molti, per fortuna, apprezzando e gustando i finali delle sue poesie, considerano l’Esposito un poeta divertente e non colgono il senso di protesta e denuncia che è in quasi tutte le sue opere. Ineguagliabile ed ineguagliato maestro in quelle che Lui chiamava “ chiuse”; maestro perché voce nuova che ha avuto il coraggio di rompere con un passato glorioso; maestro perché ha dato alla sua poesia la missione di denunciare con forza le brutture della nostra società, Gennaro Esposito è stato un grande poeta, la cui opera meriterebbe di essere riesaminata e rivista con attenzione da una critica, capace di cogliere e mettere in luce tutte le sfumature. La Sua figura è quella di chi ha dato una veste nuova alla poesia napoletana, legandola alla vita odierna con tutte le sue miserie, di cui ha reso testimonianza, addolcendo le denunce e le proteste con il sorriso.

Invidia crepa !

di Gennaro Esposito

 

Ajere, verso ô cinema Bellini,

s’è miso nnanze a mme nu furguncino :

tra massarizie e ciento cianfrusaglie,

ce steva ‘a coppa tutta na famiglia.

 

Penzaje : sarranno forse sinistrate

o nu padrone ‘e casa ll’ha sfrattate ?

E se purtava ‘ncopp’a chillu mezzo

‘o ppoco ‘e rrobba, ‘a povera “ricchezza”.

 

Na ceffuniera, na spallera ‘e lietto

e ncopp’a nu cummò ddoje culunnette;

cchiù ‘ncopp’ancora, ‘int’a na bacinella,

tazze, bicchiere, piatte e caccavelle;

 

ddoje rete ‘e lietto e quatto pagliericcie,

e chella ch’era stata na pelliccia;

nu Sangennaro chino ‘e cemmeraglie,

nu tavulino e cinche segge ‘e paglia.

 

Nnant’a st’architettura ‘e rrobba vecchia,

ce steva ‘a nonna cu ‘e sciucquaglie â recchia.

Sta rrobba…misa una ‘a coppa a n’ata,

pareva ‘o monumento ô disperato..

 

Stu furguncino, buono pe ghì ô scasso,

quanta miseria se purtava a spasso !...

S’alluntanaje scanzanno fuosse e prete..

« Invidia crepa !» teneva scritto arreto…

 

(Novembre 2016)

Miti napoletani di oggi.47

LE PISTE CICLABILI

 

di Sergio Zazzera

 

Se dovessi azzardarmi ad affermare che il balcone di casa mia è un palcoscenico teatrale, sicuramente mi si riterrebbe pazzo. Viceversa, a Napoli esistono, da qualche tempo, marciapiedi e sedi stradali pedonalizzate, che un semplice disegno di bicicletta stilizzata, dipinto a vernice bianca, ha trasformato in piste ciclabili, senza che nessuno abbia sollevato questioni d’identità (almeno, a quanto sembra). Cito, per tutti, il viale Kennedy e via Chiaja, ma l’elenco completo è notevolmente più consistente.

E qui il falso linguaggio (leggi: falsa denominazione di un ambito spaziale) balza evidente, se soltanto si pensa alle piste ciclabili di altri luoghi, che sono realizzate in maniera tale, che risultano nettamente separate, sia dalla parte pedonale della strada, che da quella carrozzabile. In realtà, ricordo di averne viste a Valencia, in Spagna, alcune simili a quelle napoletane, tracciate a vernice sui marciapiedi: questi ultimi, però, sono larghi all’incirca il triplo di quelli napoletani, il che consente la pacifica convivenza di ciclisti e pedoni. Tanto più, se, poi, si pensa che, in quella città, i primi di costoro hanno acquisito un’educazione all’uso della strada, che impone loro di procedere a velocità moderata, stando attenti a evitare d’investire i secondi e annunciando la loro presenza col segnalatore acustico. Da noi, viceversa, il pedone diviene una sorta di bersaglio per il tiro a segno, che sembra costituire lo sport preferito dai ciclisti, i quali mostrano di non porsi neppure il problema della moderazione della velocità. Per non dire del rispetto delle norme sulla circolazione stradale, dal momento che anche la bicicletta è un veicolo.

