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QUATTRO GIORNI ALL’ELBA   di Luigi Rezzuti   Non è la trama di un film di guerra, se il lettore legge male sostituendo Elba con Alba. È semplicemente...
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Infanzia di Giambattista Vico   di Antonio La Gala   In passato si credeva che Giambattista Vico fosse nato nella piazza dei Girolamini e lì, nel...
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Annella, un’anomalia del Seicento.   di Antonio La Gala   Un tratto dell’antica “via per colles”, che in epoca romana congiungeva l’area flegrea con...
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Vincenzo Irolli: arte o commercio?    di Antonio La Gala   Vincenzo Irolli (Napoli, 1860 - 1949) scoprì la sua passione per l'arte a diciassette...
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RITROVARSI  A  PARIGI di   Gaito  Gazdanov   Di Luigi Alviggi   Gaito Gazdanov (San Pietroburgo, 1903 – 1971), figlio di un guardaboschi, nel 1920...
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Europa League 2019   di Luigi Rezzuti   Ogni speranza di vincere lo scudetto, stagione 2018 – 2019, è ormai perduta e questo non perché la vittoria...
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TANTI AUGURI. MARADONA CHE NON TRADISCE   di Peppe Iannicelli   Napoli e Buenos Aires, il Vesuvio ed il Rio de La Plata,  i vicoli del Decumano e le...
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SARRI ALLA JUVE   di Luigi Rezzuti   Quest’estate, oltre alle consuete incognite del  calciomercato, ci sono state anche dell novità per alcune...
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  Miti napoletani di oggi. 55 IL NUOVO SIMBOLISMO NATALIZIO   di Sergio Zazzera   Sono molte, al mondo, le città che anelano a “toccare il cielo”:...
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Dario Rezzuti, un pittore schivo e solitario

 


Dario Rezzuti è naro a Napoli nel 1957. Vive e lavora a Tito (PZ). Discende da una famiglia di artisti. Figlio d’arte, si è diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Potenza, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Interrompendo gli studi, per motivi personali, ha però continuato a studiare da autodidatta, approfondendo il periodo delle avanguardie del ‘900, in particolar modo il dadaismo ed il surrealismo. Affascinato dalla genialità di Duchamp, Picasso, Carrà, Dalì, De Chirico, si è dedicato alla ricerca dell’aspetto onirico dell’immagine come ponte tra l’inconscio e la realtà, usando spesso il paradosso estetico come provocazione per una riflessione sui temi a lui cari, quali l’ambiente, la ricerca, i dubbi dell’uomo.

La sua produzione trentennale va dal figurativo al concettuale, passando per il dadaismo, il surrealismo, il naif, in una continua ricerca di rinnovamento ed originalità, che contenesse il tutto nel suo mondo dell’assurdo.


Artista atipico, fuori da ogni schema precostituito, ama sperimentare sempre nuove tecniche e materiali, miscelando le varie discipline, con fantasia ed originalità.

Avvicinandosi alle correnti concettuali post-moderne, ha trovato la sintesi tra la realtà e l’immaginario, in un articolarsi di simbologie metafisiche, che conferisce alle sue opere un alone fiabesco, e talvolta volutamente grottesco.

Il suo desiderio di rinnovamento lo spinge verso scoperte sempre nuove. Distaccandosi dalle tematiche accademiche, dalle discipline pittoriche tradizionali, cerca altri spazi creativi, in cui trasmettere emozioni e sensazioni che, muovendo dal microcosmo dell’io, vanno al macrocosmo dell’essere. (dall’ombelico, all’universo), personalizzando la realtà vera o verosimile, in un succedersi di visioni oniriche. Le suggestioni cromatiche, morfologiche, simboliche, celano un mondo nascosto, che ha origini visionarie, in cui tutto è possibile.

Pittore, scultore, poeta e scrittore, spazia attraverso le diverse discipline, nel tentativo di dare corpo ai pensieri più reconditi, dare corpo alle emozioni, idealizzando un universo fantastico, nel quale ricostruire altre storie diverse e nuovi mondi possibili.

Nell’ultimo periodo (dal 2000 in poi) la sua ricerca è stata proiettata verso la conquista della tridimensionalità pittorica.


Con l’invenzione delle bacheche quali spazi interpretativi, ha originato una nuova formula di espressione artistica, che sintetizza pittura, sculture e assemblaggio in un’unica visione, che diventa l’estensione del quadro tradizionale verso una dimensione più piena, quasi come pezzi di vita e di storie, inscatolate sotto vetro.

