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Parlanno ’e poesia 12 – Varie

 

di Romano Rizzo

 

Ragionando di poeti e poesia, mi sono tornate in mente alcune semplici considerazioni, che spesso ho fatto e che forse vale la pena di proporre all’attenzione del lettore. Nei maestri della grande poesia napoletana, così come nei poeti anche poco noti, che sono riusciti a coinvolgermi e trasmettere le loro emozioni, mi sono sforzato di cogliere qualche cosa che li identificasse e potesse essere considerata una, ma non la sola, loro peculiarità esclusiva. Ad esempio in Viviani ho ritrovato l’anima del nostro popolo, la capacità di rappresentarne l’essenza e di esserne, in definitiva, la vera voce. In Di Giacomo mi ha colpito la grande espressività, la capacità di rappresentare personaggi e sentimenti leggermente filtrati dalla sua educazione medio-borghese, nonché l’abilità nello sfruttare a pieno le sue conoscenze e letture. A Ferdinando Russo ho invidiato la maestria e la spontaneità con la quale riesce a trasfondere nei versi il suo carattere impetuoso, che dava un’impronta di realismo ai suoi personaggi ed alle sue storie. Di Nicolardi mi ha fortemente impressionato la eccezionale capacità di descrivere cose e persone in modo da renderle presenti agli occhi di chi legge, che riesce così a partecipare, in modo inusuale, a tutto ciò che egli amabilmente ci propone. Di Galdieri ho colto la ricca e sofferta passionalità. In molti altri autori la squisita sensibilità e, per venire ai nostri giorni, in Feliciano de Cenzo l’inconfondibile velo di malinconia così come in Gennaro Esposito il forte contenuto sociale.

Mi piace rimarcare, però, che, anche se è innegabile che ogni vero poeta ha qualcosa che ci colpisce in modo particolare, tutti i poeti che ho citato e tutti coloro che possono, a ragione, essere definiti poeti sono accomunati da una grande capacità di coinvolgere il lettore e trasmettere a questi perché li faccia propri, tutti i loro pensieri, le loro ansie, i loro sentimenti, le loro emozioni. Questa è, a mio parere, la caratteristica essenziale della Poesia che possiede o dovrebbe possedere chi è poeta o ritiene di esserlo. In particolare, la Poesia napoletana ha il grande merito, ai miei occhi, di essere rimasta fedele ai canoni classici, adottandone lo stile e rispettandone la metrica. Sono convinto di questo perchè, secondo me, la poesia e l’arte non possono avere la pretesa di rinnegare il passato e romperne gli schemi in quanto, come saggiamente ci insegnano i Latini,  natura non fecit saltus. Allo stesso modo, l’arte e la poesia.  

Come esempio della straordinaria abilità descrittiva del Nicolardi offro alla Vostra. lettura la poesia che segue:

Addio…

 di Edoardo Nicolardi

 

Quanno se cocca ’o Sole

e ll’aria ca era ’e fuoco

grigia opaca se fa ;

 

po’ blu. comm’’e vviole,

e a poco a poco a poco

scenne ll’oscurità ;

 

quanno ll’aucielle, a chiorme,

dint’’a vigna luntana

se vanno ’ammasunnà ;

 

quanno tutto s’addorme

e ’o suono ’e na campana

lento pe ll’aria va ;

 

quanno st’aria cchiù addora

mo ca è giugno e ogne cosa

cchiù prufummo te dà ;

 

comm’è triste chest’ora !

comm’è triste ogne cosa

ca mo attuorno ce sta !

 

Tutto cagna culore..

ogne penziero mio

cupo e amaro se fa.

 

Ah, stu juorno ca more

pare ca dice : “ Addio,

addio, v’aggia lassà !”

 

* * *

Nuje guardammo ’stu cielo

ca è cupo. ’A luna nova

sta ’int’a nu velo blu.

 

Nun luce ’a ’int’a ’stu velo.

Nuje guardammo e va trova

a che penzammo io e tu.

Tu sfrunne, ’int’a sti mmane

janche, na rosa janca

ca nun è fresca cchiù..

 

e ’int’a ll’ombre luntane

guarde, distratta e stanca,

comme a me...pure tu.

 

Comm’’o juorno ca more,

more ’int’’o core mio

nu raggio ’e giuventù..

 

E pare ca ’st’ammore

mo ce dicesse : “ Addio !”

pe nun turnà maje cchiù.

 

(Febbraio 2019)

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