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SEGNALIBRO a cura di Marisa Pumpo Pica   Monos di Antonio Di Nola - Oèdipus Edizioni   Spesso siamo portati a pensare che la poesia e la scienza...
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Il governo migliore è la speranza   di Annamaria Riccio   Affidiamo i nostri desideri agli eventi del futuro. Viviamo pensando che il dopo sarà la...
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Andiamo a teatro a cura di Marisa Pumpo Pica   Al Teatro Trianon Viviani di Napoli Zappatore Tiziana De Giacomo in scena con Francesco Merola - Regia...
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GENNARINO DERUBATO DA UN BAMBINO   di Luigi Rezzuti   Gennarino sperava di godersi una stupenda mattinata sugli scogli di Mergellina, accompagnando la...
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Lutto in casa Cosmopolis per la morte di Peppe Talone   di Marisa Pumpo Pica     Non è facile metabolizzare un lutto e ancor meno lo è quando il...
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Eleganza   di Mariacarla Rubinacci   Finalmente ha fatto il suo trionfale ingresso la stagione calda/tiepida, dato che alcuni momenti di pioggia...
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DON ANTONIO CAFIERO

 

di Luigi Rezzuti

 

 

Don Antonio Cafiero era nato e vissuto nei Vergini, un quartiere di Napoli. Amava Napoli e il Napoli. Era un napoletano D.O.C.

Ne parlava con passione del suo Napoli, la sua squadra del cuore, un ideale, un sogno.

Il Napoli per lui era la bandiera del Meridione, il  simbolo di un popolo di grande cultura e dignità.

Amava il Napoli ma non lo interessavano tanto le tattiche, gli schemi, le formule calcistiche. In campo non andavano i calciatori nè i moduli. In campo andava il Napoli.

Per lui non era tanto importante partecipare ma vincere.

Una domenica mattina la moglie aveva cucinato la genovese e proprio quel giorno c’era l’incontro di calcio Napoli-Genoa e il Napoli perse in malo modo.

Per la disperazione, per il dispiacere, non ci pensò nemmeno un secondo, aprì il balcone e buttò giù in strada tutta la genovese, cucinata con tanto amore dalla moglie.

Amava il Napoli Don Antonio Cafiero e coinvolgeva tutti nella favola del pallone.

Sedeva spesso, d’estate al tavolo di un bar, in piazzetta, e subito intorno a lui si faceva gruppo: parlava a  raffica, solo ed esclusivamente del suo Napoli mentre tutti  lo ascoltavano con grande attenzione.

Si racconta che la mattina della domenica, quando il Napoli giocava in casa, spalancava balconi e finestre della sua casa, in piazza, e faceva sventolare una grande bandiera del Napoli.

Don Antonio Cafiero amava il Napoli ma non aveva mai imparato alcuna formazione a memoria.

Morì prima che il Napoli vincesse il suo primo scudetto, ma in molti dissero che sarebbe morto comunque per questo evento.

Don Antonio Cafiero era morto prima, si prima della vittoria calcistica del suo Napoli, ma nessuno di loro se n’era accorto.

Era morto prima, perché si muore quasi sempre prima che un vero sogno si realizzi.

(Gennaio 2017)

TOTONNO ’E  QUAGLIARELLE

 

di Luigi Rezzuti

 

Totonno ’e quagliarelle era un personaggio di altri tempi, un uomo tutto di un pezzo, un napoletano D.O.C., un personaggio unico, intelligente, abile nel commercio e consumato giocatore di carte.

Il “Cavaliere”, così lo chiamavano nel quartiere, sulla testa portava un parrucchino, che ogni tanto sistemava, e tutti i giorni indossava sempre lo stesso vestito, ormai malandato e sgualcito, un papillon al collo e un paio di occhialini sul naso.

Era considerato un grande giocatore di poker. In gioventù, infatti, aveva frequentato le sale da gioco napoletane, dove, a suo dire e stando al parere di quelli che avevano assistito alle sue giocate, aveva tenuto testa ai più abili e smaliziati giocatori della metropoli campana, riuscendo a vincere anche ingenti somme di  danaro.

Il cavaliere gestiva, proprio nel centro storico di Napoli, un bar, frequentato da un gran numero di clienti, che vi venivano attirati, non solo dai modi sempre affabili del proprietario, ma anche dalla sua capacità di  venire incontro alle esigenze dei clienti, nei modi più svariati.

