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Miti napoletani di oggi.46

 

Pompei

 

di Sergio Zazzera

 

Fra i tanti esempi di urbanistica del mondo romano, pervenuti fino ai giorni nostri, Pompei è, forse – e benché meno ben conservato di altri, come Ercolano –, quello più interessante, perché più esteso e più eterogeneo; e a provvedere a tramandarlo alla posterità furono proprio quella colata lavica e quella pioggia di ceneri vulcaniche, che nel 79 d. C. seppellirono la città. Naturalmente, quando i lavori di scavo, realizzati durante la monarchia borbonica, sotto la direzione dell’archeologo Giuseppe Fiorelli, fecero riapparire la città, dei suoi edifici emerse soltanto la parte che non era crollata, né era stata arsa dalla lava infocata del Vesuvio. Ciò ha determinato la formazione del mito di Pompei, città «distrutta» dall’eruzione.

Perché io abbia definito “mitica” tale affermazione, è presto detto. Quanto meno, negli ultimi tempi, crolli si sono verificati, qua e là, in tutta l’area del parco archeologico, e la loro causa è ravvisabile, sostanzialmente, nell’omissione di quella manutenzione, della quale un bene culturale di tal genere – e soprattutto di tale natura, per giunta, pervenuto fino a noi – necessita. Per intenderci, se altrove – come a Palmira–, è occorsa la barbara azione distruttrice dell’Isis, perché la devastazione di un patrimonio archeologico avvenisse, a Pompei, viceversa, conservata dalla colata lavica, tutto è avvenuto, per così dire, “in famiglia”. Ovvero: Quod non fecerunt barbari…

(Ottobre 2016)



 I teatri dei bisnonni

 

di Antonio La Gala

 

 

Come si divertivano a teatro i nostri nonni e bisnonni napoletani?

Sappiamo molto sui teatri più importanti, di cui alcuni sono ancora attivi, mentre i locali minori, quelli senza importanza architettonica e non frequentati da artisti noti, sono scomparsi e sono rimasti, in genere, poco conosciuti.

Qui parleremo di questa realtà teatrale napoletana “minore”, vista a cavallo fra Otto e Novecento, quando la città era particolarmente ricca di poeti, musicisti e artisti.

Una Rue Pigalle casereccia era via Alessandro Poerio, fra Piazza Garibaldi e il largo che si trova fra Porta Capuana e Castel Capuano.

La vicinanza della stazione ferroviaria vi riversava dal mattino alla sera una folla di passaggio eterogenea: “cafoni”, sfaccendati, normali viaggiatori in attesa della partenza del treno. Si susseguivano baracconi da fiera, ma anche vere e proprie sale da spettacolo, giocolieri, falsi turchi, false sonnambule.

A fine Ottocento, dove poi sorgerà il cinema Iride, fu impiantato un baraccone con statue mobili. Di fronte, dove poi sorgerà l’Orfeo, vi era un teatro dei pupi. Da quelle parti l’Arena Olimpia alternava drammi al Varietà.

Sempre da quelle stesse parti, c’era anche un teatro  piuttosto accogliente e dignitoso, il Teatro Garibaldi. Vi si rappresentavano le farse di Pulcinella e spettacoli di Varietà, pare interpretati da artisti di buon livello.

Nella zona di piazza Municipio assieme all'antico San Carlino ed al Fiorentini, scomparsi nelle ristrutturazioni urbanistiche dell’Otto e Novecento, c’erano locali più modesti, fra cui il Teatro Sebeto, in una costruzione fatiscente della Piazza, e il Teatro Petrella, a metà di via Flavio Gioia.

Il Petrella rappresentava l’Opera dei Pupi. Era un locale piccolo, come gli altri locali destinati ai pupi, spettacolo allora molto popolare. Chiuse poco dopo la prima guerra mondiale..

Fra i "teatri dei pupi", il San Carlino di Porta San Gennaro, è stato l’ultimo a sopravvivere fin oltre metà Novecento.

A via Foria, dal 1828 si trovava il Teatro Partenope, attivo ancora a metà Novecento come cinema, accostato alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove oggi sorge uno dei due palazzoni che sovrastano  e stringono la chiesa.

Esistevano poi, sparse in tutta la città, una miriade di sale e salette, che in pratica andavano a riempire di teatri tutti i quartieri.

Vicino al chiostro di San Tommaso d’Aquino si apriva il Goldoni,  nato nel secondo Ottocento, assieme al Teatro Rossini, non lontano da piazza Dante.  Per un trentennio il Rossini ospitò artisti di buon livello, decadendo poi ad inizio Novecento, fino a chiudere, nel 1927, dopo essere stato trasformato in cinema.