(Novembre 2016)

Parlanno ’e poesia 7

 

di Romano Rizzo

 

Peppino Russo

 (13 Maggio 1907 / 16 Ottobre 1993)

Peppino Russo nacque a Napoli, al corso Garibaldi, nei pressi di Portacapuana e cominciò a sedici anni a scrivere versi. A soli 22 anni, una sua composizione, dal titolo “Busciarda mia”, venne musicata da un maestro del calibro di Gaetano Lama e l’anno dopo un’altra sua lirica, “Voca fora”, fu rivestita di note da Attilio Staffelli. Questi successi lo spinsero ad insistere sul terreno della canzone, ma nei suoi testi continuò ad immettere la vivacità, la forza espressiva e la proprietà di linguaggio che li rendevano molto vicini alla poesia. Del resto, in quei tempi erano le liriche dei poeti, adornate dalle note dei musicisti, a trasformarsi in canzoni. Peraltro il Russo non abbandonò mai la sua passione per la poesia ed in tarda età  raccolse, per i tipi dell’editore Riemma, tutta la sua produzione in quattro grossi volumi cartonati in cofanetto, dal titolo: 1) Cammina - Passìata napulitana. 2) Napule - Poesie e canzoni. 3) Napule ‘nfesta - Quartiere pe’ quartiere. 4) Partenope. Storia napulitana e d’’a canzone.

Per oltre trent’anni è stato un protagonista del mondo della Canzone napoletana, con la collaborazione dei più grandi maestri del suo tempo, quali Tagliaferri, Valente, D’Annibale, Cioffi, Vian, Mazzucchi, Genta, Mazzocco e tanti altri.

Tra i suoi  innumerevoli successi, ricordiamo ’A voce ’e mamma, Giuramento, Nisciuno, Core spezzato e Preghiera a na mamma,  tra i principali.

Ci corre l’obbligo di segnalare che il Russo, oltre che paroliere fu anche melodista e che nei versi di alcune sue poesie  mise in luce il suo carattere di uomo buono e generoso, che traspare anche da quelli che seguono :

“ Nun dicere maje basta, si na mano ’a può dà !!”

“ Sto bbuono comme sto..chello ca ’un tengo, nun me serve !”

Dopo aver lottato per sei anni con un terribile male, si spense nella sua casa al Rione San Francesco, a Capodichino.

La sua seconda moglie, l’attrice Italia Renna, fece stampare, sul retro del ricordino commemorativo, i versi di questa sua lirica:

“ ’O sole / ’O sole è ’o sole / e fa ’e ghiurnate belle./

Ma ê notte / ll’aggio visto i’ / che fa !!/ Se va arrubbanno ’a luce / ’e tutt’’e stelle / pecchè, â matina, ha dda sbruffunià ! / Pe chesto tutt’’e stelle / puverelle / tremmano â notte/ primma ’e se stutà !!

………………………………………………………………………………

’E ddoje custiere

 

Cammina passo passo, ma..cchiù allero

p’’e strate e stratulelle d’’a custiera

e avvia a fà nu poco d’angarella

pe’ scalinate e pe’ scalinatelle.

 

E cammenanno fa comme fa ’a gente

ca s’annasconne e ghiesce ’a mmiez’’e ppiante

ma mentre ca cammina canta e sente.

 

Siente tu pure tutt’’e rresate ardente..

siente: se so’ ammiscate rise e chiante.

E siente buono: Quanta giuramente !!

 

Na vera folla songo ll’emigrante..

Contale ’e ccoppie d’’e Nozze d’Argiento..

Pienze quante ne songo ’e core amante !

 

Vide comme se campa alleramente

e, mmiez’a chesta gente, ride e canta..