La pasticceria e gelateria era stata impiantata, con  personale qualificato, in via San Gregorio Armeno, un quartiere popolare di Napoli.

Poi, in breve tempo, grazie alla sua spiccata intelligenza, era riuscito ad impadronirsi di tutti i segreti e si era messo a preparare dolci e gelati da solo, riuscendo anche a creare delle specialità, che erano il suo vanto e il suo orgoglio.

Totonno ’e quagliarelle era anche un grande tifoso e appassionato di calcio. Aveva fatto installare, su una parete del bar, un grosso televisore e tutte le volte che giocava la squadra del suo cuore, il “Napoli”,  i clienti andavano ad assistere alla partita, previo il pagamento di una consumazione.

A Natale e a Pasqua, il bar era pieno di panettoni di ogni tipo e marca, di colombe e di cassette di liquori.

In occasione di queste festività, organizzava delle vere e proprie campagne di vendita, tipo “Prendi due e paghi uno”. Inoltre a chi acquistava il panettone, o la colomba, a Pasqua,  regalava anche un bottiglia di spumante.

Alla fine di quelle che egli chiamava le sue “campagne”, i clienti più affezionati gli chiedevano come fosse andato quel Natale o quella Pasqua e Totonno ’e quagliarelle rispondeva col sorriso sulle labbra e con gli occhi che gli brillavano per la gioia: “Di Totonno ’e quagliarelle ce n’è uno soltanto, gli altri sono dei dilettanti e queste campagne le posso fare solo io”.

Aveva da poco tempo compiuto ottant’anni, sembrava essere in gran forma, sia fisica che mentale, ma se ne andò improvvisamente, in una mattina di luglio, per un infarto, lasciando un gran vuoto nel cuore dei tanti clienti che lo stimavano e gli  volevano bene.

(Dicembre 2016)

IL ROLEX RUBATO

 

di Luigi Rezzuti

 

Williams, un giovane di nazionalità inglese, dopo aver superato l’esame di laurea con ottimi voti, si concesse una vacanza a Napoli per visitare le bellezze del golfo: Ischia, Capri e Procida e, successivamente, recarsi in costiera sorrentina ed amalfitana.

Atterrato con l’aereo a Capodichino prese alloggio in un lussuoso albergo sul lungomare di Napoli.

La mattina successiva si imbarcò direttamente da Mergellina con il primo aliscafo per Procida, dove andò a visitare l’ex penitenziario, la Chiaiolella e Vivara e si fermò a pranzo presso una caratteristica trattoria del porto.

Essendo l’isola poco estesa, offre poco ai turisti e, quindi, Williams rientrò a Napoli per poi imbarcarsi, il giorno successivo, per Ischia, dove rimase due giorni, per visitarla quasi tutta.

Per prima cosa andò a visitare il famosissimo Castello Aragonese, poi si recò a visitare la Chiesa del Soccorso di Forio d’Ischia, la baia di San Montano e S. Angelo.

Dopo due giorni, trascorsi  a gironzolare per Ischia, ritornò in albergo a Napoli per imbarcarsi il giorno dopo per Capri, il gioiello del golfo.

Giunto sull’isola prese la funicolare e raggiunse la famosa piazzetta di Capri. Qui,  attraverso le viuzze piene di negozi e di turisti, raggiunse Tragara ed ammirò dall’alto i suggestivi faraglioni.

Williams, però, prima di partire per Napoli, aveva dimenticato i consigli degli amici e dei parenti e aveva tenuto al polso l’orologio d’oro, regalatogli dai genitori come premio per la laurea.

Al ritorno da Capri, la prima passeggiata fu in direzione di Spaccanaoli dove, a San Gregorio Armeno, potette ammirare le botteghe degli artigiani, intenti a costruire presepi e preparare pastori.

Dopo una breve pausa per gustare la famosa sfogliatella e un buon caffè nello storico bar Scaturchio, si recò ad ammirare la Cappella San Severo e la magia del Cristo Velato, restando incantato davanti a quell’opera d’arte.

All’uscita si avvicinò a due ragazzi, di bell’aspetto e ben vestiti, per chiedere loro, in un italiano approssimativo, il percorso per andare a visitare la Chiesa di Santa Chiara.

In  una  frazione di secondi, uno dei due ragazzi gli sfilò dal polso il Rolex con un gesto preciso e fulmineo.

Gli scippatori, dopo il furto, si eclissarono a velocità olimpionica nei vicoli che circondano piazza San Domenico Maggiore.

