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Gonsalvo Carelli

da Ferdinando II a Margherita di Savoia

 

di Antonio La Gala

 

   Nei primi decenni dell'Ottocento fiorirono a Napoli i pittori della "Scuola di Posillipo", sulla quale non ci dilungheremo, trattandosi di una fase della pittura napoletana molto nota su cui esiste già una doviziosa letteratura. Diremo solo che fu uno straniero, l'olandese Antonio Van Pitloo (1790 - 1837), titolare della cattedra di paesaggio all'Istituto delle Belle Arti di Napoli, a dare una scrollata alla pittura tardo settecentesca meridionale, liberandola dalle convenzioni del paesaggio scenografico e classicheggiante e indirizzando gli artisti a dipingere dal vero, all'aria aperta. Con i discepoli che lo seguirono, Pitloo fondò la "Scuola di Posillipo" di cui il maggior esponente è ritenuto Giacinto Gigante che riversò nei paesaggi la sua fluida vena pittorica.

Un altro rappresentante di primo piano di detta "scuola" fu Consalvo (o Gonsalvo)Carelli (Napoli, 1818 – Napoli, 1900).

Gonsalvo Carelli nacque il 24 marzo del 1818, all'Arenella, dove, nel Seicento, era nato un altro pittore, Salvator Rosa. Alcuni addirittura sostengono che Gonsalvo nacque proprio nella casa di Salvator Rosa, ma questa supposizione è da considerare una forzatura degli storici dell'Arte per accreditare una continuità fra i due artisti.

Gonsalvo era figlio di Raffaele Carelli (1795-1864), uno fra i migliori paesaggisti napoletani dell'Ottocento, e fratello di Gabriele, anch'egli pittore. Gonsalvo fu iniziato alla pittura dal padre, poi fu allievo dell'inglese William Leicht, con cui s'impadronì della tecnica dell'acquerello.

A soli 12 anni, nel 1830, esordì in una esposizione borbonica e a 15 anni vinse il primo premio ad un'altra mostra borbonica. Un suo acquerello, "Piazza della Vicaria", oltre ad ottenere una medaglia d'argento, fu acquistato dalla regina Isabella. Nel 1837 Ferdinando II acquistò due suoi dipinti: una "Veduta di Napoli con la Torre della polveriera" e una "Veduta di Cava". Diventato un beniamino dell'aristocrazia locale dell'epoca, grazie ad una borsa governativa, nello stesso 1837 poté recarsi, assieme al fratello Gabriele a Roma, dove rimase fino al 1840, per dipingere dal vero le bellezze della campagna romana, arricchendosi artisticamente dell'esperienza dei paesisti, allora attivi a Roma, fra i quali Bartolomeo Pinelli con cui strinse amicizia. Nel 1841 iniziò un fortunato soggiorno a Parigi; nel 1845 dipinse due paesaggi napoletani, su commissione dello Zar, che oggi si trovano all'Ermitage. Il buon ricordo che Gonsalvo aveva lasciato in Francia gli fece ottenere, nel 1860, l'incarico di comporre un album con 120 disegni per Napoleone III.

Nello stesso 1860 Gonsalvo Carelli, che era anche un ardente patriota e che aveva partecipato alle Cinque Giornate di Milano, prese parte alla battaglia del Volturno con l’esercito di Garibaldi. Fu il periodo in cui conobbe Massimo D'Azeglio e Alessandro Dumas.

Nel 1869 il pittore, che aveva iniziato la sua attività artistica con l'aiuto di Ferdinando II, venne scelto per i suoi meriti sia patriottici che pittorici, come maestro di pittura di Margherita di Savoia.

Morì ad 83 anni e fu sepolto nella cappella degli artisti a Poggioreale.

Gonsalvo Carelli produsse una gran quantità di lavori, alcuni ad olio, ma i più ad acquerello e disegni, aventi per soggetto prevalente il paesaggio napoletano e quello dei suoi dintorni: i luoghi flegrei, le costiere sorrentina ed amalfitana.