Canta tu pure, mo, cammina e canta.

 

’Ncopp’a stu munno vide quanta gente

ce sta ca pe’ sunnà vene a Surriento.

Vide che smania piglia a tutte quante

appena ca nce arrivano a Surriento.

 

E, primma ’e piglià ’a strata d’’o ritorno,

guardate attuorno ..ma maje pe’ cunfruntà..

Fa’ quatto passe, nu poco cchiù llà

 

Doppo ca vide ’a custiera Amalfitana..

damme na voce e po’..stregneme ’a mana !!

(Ottobre 2016)

Infanzia di Giambattista Vico

 

di Antonio La Gala

 

In passato si credeva che Giambattista Vico fosse nato nella piazza dei Girolamini e lì, nel 1868, bicentenario della sua nascita, fu posta una targa commemorativa, tuttora visibile, una targa linguisticamente confusa e altisonante. Nel 1941 fu posta una seconda lapide, al civico 31 di via S. Biagio dei Librai, (raffigurata nella foto che accompagna questo articolo), perché lì fu individuata nuovamente la casa dove Vico nacque.

Al detto civico 31 ebbe la sua bottega di libraio, dal 1658 al 1685, il padre di Giambattista, Antonio Vico.

Era una botteguccia di pochi metri quadrati, con un mezzanino adibito a camera da letto, dove Antonio, dopo che gli era morta la prima moglie senza figli, sposò la figlia di un lavorante di carrozze. Dalla coppia nacquero otto figli, di cui il terzultimo, nato nel 1668, era il nostro Giambattista.

E’ facile immaginare la qualità della vita di quella famiglia in quel bugigattolo. Tre figli vi morirono prematuramente e il Nostro vi crebbe gracile e malaticcio, ma vivace.

Giambattista fu battezzato nella vicina chiesa di S. Gennaro dell’Olmo, originariamente chiamata S. Gennaro ad Diaconiam, la prima chiesa che nel VII sec. i napoletani dedicarono al Santo al centro di Napoli, una basilica paleocristiana, poi più volte ristrutturata, (la facciata risale al Novecento), e nei cui sotterranei si trovano i resti di un tempio di Augusto.

Nell’antica strada di S. Gennaro dell’Olmo, nel VII sec., trovarono rifugio alcune monache, sfuggite ai ricorrenti stermini di Armeni, che portarono con sé reliquie di S. Gregorio (257-331), patrono dell’Armenia e di S. Biagio. Citiamo questa presenza armena perché sono stati i nomi dei due santi a denominare il vicino complesso religioso e la via S. Gregorio Armeno e, inoltre, la via S. Biagio dei Librai, artigiani  che nel Sei e Settecento, ai tempi di Giambattista Vico, erano numerosi in quella zona, e che dettero un determinante contributo alla costruzione  della cappella di S. Biagio.

Torniamo alla casa natale del Vico.

La seconda lapide, posta al civico 31, recita: “In questa cameretta / nacque / il XXIII giugno MDCLXVIII / Giambattista Vico / qui dimorò / sino ai diciassette anni / e nella sottoposta bottega / del padre libraio / usò passare le notti / nello studio / vigilia giovanile / della sua opera sublime”.

Non sappiamo se fu nel bugigattolo di famiglia o per strada, che il vivace bambino Giambattista cadde battendo la testa. Rimase senza conoscenza. Nella lunga attesa di un medico, fu soccorso, ma pare in maniera malaccorta, da un barbiere, categoria allora “paramedica”.

Il medico sopraggiunto, che lo curò, sentenziò che il futuro autore della “Scienza Nova” sarebbe rimasto per tutta la vita in uno stato di perenne idiozia.

Per nostra fortuna allora ad essere una Scienza Nova era la medicina e perciò una scienza ancora un po’ vaga.