Williams, vedendo un’auto della polizia, che vigilava in permanenza Piazza del Gesù Nuovo, si recò di corsa a sporgere la denuncia di furto.

L’agente di polizia con fare quasi annoiato approntò il verbale, però, con scarsissima diplomazia ed educazione, insinuò che queste denuncie quasi sempre sono delle truffe degli stessi turisti raccontando che essi, prima di mettersi in viaggio per Napoli si rivolgono ad  un’ agenzia assicuratrice per stipulare una polizza contro il furto di gioielli e dell’orologio costoso che portano abitualmente al polso, generalmente un Rolex d’oro, e quindi dopo una denuncia di furto le compagnie assicuratrici pagano perché subire uno scippo in questa città non provoca sospetti.

Poi concluse dicendo che non era facile recuperare la refurtiva perché, quasi sicuramente, l’orologio era finito nella zona degli orefici dove confluiscono gli scippatori. Questi, poi, si liberano della refurtiva vendendola a qualche ricettatore del quartiere, che acquista l’oggetto rubato per rivenderlo a sua volta.

Williams restò ammutolito e rattristato per non aver dato ascolto ai consigli degli amici e dei parenti e non solo per questo. Rimase indignato ed esterrefatto dalle insinuazioni del poliziotto.

Ritornò, quindi,  in albergo e, chissà per quale miracolo, dopo circa un’ora ricevette una telefonata dal commissariato di zona che gli comunicava il ritrovamento dell’orologio e l’arresto dei due scippatori.

Williams restò piacevolmente stupito e rimase in attesa del commissario, il quale giunse direttamente in albergo, sul lungomare, con la refurtiva ritrovata.

Il commissario restò a parlare con lui in un inglese passabile, Williams lo invitò al bar dell’albergo a bere un buon whiskey e, dopo qualche ora di conversazione, i due si scambiarono gli indirizzi di posta elettronica con l’invito, da parte di Williams al commissario, di andare a Londra come suo ospite.

Finalmente, dopo tante emozioni e una notte tranquilla, il giorno dopo Williams noleggiò un’auto e se ne andò     a visitare la costiera sorrentina e quella amalfitana. Ma non mise più il Rolex d’oro al polso.                                                                     

(Novembre 2016)

IL PALLINO DELLA GUERRA

 

di Luigi Rezzuti

 

Durante la permanenza militare all’ospedale militare, una mattina, arrivò l’ordine di una esercitazione di guerra.

Non avevamo né fucili né tanto meno pistole o bombe a mano. Comunque ci radunarono in un ampio piazzale dell’ospedale, muniti ognuno di noi con mazze da scopa e mazze per lavare il pavimento

Alle 9,30 precise, arrivò il generale col “pallino della guerra”, un sergente gridò a squarciagola l’attenti e il presentatarmi.

Ci mettemmo tutti sugli attenti, con le mazze da scopa a mo’ di fucili, al passaggio del generale, il quale ci divise in due compagnie, da una parte il nemico e dall’altra noi che dovevamo difendere l’attacco all’ospedale.

Noi ci difendevamo con le mazze da scopa e il nemico sparava con le stesse armi e tutti facevamo il rumore degli spari gridando “Bum – Bum”.

In quella situazione era difficile mantenere un contegno serio, ridevamo tutti, ad ogni ordine del generale.

Alcune reclute erano state scelte, sempre dal generale,  per una immaginaria infermeria: dovevano correre da una parte all’altra del campo di battaglia e portare immaginarie medicazioni, bende e quant’altro per soccorrere i soldati colpiti.

Feci finta di essere stato ferito da un proiettile sparato dal nemico e, sempre per finta, fui curato e medicato.

Finalmente il generale ordinò il cessate il fuoco e la tragicomica battaglia ebbe fine. Di sicuro quella mattina mi divertii da “morire” ma, allo stesso tempo, pensai al “pallino della guerra” di un esaltato generale.

(Ottobre 2016)

L’ESAME DI TERZA MEDIA

 

di Luigi Rezzuti

 

Se per qualcuno di voi l’esame di terza media è stato facile per Francesco, uno scolaro perennemente svogliato, fu come un esame universitario.

Primo giorno: Italiano. L’esame di Italiano non era tanto difficile, si doveva scegliere un argomento fra i tre disponibili: Descrivi questi tre anni di scuola, Parla di un argomento a tua scelta sulla materia che preferisci, Parla di un  problema che ancora oggi imperversa nella nostra società.