La sua cifra stilistica, come abbiamo detto e come si ricava dall'immagine che accompagna questo articolo (una veduta di Casamicciola), si collega alla scuola di Posillipo. In particolare il suo stile si caratterizza per l'esattezza con cui egli configurava i vari piani prospettici e con cui graduava i valori tonali.

Gonsalvo Carelli spesso faceva riprodurre a colori su cartoline le vedute che aveva dipinto su tavolette, come qualche decennio dopo faranno altri pittori paesisti napoletani.

(Giugno 2021)

Un pittore randagio: Luigi Brancaccio.

 

di Antonio La Gala

 

Luigi Brancaccio(1861-1920) non va confuso con i noti artisti suoi omonimi, Carlo Brancaccio e Giovanni Brancaccio.


Lo incontriamo in palazzo Donn'Anna, quando vi spadroneggiava il pittore Gaetano Esposito (1858-1911), che era solito allontanare, con modi bruschi e decisi, gli altri pittori, appena si avvicinavano alla cadente costruzione e cominciavano ad aprire un cavalletto per ritrarla. A Luigi Brancaccio, insolitamente, Esposito concesse addirittura di dimorarvi.

A differenza di Esposito, che si affacciava sul mare per trarre motivi d'ispirazione pittorica, conversando spesso con pescatori che passavano da quelle parti con le loro barche, il Brancaccio, pittore di talento, ma schivo, misantropo ed indolente, trascorreva le sue giornate pescando nelle grotte del palazzo, ricche di scogli e verdeggianti di alghe marine. 

Molle e indolente, anche nell'andatura, dai gesti lenti, dall'espressione dello sguardo assente e dal parlare monotono, alloggiava in un camerone, a livello del cortile di accesso, zeppo di quadri e cianfrusaglie di ogni genere, mescolati in una confusione indescrivibile. Raccattava di tutto: scatolame di latta, ferri da cavallo, ciabatte, chiodi arrugginiti. Dal soffitto del camerone pendeva anche lo scafo di una imbarcazione.

Solo ed appartato, si arrangiava a mangiare alla men peggio. Consumava per lo più legumi, che conservava in una scatola di latta e che cucinava senza condimento.

Usciva di tanto in tanto, ma solo per andare a trovare la vecchia madre.

Stilisticamente mosse i suoi primi passi sotto la guida di Vincenzo Volpe. Per ingenua ignoranza, si cimentava in continue sperimentazioni di tecniche della pittura, già esplorate abbondantemente da altri, illudendosi spesso di aver fatto grandi scoperte.

Sperimentò anche la fotografia, riempiendo il suo camerone di macchine fotografiche, obbiettivi, bacinelle e tutto quanto serviva, assieme a binocoli e cannocchiali.

Fra i suoi quadri spiccavano paesaggi, studi di alberi, effetti di pioggia, macchie di sole, che rivelano un disegnatore attento e un pittore di gusto.

Quando, assieme a Gaetano Esposito, fu sloggiato da palazzo Don'Anna, finì con il vagare fra Posillipo e il Vomero, talvolta ospite nella casa vomerese del pittore Giuseppe Casciaro.

Qui conobbe una distinta signorina, istitutrice delle figlie di Casciaro, che sposò e da cui ebbe un figlio.

Dopo un periodo di vita familiare, anche felice, un giorno prevalse in lui lo spirito errabondo, che lo indusse ad abbandonare moglie e figlio, per tornare a menare vita randagia.

Pare che finisse i suoi giorni a San Gennaro dei Poveri.

(Aprile 2021)

Attilio Pratella, l'artista

 

di Antonio La Gala

 

 

Come già ho detto in un precedente articolo, mi sono proposto di dedicare a questo pittore due articoli, uno in cui ho raccontato le sue vicende biografiche, ed un altro, questo, in cui tratteggio l'artista.