(Ottobre 2016)

Miti napoletani di oggi.46

 

Pompei

 

di Sergio Zazzera

 

Fra i tanti esempi di urbanistica del mondo romano, pervenuti fino ai giorni nostri, Pompei è, forse – e benché meno ben conservato di altri, come Ercolano –, quello più interessante, perché più esteso e più eterogeneo; e a provvedere a tramandarlo alla posterità furono proprio quella colata lavica e quella pioggia di ceneri vulcaniche, che nel 79 d. C. seppellirono la città. Naturalmente, quando i lavori di scavo, realizzati durante la monarchia borbonica, sotto la direzione dell’archeologo Giuseppe Fiorelli, fecero riapparire la città, dei suoi edifici emerse soltanto la parte che non era crollata, né era stata arsa dalla lava infocata del Vesuvio. Ciò ha determinato la formazione del mito di Pompei, città «distrutta» dall’eruzione.

Perché io abbia definito “mitica” tale affermazione, è presto detto. Quanto meno, negli ultimi tempi, crolli si sono verificati, qua e là, in tutta l’area del parco archeologico, e la loro causa è ravvisabile, sostanzialmente, nell’omissione di quella manutenzione, della quale un bene culturale di tal genere – e soprattutto di tale natura, per giunta, pervenuto fino a noi – necessita. Per intenderci, se altrove – come a Palmira–, è occorsa la barbara azione distruttrice dell’Isis, perché la devastazione di un patrimonio archeologico avvenisse, a Pompei, viceversa, conservata dalla colata lavica, tutto è avvenuto, per così dire, “in famiglia”. Ovvero: Quod non fecerunt barbari…

(Ottobre 2016)



 I teatri dei bisnonni

 

di Antonio La Gala

 

 

Come si divertivano a teatro i nostri nonni e bisnonni napoletani?

Sappiamo molto sui teatri più importanti, di cui alcuni sono ancora attivi, mentre i locali minori, quelli senza importanza architettonica e non frequentati da artisti noti, sono scomparsi e sono rimasti, in genere, poco conosciuti.

Qui parleremo di questa realtà teatrale napoletana “minore”, vista a cavallo fra Otto e Novecento, quando la città era particolarmente ricca di poeti, musicisti e artisti.

Una Rue Pigalle casereccia era via Alessandro Poerio, fra Piazza Garibaldi e il largo che si trova fra Porta Capuana e Castel Capuano.

La vicinanza della stazione ferroviaria vi riversava dal mattino alla sera una folla di passaggio eterogenea: “cafoni”, sfaccendati, normali viaggiatori in attesa della partenza del treno. Si susseguivano baracconi da fiera, ma anche vere e proprie sale da spettacolo, giocolieri, falsi turchi, false sonnambule.

A fine Ottocento, dove poi sorgerà il cinema Iride, fu impiantato un baraccone con statue mobili. Di fronte, dove poi sorgerà l’Orfeo, vi era un teatro dei pupi. Da quelle parti l’Arena Olimpia alternava drammi al Varietà.

Sempre da quelle stesse parti, c’era anche un teatro  piuttosto accogliente e dignitoso, il Teatro Garibaldi. Vi si rappresentavano le farse di Pulcinella e spettacoli di Varietà, pare interpretati da artisti di buon livello.

Nella zona di piazza Municipio assieme all'antico San Carlino ed al Fiorentini, scomparsi nelle ristrutturazioni urbanistiche dell’Otto e Novecento, c’erano locali più modesti, fra cui il Teatro Sebeto, in una costruzione fatiscente della Piazza, e il Teatro Petrella, a metà di via Flavio Gioia.

Il Petrella rappresentava l’Opera dei Pupi. Era un locale piccolo, come gli altri locali destinati ai pupi, spettacolo allora molto popolare. Chiuse poco dopo la prima guerra mondiale..

Fra i "teatri dei pupi", il San Carlino di Porta San Gennaro, è stato l’ultimo a sopravvivere fin oltre metà Novecento.

A via Foria, dal 1828 si trovava il Teatro Partenope, attivo ancora a metà Novecento come cinema, accostato alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove oggi sorge uno dei due palazzoni che sovrastano  e stringono la chiesa.