 Francesco passò ben dieci minuti a pensare quale dei tre temi scegliere. Di solito, ogni volta che c’era un tema in classe cercava di scegliere l’argomento più facile. Alla fine decise di buttarsi sul compito numero tre e parlò del razzismo in generale.

Sul foglio di brutta cominciò a buttare giù le prime idee, quando arrivò in classe il presidente esterno, che doveva firmare i fogli di tutti. Era brutto e non sapeva neanche firmare, faceva uno scarabocchio sul logo del foglio.

In quel compito Francesco scrisse una frase che gli sembrò di effetto : “molte persone tendono a discriminare alcuni individui che hanno il colorito della pelle diverso dal proprio, ma io non riesco a capire il motivo di queste discriminazioni, le persone sono tutte uguali, cambia solo il colore della pelle”

Francesco pensò che questa frase sarebbe sicuramente piaciuta ed apprezzata dagli insegnanti che dovevano giudicarlo.

Dopo tre ore estenuanti finì il compito, uscì da quell’aula con un peso in meno sullo stomaco, ma aveva ancora paura perché gli esami non erano  finiti.

Secondo giorno: Francese. Francesco aveva sempre odiato questa materia perché non riusciva ad impararla per il semplice motivo che l’insegnante non spiegava mai le lezioni.

Si trovarono tutti al terzo piano, Francesco stava ancora salendo le scale con il cuore in gola, sia per le scale che per la paura del compito.

La professoressa disse che gli esaminatori dovevano fare il sorteggio per  la prova da assegnare.

Era previsto un tema o un testo con 10 domande a cui rispondere. Egli pregò Dio perchè capitasse il testo con le dieci domande.

Dopo cinque minuti arrivò la professoressa. Le sue preghiere erano state esaudite: era capitato il testo con le domande.

Francesco non ricordò più, col passar del tempo,  quale testo fosse, ma una cosa che non potè mai dimenticare fu il grande aiuto della prof., la quale, invece di spiegare di cosa parlasse il testo, “inavvertitamente”, diede tutte le risposte e così lo salvò perche durante le sue lezioni Francesco non aveva pensato ad altro che a parlare, scherzare e fare tutto quello che non aveva a che vedere con il francese.

Finito il compito, a poco a poco la classe si svuotò.

Terzo giorno: Matematica. Il cuore, ancora una volta gli batteva fortissimo, sudava freddo, il momento era arrivato.

Alle 8,30 era già in aula e tremava come un agnellino, anche se fuori c’erano 30° gradi all’ombra.

Finalmente arrivò la prof., la tachicardia di Francesco era a mille. In matematica aveva avuto sempre grossi problemi e, per giunta, era capitato accanto al compagno più ignorante della classe.

Pensò : “Ma la prof., sapendo che in matematica valevo zero, non poteva mettermi vicino a qualcuno più bravo?”.

Appena la prof. consegnò i compiti, Francesco rimase come  paralizzato e pensò : “Sono fregato, questa è la volta che mi bocciano. Non supererò mai questo esame.” ma, rileggendo meglio l’esercizio con grande sorpresa si accorse che era facilissi.mo e con molta soddisfazione riuscì a risolverlo.

Per il secondo esercizio, però, Francesco era molto preoccupato, aveva a disposizione tre ore per risolverlo eppure aveva paura di non farcela.

Inaspettatamente la prof. si mise davanti al suo banco per aiutare un compagno in difficoltà e, “per grazia divina”, appoggio il foglio con tutte le risposte dell’esercizio sul banco.

Francesco copiò tutto in due secondi, cosa un po’ difficile, perché il foglio era girato al contrario ma, grazie alle sue sviluppatissime doti di copiatore provetto, riuscì a non farsi sgamare.

Finito di copiare consegnò il compito e uscì da quell’aula con il cuore che gli batteva forte e tuttavia contento di avercela fatta.

Dopo una settimana, sarebbero iniziati gli esami orali. Francesco era meno preoccupato, gli scritti erano più difficili. Era stato molto fortunato.

(Giugno 2016)

UNA DONNA CHE VENDEVA  POESIE

 

di Luigi Rezzuti

 

Eravamo seduti al solito bar, in  attesa di radunarci tutti per la consueta uscita del sabato sera.

La primavera ormai si faceva sentire nell’aria. Era così piacevole ritrovarsi  all’apert, nel giardino del locale. Gli unici rumori provenivano dal vocio diffuso degli avventori, mentre il traffico sembrava non esistere, lì, in quell’angolo di paradiso.

