Libri da leggere
di Luigi Alviggi
I BATTENTI DI MADONNA DELL’ARCO
(fujenti)
di Raffaele Calafiore
Battenti sono chiamati i devoti della Madonna dell’Arco – la cui effigie (la Vergine Maria col Bambino Gesù) – è conservata nel miracoloso dipinto posto nell’omonimo Santuario sito in Sant’Anastasia (a 12 km da Napoli). Il luogo è chiamato Madonna dell’Arco perché in origine l’edicola era situata nei pressi di un antico acquedotto romano. I fedeli insieme si mettono in moto verso la chiesa in file interminabili, o meglio corrono verso di essa, compiendo un impressionante cammino devoto, simbolo di fede e penitenza, iniziato nel lontano 1450 in ogni Lunedì in Albis (giorno festivo dopo la Pasqua Cattolica), e mai interrotto da allora. Lungo il percorso si percuotono braccia, petto e gambe oltre a sdraiarsi in terra a faccia in giù quando il corteo è obbligato a fermarsi. Tale tradizione nasce in ambito familiare, ed è qui che viene tramandata da una generazione alla successiva, per il culto costante di questa veneratissima Madonna. Afferma Padre Gianpaolo O.P., attuale Rettore del Santuario:
“A questa festa partecipa la stessa povera gente che si reca in molte altre feste mariane del meridione ma qui si riscontra una diversità e una unicità sostanziale. Entrando in profondità in questa cultura dei poveri, attraverso la diretta conoscenza dei comportamenti popolari e finanche dei suoi presupposti magico-religiosi, si osservano tre elementi in successione che caratterizzano il pellegrinaggio dei battenti e che ne istituzionalizzano il culto: la questua, le funzioni (atti devozionali codificati che le «paranze» compiono, accompagnate da bande musicali, presso le edicole della Madonna situate lungo le strade dei loro quartieri), e la corsa. Elementi che vengono caricati da un forte valore simbolico e che, aggiunti al malessere personale e alle frustrazioni sociali che gravano sui pellegrini, nel momento in cui essi varcano il portone del Santuario spesso sfociano in fenomeni psicotici di trance e perfino di isteria personale o collettiva.”
Dalla prefazione di Gianfranco Rosi, scrittore e regista, leggiamo:
“La tortuosa e quasi interminabile processione sembrava letteralmente collegare il santuario e il vulcano, unendo il geologico e il liturgico. Stando dietro l'altare e guardando attraverso la macchina fotografica i pellegrini che entravano in chiesa, scivolando sul pavimento scintillante della navata, poi sollevandosi sulla balaustra come i naufraghi salvati dall'annegamento, singhiozzando, tremando, con i volti inondati di lacrime, mi sono reso conto che stavano fissando una vasta realtà invisibile che non potevo vedere. Ciò che riuscivo a cogliere nei loro occhi e nei loro volti era come la radiosità di un fuoco nascosto e una misteriosa compressione del presente e del passato remoto.
Più che un altro rituale, mi è sembrato la nascita del rituale stesso, qualcosa che proviene dalle profondità del tempo, eppure con i tratti inconfondibili della contemporaneità, le tute bianche, i tatuaggi, le unghie a pressione, l'antico fervore religioso e la cultura pop, inestricabilmente uniti.”
E l’Autore, nella sua nota introduttiva, spazia:
“Un rituale uguale a se stesso, tramandato nei secoli, fatto di fede e penitenza che trova il suo apice nell'ultimo tragitto, lungo la navata centrale della chiesa fino all'altare, dove la condivisione della fede e della fatica comune del pellegrinaggio, lascia il posto ad un intimo dialogo tra il fedele e la sua "Mamma Santissima".
Con estremo pudore, ho provato a raccogliere negli anni, quel clima di festa e di condivisione che si sviluppa lungo il percorso, arricchito delle funzioni che prendono forma secondo un rituale antico, dinanzi alle edicole votive dedicate alla Madonna e dislocate lungo il tragitto del pellegrinaggio.
Ed alla stessa maniera, in un silenzio pregno di tensioni ed emozioni, provare a documentare l'intimo incontro del fedele con il sacro.”
Per i “battenti” viene usato anche il termine “fujenti” – fuggenti, un equivalente nel dialetto del luogo – per quanti seguono questo storico rituale legato alla tradizione popolare, accostabile al “poplifugio”, una celebrazione degli antichi Romani in cui l’elemento tipico era il verificarsi di una fuga di popolo dopo aver compiuto un sacrificio sacro. Questa usanza ancor oggi è incompresa, come oscura resta quella del “regifugio”, cioè della fuga del re. Si può tentare un'interpretazione affermando che il suo compiersi aveva un carattere magico, simile ad altre cerimonie in cui la fuga rappresenta l’elemento costituente di un vero e proprio atto religioso. La reale motivazione però resta ignota.