Accanto ai teatri si davano spettacoli anche in baracche o capannoni, come la Darsena, il Giardino d’inverno in piazza Vittoria, la Stella Cerere, il Teatro delle follie drammatiche e alcune Arene.

Al Chiatamone, nella costruzione che in seguito ospiterà la sede de “Il Mattino”, in un edificio circolare chiamato Diorama, alcuni teloni con paesaggi, formavano un giro di vedute panoramiche. Trasformato nel “Circo delle Varietà”, il locale divenne famoso per una danzatrice che agitava ampi veli su cui si proiettavano disegni a colori, creati dalla luce elettrica. Dopo la ulteriore trasformazione nel Teatro Verdi, l’edificio, prima di ospitare "Il Mattino",  fu trasformato nella Galleria (commerciale) Vittoria.

Tutto questo caleidoscopico mondo dei locali minori, ai primi del Novecento, a Napoli come altrove, verrà travolto dall’irruzione di una nuova forma di spettacolo: il cinema.

(Giugno 2016)

Parlanno ’e poesia 6

 

di Romano Rizzo

 

Giuseppe Capaldo

Nacque a Napoli il 21 marzo del  1874 da genitori di modeste origini, che gestivano un’ osteria nel quartiere Porto. Da piccolo studiò in un collegio di preti, ma, a dodici anni, conseguita la licenza elementare, andò ad aiutare i genitori nella loro attività commerciale. Mostrò, però, fin dalla più piccola età una naturale inclinazione per l’Arte: poesia, pittura e musica, settori a cui si approcciò come autodidatta.

A soli 18 anni una sua poesia, “ Vicenzella”, che aveva scritto per una compagna di lavoro di cui si era innamorato, venne musicata dall’ottimo maestro Alberto Montagna e poi pubblicata dall’editore Bideri. Egli ignorava, però, che la fanciulla che amava si era già promessa a suo fratello Pasquale. Non potendo sopportare questa situazione, Giuseppe, abbandonò il lavoro nell’osteria paterna e si dedicò a comporre scenari per i teatrini delle marionette, salvo, poi riprendere il suo vecchio mestiere di cameriere, ma al celebre Caffè Greco.

In verità, più che un poeta, il Capaldo può essere definito, autore dei versi di autentici capolavori della canzone classica napoletana,   come ‘A tazza ‘e cafè, Comme facette mammeta, L’arte d’’o sole e tantissime altre; ma le sue erano autentiche poesie perché, a quei tempi, erano i musicisti, che provvedevano, in seguito, a rivestire di note le poesie che a loro erano state proposte e non viceversa. Per questo essenziale motivo, non v’è dubbio, a mio parere, che il Capaldo debba essere considerato, per questa attività, essenzialmente un poeta. A tal proposito ci piace ricordare il giudizio di Pasquale Ruocco, che lo definì “ musicista e poeta per istinto.”

Il Ruocco si poneva e ci poneva il seguente dilemma: “ O il Capaldo è dotato di una raffinata esperienza o è ricco di una tale capacità intuitiva che gli consente di racchiudere in poche strofe tutto il sentimento di un popolo come il nostro, scherzoso e saggio, ironico e cordiale.” Con lui sostanzialmente concorda Libero Bovio che scrisse: “Napoli ha avuto due grandi poeti del popolo: un povero guantaio morto di tisi ed un garzone di osteria, spentosi nella più squallida miseria. Non ai maestri, ma a questi due popolani, invidio qualche poesia !”

Al teatro Bellini, la sera del 26 agosto del 1919, fu proprio lo stesso Libero Bovio, che, interrompendo l’audizione delle canzoni della Piedigrotta, salito sul proscenio, annunciò l’improvvisa morte del Capaldo. Così, proprio tra le canzoni che aveva amato tanto, in uno dei più bei teatri di Napoli, il popolo pianse il suo cantore, che visse in condizioni assai modeste ma con uno smisurato amore per l’Arte, che con lui è stata prodiga solo di elogi postumi.

Su questo punto, mi piace concludere con le parole di Libero Bovio, il quale scrisse: “ Penso che sarebbe meglio amarli in vita questi uomini degni, più che dopo la morte…perché la lode postuma o è un primo segno di rimorso o un ultimo gesto di ipocrisia !”

 

Bellizze ’e Primmavera

 

Bellezza che nasciste ’o mese abbrile,

’ncopp’a nu lietto ’e sciure ’e cchiù gentile,

te dichiaraje pe’ figlia ’a Primmavera

e bella te facette ’e sta manera

Mannaje n’aucelluzzo ’mparaviso

a piglià ll’acqua pe’ te ..vattià.