Attlio Pratella, nei primi anni della sua formazione artistica, abbandonò l'Istituto di Belle Arti di Bologna, in cui aveva iniziato gli studi negli anni Settanta dell'Ottocento, per passare all'Istituto di Napoli, dove si dedicò alla figura. A Napoli assimilò, forse per influenza di Antonio Mancini, il senso del verismo. Il suo stile, fra il 1881 e 1883, oscillava fra Mancini, De Nittis e Edoardo Dalbono. Una particolare attenzione ai modi di De Nittis lo ispirerà anche negli anni successivi. Quando approdò alla sua vocazione, quella di paesaggista, queste prime esperienze lo avevano sciolto dai lacci della pedissequa riproduzione della natura, per allargare il respiro fino ad interpretare il vero attraverso il filtro della fantasia, ma senza tradire la realtà. Altri pittori disegnano, ad esempio, platani con i rami di querce. Pratella, invece, grazie alla sua solida capacità di disegnatore, costruisce un albero "vero"; toglie al paesaggio l'esatta e statica fisionomia dei luoghi ma lo lascia vero, nel momento in cui lo trasforma in astratta emozione della natura, musica degli occhi. Il suo paesaggio non è né scenografia né vedutismo, né visioni retoriche, liriche o drammatiche della natura. Il suo paesaggio è quello lieto e bonario delle spiagge, il pomeriggio dei campi assolati o reduce da recenti piogge, le vie della città fra nuvole e rivoli d'acqua, un raggio di sole dopo la pioggia, le prime luci della sera nelle campagne silenziose, le calde note di una luce nelle nebbie crepuscolari, tutte espressioni dirette della sua anima.

Come abbiamo già visto nell'articolo in cui si raccontava la biografia di Pratella, le sue prime produzioni pittoriche  furono  vedute, scene popolari, costumi, dipinti su scatole di legno per una pasticceria di Napoli, e poi su ceramiche prodotte nella fabbrica di Cesare Cacciapuoti, al Ponte della Maddalena.

Le industrie ceramiche napoletane a quei tempi producevano, con propositi artistici, oggetti di uso comune, decorati con la riproduzione di soggetti diversi, allora di moda, vedute, figure di sapore settecentesco, usi e costumi locali, ad imitazione di quelle di Capodimonte. Famosi erano i laboratori dei fratelli Cacciapuoti, dei Mazzarella, dei Campagna. Molti di questi pezzi, oggi, sono nelle mani di accorti collezionisti perché decorati per mano di artisti di alto livello, i quali non si sentivano sminuiti nel lavorare assieme ad umili maestranze di ceramisti. Ad esempio, quando Pratella lavorava per i fratelli Cacciapuoti, suoi compagni di lavoro erano Tommaso Celentano e lo scultore Francesco de Matteis.

Mentre dipingeva bomboniere e ceramiche, Pratella, però, continuava a produrre quadri, fra cui tavolette, di piacevole fruizione e perciò vendibili con facilità.

Nei primi anni di attività Pratella cercava i motivi paesistici, presi dal vivo fra il Pascone e la Marinella, la zona del Sebeto, con le sue baracche ed opifici; a Santa Lucia piena di barche, di anfore di creta e bancarelle di ostricari; verso l'allora nuova Via Caracciolo, con la Villa Comunale; oppure su caratteristiche strade urbane, come Via Foria umida per la pioggia.

Egli andava incontro alla natura con la pioggia, con il sole forte, con il freddo, con la neve, per cogliere i giochi di luce che, passati attraverso i suoi occhi e il suo animo, finivano immortalati sulla tela. Instancabile, tornato a casa, ritornava su ciò che aveva fissato sul campo, fino oltre la mezzanotte.

Nel dipingere non seguiva regole fisse ma il suo naturale impulso creativo, con spontaneità e combinando infinite tecniche.

Il suo periodo migliore viene giudicato quello a cavallo fra l'Otto e il Novecento, negli anni del sodalizio artistico ed umano con Giuseppe Casciaro. Era il Vomero ancora dominato dal verde, dalle osterie, da ogni angolo, sotto cieli sereni o foschi si dominava l’intero Golfo. Nacquero così i capolavori di Pratella: La collina dei Camaldoli, Vico Acitillo, Vomero Vecchio, le tante Salita Antignano, Il Vento, Acqua di marzo, Giornata di marzo, Vomero con la neve. Uno dei dipinti, nati in quel periodo, "Il Vento", un paesaggio burrascoso esposto a Parigi, gli guadagnò visibilità nel mondo della pittura eruropea..

