IL TEMPIO DEL SAPERE
di Gilda Rezzuti
Marco frequentava il primo anno di scuola superiore. L’edificio scolastico, dopo il terremoto dell’Ottanta in Irpinia, subì dei danni importanti, anche se fu dichiarato, comunque, agibile da parte dei tecni. Presentava evidenti lesioni che, come arterie, si distendevano ramificate sulle pareti e sul soffitto. L’intonaco veniva via come pelle d’uovo.
L’impianto di riscaldamento era guasto e, durante l’inverno, si faceva lezione imbacuccati. Gli alunni prestavano poca attenzione in aula, ognuno assorto nel suo mondo di sogni e di conflitti. L’interesse maggiore era per l’altro sesso, nascevano i primi turbamenti. Un’altra passione era organizzare scioperi, spesso non per difendere un’ideologia politica o sociale, ma solo per sottrarsi a qualche giorno di lezione. Gli insegnanti erano personaggi stravaganti, nettamente deludenti, rispetto al loro ruolo. A lavoro tutti scostanti e distratti, scarsamente empatici e diseducativi. L’insegnante di matematica era sempre concentrato sulla lettura del suo quotidiano, fino al suono della campanella, mentre quello di lettere, severo e antidemocratico, era un omone con scarsa memoria, che confondeva volti e nomi, non accettava nessun confronto e puniva chiunque non la pensasse come lui. Infine, la professoressa di storia dell’arte, un po’ attempata, non distingueva uno scarabocchio da un Kandinskij e sosteneva che Picasso fosse un futurista.
Il preside della scuola, soprannominato dagli alunni “fantasma”, per le sue assenze, era un noto architetto, che dedicava più tempo ai suoi interessi professionali che al ruolo ufficiale che rivestiva. Per fortuna c’era Leo, il bidello, uomo di vera cultura, si potrebbe dire, con la capacità di trasmettere lezioni di vita e, soprattutto, in possesso della rara virtù di saper ascoltare. Era il mentore e il consigliere, l’essenziale, per gli adolescenti, in quella realtà inutile.
Marco notò che, in questo luogo, nessuno era al posto giusto e ben presto capì come sarebbe stata ingiusta la vita. Il ragazzo, timido ma molto profondo, disapprovava la scuola pubblica ritenendola un’istituzione superata, che necessitava di una riforma immediata e capillare, non sopportava di essere indottrinato al pensiero comune. Avrebbe preferito frequentare un rinnovato centro di cultura, in grado di stimolare l’analisi e il pensiero critico. Era un giovane dalle mille curiosità che amava leggere e si chiedeva sempre il senso delle cose. Un giorno durante un viaggio, trovò un libro sul sedile di un treno, la sua attenzione ne fu catturata, qualcuno lo aveva dimenticato. Timidamente se ne impadronì, lesse il titolo: “Les fleurs du mal” di Charles Baudelaire. Rimase affascinato dalla lettura di quei versi crudi, le dense parole di quelle poesie gli scossero l’anima e iniziò a trovare risposte ai suoi tanti perché, anche se lontano e fuori dal “tempio del sapere”.
(Ottobre 2024)