Potrebbero essere definite come scatole d’esistenza, in cui sono fissate presenze simboliche, discrete e silenziose, in uno spazio temporale utopistico, proiettate nel moto di un atto evolutivo che fa presagire il suo logico sviluppo successivo.

L’artista, schivo per pudore e di indole pigra, ha partecipato in poche occasioni a concorsi, premi e collettive, preferendo il lavoro silenzioso dell’artigiano alla ribalta dei salotti pseudo-intellettuali. Quale vetrina espositiva ha sceòto il proprio intimo sentire.

Solo di rado, in occasioni particolari, ha presentato mostre personali, patrocinate dal Comune della città di Potenza, e della Regione Basilicata, con eccellenti critiche e un ottimo riscontro di visitatori.

Ha esposto anche in prestigiose gallerie romane, con eccellenti critiche e recensioni.

(Giugno 2017)

AL PAN DI NAPOLI LE “OMBRE” DI ARMANDO DE STEFANO

 


Dal 19 maggio al 25 giugno, una mostra curata da Mimma Sardella.

Armando De Stefano omaggia Jorge Luis Borges, con una mostra ospitata al Palazzo delle Arti di Napoli.

“Ombre”, titolo dell’esposizione, si compone di un corpus di circa trenta tele dove è chiara l’ispirazione a Jorge Luis Borges.

Dell’autore argentino Armando De Stefano confessa di aver letto tutto.

Scrive Mario Franco nel saggio in catalogo: “le coincidenze tra la poesia di Borges e la pittura di De Stefano non sono formali. Entrambi pensano all’”esistenza” come a un cerchio che dal visibile porta verso l’invisibile, dalla concretezza alla sua ombra, che è anche ricordo, immagine, sogno, in un gioco di prossimità e lontananza. Borges diventa per De Stefano il suo vate; lo affascina la sua scrittura, ancor più la filosofia che la permea, fino ad aderire, con la sua personale poetica di artista, alla visione di un mondo inafferrabile – da cui il titolo Ombre - dipingendo veri e propri topos pittorici densi di effetti, come immedesimandosi nel vissuto del poeta, affetto da una grave malattia che progressivamente lo portava alla cecità”.

La mostra si compone, oltre che del ciclo Ombre, di altri due cicli : “Porta di Stabia”, dedicato ad Amedeo Maiuri, archeologo e docente indimenticabile, e “La terra infetta”, sei acrilici, dedicati al mondo che distruggiamo.

(Maggio 2017)

GIUSEPPE ANTONELLO LEONE

 


Giuseppe Antonello Leone, pittore scultore ceramista e poeta, è nato il 6 luglio 1917 a Pratola Serra ed è morto a Napoli il 26 giugno 2016. Inizia in Irpinia la sua formazione scolastica e intellettuale. Allievo di Settimio Lauriello, ottiene il diploma di maestro d’arte per la ceramica nel 1936. Prosegue la sua formazione a Napoli dove si diploma in pittura nel 1940 all’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Mino Maccari, Pietro Gaudenzi, Eugenio Scorzelli. Frequenta il corso di decorazione pittorica con Emilio Notte e Alessandro Monteleone. Partecipa alla XXII Biennale di Venezia segnalandosi al terzo posto. Espone a Zurigo nella Mostra di scultori italiani contemporanei, presentato con nota critica di Antonio Maraini.

In un periodo storico, ricco di fermenti culturali, sociali e politici, Giuseppe Antonello Leone affianca alla sua straordinaria capacità artistica, l’impegno civile. È compagno di uomini come Rocco Scotellaro, Manlio Rossi Doria, Carlo Levi, Tommaso Pedio, Maria Padula, “forte” pittrice lucana, che divenne sua moglie, nell’impegno per l’alfabetizzazione e nella lotta per il riscatto del Sud. Dirige vari Istituti statali d’Arte (Potenza, Sessa Aurunca, San Leucio, Napoli). Collabora a mostre ed eventi culturali di livello nazionale e internazionale; riceve numerosi riconoscimenti ed è autore di significative opere pubbliche.

(Maggio 2017)

MOSTRA  “PARADISO E RITORNO”  DI CLARA REZZUTI

AL PAN DAL 4 AL 21 MAGGIO 2017

 

Giovedì 4 maggio nel Loft del Pan (Palazzo delle Arti di Napoli) alle ore 17,30 sarà inaugurata la mostra PARADISO E RITORNO di Clara Rezzuti in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli. Sarà visitabile dal 4 maggio al 21 maggio 2017. Cura e allestimento di Iole De Mari e Francesco Maria Stazio.

