Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
Saranno famosi
Alcuni giovani lettori, frequentatori abituali dei Social, come si sono definiti, ci hanno scritto e lo immaginavamo in partenza, puntualizzando alcuni elementi che, a loro avviso, possono valere a dare, così scrivono, una buona impronta alla notorietà, anche attraverso i Social, cosa che, invece, noi non avremmo messo in luce. Rispondiamo loro che lo avevamo dato per scontato e che nel nostro articolo avevamo inteso sottolineare gli aspetti critici e discutibili di certa notorietà, che i Social vorrebbero far emergere. Concludono, poi, sostenendo che il desiderio della notorietà ha sempre covato nel cuore umano.
E su questo siamo tutti d’accordo. Infatti noi, nel nostro articolo, avevamo fatto un breve passaggio con un riferimento alla Fama nel mondo antico... proprio per sottolineare quanto fosse di antica data questo desiderio.
Per tornare soltanto ai nostri tempi, però, senza andare troppo indietro agli antichi Greci e Latini, cari giovani, se ci leggete, certo, anche ai nostri tempi si avvertiva, forse meno evidente, ma si avvertiva, la suggestione della notorietà… Usavamo, allora, una frase, che tornava spesso sulle nostre labbra: Saranno famosi... Era un modo scherzoso, venato di lieve ironia, con cui eravamo soliti indicare quelli, fra noi, più egocentrici, esibizionisti e facinorosi, che miravano a farsi largo fra scazzottate con gli amici e rombi e strombazzate fragorose di motorini. Saranno famosi, ripetevamo, quasi sghignazzando e con tono caricaturale. Non era un complimento, era un modo per sottolineare che, per mostrare la propria superiorità, attraverso atteggiamenti aggressivi, si poteva correre il rischio di diventare tristemente famosi... Come accade oggi.
Il branco
Era una forma inconscia di prevenzione per frenare la violenza che, anche allora, serpeggiava, velata, fra i giovani, fra quelli che, con sgomitate e scazzottate, appunto, aspiravano ad una fama da portare come un peso sulle spalle, pur di emergere nel branco. Sì, nel branco, perché, badate bene, il branco esisteva anche allora, solo che il nostro non era un branco di lupi, assetati di sangue, era un branco di... pecore, agnellini belanti, ben educati, ossequiosi ai divieti e alle imposizioni degli adulti (genitori, nonni e pure zii e qualche cugino più grande…). Non era il branco di oggi che si muove con coltelli e pistole e semina omicidi e morti...
La paghetta
Noi pure eravamo squattrinati, chi più chi meno, come sempre accade, irrequieti o insoddisfatti, ma ci sentivamo, comunque paghi della paghetta (perdonateci, anche questa volta, il gioco di parole). E quasi sempre quella paghetta ci veniva data, non per andare in discoteca, ma per l’autobus che doveva portarci a scuola o all’Università… Non ci crederete, ma già eravamo addestrati all’economia del mercato, quello di allora, che imponeva il risparmio a tutti i costi e ci suggeriva spesso di andare a piedi per veder crescere la paghetta e farla lievitare, perché non si sapeva, poi, cosa poteva riservarci il futuro… Non eravamo santi, no, nemmeno noi, ma forse sapevamo fare buon uso del tempo e del danaro. Probabilmente qualcuno aveva pensato ad insegnarcelo...
Il villaggio globale
Ma lasciamo perdere... Questi nostri pensieri ad alta voce, dovremmo tenerceli per noi, quando ci frullano nella testa e, invece, li rendiamo addirittura pubblici… e potrebbe scatenarsi una valanga di proteste dai Social… Può accadere... Ormai viviamo tutti (ma è vita vera questa?) in quel villaggio globale, che doveva aprirci ad un mondo senza frontiere ed ha finito per chiuderci, ognuno di noi, in un recinto, ristretto ed assurdo, dove ci muoviamo, tronfi ed orgogliosi delle nostre miserie umane, per ammirarci in quello specchio nel quale possiamo vederci come noi vogliamo. E di qui le dispute con quanti, invece, ci vedono in modo diverso, in quel modo che a noi non piace affatto. E di qui, ancora, le guerre con quanti diventano i nostri giudici e carnefici, quelli che possono farci salire sui troni o sulle forche, per osannarci o lapidarci.
Ma specchiarci ci piace ed oggi non sappiamo più farne a meno. Quanto è lontana ed appannata la voce e l’esortazione di quegli psicologi pedanti che raccomandavano, invece, di guardarci dentro, sì, come in uno specchio, ma per cogliere i nostri errori, capirli e cercare di superarli. E correggerci. Era questo il richiamo all’io e non all’ego smisurato di oggi… E se non saranno le nostre qualità a farci emergere, ci penserà la nostra lingua biforcuta o un coltello sempre pronto in tasca a farci valere e mostrare la nostra superiorità.
No, cari ragazzi, se ci leggete, non seguite questa strada demoniaca e non trasformate in un canale di disumanità quello strumento di globalizzazione, che doveva aprirci ad un mondo senza barriere, senza frontiere, che doveva, insomma, farci socializzare ed uscire dalla solitudine.
La globalizzazione della mente
La vera globalizzazione dovrebbe essere quella della mente.
Ce lo insegnava un grande Maestro di Filosofia, il nostro Maestro, Aldo Masullo, e, diversi anni fa, in occasione dell’inaugurazione dell’anno sociale 2005-2006 dell’Associazione lucana “Giustino Fortunato”, ne fece oggetto di una conferenza, intitolata, appunto, La globalizzazione della mente. Una conversazione indimenticabile, che ci lasciò senza respiro e senza parole, per l’intreccio dei temi e dei molteplici collegamenti culturali. Grande Maestro, che ha insegnato sempre a tutti, e non solo a noi, suoi allievi, i valori del dialogo, del confronto e, soprattutto l’amore per la libertà come beni insostituibili del parimonio di una collettività.
Novembre 2025

