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  L’INGANNO DEL FUMO La sigaretta non è mai innocua, neanche quando profuma di buono   di ANNAMARIA RICCIO   Il 24 maggio si è tenuta la Giornata...
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Libri da Leggere

di Luigi Alviggi

 

Il giardiniere e la morte

di Georgi Gospodinov

traduzione: Giuseppe Dell’Agata

Voland, 2025 – pp. 195 - € 19,00

 

 

Questo non è un libro sulla morte, ma sulla malinconia per la vita che se ne va.”

 

Questo libro è scritto in prima persona, benché il suo eroe autentico muoia.

Sopravvivono solo i narratori di storie, ma anche loro un giorno moriranno.

Solo le storie sopravvivono.”

 

Una sinfonia in morte del padre che poco ha da invidiare al fascino insuperabile della musica perché raccoglie, a piccoli passi, un insieme di ricordi, parole, immagini, scritti, scolpito nella mente del figlio Georgi. Una rassegna traboccante amore filiale che - come troppo spesso avviene – mantiene una scarsa evidenza all’atto dell’accadere ma poi, per l’azione rigenerante del ripasso della memoria, si vivifica assumendo toni e imponenza che penetrano nel profondo, quasi al tempo il figlio non avesse saputo o potuto prendervi parte… Essa via via si riveste di toni partecipati e commoventi, validi a testimoniare uno dei massimi affetti umani: quello per un genitore! È la storia di un figlio che accompagna religiosamente il padre morente all’inevitabile distacco dalla vita. Non un’opera triste ma una ricostruzione preziosa, benché sofferta, di un legame affettivo, quasi mai saputo vivere al meglio dagli interessati. Non è raro che la propria vita possa venire riscritta, tempo dopo, sulla base dei benefici della maggiore obiettività e maturità guadagnate con il fluire degli anni…

 

Non saremo mai altrettanto sicuri come un tempo nelle braccia dei nostri padri.”

 

Georgi Gospodinov (Bulgaria, 1968) è uno scrittore e poeta bulgaro, vincitore di diversi importanti premi letterari. Il suo romanzo “Cronorifugio” (2020) ha vinto il Premio Strega Europeo nel 2021 e l’International Booker Prize nel 2023. Gaustin, il protagonista, viaggia nel tempo e apre una “clinica del passato” per aiutare chi ha perso la memoria. Ogni piano della clinica riproduce un decennio del secolo scorso attirando anche chi vede nel passato il rifugio da un proprio presente inaccettabile… Un luogo bellissimo - non vi pare? – per provare a rattoppare tutto quanto di rotto si accumula nel passato di ciascuno di noi!

 

Avevo dieci anni e sapevo che era successo qualcosa di irreversibile e cosa c'è di più irreversibile della morte. Il vicino era appena venuto a sapere che la sua nipotina, mia coetanea, era morta. Quel pomeriggio imparai due cose, che non muoiono solo i vecchi e che è terribile quando muore una persona cara, se qualcuno, un adulto, piangeva così disperatamente. Ero solo a casa e rimasi impietrito. Non sapevo se dovevo andare dal vicino. Avevo paura che si facesse qualcosa di brutto e, anche se la finestrella era molto piccola, saltasse giù, o qualche altra cosa, non lo so. Non dimenticherò mai quel pianto disperato che si spandeva dal minareto del bagno alle tre del pomeriggio.”

 

Questo lavoro, fuori dai canoni, è una biografia, vivificata da decine di episodi di piccola importanza ma che, messi insieme, valgono a raffigurare un uomo di levatura non speciale ma di certo vincolata all’osservanza di precetti elevati e preziosi, oggi caduti in disuso e dissolti non si comprende perché e da cosa. È la straordinaria testimonianza di un amore filiale enorme che, partecipato al sommo grado, abbellisce i momenti insieme di sfumature riverenti e amorevoli legate al percorso saputo tracciare dal genitore per l’esistenza futura del figlio, anche quando i suoi giorni saranno terminati e non sarà possibile per lui agire attraverso la potenza primaria dell’esempio.

