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SI E’ CONCLUSO IL GIRONE D’ANDATA DEL CAMPIONATO DI CALCIO   di Luigi Rezzuti   Ad aggiudicarsi il girone d’andata è stata, come da previsioni, la...
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Weekend a Montecarlo di Luigi Rezzuti   Potevamo raggiunge Montecarlo facilmente in auto, ma, per un arrivo in grande stile, abbiamo pensato ad uno...
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Parlanno ’e poesia   di Romano Rizzo   Ernesto Ascione. Ernesto Ascione, apprezzato ed affermato nell’arte della fotografia, solo in tarda età si...
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MONICA VITTI COMPIE 90 ANNI   dI Luigi Rezzuti   Maria Luisa Cecinella, in arte Monica Vitti, l’attrice, che è un mito del cinema nazionale ed...
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Miti napoletani di oggi.1

DISOCCUPATI ORGANIZZATI

 

di Sergio Zazzera

 

L’antropologia definisce il mito come “linguaggio falso, ingannevole”, fino a identificarlo con la bugia, per quanto qualcuno si sia limitato pur autorevolmente a ritenerlo espressione di linguaggio semplicemente simbolico. Del resto già Erodoto e Tucidide consideravano il μῦθος “storia inattendibile, non veritiera”, in contrapposizione al λόγος, cioè alla storia in senso stretto; inoltre Platone manteneva distinti i miti «maggiori», relativi alle divinità, da quelli «minori», concernenti gli eroi. E, benché, infine, il mito abbia un tempo suo – la Urzeit – che precede quello degli uomini, tuttavia Roland Barthes ha individuato e illustrato una serie di “miti di oggi”, dallo stereotipo cinematografico della romanità all’iconografia dell’Abbé Pierre, dall’esaltazione della bistecca con contorno di patate fritte alla “reliquia” del cervello di Albert Einstein, giusto per citare quelli più emblematici. Ora l’operazione compiuta da Barthes mi sollecita, pur nel doveroso rispetto delle proporzioni, a individuare e tentare d’illustrare qualcuno fra i più significativi “miti napoletani di oggi”.

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E' innegabile che la carenza di sbocchi lavorativi sia stata indotta in maniera particolarmente incisiva dalle ripercussioni in Italia della crisi economica mondiale, benché essa si sia fatta avvertire a Napoli già almeno nell’ultimo trentennio del ventesimo secolo. È anche vero, però, che un primo mito è venuto determinandosi in proposito nella differenziazione concettuale fra “lavoro” e “posto”, al quale ultimo – in quanto idoneo a garantire maggiore stabilità e disponibilità economica – piuttosto aspira la netta maggioranza di quanti non hanno un’attività lavorativa alla quale dedicarsi: una leggenda metropolitana vuole che sulla scrivania del commesso di un ufficio pubblico figurasse un cartello con la scritta: «Lo stipendio è sacro; lo scomodo si paga a parte». A rafforzare tale aspirazione concorrono, altresì, le promesse fatte a costoro da politici in cerca di clientela/base elettorale, mentre le organizzazioni sindacali preferiscono rivolgere la loro attenzione a quanti, godendo di una posizione lavorativa, possono conferire loro una consistenza associativa traducibile in forza contrattuale nel rapporto con i datori di lavoro. Intanto, a partire dal 1972, a Napoli sono sorti “coordinamenti” di “disoccupati organizzati” (celebre fra tutti quello “dei Banchi Nuovi”), le cui manifestazioni di protesta sfociano non di rado nell’abbandono a forme di violenza, quanto meno sulle cose; e si vuole che a “coordinare” almeno alcuni di tali raggruppamenti siano associazioni di criminalità organizzata.

È singolare, dunque, che in un contesto atavico di disorganizzazione generale si sia potuto verificare il connubio tra due forme di organizzazione così negativamente connotate, per quanto un’attenta riflessione dovrebbe indurre a riconoscere nel concorso fra promesse dei politici, assenza dei sindacati e interessamento della criminalità organizzata la modalità costitutiva di un serbatoio di voti e a individuare il relativo mito nella “promessa dell’impossibile” che ne deriva.

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