Esistevano poi, sparse in tutta la città, una miriade di sale e salette, che in pratica andavano a riempire di teatri tutti i quartieri.

Vicino al chiostro di San Tommaso d’Aquino si apriva il Goldoni,  nato nel secondo Ottocento, assieme al Teatro Rossini, non lontano da piazza Dante.  Per un trentennio il Rossini ospitò artisti di buon livello, decadendo poi ad inizio Novecento, fino a chiudere, nel 1927, dopo essere stato trasformato in cinema.

Accanto ai teatri si davano spettacoli anche in baracche o capannoni, come la Darsena, il Giardino d’inverno in piazza Vittoria, la Stella Cerere, il Teatro delle follie drammatiche e alcune Arene.

Al Chiatamone, nella costruzione che in seguito ospiterà la sede de “Il Mattino”, in un edificio circolare chiamato Diorama, alcuni teloni con paesaggi, formavano un giro di vedute panoramiche. Trasformato nel “Circo delle Varietà”, il locale divenne famoso per una danzatrice che agitava ampi veli su cui si proiettavano disegni a colori, creati dalla luce elettrica. Dopo la ulteriore trasformazione nel Teatro Verdi, l’edificio, prima di ospitare "Il Mattino",  fu trasformato nella Galleria (commerciale) Vittoria.

Tutto questo caleidoscopico mondo dei locali minori, ai primi del Novecento, a Napoli come altrove, verrà travolto dall’irruzione di una nuova forma di spettacolo: il cinema.

(Giugno 2016)

Parlanno ’e poesia 6

 

di Romano Rizzo

 

Giuseppe Capaldo

Nacque a Napoli il 21 marzo del  1874 da genitori di modeste origini, che gestivano un’ osteria nel quartiere Porto. Da piccolo studiò in un collegio di preti, ma, a dodici anni, conseguita la licenza elementare, andò ad aiutare i genitori nella loro attività commerciale. Mostrò, però, fin dalla più piccola età una naturale inclinazione per l’Arte: poesia, pittura e musica, settori a cui si approcciò come autodidatta.

A soli 18 anni una sua poesia, “ Vicenzella”, che aveva scritto per una compagna di lavoro di cui si era innamorato, venne musicata dall’ottimo maestro Alberto Montagna e poi pubblicata dall’editore Bideri. Egli ignorava, però, che la fanciulla che amava si era già promessa a suo fratello Pasquale. Non potendo sopportare questa situazione, Giuseppe, abbandonò il lavoro nell’osteria paterna e si dedicò a comporre scenari per i teatrini delle marionette, salvo, poi riprendere il suo vecchio mestiere di cameriere, ma al celebre Caffè Greco.

In verità, più che un poeta, il Capaldo può essere definito, autore dei versi di autentici capolavori della canzone classica napoletana,   come ‘A tazza ‘e cafè, Comme facette mammeta, L’arte d’’o sole e tantissime altre; ma le sue erano autentiche poesie perché, a quei tempi, erano i musicisti, che provvedevano, in seguito, a rivestire di note le poesie che a loro erano state proposte e non viceversa. Per questo essenziale motivo, non v’è dubbio, a mio parere, che il Capaldo debba essere considerato, per questa attività, essenzialmente un poeta. A tal proposito ci piace ricordare il giudizio di Pasquale Ruocco, che lo definì “ musicista e poeta per istinto.”

Il Ruocco si poneva e ci poneva il seguente dilemma: “ O il Capaldo è dotato di una raffinata esperienza o è ricco di una tale capacità intuitiva che gli consente di racchiudere in poche strofe tutto il sentimento di un popolo come il nostro, scherzoso e saggio, ironico e cordiale.” Con lui sostanzialmente concorda Libero Bovio che scrisse: “Napoli ha avuto due grandi poeti del popolo: un povero guantaio morto di tisi ed un garzone di osteria, spentosi nella più squallida miseria. Non ai maestri, ma a questi due popolani, invidio qualche poesia !”