Con il passare del tempo la sua pennellata diventava più robusta, gli impasti si ispessivano e compariva la spatola, si accentuavano i contrasti cromatici e la vivezza dei colori. Negli ultimi tempi, a fine carriera, iniziò anche forme di sperimentazione pittorica, nuove possibilità espressive, attraverso paesaggi più essenziali, resi con tocchi quasi plastici, con nuovi impasti. 

Per amore di verità va detto che al Pratella di alta ispirazione si affianca il Pratella che ha riempito gallerie e negozi d'arte in modo seriale e ripetitivo, di vedute di Santa Lucia, di Margellina, della Villa del Popolo, e di tanti altri angoli della Napoli scomparsa. Tuttavia va rilevato che l'artista, anche quando indulgeva ad una certa ripetitività nei soggetti, riusciva sempre ad aggiungere tocchi nuovi allo stesso soggetto, ricavandone quindi opere diverse. Anche nella mediazione con il mercato Pratella conservò la purezza della sua anima pittorica.

Di Pratella sono in giro numerosi quadretti di piccole dimensioni, ma non per questo meno pregevoli di altri. Il pittore Luca Postiglioene ebbe a dire di questi quadretti: " Mi sembra di tenere fra le dita un gioiello".

L'ambiente della committenza napoletana spesso non capiva Pratella, quando l'artista si allontanava dal volerla compiacere. Ad esempio, quando iniziò la serie dei paesaggi grigi e degli ulivi argentei di Capri, lo commentava dicendo che il pittore "aveva fatto il bucato" ai quadri.

La fortuna artistico-commerciale del Pratella è testimoniata dai tentativi di contraffazione delle sue opere, messi in atto con continuità. Un episodio, a questo riguardo, lo troviamo nelle cronache del 1937. Il Tribunale di Napoli condannò M.L. da Milano e S.L da Napoli, ciascuno a due mesi di reclusione e in solido a lire 500 di indennizzo a Pratella, per aver messo in commercio in Roma e in Milano false "marine" del pittore romagnolo-vomerese.

Ai meriti artistici di Attilio Pratella va aggiunto quello di aver documentato, nei suoi quadri, angoli, luoghi, vedute, ambienti, atmosfere, luci e colori di Napoli che le trasformazioni della città hanno poi cancellato per sempre. Forse a differenza di altri, Pratella ci ha tramandato, senza nulla togliere alla fedeltà delle sue rappresentazioni, non la parte stracciona della città, il "Ventre di Napoli", ma la sua parte più poetica, più delicata, quella parte della cui scomparsa, a differenza di altre, è comprensibile e giusto rammaricarsi.

(Marzo 2021)

Attilio Pratella, la vita.

 

di Antonio La Gala

 

Attilio Pratella è uno fra i più noti pittori che hanno operato a Napoli negli ultimi anni dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Mi propongo di dedicare a questo artista due articoli, il primo (questo che state leggendo), in cui racconto l'uomo, le sue vicende biografiche, e un successivo in cui tratteggio l'artista: “i giorni e le opere”.

Romagnolo di nascita, Attilio Pratella fu pittore napoletano d'elezione e di tendenze artistiche. Nacque a Lugo di Ravenna nel 1856. Fin da giovanissimo manifestò inclinazione e talento per le arti figurative e doti di lavoratore instancabile: restava da solo nella scuola per continuare negli esercizi di pittura; a 16 anni illustrò un libro di chirurgia per un medico di Bologna e rifece i quadri di un negozio di barbiere perché gli sembravano brutti. Nel 1877 il Comune di Lugo, viste le sue inclinazioni artistiche, gli assegnò una borsa di studio per frequentare l'Accademia delle Belle Arti di Bologna. Qui conobbe Giovanni Pascoli, per il quale illustrò il primo libro di versi, Myricae, pubblicato da Zanichelli. 