 

’E primme rose, ‘nfaccia t’’e mettette..

cu ‘e sciure arancio ’diente te facette !

Passaje pe’ te vasà na turturella

e te facette ’o fuosso â vavarella.

‘O sole te purtaje nu gran tesoro

e so’ sti ricce d’oro ’nfronte a tte.

 

Quanno durmive, ’o viento che passava,

c’’o fruscio c’’o rifruscio te vucava.

’A nonna te venevano a cantare:

fate, regine e serene d’’o mare.

Si cchiù te guardo, bella cchiù d’’e belle,

o ghiesco pazzo o..moro appriesso a tte !!

 (Giugno 2016)

Miti napoletani di oggi.45

LA “NASCITA” DELLA CAMORRA

 

di Sergio Zazzera

 

I Romani erano specialisti abilissimi nel confezionamento di “miti di fondazione”: per conferire, infatti, autorità a tradizioni – ma anche a norme giuridiche –, non esitavano a inventarsi storielle, che narravano un preteso primo episodio di quella tradizione o di quella norma. Penso, innanzitutto, all’esempio più noto, quello, cioè, di Romolo e Remo; penso, però, anche a Ispala Fecennia, la meretrice di condizione libertina che, secondo il racconto di Tito Livio, avrebbe “inaugurato” il divorzio, servendosene per prima, nei confronti del coniuge Publio Ebuzio, ma che, in realtà, risulta non essere mai esistita.

Ebbene, anche oggi può accadere d’imbattersi in “miti di fondazione”, proprio com’è accaduto a me, nell’affrontare la lettura di Napoli 1343, saggio di Amedeo Feniello (Milano 2015), nel quale la corretta esposizione delle fonti – attestanti l’episodio, avvenuto nel novembre del 1343, del saccheggio di una nave da carico ligure da parte di una squadraccia di napoletani, sotto la guida di un manipolo di nobili – è seguita da un’interpretazione, tendente a forzare quell’avvenimento nello schema del gesto camorristico, per individuare in esso il momento della nascita dell’odierna criminalità organizzata.

La “storia per tesi”, dunque, che aveva connotato finora ambienti ultrapoliticizzati (sia di destra, che di sinistra), sembra avere contagiato anche studiosi che, almeno a quanto se ne sa, sarebbero, per tal verso, assolutamente indipendenti, al punto che la storia (cioè il “linguaggio vero”) finisce per cedere il posto al mito (cioè al “linguaggio falso”).

(Giugno 2016)

La caduta del Forte di Vigliena

 

di Antonio La Gala

 

 

Uno degli episodi militari che portarono alla caduta della Repubblica Partenopea del 1799, fu la distruzione del Forte di Vigliena.

Esso era sorto agli inizi del Settecento e costituiva un’isolata difesa sul lato orientale della città.

Era una costruzione di forma pentagonale, meglio attrezzata per la difesa verso il mare su cui prospettava con mura chiuse fiancheggiate da bastioni.

Il Forte di Vigliena visse il suo momento di gloria e di sangue nel giugno del 1799, quando le truppe del cardinale Ruffo, provenienti dalla Calabria, puntarono verso l’espugnazione di Napoli, per cacciarne i giacobini repubblicani.

Il Forte, uno degli ultimi ostacoli per la presa della città, era difeso da 150 rivoluzionari della Legione Calabrese Repubblicana, comandati dal prete calabrese Antonio Toscano.

Allo spuntare dell’alba del 13 giugno fu assaltato dagli uomini di Ruffo: verso l’una di notte, quando questi già erano penetrati nella roccaforte, saltò in aria la polveriera.

Un fulmineo, intenso chiarore squarciò il buio della notte, accompagnato da un fortissimo tuono. Nell’esplosione morirono tutti, vinti e vincitori, affratellati anche nella morte, visto che si trattava, da una parte e dall’altra, di combattenti quasi tutti provenienti dalla Calabria.

Gli studiosi non sono concordi se attribuire lo scoppio ad un errore dei difensori che, dopo aver minato il forte non fecero in tempo ad uscirne, oppure ad un deliberato gesto del comandante  Toscano o, infine, all’infuriare della battaglia.

Non è facile dire veramente come andarono le cose. A qualcuno è sembrata apologetica verso i giacobini la versione di Pietro Colletta, secondo la quale il prete Antonio Toscano, comandante della guarnigione, animato dallo spirito degli Eroi delle Termopili o emulo di Pietro Micca, quando si rese conto che il forte era stato conquistato dagli avversari, si trascinò eroicamente, benché gravemente ferito, fino alla polveriera, dandole fuoco, per distruggere i nemici che vi erano penetrati.