Presi dai nostri discorsi non ci accorgemmo di una strana figura che silenziosamente si infilava tra i tavoli.

All’improvviso ci apparve davanti. Era una donna esile, di bassa statura, col viso solcato dalle rughe, una donna intorno ai settant’anni con piccole lenti sul naso. Indossava un vecchio vestito, lacero dal tempo, e sussurrava parole in versi.

Tra le mani stringeva un cestino adornato da fiocchi di stoffa quadrettata. Si avvicinò a noi ed inizio a parlare: “Volete comprare una mia poesia?” Lo chiese quasi con timidezza.

Dal suo aspetto si capiva che non doveva essere perfettamente in sè, eppure non era drogata, nè alcolizzata. Si scopriva, guardandola negli occhi, uno sguardo da sognatrice.

Incuriosito la invitai a sedersi con noi, uno dei miei amici le porse una sedia e lei d’improvviso sorrise. felice che qualcuno la invitasse a sedere al tavolo.

Era a suo agio tra noi. Guardandola bene, si intuiva che doveva essere una donna molto triste. L’ovale del volto ed i lineamenti apparivano marcati. La bocca, né grande né piccola, accennava un leggero sorriso.

Quella donna ispirava tristezza e riusciva a calamitare l’attenzione di tutto il gruppo.

Le chiedemmo da quanto tempo vendesse poesie “Da sempre – rispose – non so fare altro nella vita. La poesia mi è fedele, è mia amica”.

Parlava un italiano perfetto. Incuriositi, iniziammo a farle tante domande, volevamo conoscere chi era, dove  viveva e così via.

Purtroppo le domande non furono gradite e si chiuse in un silenzioso riserbo.

Vedendola quasi infastidita, cercai di cambiare argomento e le chiesi di leggere qualche poesia, mi rispose, con un tono leggermente arrogante, che lei non leggeva poesie, le vendeva. “Benissimo – dissi – dunque quanto dovremmo pagare per una poesia?. “Quello che volete” – rispose, abbassando gli occhi. Ed iniziò a frugare nel cestino che aveva in grembo.

La donna accarezzava quel cestino in modo tale che sembrava avesse là dentro tutto il suo tesoro.

I miei amici iniziarono a fare una colletta, racimolammo pochi euro e le chiedemmo di venderci una sua poesia.

Il volto della donna all’improvviso si irradiò di luce, rovistò nel cestino e ne estrasse un foglietto di carta celeste, arrotolato a mò di piccola pergamena e chiuso con un nastrino di raso bianco.

Me lo porse con mano tremante e, con mano altrettanto tremante, prese il danaro. Non fece neanche caso alla somma che le avevamo dato, anzi sembrava ansiosa di andar via.

Infatti, si alzò in piedi di scatto e disse che era stata bene con noi, ma che doveva continuare a vendere poesie anche agli altri. E aggiunse: “Se hai una poesia con te, nessuno si può rifiutare di comprarla.”  E si dileguò tra i tavoli.

I miei amici mi chiesero di aprire la pergamena e di leggere il contenuto. Purtroppo, però, le parole erano scritte malissimo, con una grafia tremolante ed incomprensibile, riuscimmo solo a leggere: “L’amore è breve come un battito d’ali di farfalla. A volte non arrivi neanche a dire: ti amo”.

Bastarono queste poche parole a scatenare una serie di commenti ed ipotesi, tra cui quella di chi sosteneva che la donna era ridotta in quello stato perché non era mai diventata una vera e propria poetessa, riconosciuta nell’ambiente culturale.

Quando venne il cameriere a presentare il conto ebbi un’improvvisa folgorazione e gli chiesi se conosceva quella donna che era entrata prima nel locale.

“Qui nel quartiere la conoscono tutti, poveretta. Ormai sono anni che è in quello stato: è una donna triste e depressa. Voleva diventare una brava poetessa ma nessuno la considerava tale, anzi,  spesso alcune persone la prendevano in giro, fingevano di ascoltarla per poi deriderla, scatenando in lei violente crisi depressive E da allora a quella donna non è rimasto altro che elemosinare, vendendo le sue poesie.”

(Maggio 2016)

QUATTRO GIORNI ALL’ELBA

 

di Luigi Rezzuti

 

Non è la trama di un film di guerra, se il lettore legge male sostituendo Elba con Alba. È semplicemente un racconto di viaggio.

