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Giuseppe Petrillo   di Romano Rizzo   Giuseppe Petrillo è stato un valido poeta, di cui, però, conosco molto poco e mi dispiace. Posso dirvi soltanto...
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Perchè tanti infortuni? di Luigi Rezzuti   Questa volta non voglio parlare di calcio giocato, ma cercare di capire perché il numero dei giocatori...
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L’ultima chance

 

di Gilda Rezzuti

 


Era circa l’inizio dei primi anni 2000 quando sulla scena politica nazionale e Regionale, dopo un apparente rimescolare di carte e cambio di nomi, si iniziò a parlare di svolta sostanziale, di rinnovamento anche nel panorama politico della città di Potenza e della regione Basilicata. I politici del tempo di destra, sinistra centro e quant’altro, dopo gli scandali ereditati dalla prima repubblica, facevano a gara per guadagnare fiducia e credibilità da parte dei cittadini. Iniziarono nuovi fermenti, speranze, proposte, nacquero movimenti, gruppi, partiti, tutti in primissima linea e super motivati. Forse era arrivato davvero il tempo della consapevolezza e del cambiamento. A livello locale si iniziò a lavorare a vari programmi, come, ad esempio, un piano strategico per la valorizzazione di Potenza capoluogo di regione, la città delle reti, l’infrastrutturazione territoriale, la modernizzazione dell’economia, il rafforzamento della coesione sociale, la promozione del turismo regionale, la crescita equilibrata e sostenibile, l’individuazione degli obiettivi prioritari di sviluppo, per interventi mirati. In poche parole, con lo slogan “La Basilicata che vuole farcela”, allora era stata messa in campo tutta una serie di dinamiche per permettere di far uscire dalla depressione questa parte del sud Italia dimenticato e sfruttato. In più di vent’anni ne è passata di acqua sotto i ponti e fiumi di parole. A parte i proclami, nella sostanza non è accaduto nulla di significativo, niente di ciò che era stato previsto, anzi, se in questi anni c’è stato un cambiamento, esso è rappresentato da una costante involuzione e un accentuato oscurantismo. La città integrata, lo sviluppo territoriale, l’innovazione, gli assi prioritari, gli obiettivi strategici, l’occupazione, la qualità della vita, dei servizi e il rispetto dei diritti, sono rimasti inafferrabili miraggi. Praticamente il documento strategico di inizio millennio è stato un bel progetto ad effetto e un gran fallimento. Ora siamo in attesa di accogliere un’ennesima sfida e giocarci un’altra partita con i recovery fund, annessi e connessi. Sembra una storia infinita. Ancora una volta si spera di correggere il tiro e creare ricchezza. Voi, non so, ma io ho qualche dubbio, soprattutto considerando che non si riesce ancora bene a capire cosa ne è stato di tutti i precedenti finanziamenti europei e dei piani operativi regionali degli anni passati.

Comunque, malgrado le tante delusioni, è prepotente il bisogno, soprattutto in questo triste periodo, di sperare e crederci ancora, ma, per non continuare ad illudersi e poter ottenere davvero un reale, visibile, progressivo cambiamento, sarà il caso di cambiare metodo e mettersi seriamente in discussione.

(Maggio 2024) 

 

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