Ferdinando IV, il re restaurato dalla vittoria del cardinale Ruffo, fece restaurare anche il Forte, che poi è andato in malora, alle soglie dei nostri giorni, grazie al tradizionale disinteresse per le nostre memorie storiche e all’altrettanto tradizionale incuria.

(Giugno 2016)

LARGO O PIAZZA?

 

di Antonio La Gala

 

 

Spesso nel leggere cose della Napoli antica ci imbattiamo in denominazioni stradali che ci lasciano perplessi.

Quante volte incontriamo la denominazione “Largo”? Ad esempio “Largo di Palazzo” (oggi piazza Plebiscito), o Largo di Castello (oggi piazza Municipio).

Esistono ancora i larghi? Che cosa erano? Al tempo dei larghi c’erano anche le piazze?

In passato venivano chiamati "larghi" gli spazi esistenti fra gli edifici, spazi non frequenti e comunque di dimensioni quasi sempre modesti, nome con il quale si indicavano anche quei larghi "più larghi", che poi sono diventati piazze.

L'appellativo "piazza" era riservato, invece, agli spazi dedicati ai mercati.

Abbiamo fatto uno dei tanti esempi che si possono fare di “traduzione” dall’antico al moderno delle denominazioni toponomastiche della nostra città.

La toponomastica napoletana nasce formalmente alla fine del Settecento, ma di fatto è l'Ottocento il primo secolo ad ufficializzare i nomi dei luoghi.

Per quanto riguarda i termini che nell'Ottocento indicavano le categorie attribuite a strade e spazi di Napoli, essi non coincidevano con quelli usati oggi.

I percorsi principali, oppure le vie più ampie, venivano chiamate "strade".

Le traverse venivano classificate "vichi", ovvero "vicoletti" se si trattava di passaggi piccoli, e "strettole" se proprio di dimensioni veramente minime.

I vichi poi, se erano coperti da un arco, erano chiamati "supportici".

Si definiva "fondaco" una specie di cortile chiuso o di via cieca su cui si affacciavano abitazioni per il popolo più minuto. Quasi sempre erano luoghi affollati e sporchi e il nome fondaco è passato alla storia come l'habitat preferito dai vibrioni dei ricorrenti colera dell'Ottocento.

Tuttavia non sempre il fondaco era luogo disprezzabile, perchè il nome non si riferiva alla qualità del luogo ma alla forma di cortile chiuso. Un esempio di fondaco "decente" è il fondaco Cancello di Ferro, al Vomero, un raggruppamento di vecchie abitazioni che sopravvive ancora oggi in via Beniamino Cesi, recentemente ristrutturato in un complesso di abitazioni di buon livello.

Nell'Ottocento la denominazione "via" compariva molto poco, mentre resisteva la forma "rua", trasformazione della rue francese, con evidente riferimento  all’origine di epoca angioina. 

Interessante la distinzione fra le vie in pendenza, che troviamo in una guida di metà Ottocento: “Le vie erte son dette salite, se menano verso l’esterno della città, calate se conducono alla vecchia città; gradoni se hanno scaglioni; rampe se hanno più branche.” In qualche pianta o documento troviamo per le erte anche la denominazione "discesa". Per la verità la distinzione fra discese, salite e calate può suscitare qualche perplessità, perché ogni percorso ha sempre due sensi opposti, nel senso che una via in pendenza è contemporaneamente una discesa (sinonimo di calata), e una salita. In mancanza di ulteriori precisazioni, riteniamo che, per fare degli esempi concreti, il Petraio, i Cacciottoli e la Pedamentina erano salite perché menavano a zone oggi diventate centrali (corso Vittorio Emanuele), ma allora  esterne alla città, mentre Calata San Francesco conduceva alla vecchia città (Arco Mirelli).

La configurazione orografica di molte zone di Napoli, in particolare delle colline e dei villaggi attorno alla città, in passato rendeva frequente il nome "cupa". Nell'Italia centro-meridionale questo nome ancora oggi viene riferito a strade strette, incassate, per lo più nel tufo (ad esempio “Cupa Gerolomini”), oppure stradine anguste e disagevoli (ad esempio “Cupa San Domenico, Cupa Camaldolilli”),

Il nome ricorda la concavità, la profondità (dal vocabolo latino cupa, botte, ciotola), ed anche la connessa scarsità di luce (un aggettivo derivato è cupo).