Vestiti di bianco, con fasce rosse alla vita e azzurre a tracolla, preceduti da bandiere e stendardi con l’immagine della Vergine, arrivano a piedi scalzi alla Chiesa anche dopo ore di cammino. Nelle soste imposte molti si stendono a terra con il volto sul suolo. Il percorso termina nella navata della Chiesa dove si assiste alla funzione sacra. Molti ne rimangono fuori per la capienza. Scalzi per voto, devono sempre compiere almeno l’ultimo tratto del pellegrinaggio, di corsa. In Italia esistono altri gruppi di fujenti, il cui comune elemento è effettuare una corsa in genere durante le feste patronali. Il fenomeno è diffuso anche in manifestazioni sacre al di fuori dell’Italia.
Il pellegrinaggio, sin dai vicoli di Napoli e dall’entroterra vesuviano, ripete un rituale che la storia assicura essere del tutto simile a quello di quasi sei secoli fa. Un evento unico per fede, drammaticità, folklore e partecipazione, la cui tradizione viene trasmessa di padre in figlio! La preparazione dei “fujenti” incomincia qualche settimana prima del gran giorno con intensi allenamenti. Molte cose da provare e riprovare: per prima la “caduta”, l’abito, la questua fatta la domenica mattina in giro con canti e la Madonna in processione per la città. Il crollo a terra dei partecipanti richiama cineoperatori da ogni parte, e avviene in un clima di eccitazione che può esplodere in casi inspiegabili di epilessia o peggio. Rappresenta il punto cruciale nella venerazione del “fujente”, e avviene quando il capo paranza impartisce l’ordine col fischietto: il soggetto si lancia faccia a terra e vi rimane, rigido e immobile, fin quando non suona il comando di rialzarsi. Nel santuario più frequentato della Campania, dopo Pompei, i frati domenicani sono preparati a fronteggiare l’emergenza e, nel giorno in questione, allestiscono un vero e proprio ospedale da campo in sagrestia che a malapena riesce a fronteggiare le drammatiche situazioni che sempre si verificano.
Racconta la leggenda sul Sacro Quadro che, durante una festa in paese, due giovani giocavano a chi faceva andare più lontana una palla di legno colpendola con un bastone. Nel gioco, il colpo di uno dei due centrò il tronco di un albero vicino a una nicchia votiva. Il giocatore, bestemmiando per l’ira, scagliò la boccia contro la Madonna, colpendola alla guancia e questa iniziò a sanguinare. La gente si gettò sul sacrilego per linciarlo, ma proprio allora si trovò a passare un Sovrintendente del Regno che ordinò ai soldati di bloccare lo scontro. Constatato poi il miracolo avvenuto, dopo un sommario processo, egli diede l’ordine di impiccare il giovane allo stesso albero che aveva deviato la boccia. Il giorno successivo l’albero era seccato. Il quadro mantiene traccia sulla guancia sinistra della Vergine del colpo ricevuto.
Il Santuario, costruito verso la fine del XVI secolo alle falde del Vesuvio, è rimasto uguale alle vecchie stampe dell’epoca. Solo nel 1948, per facilitare il deflusso dei fedeli, furono aggiunte due navate laterali. L’esterno colpisce per il gioco del grigio della pietra vesuviana e del bianco delle pareti. All’interno spiccano i pannelli coperti con oltre quattromila ex voto: quadretti di legno dipinto che descrivono i miracoli avvenuti, con infermi e parenti a implorare la grazia.