Al teatro Bellini, la sera del 26 agosto del 1919, fu proprio lo stesso Libero Bovio, che, interrompendo l’audizione delle canzoni della Piedigrotta, salito sul proscenio, annunciò l’improvvisa morte del Capaldo. Così, proprio tra le canzoni che aveva amato tanto, in uno dei più bei teatri di Napoli, il popolo pianse il suo cantore, che visse in condizioni assai modeste ma con uno smisurato amore per l’Arte, che con lui è stata prodiga solo di elogi postumi.

Su questo punto, mi piace concludere con le parole di Libero Bovio, il quale scrisse: “ Penso che sarebbe meglio amarli in vita questi uomini degni, più che dopo la morte…perché la lode postuma o è un primo segno di rimorso o un ultimo gesto di ipocrisia !”

 

Bellizze ’e Primmavera

 

Bellezza che nasciste ’o mese abbrile,

’ncopp’a nu lietto ’e sciure ’e cchiù gentile,

te dichiaraje pe’ figlia ’a Primmavera

e bella te facette ’e sta manera

Mannaje n’aucelluzzo ’mparaviso

a piglià ll’acqua pe’ te ..vattià.

 

’E primme rose, ‘nfaccia t’’e mettette..

cu ‘e sciure arancio ’diente te facette !

Passaje pe’ te vasà na turturella

e te facette ’o fuosso â vavarella.

‘O sole te purtaje nu gran tesoro

e so’ sti ricce d’oro ’nfronte a tte.

 

Quanno durmive, ’o viento che passava,

c’’o fruscio c’’o rifruscio te vucava.

’A nonna te venevano a cantare:

fate, regine e serene d’’o mare.

Si cchiù te guardo, bella cchiù d’’e belle,

o ghiesco pazzo o..moro appriesso a tte !!

 (Giugno 2016)

Miti napoletani di oggi.45

LA “NASCITA” DELLA CAMORRA

 

di Sergio Zazzera

 

I Romani erano specialisti abilissimi nel confezionamento di “miti di fondazione”: per conferire, infatti, autorità a tradizioni – ma anche a norme giuridiche –, non esitavano a inventarsi storielle, che narravano un preteso primo episodio di quella tradizione o di quella norma. Penso, innanzitutto, all’esempio più noto, quello, cioè, di Romolo e Remo; penso, però, anche a Ispala Fecennia, la meretrice di condizione libertina che, secondo il racconto di Tito Livio, avrebbe “inaugurato” il divorzio, servendosene per prima, nei confronti del coniuge Publio Ebuzio, ma che, in realtà, risulta non essere mai esistita.

Ebbene, anche oggi può accadere d’imbattersi in “miti di fondazione”, proprio com’è accaduto a me, nell’affrontare la lettura di Napoli 1343, saggio di Amedeo Feniello (Milano 2015), nel quale la corretta esposizione delle fonti – attestanti l’episodio, avvenuto nel novembre del 1343, del saccheggio di una nave da carico ligure da parte di una squadraccia di napoletani, sotto la guida di un manipolo di nobili – è seguita da un’interpretazione, tendente a forzare quell’avvenimento nello schema del gesto camorristico, per individuare in esso il momento della nascita dell’odierna criminalità organizzata.

La “storia per tesi”, dunque, che aveva connotato finora ambienti ultrapoliticizzati (sia di destra, che di sinistra), sembra avere contagiato anche studiosi che, almeno a quanto se ne sa, sarebbero, per tal verso, assolutamente indipendenti, al punto che la storia (cioè il “linguaggio vero”) finisce per cedere il posto al mito (cioè al “linguaggio falso”).

(Giugno 2016)

La caduta del Forte di Vigliena

 

di Antonio La Gala

 

 

Uno degli episodi militari che portarono alla caduta della Repubblica Partenopea del 1799, fu la distruzione del Forte di Vigliena.

