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LA CAPPELLA DEL BUON CONSIGLIO ALLA “SANTARELLA”

 

di Sergio Zazzera

 

L’8 dicembre scorso è stata riaperta al culto, dopo circa quindici anni di sospensione delle celebrazioni, la cappella della Mater Boni Consilii, luogo di culto poco o nulla conosciuto dai vomeresi, eppure denso di storia, che merita di essere narrata dal principio.

Durante la seconda guerra mondiale, Napoli era sotto il continuo tiro di bombardamenti aerei, che costringevano gli abitanti del civico n. 5 di via Luigia Sanfelice, realizzato dall’impresa dell’ing. T. Zeni e figli, con sede in piazza della Borsa, a rifugiarsi nel seminterrato dell’edificio, senza rendersi conto del pericolo che correvano, qualora l’esplosione di uno degli ordigni avesse causato il crollo del palazzo. Fu così che uno dei condomini, Luigi Palumbo, promise che, se lo stabile non avesse riportato danni, avrebbe fatto trasformare quel seminterrato in cappella.


Le cose andarono come egli aveva auspicato e la promessa fu mantenuta: nel 1944, gli ambienti che avevano funzionato da ricovero per gli abitanti del palazzo furono fatti trasformare in cappella, dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, dal Palumbo, che la offrì alla parrocchia di San Gennaro al Vomero, competente per territorio. Sull’altare marmoreo fu collocata l’icona della Titolare, mentre nella parete di sinistra fu realizzata una piccola “Grotta di Lourdes”, intorno alla quale furono collocati gli ex-voto argentei, offerti da molti abitanti della zona, o per lo scampato pericolo, o perché destinatari di qualche guarigione ritenuta  miracolosa; perfino un piccolo confessionale risulta realizzato, a tergo dell’altare, mediante un’apertura praticata nel muro. Diverse famiglie offrirono i banchi che arredano la cappella e, tra i loro nomi, che figurano sulle targhette apposte sugli stessi, spiccano quelli degli antiquari De Ciccio, originari di Palermo, e dei Saraceno, che abitavano in via Cimarosa, all’angolo del vicoletto omonimo.

Poi, per la difficoltà di assicurare la regolarità dell’officiatura, da quindicina d’anni la cappella era rimasta sostanzialmente chiusa, fatta salva la celebrazione periodica di qualche messa, fino al momento in cui, nel corso di quest’anno, è stata adottata la decisione di recuperarla e restaurarla, dal parroco, sac. Massimo Ghezzi, che l’ha resa, in termini giuridici, diaconia, affidandone la gestione al diacono d. Mario Picone, il quale ha sovrinteso all’esecuzione dei lavori, facendosi carico anche di arredarla nuovamente, dal momento che l’icona della Titolare era stata, nel frattempo, trafugata da ignoti. Egli, quindi, ne ha procurata un’altra, insieme con una tela raffigurante l’Ecce Homo, mentre dalla parrocchia vi è stato trasferito un busto bronzeo d’identico soggetto.

A sollecitare il recupero della cappella, che dovrà necessariamente proseguire, saranno state, magari, anche le insistenze di Armando Mecca, condomino dello stabile; come che sia, oggi essa è nuovamente funzionante, con accesso dal civico n. 7, e vi si celebra la messa vespertina il primo sabato di ogni mese, alle ore 18, mentre tutti i mercoledì, alle ore 17, vi si tiene un Cenacolo di preghiera al Cuore Immacolato di Maria. Rivive così, dunque, un altro importante frammento della storia del quartiere.

(Dicembre 2018)

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