Nel 1592 papa Clemente VIII inviò da Roma padre Giovanni Leonardi (poi proclamato santo) a cui fu dato l'incarico, insieme con il Vescovo di Nola, di amministrare elemosine e beni temporali ricevuti dal tempio. Posta la prima pietra del Santuario nel 1593, esso fu terminato nel 1610. Nel 1595 passò alla cura dei domenicani che iniziarono lavori di ampliamento. In seguito però a crolli e disguidi con il Reale Albergo dei Poveri (che possedeva ancora una parte del convento) la Chiesa avrebbe assunto la forma attuale solo nel 1973. Il complesso è oggi composto dal Santuario e dall’edificio conventuale. Un tempio a croce latina e navata unica con quattro cappelle per lato, termina dietro con l’abside semicircolare. Al centro della crociera, sotto la cupola, si trova l’edicola che ospita l’effigie della Madonna col Bambin Gesù sul braccio sinistro. Di fianco alla chiesa, sul versante occidentale, c’è il campanile. Il Santuario è tappezzato da ex voto, espressioni di arte popolare che ben rappresentano quasi sei secoli di terribili condizioni di vita del popolo campano. Verso la fine degli anni 80 del secolo scorso Il rettore del Santuario, frate Tommaso Tarantino, ebbe a dire durante un’omelia, volendo spiegare la plurisecolare fede dei “battenti” presenza costante seppure informale nella struttura sacra:
“Qui si viene per lanciare un urlo! Qui si viene per gridare! Qui si viene per far esplodere finalmente dal cuore il grido della povera vita umana stritolata ogni giorno. La Madonna dell’Arco è il luogo dove la vita umana porta all’aperto le sue malattie, i suoi dolori, le sue angosce, i suoi terrori. Qui l’urlo di dolore dell’umanità si materializza e si concretizza. Ecco: diventa pietra, diventa tavoletta, rito, manifestazione pubblica, diventa testimonianza nei secoli. Ecco cos’è la Madonna dell’Arco! La concretizzazione, la pietrificazione del dolore umano che viene qui per rovesciarsi, come lava incandescente ai piedi della Vergine. Così nasce questo Santuario! Per testimoniare cosa sia la vita umana! Questo Santuario siamo noi, con i nostri guai, con le nostre sventure, con i nostri mali, che stiamo a bocca e braccia spalancate verso di Lei. Tutta la sofferenza umana Lei la redime, la libera e la sublima. A Lei si rivolgono milioni di occhi da tutto il mondo e La invocano Regina dell’Arco. Lei prende tutto ciò che è umano e lo aggancia a Dio. In Maria ciò che è la miseria dell’uomo diventa misericordia di Dio; ciò che è incapacità dell’uomo diventa onnipotenza di Dio. Lei prende l’uomo così poveretto com’è e lo fa diventare figlio di Dio…”
Raffaele Calafiore vive a Napoli. È poeta, editore, scrittore e fotografo di valore: di tutte queste attività ha dato testimonianze ripetute di diffuso successo. Questo lavoro – un libro di grande formato: 19,2 x 29,0 cm – presenta una straordinaria serie di fotografie, caratterizzate da grande potenza espressiva e da un’indagine accurata dell’evento sotto ogni aspetto, articolata in tre parti: il Percorso, le Funzioni, l’Incontro. Possente la serie (in bianco/nero e a colori) ed esauriente nell’evidenziare minimi dettagli e particolari della complessa attività messa in atto. Vengono immortalate le fasi di questo cammino di riscatto plurisecolare: i quadri testimoniano in modo eccellente (come già fatto in altre sue opere) l’espressione della tradizione che, pur nella sua linearità esecutiva, è un evento maggiore in termini di venerazione della creatura umana verso l’Ente Supremo che tutto regge.
I primi piani dei partecipanti e dell’insieme in movimento ci fanno comprendere, anche meglio di una presenza diretta, la commozione e il piacere di far parte di una manifestazione partecipata nel profondo da devozione e amore verso la Sacra Famiglia. Vengono immortalati momenti di commozione, singola e collettiva, e il consolidarsi di quei sentimenti di fede e rispetto assoluti verso chi dall’Alto assiste ogni nostro passo. Noi lettori restiamo immersi in una partecipazione d’insieme che arriva a confrontarsi, il più strettamente possibile, ai tantissimi fratelli coinvolti nella Sacra Funzione. E ciò che più colpisce sono i tanti che, al sostare della processione, distesi a faccia in giù, poggiano il volto sulla strada o incollano a lungo le labbra, una volta entrati in Chiesa, sulle balaustre ivi presenti. Al fondo illumina l’apotropaica liberatoria da ogni congettura di influssi maligni che, sempre presunti, inquinano la vita di troppi di noi… Il fiume celeste, penetrando l’anima e impadronendosene, la monda da ogni ingombro malevolo!
A conclusione del testo, un’Appendice curata dall’Ufficio Battenti del Santuario Madonna dell’Arco.
Raffaele CALAFIORE: I BATTENTI DI MADONNA DELL’ARCO
Introduzione di Gianpaolo Pagano
Prefazione di Gianfranco Rosi
NonSoloParole Edizioni (2024) – p. 184 - € 35,00
(Febbraio 2025)