Esso era sorto agli inizi del Settecento e costituiva un’isolata difesa sul lato orientale della città.

Era una costruzione di forma pentagonale, meglio attrezzata per la difesa verso il mare su cui prospettava con mura chiuse fiancheggiate da bastioni.

Il Forte di Vigliena visse il suo momento di gloria e di sangue nel giugno del 1799, quando le truppe del cardinale Ruffo, provenienti dalla Calabria, puntarono verso l’espugnazione di Napoli, per cacciarne i giacobini repubblicani.

Il Forte, uno degli ultimi ostacoli per la presa della città, era difeso da 150 rivoluzionari della Legione Calabrese Repubblicana, comandati dal prete calabrese Antonio Toscano.

Allo spuntare dell’alba del 13 giugno fu assaltato dagli uomini di Ruffo: verso l’una di notte, quando questi già erano penetrati nella roccaforte, saltò in aria la polveriera.

Un fulmineo, intenso chiarore squarciò il buio della notte, accompagnato da un fortissimo tuono. Nell’esplosione morirono tutti, vinti e vincitori, affratellati anche nella morte, visto che si trattava, da una parte e dall’altra, di combattenti quasi tutti provenienti dalla Calabria.

Gli studiosi non sono concordi se attribuire lo scoppio ad un errore dei difensori che, dopo aver minato il forte non fecero in tempo ad uscirne, oppure ad un deliberato gesto del comandante  Toscano o, infine, all’infuriare della battaglia.

Non è facile dire veramente come andarono le cose. A qualcuno è sembrata apologetica verso i giacobini la versione di Pietro Colletta, secondo la quale il prete Antonio Toscano, comandante della guarnigione, animato dallo spirito degli Eroi delle Termopili o emulo di Pietro Micca, quando si rese conto che il forte era stato conquistato dagli avversari, si trascinò eroicamente, benché gravemente ferito, fino alla polveriera, dandole fuoco, per distruggere i nemici che vi erano penetrati.

Ferdinando IV, il re restaurato dalla vittoria del cardinale Ruffo, fece restaurare anche il Forte, che poi è andato in malora, alle soglie dei nostri giorni, grazie al tradizionale disinteresse per le nostre memorie storiche e all’altrettanto tradizionale incuria.

(Giugno 2016)

LARGO O PIAZZA?

 

di Antonio La Gala

 

 

Spesso nel leggere cose della Napoli antica ci imbattiamo in denominazioni stradali che ci lasciano perplessi.

Quante volte incontriamo la denominazione “Largo”? Ad esempio “Largo di Palazzo” (oggi piazza Plebiscito), o Largo di Castello (oggi piazza Municipio).

Esistono ancora i larghi? Che cosa erano? Al tempo dei larghi c’erano anche le piazze?

In passato venivano chiamati "larghi" gli spazi esistenti fra gli edifici, spazi non frequenti e comunque di dimensioni quasi sempre modesti, nome con il quale si indicavano anche quei larghi "più larghi", che poi sono diventati piazze.

L'appellativo "piazza" era riservato, invece, agli spazi dedicati ai mercati.

Abbiamo fatto uno dei tanti esempi che si possono fare di “traduzione” dall’antico al moderno delle denominazioni toponomastiche della nostra città.

La toponomastica napoletana nasce formalmente alla fine del Settecento, ma di fatto è l'Ottocento il primo secolo ad ufficializzare i nomi dei luoghi.

Per quanto riguarda i termini che nell'Ottocento indicavano le categorie attribuite a strade e spazi di Napoli, essi non coincidevano con quelli usati oggi.

I percorsi principali, oppure le vie più ampie, venivano chiamate "strade".

Le traverse venivano classificate "vichi", ovvero "vicoletti" se si trattava di passaggi piccoli, e "strettole" se proprio di dimensioni veramente minime.

I vichi poi, se erano coperti da un arco, erano chiamati "supportici".