Parlare di morte significa in realtà parlare della vita, tentare di interpretarla al meglio, di aggiustarla addosso sminuendo quei traumi che fanno soffrire, fin troppo pronti e stridenti. Sì, la vita nella sua “incantevole fugacità” è un breve risvolto dell’altra, sempre vittoriosa nella smania inevitabile di distruggere tutto quanto l’uomo con grande fatica ha costruito negli anni, pochi o molti, vissuti. La fine è sempre uguale: un grande dolore sconvolgente per i congiunti e quello – sovrumano - con il quale la vita si strappa via dalla vita…

 

Lo immagino da solo nella stanza di una clinica, attaccato alla flebo, rari ingressi di infermiere, solo con tutta la sua vita, la sera con la luce al neon, e decido che deve rimanere con noi fino alla fine. Non andiamo in clinica, gli dico una sera, anch'io sono più tranquillo quando sono qui da te.”

 

La pietà filiale si mostra nel modo che più può accostarsi alla situazione di un malato terminale, testimoniandogli la propria presenza costante al fianco, che di sicuro allevierà in una certa misura le sofferenze di un corpo in disgregazione.

 

E l’attore più anziano della compagnia recitava la sua parte, quella di mio padre, e avevano deciso che si chiamasse come lui. Nell'ultima scena moriva in ospedale, circondato da tutti i suoi corpi appartenutigli nelle varie età. Gli davano l'addio e uscivano l'uno dietro l'altro. Per ultimo rimase il ragazzino che era stato da piccolo. Questo ragazzino lo prendeva per mano e lo accompagnava fino alla porta. Fino alla porta è bene che tu sia con qualcuno...”

 

Da tutto il descritto traspare e gronda un affetto immenso, sconfinato e maestoso, che si alimenta di piccole cose, di ricordi minimi, ma di sentimenti densi e forti, com’è e dev’essere degli amori fuori dal comune nei quali è assurdo cercare motivi speciali. Essi non sono sostenuti dal “poco reale” accaduto, ma vengono ingigantiti da quanto la mente vi è andata costruendo intorno, attribuendo una concretezza irreale nel rispetto di premesse imperscrutabili anche da chi, volendo andare a fondo, mai potrebbe scoprire origine o radici oscure del proprio essere. Penso si diventi vecchi quando non c’è più nessuno che si ricordi di noi bambini: è l’effetto inevitabile dello svuotarsi, lento ma inesorabile, della clessidra del tempo, nessun vivente può essere immortale!

Molto bello il richiamo della scena dell’incontro tra Ulisse, finalmente lasciato tornare in incognito dagli dei a Itaca, e il suo accostarsi al vecchissimo cane Argo:

 

Il cane rifiuta per ultimo di accettare la morte del suo padrone. E lo dimentica per ultimo, come sappiamo dall'Odissea di Omero: l'unico essere che riconosce subito l'eroe, dopo vent'anni di assenza, senza aver bisogno di prove, è il cane di Ulisse, emaciato e privo di forze, che lo aspetta fino alla fine, che ha appena la forza di agitare la coda ti ho aspettato finora, non me ne sono andato via di qui, adesso posso morire…”

Nel libro anche il giardiniere ha un cane - Dzăko – assistente assiduo del suo lavoro nel terreno:

Mentre lui lavorava in giardino, Džako aspettava fuori dal recinto e gli faceva compagnia. Nell'attimo in cui mio padre finiva il lavoro, il cane gli saltava sulle gambe e gli portava la palla per giocare. Mangiavano insieme, dormivano insieme.”

 

Non mancano le citazioni di padri celebri di diversa provenienza e dell’incontro col rispettivo figlio che, per motivi vari, hanno vissuto lontano per anni e che si ritrovano a causa di luoghi più che di ricordi comuni. L’Autore sottolinea anche la povertà di rappresentazioni, nelle sacre fonti canoniche, del padre putativo di Gesù – lo straordinario San Giuseppe - che appare sbiadito nei testi più conosciuti dalla travolgente e diffusa presenza della Vergine Maria…

L'intera letteratura mondiale, quella bulgara non fa eccezione,

glorifica la mamma e scrive al padre amare lettere kafkiane.”

