Libri da leggere
di Luigi Alviggi
L’ANNIVERSARIO
di Andrea Bajani
Ogni famiglia ha una realtà propria che può essere felice, normale o tragica. È chiaro che, per i costituenti, l’ultima è quella peggiore che, oggi più che mai, non è poi tanto rara. L’Autore (Roma, 1975) - in questo suo lavoro vincitore del Premio Strega 2025 (e anche dello Strega Giovani 2025) - ne fornisce un esempio dimostrativo, ed è il caso di ricordare il celeberrimo inizio di “Anna Karenina” (1878) del sommo Tolstoj (Russia, 1828 – 1910): “Ogni famiglia felice si assomiglia, ma ogni famiglia infelice lo è a modo suo.”
Questo invece l’incipit di Bajani:
“L'ultima volta che ho visto mia madre, mi ha accompagnato alla porta di casa per salutarmi. Dopo di che ha aspettato di vedermi sparire nell'imbuto delle scale prima di chiuderla. (…) quel giorno fu lei a salutarmi per ultima, sola oltre la soglia, all'imbocco delle scale. Più che congedarmi, in qualche modo mi seguì. Con la visuale degli anni che sono passati da allora, mi verrebbe da dire che non le era possibile lasciarmi andare. È un dato di fatto che mentre io guadagnavo l'uscita retrocedendo, coprendo ogni passo con parole fumogene, mia madre avanzava con analogo passo. (…) Le ultime parole che ho sentito pronunciare a mia madre non sono state un'affermazione ma una domanda. Il che, ancora una volta, era in netto contrasto con un'attitudine all'accettazione più che alla richiesta, alla sottomissione più che alla pretesa, al dare conto più che chiederne agli altri.
"Tornerai a trovarci?" mi ha chiesto avanzando verso di me mentre io mi sfilavo da casa. Credo mi abbia guardato negli occhi, ma è più una supposizione che un ricordo appannato, visto che invece io non la guardavo.”
Nota acutamente Alberto Casadei a riguardo (da “Le parole e le cose” (LETTERATURA E REALTÀ)):
«Nel “dispositivo pensante del romanzo”, la madre, come in tante narrazioni contemporanee, è comunque la protagonista: dalla sua profonda negazione del vivere deriva la sua incapacità di svolgere nella famiglia un ruolo attivo che pure, nelle rare occasioni in cui si realizzava, portava attimi di gioia intensa al figlio. La domanda in fondo incongrua che, all’inizio e quasi alla fine del romanzo (la stessa scena proposta da angolature diverse), lei gli ha rivolto, ossia “Tornerai a trovarci?”, forse è stato il suo gesto di amore più autentico, quasi a dirgli “salvati, lasciami per sempre”.»
Affrontiamo un romanzo molto originale e profondo che si immerge nel soggettivo sofferto e imposto dalla violenza altrui, contro la quale i legami di solido affetto non possono essere obliati. Il figlio, narratore di una inesorabile realtà familiare sconnessa, è uscito di casa a vent’anni e sono quindi vent’anni di queste brevissime visite periodiche, il tempo di un pranzo insieme con i genitori ogni paio di settimane per poi tornare a Torino dove vive, una settantina di chilometri in auto. Ma le madri hanno l’occhio nell’animo dei figli e questa volta la domanda non si rivelerà affatto peregrina…
“…finì con un gesto da madre. Sentì ciò che dentro era già successo senza che lui lo sapesse.
Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l'ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita.”
Demolito ogni tabù, tutto il vissuto si accentra sulla figura ingombrante e dirompente nel panorama familiare - genitori e due figli, un maschio e una femmina -, il padre in questo caso, mentalità ardua da indagare come accade spesso per le continue irruzioni illogiche e incontrollate, penetranti e alla lunga distruttive. Accessi d’ira violenta anche con uso delle mani verso il figlio adolescente, sfogo di un soggetto traviato per un passato ignoto agli attuali congiunti e frustrato e inflessibile pur nella sua attuale posizione apicale. Egli sente di mancare di qualsiasi potere nella vita esterna e dunque acuisce il dolore e l’orrore per questa situazione personale sfogando l’odio represso sull’unica realtà possibile che, per così dire, gli appartiene: la famiglia!
“L'ingombro familiare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare. Quella di uomo che aveva tutto da riscuotere dalla vita, il che implicava che fossimo tutti a pagare, a bruciare nel fuoco insieme a lui. Detto altrimenti, ho creduto a lui, non ho mai pensato che parlare di mia madre valesse la pena, perché non c'era nulla da dire. La sua vita si riassumeva nel suo venire al mondo. Il suo starci, nel mondo, non era degno di nota.”
