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Il forte di Vigliena

 

di Antonio La Gala

 

Nel primo decennio del Settecento, per motivi di difesa, fu costruito sulla costa vesuviana un fortino, con funzione precipua di difesa verso il mare. Fu chiamato Forte di Vigliena, per ricordare il vicerè che ne iniziò la costruzione, il marchese di Villana, l’ultimo vicerè spagnolo di Napoli.

Sorgeva poco più di un chilometro dopo il Ponte della Maddalena, fra il mare e la via che portava alla Reggia di Portici, ed in effetti era la prima ed isolata difesa sul lato orientale della città.

Era una costruzione di forma pentagonale, il cui perimetro sviluppava circa trecento metri di lunghezza. Sul lato verso il mare le mura erano chiuse e ai lati si notavano due bastioni sporgenti: quello rivolto verso Napoli conteneva il deposito delle polveri, l’altro il deposito delle armi; sette cannoni di grosso calibro erano puntati verso il mare.

Al forte si accedeva dal lato verso terra (anch’esso munito di due bastioni) mediante un ponte levatoio su un fossato. Era difeso da quattro cannoni, di diametro più piccolo, e da diverse fucilerie.

“L’arredo interno” del forte era quello classico: corpo di guardia, cammino di ronda, casematte per gli artiglieri, officina, vivanderia, pozzo, alloggiamenti per i militari.

Il forte di Vigliena visse il suo momento di gloria (e di sangue), nel giugno 1799, quando le truppe del cardinale Ruffo, provenienti dalla Calabria, espugnarono Napoli, cacciandone i giacobini della Repubblica Partenopea.

Il forte, ultimo avamposto prima della città, era difeso da 150 rivoluzionari della Legione Calabrese Repubblicana, comandati dal prete calabrese Antonio Toscano.

Allo spuntare dell’alba del 13 giugno fu assaltato dagli uomini di Ruffo. Verso l’una di notte, quando questi già erano penetrati nella roccaforte, saltò in aria la polveriera.

Un fulmineo intenso chiarore squarciò il buio della notte, accompagnato da un fortissimo tuono. Nell’esplosione morirono tutti, vinti e vincitori, affratellati anche nella morte, visto che si trattava, da una parte e dall’altra di combattenti quasi tutti provenienti dalla Calabria.

Gli studiosi non sono concordi se attribuire lo scoppio ad un errore dei difensori che dopo aver minato il forte non fecero in tempo ad uscirne, oppure ad un deliberato gesto del comandante  Toscano, o infine all’infuriare della battaglia.

Non è facile dire veramente come andarono le cose. A qualcuno è sembrata apologetica verso i giacobini la versione di Pietro Colletta secondo la quale il prete Antonio Toscano, comandante della guarnigione, animato dallo spirito degli Eroi delle Termopili o emulo di Pietro Micca, quando si rese conto che il forte era stato conquistato dagli avversari, si trascinò eroicamente, benché gravemente ferito, fino alla polveriera, dandole fuoco, per distruggere i nemici che vi erano penetrati.

Il Re borbonico, restaurato sul trono, provvide a restaurare anche il forte, che nel 1861 passò all’esercito italiano postunitario, con funzione soprattutto logistica per i militari di passaggio verso il resto del Sud.

Ridotto poi in ruderi, nel 1891 i suoi ruderi furono dichiarati “Monumento Nazionale” e recintati.

Nel secondo dopoguerra, seguendo un copione molto diffuso dalle nostre parti, la zona, non vigilata da nessuno, divenne deposito di rifiuti e spazio per catapecchie. Il forte fu cancellato definitivamente, alle soglie dei nostri giorni, dal tradizionale disinteresse per le memorie storiche e dalla non meno tradizionale incuria.

A ricordarlo rimane il molo portuale sistemato negli anni Trenta nei suoi pressi. Chi poi vuole avere un’idea del forte diroccato, può andare a vedere un quadretto dipinto nel 1913, ospitato nel Museo di San Martino.

(Aprile 2022) 

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