Un'altra denominazione che s'incontra nel mondo delle strade napoletane dell'Ottocento, per lo più riservata alle strade in pendenza, è "Imbrecciata". Il vocabolo ricordava l'uso di pavimentare questi percorsi con ciottoli, detti in dialetto vrecce o brecce.

A proposito delle pavimentazioni, a margine di queste notizie sui nomi, ricordiamo che le strade di Napoli, nel Cinquecento, venivano pavimentate con mattoni, abitualmente fabbricati e cotti nell'isola di Ischia. Dopo un non riuscito tentativo di usare i breccioni di fiume (come si usava a Roma), verso la metà del Seicento, cominciò ad entrare nelle abitudini napoletane la pavimentazione con pietra vesuviana, i cosiddetti "basoli".

Oggi la corrente di pensiero estetica che sta alterando l'aspetto della nostra città con un arredo dissonante con il contesto, ed estraneo alla nostra tradizione urbana, una corrente "à la page" che si ispira con disinvoltura alle riviste di architettura che mostrano la nuova Berlino o lo sviluppo di Hong Kong, sta sostituendo i basoli con altro materiale, togliendo alle nostre strade storiche il loro aspetto caratteristico e realizzando una pavimentazione per di più di durata effimera, sia per la natura strutturale del tipo di pavimentazione, e sia, spesso, anche per la discutibile qualità di esecuzione dei lavori.

Nell’immagine che accompagna questo articolo Van Wittel riproduce il “largo di Palazzo”, cioè l’attuale piazza Plebiscito.

(Maggio 2016)

Miti napoletani di oggi.44

Labirinto napoletano

 

di Sergio Zazzera

 

Il mito classico del labirinto è noto a tutti: l’assatanata Pasifae si lascia ingravidare da Giove, facendosi rinchiudere in una vacca di legno – parente prossima del cavallo di Troia –, e partorisce il mostruoso Minotauro, che viene presto rinchiuso nel labirinto, dal quale è impossibile evadere. Sarà l’eroe Teseo ad addentrarvisi, per ucciderlo, non prima d’essersi assicurato la possibilità di ritorno indietro, mediante il filo, che la sorella Arianna gli ha dato e che egli srotola lungo tutto il percorso.

Non v’è dubbio che ogni realtà spaziotemporale abbia il proprio labirinto, ma credo che quello che Eugenio Scalfari ritiene di poter individuare per l’Italia mal si attagli al “caso Napoli”, il che val quanto avere innestato un mito contemporaneo sul mito classico. Scrive, infatti, Scalfari (Quel labirinto che chiamiamo vita, in l’Espresso, 7 aprile 2016, p. 73): «Il potere, nel mito di Teseo, è il labirinto più rappresentativo; forse se il desiderio del potere fosse cancellato dall’animo nostro, saremmo uomini senza più contraddizioni e non più rinserrati nel labirinto».

Ebbene, non ho esperienza diretta del resto d’Italia, ma ritengo, innanzitutto, che il mito del labirinto, a Napoli, sia Napoli stessa, che non riesce a liberarsi (= uscire) di tutte le negatività che vi si sono stratificate nel tempo (e che, peraltro, continuano a stratificarvisi, in maniera inesorabile). Ciò premesso, mi sembra che si debba proprio escludere che nella città tale mito possa identificarsi con il desiderio del potere: l’homo neapolitanus, infatti (e salvo le inevitabili eccezioni), non aspira affatto al potere e, tuttavia, non riesce a liberarsi dalle negatività che lo circondano. Anzi, a ben guardare, è proprio il potere – quello altrui, beninteso – a opprimerlo, in maniera quasi kafkiana.

(Maggio 2016)

Metropolitane napoletane abortite

 

di Antonio La Gala

 

 

Forse non tutti sanno che Napoli stava per dotarsi di metropolitana già a fine Ottocento e che, nel 1913, furono inaugurati dal re i lavori per costruirne una. Due iniziative finite nel nulla. Due metropolitane abortite.

In effetti, nel gran fervore di idee per la modernizzazione urbanistica della città che, a fine Ottocento, caratterizzò l’ambiente dei progettisti e degli amministratori pubblici, Napoli ispirò alcuni progetti di metropolitane, fra cui spicca quello proposto dall'architetto Lamont Young, che, nel 1888, ottenne anche l’approvazione del Comune. Young proponeva la costruzione di due linee, sviluppate su ponti metallici e in galleria: una all’aperto, lungo la costa, l’altra in galleria, sotto il centro storico. Il collegamento con la collina del Vomero avveniva mediante un ascensore. Dal Vomero, poi, doveva partire una ferrovia a scartamento ridotto per altre località collinari, come ad esempio Posillipo. Young ottenne, dopo l’approvazione, anche la Concessione a costruire questa metropolitana, ma non riuscì a trovare i soldi per iniziare i lavori. Nel 1892 la Concessione decadde.