La figura della madre in questo libro guadagna una posizione sempre più prevalente, proprio l’opposto di quanto è avvenuto nella realtà narrata. È un tardivo riconoscimento alla grandezza e al valore di una donna che ha saputo portare avanti il nucleo familiare, giorno dopo giorno, nonostante i ripetuti attacchi compiuti dal coniuge, vittima ormai di frequenti e indomabili incubi. Non ci sono nomi in questo lavoro, né di personaggi né del narratore che, pur parte della famiglia, non vi ha mai potuto assumerne il meritato rilievo. Un espediente per narrare, in maniera ancor più incisiva, una vicenda di certo al limite ma possibile, e forse più diffusa di quanto si possa credere.
L’occhio attento che scruta il nucleo familiare è organico, acuto e onnipresente. L’universo intero si concentra in quest’esame approfondito di ogni istantanea presentata dai ricordi che devono obbligatoriamente sostituire la testimonianza, assente perché non è potuto essere altrimenti. L’unico figlio maschio, oramai adulto e uomo fatto, scruta a fondo ogni immagine impressa in memoria perché lo illumini su ogni dettaglio della situazione, al tempo vissuta solo in un complesso ostile e non nella dovuta visione obiettiva.
L’ Autore si apre anche a un ampio squarcio degli usi e costumi dei tempi narrati (verso i tre quarti del secolo scorso) guardando non a importanti eventi sociali ma a quanto prevaleva nei discorsi, in genere tra parenti stretti o vecchi amici usuali, e rendendo evidenti le sconnessioni avvenute nelle usanze, valutazioni, in uno nel nostro modo di vivere, personale e collettivo… Molto apprezzabile la cura estrema dei particolari sia dell’insieme che fa da sfondo, sia dei moti psicologici individuali in relazione alla situazione vissuta, che rende la narrazione utile per interpretare e comprendere lo stato di profondo scompenso dissociativo tra le parti, inquinante ogni giorno il vissuto familiare. È un microcosmo infetto da cui non v’è via d’uscita se non la morte o la fuga precipitosa in cerca di salvezza esterna… Prova lampante ne sono il fatto che sia la figlia che il narratore voleranno il più presto possibile fuori dal nido che li ha visti venire alla luce… La madre, stabile, ha rarissime interferenze ostili verso il coniuge, e queste mai su propria iniziativa:
“… l'amica la convinse a compiere un gesto di ribellione tale che ai tempi suonò come un atto spropositato, e che si sarebbe rivelato poi superiore alle sue forze. Accompagnò mia madre in macchina sotto la casa dove mio padre si incontrava con la donna con cui in quegli anni aveva una relazione. Usando una retorica sofisticamente patriarcale, lui aveva convinto mia madre ad accettarla anche se difficilmente la si potrebbe considerare accettazione, alla luce di quanto sarebbe poi successo con il doppio argomento di una propria necessità esistenziale (lui "ne aveva bisogno", lui "non si sentiva vivo") e di un'oggettiva tutela, a suo dire, del tempo con mia madre. Non le faceva mancare niente così mi disse una volta, così temo dicesse a lei; con mia sorella evitava il discorso, con ciò intendendo il sesso, la gestione economica, e l'istanza educativa e di controllo su noi figli. E con la promessa compensativa che non avrebbe mai lasciato il nido coniugale.”
È la descrizione di una vita non vita, che si spezzetta nelle mille espressioni di limitazioni che si estendono in ogni campo, persino a quello di una parola pronunziata fuori dai tempi delimitati e ben confinati dei pasti o dell’ozio del pomeriggio, con lei a fare parole crociate e il carnefice, perenne e onnipresente, a leggere qualcosa, in genere un libro di cui non è detto né genere né assimilazione…
“Non ricordo da dove provenissero questi romanzi di supposto second'ordine che entravano in casa, e che poi finivano tutti sul comodino di mia madre. Alcuni erano regali di mio padre stesso, saltavano fuori dalla carta della libreria per il compleanno o per Natale. Mia madre li scartava e ringraziava. A un certo punto cominciò anche a dire "questi sono libri per me", guardandosi in qualche maniera con gli occhi di mio padre. Tenendosi cioè, attraverso l'autoumiliazione, solo la parte del cosiddetto affetto.”
Molto rare le interruzioni di questo tran tran collettivo codificato dal vertice e mai contrastato dagli altri tre membri per una posizione di sudditanza artefatta e poi stratificata negli anni di convivenza e, ancor peggio, della delicata crescita riguardante i figli.
“Il viso che mia madre ebbe nel periodo del suo impiego alla cassa del supermercato è così altro che a fatica si salda al resto dei ricordi. Si stacca nettamente dalla versione di sé che poi lei avrebbe scelto o sarebbe stata in grado di adottare, e intorno alla quale avrebbe poi disposto, uniformandoli, anche il resto dei fatti o dei ricordi stessi. Per questo è difficile da trattenere, e richiede adesso un sovrappiù di immaginazione.”