Si definiva "fondaco" una specie di cortile chiuso o di via cieca su cui si affacciavano abitazioni per il popolo più minuto. Quasi sempre erano luoghi affollati e sporchi e il nome fondaco è passato alla storia come l'habitat preferito dai vibrioni dei ricorrenti colera dell'Ottocento.

Tuttavia non sempre il fondaco era luogo disprezzabile, perchè il nome non si riferiva alla qualità del luogo ma alla forma di cortile chiuso. Un esempio di fondaco "decente" è il fondaco Cancello di Ferro, al Vomero, un raggruppamento di vecchie abitazioni che sopravvive ancora oggi in via Beniamino Cesi, recentemente ristrutturato in un complesso di abitazioni di buon livello.

Nell'Ottocento la denominazione "via" compariva molto poco, mentre resisteva la forma "rua", trasformazione della rue francese, con evidente riferimento  all’origine di epoca angioina. 

Interessante la distinzione fra le vie in pendenza, che troviamo in una guida di metà Ottocento: “Le vie erte son dette salite, se menano verso l’esterno della città, calate se conducono alla vecchia città; gradoni se hanno scaglioni; rampe se hanno più branche.” In qualche pianta o documento troviamo per le erte anche la denominazione "discesa". Per la verità la distinzione fra discese, salite e calate può suscitare qualche perplessità, perché ogni percorso ha sempre due sensi opposti, nel senso che una via in pendenza è contemporaneamente una discesa (sinonimo di calata), e una salita. In mancanza di ulteriori precisazioni, riteniamo che, per fare degli esempi concreti, il Petraio, i Cacciottoli e la Pedamentina erano salite perché menavano a zone oggi diventate centrali (corso Vittorio Emanuele), ma allora  esterne alla città, mentre Calata San Francesco conduceva alla vecchia città (Arco Mirelli).

La configurazione orografica di molte zone di Napoli, in particolare delle colline e dei villaggi attorno alla città, in passato rendeva frequente il nome "cupa". Nell'Italia centro-meridionale questo nome ancora oggi viene riferito a strade strette, incassate, per lo più nel tufo (ad esempio “Cupa Gerolomini”), oppure stradine anguste e disagevoli (ad esempio “Cupa San Domenico, Cupa Camaldolilli”),

Il nome ricorda la concavità, la profondità (dal vocabolo latino cupa, botte, ciotola), ed anche la connessa scarsità di luce (un aggettivo derivato è cupo).

Un'altra denominazione che s'incontra nel mondo delle strade napoletane dell'Ottocento, per lo più riservata alle strade in pendenza, è "Imbrecciata". Il vocabolo ricordava l'uso di pavimentare questi percorsi con ciottoli, detti in dialetto vrecce o brecce.

A proposito delle pavimentazioni, a margine di queste notizie sui nomi, ricordiamo che le strade di Napoli, nel Cinquecento, venivano pavimentate con mattoni, abitualmente fabbricati e cotti nell'isola di Ischia. Dopo un non riuscito tentativo di usare i breccioni di fiume (come si usava a Roma), verso la metà del Seicento, cominciò ad entrare nelle abitudini napoletane la pavimentazione con pietra vesuviana, i cosiddetti "basoli".

Oggi la corrente di pensiero estetica che sta alterando l'aspetto della nostra città con un arredo dissonante con il contesto, ed estraneo alla nostra tradizione urbana, una corrente "à la page" che si ispira con disinvoltura alle riviste di architettura che mostrano la nuova Berlino o lo sviluppo di Hong Kong, sta sostituendo i basoli con altro materiale, togliendo alle nostre strade storiche il loro aspetto caratteristico e realizzando una pavimentazione per di più di durata effimera, sia per la natura strutturale del tipo di pavimentazione, e sia, spesso, anche per la discutibile qualità di esecuzione dei lavori.

Nell’immagine che accompagna questo articolo Van Wittel riproduce il “largo di Palazzo”, cioè l’attuale piazza Plebiscito.

(Maggio 2016)

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