Una metropolitana abortita.

Un progetto di Young che non trovò attuazione, come tanti altri suoi progetti, sia perché considerati, troppo “avveniristici” e sia perché in quegli anni gli investimenti pubblici e privati preferivano dedicarsi alle più concrete e remunerative opere  del Risanamento della città.. 

Qualche tempo dopo, l’idea di una metropolitana napoletana divenne “concreta”.

Infatti, nel 1908, fu presentato un progetto di “metropolitana radiale elettrica per la città di Napoli e dintorni” dalla società Enrietti, Giacotti e C., la cui costruzione, nel 1912,  fu concessa dal Ministero dei Lavori Pubblici ad una Società italo-francese, la "Societé Franco-italienne du chemin de fer metropolitain de Naples", assieme alla Concessione della gestione della ferrovia, per 70 anni.

Furono anche inaugurati i lavori dal Re, domenica 15 giugno del 1913. Le cronache dell’epoca, nel raccontarci la cerimonia d’inaugurazione dei lavori evidenziavano con orgoglio che Napoli sarebbe statala prima città d’Italia ad avere per le comunicazioni interurbane una ferrovia metropolitana”  e così proseguivano. “Napoli, questa città meravigliosa che si appresta ad un fecondo avvenire si appresta a godere, prima tra le consorelle d’Italia, i grandi benefici delle ferrovie metropolitane, che così meraviglioso sviluppo hanno raggiunto in alcune tra le più grandi città del mondo” (cioè New York, Londra Parigi, n.d.r.).

Tuttavia, per il sopraggiungere della Guerra non se ne fece più niente.

Un’altra metropolitana abortita.

Essa era prevista a doppio binario, elettrificata ed a scartamento normale, e ricalcava quella proposta da Young. Infatti anche essa si articolava in due linee:

Una linea urbana, tutta in sotterraneo, lunga 8 Km., che partiva dalle parti di piazza Sannazaro, si addentrava nella collina per raggiungere, a quota 120,  una stazione chiamata “Vomero”, interna alla collina; poi scendeva a S. Ferdinando, proseguiva sotto via Roma, piazza Dante, via Tribunali, piazza Garibaldi, fino alla stazione della Circumvesuviana.

Erano previste 15 stazioni nei punti principali della città, di cui sette servite esclusivamente da ascensori e le altre da scalinate.

Una linea suburbana partiva dal Vomero, dove si arrivava salendo con un ascensore dalla stazione chiamata “Vomero” che stava dentro la collina. La linea iniziava con una galleria dopo la quale, all’altezza del Ponte di Soccavo,  si sarebbero biforcate due linee “suburbane”. Una, mediante un primo tratto a cremagliera e poi con un altro ad aderenza normale, era destinata a raggiungere, a quota 420 metri, l’Eremo dei Camaldoli; l’altro ramo raggiungeva Agnano.

I treni, che portavano fino a 230 passeggeri, erano composti da tre vetture, di prima e seconda classe, si succedevano con un intervallo dai 3,5 ai 10 minuti per la rete urbana e di 30 minuti per le linee collinari.

Se queste metropolitane abortite fossero state realizzate, avrebbero sostanzialmente anticipato, di oltre un secolo, e per buona parte del tracciato, la metropolitana realizzata ai nostri giorni, l’attuale linea 1.

 (Maggio 2016)

Parlanno ’e poesia 5

 

di Romano Rizzo

 

EPIFANIO ROSSETTI è stato, senza dubbio, una delle figure preminenti della poesia napoletana post-digiacomiana.

Ma è pure uno dei pochissimi che può vantare un fratello, come lui poeta e paroliere. Stranamente, però, mentre Epifanio viene ricordato  come poeta, il fratello Gino viene ricordato più per l’amore per il teatro e per le canzoni che per l’opera poetica.

Epifanio nacque il 14 Ottobre del 1897. Amante della poesia, fece parte, dapprima dell’Agape dei poeti di Ruocco e, successivamente, dei poeti dello Sciaraballo di Ettore  de Mura.