 

In Georgi la commemorazione filiale ossequia – come ha cercato di lenire all’accadere - ogni istante degli ultimi giorni paterni:

 

Questo non posso perdonarlo alla malattia, vado ripetendo, non glielo perdonerò mai.

Puoi prenderti una persona anche senza umiliarla.”

 

E sono i piccoli momenti della quotidianità a rivelarsi, talvolta, i più atroci. È quel ripetersi di parole e mosse abituali, anche le più banali, che paiono per un attimo riaccendersi con un’intensità mai posseduta, e bruciare l’intero fascino di consuetudini che si stanno avviando, e per sempre, alla sparizione totale…

 

L'infanzia è verticale. Cresci in altezza, sei alto come le rose nel giardino, tutti ti ripetono, anno dopo anno, quanto sei cresciuto, tuo padre ti solleva in alto, ti alzi sulle dita, tutto brulica di vita e movimento, non vuoi andare a letto, ti ci costringono solo con la forza. La vecchiaia è orizzontale. Riposiamoci un po', sdraiamoci nel pomeriggio, mi stendo sul divano, ché la schiena... La vecchiaia è abituarsi a una lunga, forse eterna, orizzontalità.”

 

Si ricordano parole che girano in testa e che rimarranno per sempre in memoria, anche nella loro apparente banalità: «Vieni qui, mi diceva, per startene un po' “zitto zitto”». E quel tranquillo “zitto zitto” vivrà in memoria finché i giorni seguiranno ai giorni, durasse la sua vita mill’anni, a ricordare un affetto enorme che non sapeva trovare parole più adatte in una mente semplice che aveva vissuto i propri anni tra il verde, i fiori, i suoi frutti, sempre per beneficiare al massimo, con il perenne sudore della fronte, i più amati nel “piccolo” mondo che lo aveva accompagnato giorno dopo giorno: i suoi adorati CARI!

Poi ci sono momenti di serenità familiare che, in genere, nessun figlio è disposto a partecipare, quasi che lo svelamento ne sminuisse l’intimo valore personale, ma è pur sempre vera la credenza che scrivere è molto più facile per un soggetto del parlare di fatti che riguardano la propria intimità di vita…

 

Mio padre era quell'Atlante che sosteneva sulle spalle tonnellate di passato.

E ora che se ne è andato sento tutto questo passato sgretolarsi,

rovesciarsi silenziosamente su di me e seppellirmi con tutti i suoi pomeriggi.

I pomeriggi dell'infanzia crollare silenziosamente. E non ho chi chiamare in aiuto.”

 

“…ma io sono rimasto al dolore. Prima è un lungo dolore. La malinconia viene dopo...”

 

E, infine, di tutta la complessità di un uomo e dell’intero suo “essere stato”, non resta davvero quasi nulla: anche il corpo – l’abito mutato negli anni ma pur sempre uguale – diverrà polvere…

 

Non so cosa fare con le estati, erano legate a lui e a mamma, alla casa e al giardino, non so cosa fare con tutti i ricordi che si accavallano, non so cosa fare del passato e neanche dei giorni in arrivo.

Non so cosa fare con mia madre, che non sa cosa fare coi vestiti di mio padre e li lava ancora ogni settimana.

Non so cosa fare col cane Džako, che ancora lo aspetta e che lo aspetterà fino alla fine.”

 

Questo giardino romanzesco creato da George è un tempio, un santuario, un campo splendidamente coltivato grazie alla forza della memoria e all’amore di chi ha tutto osservato avendo convissuto. È un onore massimo tributato a chi lo ha visto crescere, irrobustirsi e prosperare come un altro se stesso nella corsa degli anni, sempre difficili, di ogni vita umana.

 

Mio padre era giardiniere. Ora è giardino.”

Giugno 2025

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