A Bologna si parlava molto dei pittori napoletani di allora: Palizzi, Morelli, Michetti, Dalbono. Un suo compagno di studi, il palermitano Rocco Lentini, che lavorava per un antiquario napoletano, lo esortava a recarsi a Napoli. Ottenuta un'altra borsa di studio, nel 1880, Pratella decise di passare all'Accademia napoletana. Sebbene fosse di carattere schivo e sebbene il passaggio dalla Romagna a Napoli gli presentasse qualche problema di adattamento, un pò alla volta entrò in rapporti di amicizia con altri coetanei, fra cui, in particolare, Gaetano Esposito e Vincenzo Migliaro. Alloggiò prima in una camera mobiliata nei Guantai Vecchi, poi passò al Pallonetto di Santa Lucia e poi, ancora, nel vicino Hotel de Russie.

Poco dopo, il Comune di Lugo non gli rinnovò la borsa di studio, forse per ritorsione verso un suo fratello, che si era schierato politicamente fra i "repubblicani intemperanti". Rimasto senza borsa di studio e, quindi, a corto di risorse, Pratella dovette lasciare l'Accademia. Dopo un tentativo di trovare lavoro come aiuto scenografo presso un pittore di Palermo, tentativo che gli procurò solo mal di mare per il viaggio, Pratella decise di restare  a Napoli, pur prevedendo le difficoltà economiche che lo attendevano.

I suoi primi tempi di vita napoletana furono difficili; per indigenza dovette alloggiare addirittura in un terraneo vicino al cimitero di Poggioreale, usato come deposito di bare, dopo essere stato adibito a sala anatomica. Per vivere, si presentò all'antiquario Varelli per cui lavorava il suo compagno di studio bolognese, Lentini, mostrandogli i suoi acquerelli. Vedendoli, l'antiquario ebbe l'idea di fargli dipingere ceramiche ad imitazione di quelle antiche di Capodimonte, lavoro che non soddisfaceva Pratella per niente. Alla ricerca di altre soluzioni, nel frattempo aveva convinto il proprietario di una nota pasticceria di Napoli di sostituire le bomboniere con scatole di legno sulle quali dipingere vedute, scene popolari, costumi. Queste scatole dipinte da Pratella in quel periodo oggi sono delle autentiche rarità d'antiquariato.

L'idea di dipingere quel tipo di scene piacque a Cesare Cacciapuoti, titolare di una fabbrica di ceramiche al Ponte della Maddalena, che stava sperimentando smalti e metodi di cottura che rendevano i colori migliori ed inalterabili. Pratella accettò l'offerta che gli offriva il Cacciapuoti di dipingere le sue ceramiche. Questi, contento del lavoro di Pratella, gli organizzava "mostre delle Ceramiche Artistiche Pratella" in tutta Italia e all'estero.

Mentre dipingeva ceramiche, Pratella continuava a produrre quadri, fra cui tavolette, di piacevole fruizione e perciò di facile smercio commerciale, come prima di lui avevano fatto i pittori della Scuola di Posillipo e poi faranno altri ancora, compresi i maggiori artisti, come ad esempio Volpe, Migliaro, Rubens Santoro, Scoppetta, Caprile, Dalbono. Alcune vedute le faceva riprodurre a colori su cartoline, come decenni prima usava fare Consalvo Carelli.

Furono le scene paesistiche che egli dipingeva sulle scatole e sulle ceramiche, un  po’ sullo stile anche di Dalbono, che gli fecero trovare la sua vena di paesaggista e a farlo conoscere ed apprezzare, nonché ad affrancarsi dagli affanni economici. L'occasione d'oro fu la sua partecipazione alla Promotrice napoletana del 1887. In effetti fino ad allora l'attività di pittore su commissione per sopravvivere non gli aveva impedito di partecipare alle esposizioni. Fu proprio da quel 1887 che iniziò il periodo più ispirato della sua produzione artistica, durato una tredicina d'anni. 

Fra il 1886 e 1887 Pratella alloggiò, assieme a Giuseppe Casciaro, in una camera mobiliata in Via Foria. Fra i due nacque una solida amicizia e l'abitudine di andare in giro a dipingere assieme, sulla verde collina vomerese, ad Ischia, a Capri.