La madre è prigioniera delle imposizioni maritali e dei presupposti relativi, e l’indagine fattane è davvero minuziosa. Si spinge anche allo scavo nelle famiglie dei genitori quando erano loro i figli. Oggi adulti sì ma, anche loro, risultanza dei rispettivi genitori, della loro modalità di vita, delle manifestazioni e dell’indirizzo dato alla convivenza negli anni giovanili, che non ha potuto non lasciare una pesante impronta sullo sviluppo mentale a venire. Nel nostro caso, la madre è stata l'unica dei due a iscriversi all'università, un dettaglio non trascurabile ma ininfluente nel quotidiano familiare. Le rare volte citato viene rivoltato dal padre contro di lei. Un ulteriore insulto: qualcosa che avrebbe potuto essere senza poi realizzarsi, distrutto dalle incapacità e stupidità del soggetto, col risultato di avere oggi una compagna povera e disoccupata ridotta a dilettarsi di cruciverba. In realtà l’insulto andrebbe rivolto contro la propria inettitudine a essere a capo di una famiglia, oltre a non essere mai stato capace di coltivare e far crescere la consorte in modo diverso, con sicuri vantaggi dei quali avrebbe beneficiato l’intero nucleo convivente! Il metodo, a suo tempo, fu il risaputo ancestrale blocco secolare architettato dal compagno di turno per far crollare in pezzi irricomponibili ogni sogno non condiviso della propria compagna di vita, o soltanto di quella del momento. Una doppia gravidanza a seguire in tempi brevi successivi! Una donna con due figli finisce sempre con l’avere ben poco a spartire con il libero essere di fanciulla stregata senza remora alcuna dal proprio futuro prossimo…
E il marito arriva anche a percuoterla, con l’intervento di due poliziotti su chiamata di un vicino per le urla e il fracasso distruttivo degli arredi dentro casa…
“Ricordo però soprattutto il silenzio sulle tempie, una specie di quiete che solo oggi, che sono trascorsi ventisette o ventott'anni, chiamerei disperazione.
Mia madre era rimasta in cucina, si teneva sullo sfondo anche in quella scena. Ma non c'era, per una volta, né timidezza né timore. Non credo le dissi niente, non perché non sapessi cosa dire ma perché tutto era vero a sufficienza senza le parole. Né lei disse niente a me, credo per la stessa ragione.”
Ne esce fuori il ritratto struggente e doloroso di una donna “perduta”, la cui unica ragione di vita è quella di sopravvivere ma solo per poter essere “qualcosa” agli occhi di un marito incapace, infedele, e distruttivo verso tutto quanto non trae origine da se stesso… Il figlio riuscirà a scappare soltanto con la maggiore maturità degli anni e l’aiuto di una meditata indagine psichica ausiliaria che suggerirà i ceppi più potenti da aggredire per spezzare la cella senza sbarre che lo trattiene e, liberandosi, fuggire per guadagnare la libertà del dominio personale.
La capacità di Bajani di rivoltare come un guanto la psicologia del “padre” e ancor più quella materna (peraltro per profondità e quantità di base ben diverse) riesce a porne in luce ogni lato, ed è banale pensare che gli aspetti evidenziati siano certo molto maggiori di quanto lo sviluppo psichico del genitore – vero o inventato che sia - abbia saputo conoscere in se stesso…
“Questo, in generale, credo fu uno dei grandi fraintendimenti tra i miei genitori: lui voleva che lei fosse niente per potere, lui, essere qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa. Il che forse più che un fraintendimento fu, in qualche maniera, un patto mai espresso, il loro segreto. Il risultato fu che lei si annullò per davvero, e che lui, con quel niente seduto sul divano, impilò astio, disprezzo e disperazione allo stesso modo in cui settimana dopo settimana si impilavano sul tavolo le parole crociate, che sarebbero poi finite dentro il secchio dell'immondizia.
Eppure mia madre era stata l'unica dei due a iscriversi all'università, il che è un dettaglio che nella nostra storia familiare venne menzionato poche volte, e quelle poche volte le fu rivolto contro da mio padre: ciò che poteva essere e non fu, una donna ridotta ai cruciverba.”
Inevitabile, specie in un giovane maturo, il desiderio di rinascere a vita diversa e, per far questo, l’unica alternativa è abbandonare quanto prima il nucleo infelice e maledetto in cui ha avuto la sventura di nascere, come appunto succede. L’ ”anniversario” da celebrare al meglio sono i dieci anni di ininterrotta assenza dai rugginosi rottami familiari, edificati con caparbietà quotidiana da un uomo che avrebbe meritato dalla vita ben peggio di quanto caduto addosso senza merito alcuno… e poi distrutto per la propria infinita ottusità…
Andrea BAJANI: L’ANNIVERSARIO
Feltrinelli, 2025 - p. 128 - € 16,00