Era da tempo che Francesco pensava di organizzare un viaggio in camper all’isola d’Elba e finalmente, qualche settimana prima delle feste natalizie, partì.

Man mano che il traghetto avanzava verso l’Elba le nuvole, che fin dal mattino hanno scaricato pioggia si tingono  d’azzurro intenso e un tiepido sole scende sul mare azzurro.

Gabbiani in lunga formazione, come aquiloni, seguono il traghetto, Francesco si gode intensamente queste prime ore.

Il  lungo fiordo di Portoferraio li accoglie, prima largo e verde di pini marittimi poi più stretto e fitto di edifici.

Alla destra l’antica Torre del Martello segna l’ingresso alla darsena, d’estate con barche da diporto, ma ora semideserta.

Prima tappa Marciana Marina, bella località e approdo protetto dalla tramontana, che speso batte la costa.

È un bel borgo, un tempo di pescatori e ora attrazione turistica.

Case piccole, muri gialli e bianchi, tetti rossi, finestre fiorite, stradine pulitissime.

Due spiagge in ciottoli, quella della Fenicia e l’altra, davanti al lungomare, detta del Catone.

Il paese appare come luogo turistico ma, fuori stagione, si presenta sonnacchioso e semideserto.

Un senso di leggera desolazione convive, in Francesco, con il piacere di assaporare la tranquillità di luoghi, altrimenti, affollati e rumorosi.

Sistemato il camper in un parcheggio, egli percorre a piedi le strette vie, godendo di suoni, profumi e colori.

Sulla spiaggia riposano in secca vecchie barche e scafi in corso di restauro. Inoltre, catene, ceste colme di reti che odorano di pesce, cassette messe ad asciugare.

Un vecchio pescatore pulisce alcune ceste in un palmo d’acqua, nella poca risacca della bassa marea.

Anche se un po’ di sole filtra attraverso le nuvole, l’aria è fresca e la breve passeggiata gli ha fatto venire voglia di qualcosa di caldo.

Alla persona, ferma sulla soglia dell’unico negozio aperto, Francesco chiede informazioni per un buon ristorante, dove si possano  mangiano piatti a base di pesce.

L’interno del locale, che gli viene suggerito, sembra privo di riscaldamento, così confida nel cibo e in un buon bicchiere di vino per riscaldarsi.

Ottimi gli antipasti ed i primi. Ordina, poi,  una frittura mista e la mangia con le mani per gustarla meglio.

Decide di non passare la notte nel parcheggio, si sposta in uno slargo della strada a picco sul mare. Così si conclude il primo giorno all’Elba.

Un cielo plumbeo e vento a raffiche lo accoglie al risveglio e non fanno ben sperare per il prosieguo della giornata ma non si preoccupa più di tanto e prosegue verso Capo Sant’Andrea, dove la strada corre  alta sulle rocce e l’isola offre scorci selvaggi e una natura incontaminata.

Supera Pomonte e arriva nella splendida piccola baia di Fetovia.

Lasciato, con qualche difficoltà, il camper lungo la stretta strada, scende verso la spiaggia per un  sentiero che corre tra fichi d’india  e rosmarini fioriti.

Tuttu chiuso, case, bar, noleggio barche… Tutto silenzioso. Supera il paese e prosegue verso Marina di Campo, con il suo grande golfo, che vanta la più lunga spiaggia dell’isola.

Un breve giro gli permette di visitare il centro storico, tutto raccolto attorno al porticciolo e di fare acquisti in un’enoteca.

Pochi chilometri più avanti  una  vegetazione lussureggiante e splendida, scende verso Lacuna, seconda delle tre baie che contraddistinguono la costa meridionale dell’isola.

Una baia sabbiosa, limitata da Capo di Forza e da Capo delle Stelle.

Lascia il camper sotto un grande pino marittimo e a piedi scende verso il mare dove scorge una sequenza ininterrotta di villini privati e campeggi chiusi.

Prima del tramonto fa sosta oltre Golfo Stella, piccolo borgo alle pendici di Monte Calamita.

La mattina dopo si alza, sale a piedi lungo una stradina e arriva alla piccola piazza, dove tutte le strette vie del paese sembrano confluire.

Nell’unico bar della piazza gusta un latte e caffè bollente e sfoglia un quotidiano che parla di neve e temperature bassissime perfino sul litorale di Piombino.

Supera Porto Azzurro dopo una visita, resa breve da un’insistente pioggerella gelida, che non invita al passeggio e  prosegue per Rio Marina.