Raccolse, nel suo primo libro, dal titolo “Poesie”, edito nel 1929, le liriche già pubblicate in vari giornali ed in particolare nel Roma della domenica. Questo suo primo lavoro dedicò alla moglie “ Sara, compagna della vita”. In seguito, pubblicò altri due volumi di poesia:  “Fantasia” e “Aria d’autunno”, che svelarono a pieno, come dice Giovanni Sarno, “la tenera sentimentalità, la grande forza espressiva e la scorrevolezza del linguaggio.” “Aria d’autunno” fu pubblicato a cura dei familiari, dopo la sua morte, avvenuta nel 1949, in seguito ad un investimento da parte di una bicicletta. Ad Ettore de Mura va, infine, il merito di aver riproposto, nel 1971, le liriche di questo poeta nel volume “Voce che resta” per la BIDERI e di averci mostrato un’altra grande passione che il Rossetti aveva coltivato per l’arte in genere ed in particolare per la pittura. Il Rossetti, infatti, assiduo frequentatore di tutte le mostre d’arte, fu amico e mecenate di diversi pittori e, pur non disponendo di grandi risorse, acquistò quadri di Casciaro, De Vanna, Crisconio, Cascella, Capaldo, Striccoli, Francesco Galante ed altri, mettendo insieme una più che valida collezione che, di recente, è stata proposta da un’importante galleria come Collezione Rossetti. Prese parte alla seconda guerra mondiale e, dal fronte, inviò all’ adorata moglie la seguente quartina che, in velina, è allegata al volume Aria d’autunno, in mio possesso ed è stata ripresa come dedica dal de Mura  in Voce che resta : “ ‘O bene / Spisso, ll’ommo maje sazzio ‘e sentimente / cerca affannanno chello che già tene / trascuranno a chi nun brama niente / però lle sta vicino e lle vò bene.” Il de Mura, che amò molto il Rossetti, racconta anche che, quando si recava da lui, ammirava e discuteva con competenza e passione dei quadri che aveva in casa,  ma accarezzava con lo sguardo i suoi libri con la signorile discrezione che era un tratto dominante della sua personalità.

Il de Mura lamentava, inoltre, che siffatta signorilità e discrezione erano doti molto rare ai suoi tempi. Mi chiedo che cosa avrebbe mai potuto dire se fosse vissuto adesso !!!

 

 Tramonto a San Martino

di Epifanio Rossetti

 

Che pace ’e munasterio:

che pace, a st’ora, ncoppa  San Martino!

Bella e serena Napule

pare comme durmesse a suonno chino.

 

Uttombre. ’E ffronne càdeno

da st’albere ’e vicino ô parapetto.
Tramonta ’o sole. St’aria,

frizzante e doce fa sentì frischetto.

 

Albere e ccase luceno

da ’e cchiù luntane a cchelle cchiù vicine:

sti ccase ca s’ammassano

e ca tutt’uno so’: case e ciardine.

 

D’oro veco na cupola

addò nu raggio ’e sole s’è pusato.

’O campanaro ’o Carmene,

da ccà, pare cchiù bbello e cchiù sfusato !

 

Giallo sfumato, ’e nnuvole,

ca ogne mumento cagnano culore,

a mmare se rispecchiano.

Lento, ’int’ ’o puorto trase nu vapore.

 

Spiecchie appicciate pareno

’e llastre d’ ’e ffeneste ’e faccefronte.

Viola se fa ’o Vesuvio

rosa tutt’ ’a cullina ’e Capemonte!

 

E st’uocchie mieje se ’ncantano,

e guardano luntano, cchiù luntano;

Resina, ’a Torre, Puortece,

pare comm’ ’e pigliasse cu na mano.

 

’Ncielo, tutto n’incendio;

tutta na fiamma rossa comm’ ’o ffuoco!

Arret’ ’o Monte ’e Proceta,

’o sole piglia suonno a ppoco a ppoco.

 

Ll ’inzieme ’e stu scenario
è accussì bello ca nun pare overo!

Sta pace, stu silenzio,

comme sanno appacià core e penziero!

 

P’ ’e ccase già se vedono

’e lume comm’ a ttanta llampetelle.

Già scura è ll’aria, tremmano

p’ ’o cielo cennerino ’e pprimme stelle.

 

Ah, che sarrìa si st’attimo

se putesse fermà! Che fantasia!

Veco, p’ ’o scuro ’e st’albere,

ll’ombra ’e chi ancora è tutt’ ’a vita mia!!