L’artista insicura dell’esistenza del Paradiso, cerca di immaginarselo: spinta da questo desiderio lo esprime in un percorso non senza ritorno, per cui il visitatore dell’installazione è obbligatoriamente costretto ad uscirne. Un angelo in sagoma di legno, con cappello da vigile e freccia d’argento, indica l’ingresso dove bande di plastica trasparente mostrano disegni di fiori, frutta, uccelli e farfalle. Al termine della Trinità circondata da nuvole e puttini alati. In basso tutti fiori bianchi, mentre a destra un altro angelo indica l’uscita.

(Maggio 2017)

Luca Postiglione. La vita come un sogno dorato

 

di Antonio La Gala

 


Luca Postiglione (1876-1936) fu un artista - pittore e poeta - attivo nei primi decenni del Novecento, noto ai Vomeresi per aver egli abitato a lungo in Villa Majo, e noto in particolare per la singolarità del suo personaggio.

In questo  articolo ci soffermiamo su Luca pittore, più che poeta.

L'arte, e in specie la pittura, nella famiglia Postiglione, era una tradizione che si tramandava da padre in figlio, da zii a nipoti. Il più antico degli artisti Postiglione, di cui abbiamo notizia, è Raffaele, professore di disegno e di figura presso l'Istituto delle Belle Arti, zio dei fratelli pittori, Salvatore e Luca. Un nipote di Luca, Giovanni Panza, fu anche egli poeta e pittore.

Luca Postiglione, chiamato in famiglia "Luchino", iniziò a dipingere seguendo stilisticamente suo fratello Salvatore, senza studi e lontano da ogni teoria o accademia, per il desiderio di raffigurare, da sognatore pigro, le cose attorno a lui care, ciò che lo affascinava e divertiva, le sensazioni poetiche ed immediate, i sogni, l'amore, le donne, scene di vita campestre e domestica, adattando lo stile del fratello al suo carattere di pigro ed estroso gaudente. La sua pennellata, a seconda del momento, a volte era calma e carezzante, a volte frenetica, fluida e pastosa.

La sua produzione pittorica, alimentata più di intuito e di talento personale che di studio e di mestiere, era quella spicciola di una pittura piacevole. Un soggetto ricorrente era la rappresentazione di se stesso, come vediamo nella figura che accompagna questo articolo.

Aveva  scelto un modo di dipingere poco impegnativo perché voleva vivere senza problemi, preferiva vestir bene, disporre di una carrozzella con un buon cavallo, con cui raggiungere altri artisti, letterati, poeti e giornalisti nei caffé, principalmente il Gambrinus, il "Bar Cioccolata" in via Pessina, allora chiamata Salita Museo, il Corfinio, con i commedianti del teatro Nuovo.

Aveva delineato la sua scelta esistenziale e d'artista fin da giovanissimo: guadagnare ciò che gli consentiva di mantenere la madre ed uno stile di vita, di cui la dovizia di panciotti e di ricche cravatte sgargianti erano simbolo.

In una rievocazione giornalistica dell’epoca Luca così ci viene descritto: "(…)personaggio prestigioso, ricco d’ingegno e di trovate, pittore e poeta, prodigo e bohémienne, fastoso e incapace di annodare una cravatta, sperperò nelle strade e nei caffé un talento capriccioso, originale e sfolgorante. Non dipinse mai una foglia ma abitò in un bosco (Villa Majo n.d.r.). Dal bosco passava la mattina al Bar cioccolata in via Pessina e la sera al caffé San Ferdinando, festoso, esplosivo, esuberante".

Per un certo periodo si trasferì con lo studio in vico Trone alla Salute, in un ex convento francescano, occupato in gran parte da lavandaie allegre e rumorose che gli ispirarono molte delle sue poesie. Ma gli anni più felici li visse a Villa Majo assistito dal grande affetto della madre, della moglie e delle figlie, quasi in un sonno beato, fra liete brigate di artisti e intellettuali. Erano i tempi in cui nella grande Villa le carrozze entravano da via Salvator Rosa, allora percorsa dal tram n. 7, attraverso un ingresso situato fra le attuali due stazioni della metropolitana, prima che Villa Majo fosse spacchettata per far posto agli attuali vasti complessi immobiliari che costeggiano la salita di via Girolamo Santacroce .

Un certo giorno iniziò il declino: la famiglia, sgombrata da Villa Majo, si sparpagliò qua e là presso parenti ed amici; Luca fu ospitato dal nipote, anch'egli poeta e pittore, Giovanni Panza.

Una notte, ammalato, cadde dal letto, chiudendo una vita in cui aveva cercato di volare alto con i sogni e la fantasia.

(Aprile 2017)

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