Nel frattempo accompagnava nei bassifondi di Napoli un amico, giornalista e scrittore, Gaetano Miranda, emulo di Zola e Capuana e del loro verismo, per fornirgli le illustrazioni di libro-denuncia che il Miranda stava componendo sulla Napoli dei sobborghi malfamati, dei vicoli, del folklore, della miseria, intitolato  "Napoli che muore", pubblicato nel 1889. 

A trentuno anni sposò Annunziata Belmonte, conosciuta nella fabbrica di ceramiche, figlia di un nobile nonché ex garibaldino romano, anche lui in difficoltà economiche. La moglie di Pratella dimostrò uno spirito commerciale del tutto mancante al nostro pittore, dandosi da fare per vendere i quadri del marito a mercanti e collezionisti.

Dopo la nascita del primo figlio, Fausto, nel 1888 l’artista venne ad abitare al Vomero; da quel momento il rapporto di Pratella con il Vomero divenne stretto e vivo.

Casciaro a quel tempo abitava a San Martino; l’amicizia fra i due pittori si consolidò  e diventò abituale per i due recarsi assieme a dipingere angoli e scorci della collina e dei suoi dintorni, seguìti ben presto da altri giovani artisti vomeresi, costituendo così quel gruppo di artisti chiamati "I vomeresi".

Era il Vomero ancora dominato dal verde, dalle osterie, da dove ogni angolo offriva scorci panoramici. Un quadro dipinto in quel clima, esposto a Parigi, "Il Vento", un paesaggio burrascoso, lanciò Pratella ai piani alti della pittura europea. Gli procurò l'invito a far parte della "Società degli Artisti Francesi" e da allora espose, ogni anno, in tutte le città d'Europa e arrivò perfino ad esporre a Buenos Aires.

Per alcuni anni abitò anche in via Belvedere, nella Villa Giordano, dal cui terrazzo colse alcuni scorci del "Vomero Vecchio", come quello in cui, nel 1894, rappresentò il gioioso gruppo della moglie e dei figlioletti sul terreno erboso in una incipiente primavera. Agli inizi degli anni Venti si tresferì definitivamente in piazzetta Aniello Falcone al civico 1. 

Pratella amava trascorrere le estati a Capri, dove, ad ottantasei anni, lo si vedeva spingersi in punti quasi inaccessibili per riprodurre aspetti originali, diversi dai Faraglioni o dalle Grotte Azzurre, quei motivi che anche lui anni prima aveva dipinto per le scatole di caramelle.

Quando al Vomero i palazzi cominciarono a crescergli attorno e gli acciacchi dell'età rendevano sempre meno frequenti le uscite all'aperto, Pratella, come Casciaro, cominciò ad immalinconirsi. Rimase a dipingere fino alla fine dei suoi novantatré anni nel chiuso del suo studio di piazzetta Aniello Falcone, dalle cui finestre, prima della crescita dei palazzi circostanti, il pittore aveva tratto più volte ispirazione.

Negli ultimi anni della loro vita, pur abitando vicino, Casciaro e Pratella si vedevano poco, vivendo ognuno chiuso nei propri ricordi, immalinconiti nel vedere scomparire attorno a loro il mondo pittorico che li aveva ispirati e uniti.

(Marzo 2021)

Belle Arti. Luci e ombre.

 

di Antonio La Gala

 


L’Istituto delle Belle Arti di Napoli, dopo decenni di peregrinazioni in varie sedi, approdò, negli anni di poco successivi all’Unità d’Italia, nell’ex convento di San Giovanni delle Monache, ubicato nell’isolato fra via Bellini e via Costantinopoli, costruito a cavallo fra Seicento e Settecento.

L’adattamento del convento al nuovo uso fu affidato all’architetto Enrico Alvino, in quel periodo molto attivo nelle opere pubbliche di Napoli, il quale cercò di non stravolgere troppo l’assetto originario interno dell’edificio, come dimostra la sopravvivenza dei chiostri. Diversa sorte subirono le facciate che l’Alvino risolse con il tufo a vista e ampliando notevolmente le finestre.