Lasciato il camper nel piccolo parcheggio del luogo, percorre rapidamente il molo, spinto dal solito vento gelido. Arriva all’estremità dove vede un vecchio pezzo di artiglieria navale, corroso dalla ruggine e, infine, rientra di corsa nel camper per il forte vento.

È quasi ora di pranzo e cerca un ristorante. Detto fatto, dieci minuti dopo, un giovane cameriere gli propone uno dei sei tavoli e qualche invitante piatto di pesce, a seguire un trancio di tonno, alto due dita e grigliato a regola d’arte, e tanto pane caldo, appena uscito dal forno.

Dall’esperto cuoco ottiene l’indirizzo di un produttore di aleatico, il vino passito tipico dell’Elba.

Dopo un pomeriggio, dedicato all’ozio, decide di trascorrere l’ultima notte sull’isola a Cavo, piccolissimo porto e borgo di pescatori, a pochi chilometri da Capo Vita, che rappresenta il punto più vicino al continente, da li raggiungibile in 20 minuti di traghetto.

Il mare è a poco più di due metri dal camper ed egli lo parcheggia all’estremità del lungomare.

Davanti c’è il porticciolo e più oltre un promontorio, su cui sorgono le rovine di una villa d’età augustea.

Sdraiato sul letto sorseggia un thè al limone, osservando dalla finestra del camper il mare che si fa scuro col progredire del tramonto e, poche miglia più lontano, il profilo della costa toscana e le luci di Piombino.

Si addormenta esausto e dorme profondamente. All’indomani, appena sveglio, fa una fugace colazione con latte, caffè e biscotti e riparte per la visita alle residenze di Napoleone, Villa dei Mulini a Portoferraio e Villa Martino, vicino Procchio, che raccolgono cimeli dell’esilio sull’Elba dell’imperatore francese.

Villa Mulino fu la residenza cittadina, chiamata così perché in precedenza vi erano dei mulini a vento.

La Villa domina sulla città. Infatti dalla terrazza si gode un panorama stupendo e la veduta del porto.

All’interno si trova anche la statua di Galatea, la cui ispiratrice fu Paolina, sorella di Napoleone, mentre Villa Martino fu scelta come residenza estiva e rimase, poi, inabitata, a causa della partenza di Napoleone dall’Elba.

Napoleone visse in esilio sull’Elba per soli nove mesi ma la sua presenza lasciò un’impronta importante nella storia dell’isola, che si trovò catapultata al centro delle vicende politiche europee.

Attualmente vi si conservano cimeli, arredi e mobili dell’epoca e parte dell’interessante collezione di libri, portata con sè dall’imperatore e poi da lui donata a Portoferraio. Vi sono raccolte, tra l’altro, opere di Voltaire e La Fontaine.

Dopo cena, stanco della giornata,Francesco crolla in un sonno profondo e all’indomani, di buon ora, si imbarca per la terra ferma con lo stesso traghetto dell’andata.

Anche se il tempo non è stato clemente, Francesco ha trascorso giorni bellissimi, visitando luoghi incantevoli, di storia e di cultura.

(Aprile 2016)

IO, ROBINSON CRUSOE’

 

di Luigi Rezzuti

 

Il naufrago più famoso di tutti i tempi è senza dubbio Robinson Crusoè, che fece naufragio con una nave diretta in Inghilterra e si trovò sbattuto dalle onde su un’isola disabitata, fino a quando, ritrovato da una nave di passaggio, ritornò in Inghilterra.

Di naufraghi ce ne sono stati diversi, alcuni fortunati, perché ritrovati, ed altri meno fortunati, che non sono stati più ritrovati.

La storia di Nicolais somiglia un po’ a quella di Robinson Crusoè, anche se durata  soltanto quattro giorni, ma comunque emotivamente molto intensa.

Prima del naufragio, il capitano della nave disse che non c’era più niente da fare: ormai la nave, dopo essere urtata bruscamente contro uno scoglio, imbarcava acqua e stava affondando.

Era la fine, non c’era più nessuna speranza di raggiungere l’Africa.

La ressa dei passeggeri, che cercavano di raggiungere le scialuppe di salvataggio, fu tale che Nicolais cadde in mare, urtò contro qualcosa e svenne.

Si risvegliò su un’isola deserta… lo sguardo cadde lontano e vide la nave, incagliata sul fondo sabbioso.

