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Federico Fellini, realista e visionario, di Luigi Mazzella

 

di Luigi Alviggi

 

Il sottotitolo del libro recita: “L’armoniosa complessità di un genio del cinema”. Definizione sintetica ma perfetta che ben si sposa alla seconda parte del titolo nel definire l’uomo e il carattere di Federico Fellini (Rimini,1920 – Roma,1993), uno dei più grandi registi italiani del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita. La caratteristica della produzione – 22 film - è stata la capacità di partecipare fantasie e sogni personali - affollanti l’irrazionale di ogni essere umano –, accomunandoli in un patrimonio visivo godibile per la stragrande maggioranza degli spettatori. Gli aspetti più impressivi delle sue opere si agganciano a quel fondo, misterioso e affascinante, che si adagia sopito dentro ciascuno, animandosi quando, adeguatamente stimolato, trova modo di svelare la sua esistenza. Un’altra delle grandi doti di questo Maestro indiscusso è stato il saper trasfigurare i minimi ricordi, giovanili e non, per fare di essi la direttrice di una affascinante condivisione dell’epoca e del contesto sociale relativi, riportati in immagini di rara efficacia.

Luigi Mazzella, scrittore di narrativa e di saggi in vari campi, è uomo poliedrico avendo rivestito vari e importanti incarichi pubblici al massimo livello. Questo lavoro approfondisce con precisa ampiezza di dettagli l’opera del Maestro, fornendo una sintesi del complesso panorama artistico.

Il fiabesco è l’antidoto felliniano indispensabile per sfumargli dentro una nostalgia, impossibile da dominare. Sua costituente principale il non esser più un ragazzo, malessere che la sindrome di Peter Pan ha poi generalizzato per tanti. A riguardo, l’estrema dolcezza della poetica elegiaca di “Amarcord” (1973) - in una Rimini grondante memorie degli anni ’30 mai impallidite, sature di rimpianti e amori - è forse il vertice. Poi ancora, nostalgia di essersi allontanato (fuggito?) per presunzione, magari mai perdonata nell’intimo, dai luoghi che l’hanno visto felice come lo si può essere solo nella prima gioventù, irripetibile negli anni a seguire. Per questo aspetto citiamo “I vitelloni” (1953), soprannome che, nella zona, indica i giovani che passano al meglio i giorni nullafacenti. Nel film, l’odissea dell’incoerente Fausto – un alter ego perfetto - e la fuga verso un diverso futuro di Moraldo, unico tra i cinque capace di osare tanto (lo stesso Fellini?) proietta sullo schermo gli aspetti celati di un uomo che non ha ancora trovato se stesso.

Il Mazzella individua sagacemente, nella vena ispiratrice del regista, tre momenti con fonti ben distinte. Il primo - quello delle produzioni iniziali (1950-57) - contraddistinto dalla maggiore comunione sociale e relazionale del soggetto. Il giovane non si è ancora chiarito l’universo interno e rivolge maggiore attenzione al circostante: è la presa di coscienza graduale, da parte del provinciale arrivato a Roma, della vita e dei suoi attori nel girone capitolino. Sarà il periodo delle salutari scoperte. legate alla maggiore disponibilità e apertura verso l’esterno. Il secondo è quello dei capolavori (1959-64). L’uomo si è conosciuto, avverte meno la necessità del collettivo ma si volge piuttosto ad approfondire le geniali impronte personali. È incoraggiato ad attingere alla smisurata creatività, pur non svalutando il debito inestinguibile verso gli apporti sociali. È la fase della migliore fecondità, ancora lontana da quelle divagazioni, pur sempre testimonianza di arte ai più alti livelli, lontane dal comune sentire e dunque obbliganti a un’assimilazione più analitica. La terza fase si avvicina fortemente alla “commedia dell’arte” per tecnica di improvvisazione e afflato creativo, che svicola o addirittura trascende i limiti di una sceneggiatura per lasciar campo libero alla situazione in sviluppo e agli attori che in essa agiscono. È quanto accadeva con i grandi comici del passato, per citarne solo uno, sommo: Totò. Coll’avanzare degli anni tali impulsi divengono sempre più forti sino a prendere il sopravvento e giungere alle dinamiche imprevedibili delle ultime realizzazioni: “L’intervista” (1987) e “La voce della luna” del 1990.

L’“arzdora” romagnola, la “reggitrice della casa” non è una figura esplicita nel raffinato mondo felliniano ma certo implicita nell’elemento femminile dominante in ogni suo prodotto. Ricordiamo che Fellini – uomo non esempio di fedeltà coniugale - è stato sposato con la straordinaria attrice Giulietta Masina (1921 – 1994). Moglie e musa insostituibili, hanno accomunato intimamente tantissimo: insieme per mezzo secolo di matrimonio e sette film girati.

Nel marzo 1993 Sophia Loren e Marcello Mastroianni – nella cerimonia di proclamazione degli Oscar sul palco del Kodak Theatre a Hollywood - annunciarono a Fellini la vittoria dell’Oscar alla Carriera. Sullo schermo retrostante apparvero le parole: “L’unico vero realista è il visionario”, pilastro della parabola artistica, confermato in ogni espressione professionale dallo stellare regista. La mescolanza di sogno e realtà ha imbevuto nell’intimo la sua vita e produzione. Fu il quinto Oscar ricevuto dopo i quattro precedenti dati a suoi film come miglior film straniero: “La strada” (1957), “Le notti di Cabiria” (1958), “8½” (1964), “Amarcord” (1975).

Fellini sarebbe morto a Roma il 31 ottobre successivo, la Masina l’avrebbe seguito a breve.

                                                                                    

Luigi MAZZELLA: Federico Fellini, realista e visionario

Prefazione di Antonio Filippetti

Istituto Culturale del Mezzogiorno, 2019 – pp. 128 - € 30,00

 

(Ottobre 2020)

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