Nella cura dei lavori di sistemazione dell’edificio, ad Alvino successe Giuseppe Pisanti, autore, nel 1880, dello scalone interno dell’Istituto. Pisanti è l’architetto che, al Vomero, ha disegnato la basilica di San Gennaro ad Antignano.

Molti credono che il mondo dell'Istituto di Belle Arti, essendo frequentato da artisti, persone di eletta sensibilità, dediti ad estasi artistiche, fosse anche una comunità in cui pensieri, discorsi e comportamenti fossero nobilmente distanti dal comune sentire.

Non vorrei disincantare qualche lettore facendogli sapere che, spesso, chi viveva quella realtà dall'interno ce la rappresenta più vicina a quella di ogni qualsiasi altra aggregazione umana, in cui agli slanci nobili, si alternavano invidie, egoismi, desideri di prevalenza, interessi, ed altri non lodevoli e ampiamente diffusi comportamenti umani.

Tanto per cominciare, non pochi artisti trovavano lo spazio per entrarvi solo grazie ad una "presentazione", fatta da un amico di famiglia, un compaesano, già divenuto artista importante. E' noto che, anche se bravissimi, più di un artista ho potuto farsi conoscere e apprezzare, grazie all'interessamento, peraltro disinteressato, di Casciaro, per lo più dovuto a legami di compaesamità o di amicizie e parentele comuni. 

Chi lo spazietto nell'Istituto se lo era ritagliato, raramente accoglieva a braccia aperte nuovi aspiranti e nuovi venuti.

Il giovane abruzzese Michetti, per entrare in Accademia, fu raccomandato al direttore Smargiassi da un incisore chietino. Racconta Ugo Ojetti: "Lo Smargiassi, elegante, solenne, vestito all'inglese, li ricevé con sussiego. Allo sponsor che disse "questo è un giovanetto che viene da Chieti per diventare pittore', rispose: 'Comme, tu vo' fà ò pittore? Fa piuttosto o' solachianiello". Michetti così rievocherà l'episodio: "Quella fu la prima parola che udii dall'arte ufficiale".

I due mostri sacri della pittura ottocentesca, Morelli e Palizzi, osteggiavano in ogni maniera le innovazioni e le nuove idee: quando De Nittis, Rossano e De Gregorio, dettero vita alla scuola di Resina, essi li definirono sprezzantemente i fondatori della "Repubblica di Portici". L' ostracismo dei due Sublimi verso le novità costringeva, poi, altri artisti di talento, ad esempio Migliaro, Dalbono, Caprile, Volpe, Scoppetta, per sopravvivere, ad arrangiarsi vendendo quadri che, per stile e soggetti, assecondavano il gusto prevalente, non eccelso, del mercato.

Per di più l'Ottocento pittorico napoletano fu un secolo di artisti longevi, cosa che non fece trovare abbondanti porte aperte ai giovani.

Né mancavano episodi squallidi. Poco dopo il suo arrivo a Napoli, Attilio Pratella si vide sparire in un'aula della scuola la cartella che aveva portato con sé da Bologna, in cui custodiva numerosi studi pittorici. Fra i ricordi meno artistici dell'Istituto di Belle Arti alcuni hanno conservato quello del traffico di pezzi di cadaveri umani fra le sale di disegno di anatomia e le sale di anatomia del vicino ospedale di S.Aniello.

Nell’immagine che accompagna questo articolo vediamo gruppi di allievi nell'Istituto di Belle Arti di Napoli a fine Ottocento, negli anni in cui l’alta reputazione dell’Istituto attraeva artisti da tutta Italia e anche dall'estero. Nei bianchi e ampi austeri cameroni dell'Istituto, al dialetto napoletano si associavano quelli pugliese, abruzzese, siciliano, calabrese e, per alcuni anni, il romagnolo di Pratella.

Noi non abbiamo esperienza diretta e recente dell’Istituto, ma abbiamo fondati motivi per ritenere che esso, dal punto di vista della formazione artistica, sia ancora un punto di eccellenza del mondo della cultura della nostra città.

(Gennaio 2021)

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