Al solo pensiero che era naufragato su di un’isola deserta, ebbe un momento di panico e iniziò a correre sulla battigia, cantando a squarciagola “Onda su onda” di Bruno Lauzi che recitava così:

che notte buia che c’è…/povero me, povero me…/ che acqua gelida qua / nessuno più mi salverà / son caduto dalla nave, son caduto / son caduto dalla nave, son caduto / alla deriva .

Dopo essersi ripreso, si calmò e si mise a nuotare avvicinandosi alla nave, ma purtroppo non trovò nessuno e cominciò a pensare che era l’unico ad essersi salvato su un’isola ignota, senza acqua nè cibo, nè un riparo dal freddo.

Ritornò a riva. La stanchezza era tale che decise di riposare e si addormentò.

Quando si svegliò, qualche ora dopo, cominciò ad avvertire i primi morsi della fame.

Tornò alla nave e riuscì a trovare una cassa di acqua minerale, una cassetta di pronto soccorso, dei medicinali, delle medicazioni, una grossa corda, un macete, ma niente da mangiare.

Con gli assi di legno della nave costruì una piccola capanna, dove sistemò tutto quanto aveva raccolto. Poi, con dei rami e delle foglie secche, preparò un letto per trascorrere la notte.

Solo quando la sua casa improvvisata fu pronta, andò a fare il giro dell’isola dove scoprì alberi di cocco e banane selvatiche.

L’isola in cui era approdato sembrava una piccola foresta, ricca di una fitta vegetazione.

Ritornato alla capanna, ebbe un gran bisogno di riposarsi e decise di provare subito il suo letto di rami e foglie secche.

Era già passato un giorno e una notte dal naufragio, anche se sembrava molto di più.  Tutto andava bene. Il mattino seguente, poi, Nicolais, con sua grande sorpresa, fece un incontro inaspettato…

Decise, infatti,  di  fare di nuovo un giro per l’isola per raccogliere qualche cocco e delle banane per il pranzo.

Proprio mentre stava raccogliendo dei cocchi e delle banane, sentì strani rumori che provenivano da un grosso cespuglio.

Pensò subito che poteva trattarsi di un animale, si avvicinò con cautela per scoprire che cosa fosse: era un uomo che stava cercando di accendere il fuoco, strofinando due pietre.

Nicolais non credeva ai suoi occhi. Finalmente aveva trovato qualcuno che poteva fargli compagnia.

Spinto dalla voglia di fare amicizia, si avvicinò all’uomo, che lo guardò stupito.

Nicoalis tolse dalla tasca una scatola di fiammiferi e accese un fuoco, chiedendogli se voleva andare a stare con lui nella capanna che aveva costruito sulla spiaggia.

Una volta raggiunta la capanna, quell’uomo raccontò di essersi salvato dal naufragio di una nave nuotando e raggiungendo l’isola.

Aveva trascorso la prima notte sull’isola al freddo e con enorme paura d’incontrare qualche animale e, per giunta, senza fuoco. Ormai era sull’isola da più di due mesi.

A pranzo mangiarono del pesce appena pescato, che cucinarono su un fuoco improvvisato.

Arturo, era questo il nome dello sconosciuto, era un uomo di circa quarant’anni, molto alto e robusto. Aveva lunghi capelli neri e grandi occhi castani.

Finalmente Nicolais non era più solo e sembrava che, in poche ore, fosse nata fra loro una solida amicizia.

Il giorno dopo Arturo nuotò verso la nave semiaffondata e vide in lontananza un atollo abitato, dove arrivavano delle imbarcazioni di turisti.

In pochi minuti raggiunse la capanna e raccontò a Nicolais della sua scoperta e intravidero la salvezza.

Finalmente sarebbero potuti tornare a casa.

Era meglio, però, non fantasticare più di tanto perché, per raggiungere l’atollo, bisognava costruire una zattera e remare con forza.

I due amici naufraghi raggiunsero di nuovo la nave e, fortunatamente, trovarono un piccolo gommone in ottimo stato. Poi, con i rami di una palma, costruirono due remi.

Raccolsero tutto quello che erano riusciti a prendere dalla nave e affrontarono il mare in direzione dell’atollo.

Nicolais ed Arturo remavano con forza ed il gommone volava sull’acqua del mare.

Appena approdarono, vennero loro incontro alcuni abitanti dell’atollo che si presero cura di loro, rifocillandoli con un thè caldo e dando loro dei vestiti asciutti.

Finalmente Nicolais ed Arturo videro realmente la fine della loro sfortunata avventura, conclusasi, però, felicemente.

(Marzo 2016)

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