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Non mi piace il rococò

 

di Antonio La Gala

 

Un autore del Settecento, Pietro Napoli-Signorelli, commentando l’arte della sua epoca biasimava l’architettura napoletana della prima metà del suo secolo.

Sosteneva che prima di Carlo III Borbone avevano operato “ingegnosi e dotti architetti”, tuttavia però si erano “alzati” molti edifici “che ci danno più motivo di compatire che di ammirare”, perché “l’ambizione di ornare suggeriva agli architetti cartocci, fregi, torcimenti di colonne, centinature, frondi, frutti, fasce e cose simili, che feriscono il gusto e offendono la vista di chi è avvezzo ai prodigi naturali della bella semplicità”.

Poi se la prendeva con i singoli artisti.

Lodava Domenico Antonio Vaccaro come scultore e pittore, ma lo stroncava come architetto, per aver voluto “seguire un ordine irregolare, per solo amore di novità, lontano dall’architettura greca, etrusca e romana, e [seguire] ornati bizzarri incartocciati e caricati dagli stucchi”.

Biasimava Ferdinando Sanfelice, reo “d’inventar senza legge, che eccedette, supponendo maggior gloria nell’inventar senza [seguire] l’esempio dei Palladii e dei Sansovini”.

In effetti la produzione artistica napoletana nella prima metà del Settecento era un’evoluzione del Barocco, e viene indicata anche come barocchetto o tardo barocco. Pur conservando la fantasiosità decorativa del Barocco, ne perse la solennità, la monumentalità, per acquistare delicatezza e raffinatezza. Il passaggio architettonico dal Seicento al Settecento vide l’affermarsi incontrastato, nella committenza privata, di Ferdinando Sanfelice (1675-1748) e Domenico Antonio Vaccaro (1681-1750), che assieme ad altri protagonisti minori, svilupparono una sintesi di architettura e pittura.

Poi, prosegue Pietro Signorelli, per fortuna venne Carlo III che “nel mettere in movimento gli ingegni napoletani e svegliarli, adoperando l’arte dell’emulazione, invitò da Roma il Carnevari, il Fuga e Luigi Vanvitelli, per innalzar fra noi edifici sontuosi e ricondusse per tal mezzo la nostra architettura alla verità e alla semplicità onde si era allontanata”. In effetti negli anni influenzati da Carlo III, Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga dominarono il campo della committenza pubblica.

L’immagine che accompagna questo articolo mostra l’interno della chiesa di S. Chiara, nata nel Trecento in forme gotiche, come appariva nel primo Novecento, con le sovrapposizioni barocche, prima di essere riportato allo stile originario dopo i restauri conseguenti ai bombardamenti del 1943.

(Maggio 2023) 

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