(Maggio 2016)

Miti napoletani di oggi.43

“’O surdato ‘nnammurato”

 

di Sergio Zazzera

 


I conflitti bellici sono stati sempre occasione di nascita di canti, dei quali alcuni destinati all’incitamento dei militari alla battaglia, altri, viceversa, ad alleviare la loro più che comprensibile tristezza. Ed è proprio in quest’ultima ottica che, nel 1915, all’ingresso dell’Italia nella “Grande guerra”, Aniello Califano compose i versi di ‘O surdato ‘nnammurato, che Enrico Cannio provvide a rivestire di note: del resto, entrambi, liberi da impegni militari, perché riformati, ebbero a disposizione tutto il tempo che poteva essere loro necessario per portare a compimento la canzone, il cui successo si è perpetuato fino ai giorni nostri.

Col tempo, però, e con la presa di sopravvento dello sport sulla memoria della guerra, la canzone medesima ha subìto un processo di mitizzazione. Scrive Carlo Zazzera (Una voce fuori dal coro, in R. Bianco - D. Iervolino, Un giorno all’improvviso, Napoli 2016, p. 112 s.), pur mostrando di condividere sostanzialmente la spontanea scelta della tifoseria napoletana: «‘O surdato ‘nnammurato, canzone tutto sommato triste, che parla di guerra e di amore, è da decenni il vero inno del Napoli». Ed è proprio qui il mito contemporaneo: una canzone che ricorda un momento triste per l’Italia intera si è trasformata nell’inno di gioia di un pubblico di tifosi per i successi della squadra del cuore. Mito, dunque, duplice: per l’allegria che prende il posto della mestizia e per il sentimento di orgoglio campanilistico che soppianta quello di affratellamento di un intero popolo sconvolto dal conflitto.

(Aprile 2016)

Un gioiellino sconosciuto: S. Maria della Purità dei Notai

 

di Antonio La Gala

 

Via Salvator Rosa, dopo l'incrocio con Via Battistello Caracciolo, conserva, seppure nel tradizionale degrado cittadino, gradevoli tracce di preesistenze antiche, fra le quali un gioiello di architettura sacra, (forse ignorato), di piccole dimensioni, ma di buona rilevanza storica e artistica.  

Si tratta della piccola chiesa al civico 194, incorporata nell’antico fabbricato all'angolo con Battistello Caracciolo, che ospita la scuola Michelangelo Schipa, fabbricato che risale al 1639, quando il notaio Aniello Capestrice “assegnò la sua eredità perché fosse fatto un ritiro per sette figliuole di notari napolitani da eleggersi a sorte, ed egli medesimo ne dettò le regole”.

La chiesa, dedicata a S. Maria della Purità, originariamente era più piccola di quella attuale ed era una cappella privata, fondata probabilmente fra la seconda metà del Seicento e l’inizio del Settecento. Fu donata nel 1739 dal proprietario Tommaso Porzio al ritiro sopra ricordato, e per questo motivo viene indicata come Santa Maria della Purità “de’ notari”.

Nel 1875 il tratto di strada, antistante la chiesa, fu abbassato e si rese necessario rimaneggiare radicalmente il tempietto, che fu inaugurato nella nuova veste, nel 1878. Alle due campate esistenti, di stile settecentesco, fu aggiunta una terza, quella che oggi è la campata anteriore. Quella centrale è coperta da una cupoletta. La chiesa è a pianta rettangolare, con accenno di transetto.

L’esterno, essendo il tempio inserito nel fabbricato, si limita alla sola facciata, spiccata su una bassa gradinata, protetta da una cancellata, che rispecchia la tipica architettura del periodo del rifacimento tardo ottocentesco.

L’interno, sebbene piccolo, contiene tre ballatoi: uno, sopra l’ingresso, costituisce la cantoria. Gli altri due, situati sulla parete destra a mo’ di balconi, chiusi da grate, ospitavano, durante la celebrazione delle funzioni religiose, alcune suore, di cui però non sono riuscito a reperire notizia alcuna.

Esiste, ancora oggi, un collegamento interno fra la chiesa e i locali dell’ex ritiro, oggi scuola.

La pavimentazione della chiesa, rifatta, è architettonicamente stonata con il contesto, perché ricorda, (almeno quando ho visitato io alcuni anni fa la chiesetta), abitazioni, uffici postali o ASL anni Sessanta.

Le tre campate, di epoche diverse, furono decorate omogeneamente nel corso della ristrutturazione di fine Ottocento. Sull’altare maggiore, di stile rococò, si trova una tela della Vergine della Purità – patrona dei Conservatorii - con santi. In due altarini laterali troviamo le statue di San Vincenzo Ferrer e del Cuore di Gesù. Tre tele, poi, raffigurano San Michele, Sant’Andrea e L’Adorazione dei Magi. Ai lati dell’ingresso sono collocati il Crocifisso e l’”Ecce Homo”.

(Marzo 2016)

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