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Una favola cinese

 

di Alfredo Imperatore

 

Mao-Tse-Men, il “ciglio di Budda”, così parlò: < Il servo dei servi che, alzando lo sguardo alle nobili e autorevoli vostre persone, onora la sua vista e la sua casa, vi ha chiamato a consiglio e giudizio. Che la vita serbi a lungo la felicità nostra e della nostra terra. Parlo con il cuore spezzato dal tradimento, davanti all’altare dei nostri grandi antenati. Voi ascolterete e giudicherete>.

I venerabili, intervenuti all’assemblea, rimasero in religioso silenzio, perché presi da una fortissima emozione, benché fossero uomini plasmati di granito e dall’anima forgiata di fatalismo.

Gli iperbolici draghi, raffigurati negli arazzi pendenti tutt’intorno alle pareti del salone delle riunioni, parvero animarsi e dalle forge dilatate sembrava che spirassero grosse lingue scarlatte, emettenti intensi lampi di luce.

La grande casa di Mao-Tse-Men era in alto a un lago tondo e dalle acque limpide, incastonato in una collina, chiamata il Colle dei mandorli, ove la primavera sembrava più lunga, con i mandorli sempre fioriti. In un alternarsi di gemme e sbocci, si dilettavano i meravigliosi petali rosei dei loro fiori, mischiandosi ai mirabili tappeti offerti dal caprifoglio, sorgenti dalla soffice terra odorosa.

Il fiore di loto, adorato dalle moltitudini di cinesi, si rispecchiava, insieme agli altri fiori di più basso rango, narcisisticamente, nell’azzurro del lago.

Anche la luna, sembrava posare più a lungo il suo sguardo sereno, su quello spazio privilegiato, offerto dalla collina col suo lago.

All’esterno dell’altura si estendeva la verde, sterminata pianura, con rade casette e, lontano, all’orizzonte, la sagoma imprecisa di una cittadella.

Sul lato interno, più orientale, di questa collina, al primo saluto del sole, si aprivano le porte di accesso della casetta di Lee-Tsi-Mey, figlia del grande sapiente, venerato come il “ciglio di Budda”; essa era posta al lato destro del grande edificio del padre.

Bella come un raggio di sole, lieve come il petalo di un mandorlo, buona come la rugiada ai suoi fiori prediletti. L’usignolo taceva se il canto di Lee-Tsi-May effondeva le sue note di dolcezza, a blandire tutte le cose d’intorno.

Quando, nelle inesplicabili controversie, le persone più importanti oppure i manovali e i contadini del Colle dei mandorli, chiedevano il consiglio del Saggio, si fermavano a mezza strada sui gradini della vecchia Pagoda, prima di ascoltare il suo illuminato parere.

Il vegliardo scendeva sollecito, quasi fino a loro, e sempre decretava con una norma infallibile ed efficace.

 

***

 

Gene-Sua-Pin, agente commerciale della S.O.T., succursale di Shanghai, aveva attraversato molti chilometri del fu Celeste Impero, per conto della sua società, onde giungere alla vecchia Pagoda.

Aveva trent’anni, era biondo, intelligente, forte, così armonicamente creato da sembrare un semidio.

Il successo negli affari, molti lo attribuivano più che alla sua capacità speculativa, al fascino della sua persona. Egli lavorava, si divertiva e viveva felice: ma il suo destino si doveva concludere sul Colle dei mandorli.

Nel breve periodo d’intrattenimento per definire una commissione con Mao-Tse-Men, un meriggio, mentre, tra una trattativa e l’altra, passeggiava attorno al lago, inaspettatamente gli capitò di vedere Lee-Tsi-May, uscire dall’acqua, vestita solamente dalla sua bellezza.

La figlia del “ciglio di Budda”, si accorse che Gene la guardava come abbagliato dal suo splendore e si arrestò senza paura di fronte al giovane sconosciuto, come l’avesse atteso durante le sue notti sognanti.

Per il breve tempo che Gene sostò alla Pagoda, s’incontrarono ogni giorno sulle rive del lago, per dissetare la febbre dei loro sensi, e i giorni della sua trasferta trascorsero e furono anche superati, senza che Gene se ne rendesse conto.

Lee gli offriva la sua anima incontaminata e il corpo divino, mentre Gene ricambiava con tutta la sua baldanza e la sua virilità.

Gene improvvisamente si rese conto di aver oltrepassato di molto il tempo datogli per la sua missione e, senza avere la possibilità di salutare i suoi clienti, repentinamente partì, come dicevano gli antichi romani insalutata ospite.

Mao-Tse-Men, messo al corrente dalla figlia per l’illecito comportamento dell’agente commerciale, da quel giorno non conobbe più il sonno, finché i suoi fedeli, girando in lungo e in largo per Shanghai, non gli riportarono il fedifrago, dopo averlo drogato.

I venerabili, che erano stati convocati per emettere il loro giudizio, chiesero tre giorni di riflessione e si ritirarono, come in una specie di conclave. Trascorso il periodo richiesto, il vegliardo tra loro, lesse la sofferta sentenza:

<Avendo noi, valutato attentamente e accuratamente il peccaminoso comportamento dell’agente Gene-Sua-Pin, che ha inusitatamente approfittato dell’ospitalità del sacro maestro Mao-Tse-Men, lo condanniamo alla seguente pena: deve essere recluso per la durata di tre anni, in una piccola dimora, sita in un luogo diametralmente opposto alla casetta di Lee-Tsi-Mey. Solo allo scadere del 1095esimo giorno, potrà uscire dalla detenzione e scivolare sull’acqua cristallina del lago, fino a raggiungere a nuoto la sponda di fronte; soltanto allora potrà congiungersi con Lee-Tsi-Mey, e potranno vivere felici e contenti per il resto dei loro giorni>.

Le successive, sfarzose nozze eliminarono ogni precedente dissapore. La S.O.T. creò una grossa succursale anche sul Colle dei mandorli, di cui Gene-Sua-Pin fu nominato Direttore generale, ampliando i successi che aveva sempre ottenuto nei precedenti affari.

(Giugno 2021)

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