Disabilità
Uguali ma diversi
di Gilda Rezzuti
Quando si parla di persone fragili ci si riferisce a tutte quelle categorie, che, per motivi e condizioni diverse, vivono in situazioni di svantaggio. Le cause sono molteplici in quanto possono dipendere da difficoltà di natura fisica, psichica, economica e sociale. La maggior parte di queste persone, molto spesso, è costretta a vivere fuori dai contesti normali di vita. Sono soggetti nascosti, invisibili, in una società protesa sempre di più all’efficienza e che, inevitabilmente, lascia indietro chi non può o non riesce ad essere competitivo e mantenere il giusto passo in questo complesso ingranaggio. Purtroppo, è una triste realtà, che dovremmo avere il coraggio di guardare in tutte le sue sfaccettature e criticità perché, solo partendo da un’analisi attenta del problema, si potrà cercare eventualmente di tracciare, per il futuro, un percorso in grado di rispondere, in maniera adeguata, alle tante esigenze che queste situazioni comportano.
In questa categoria di fasce deboli, ci sono quelli che comunemente vengono chiamati “diversi” o “diversamente abili”. Un tempo queste persone venivano chiamate “handicappati”. In seguito, questo termine è stato cambiato in “disabili”, come del resto tanti altri nomi, come, per esempio, gay, nero, collaboratore domestico, operatore ecologico e così via, poiché i nomi che etichettavano, in passato, queste categorie erano ritenuti espressioni con accezione negativa, quasi dispregiativa. A mio avviso, non è certo un problema di parole ma sicuramente di cultura. Importante, infatti, è considerare che la nostra attenzione non dovrebbe essere concentrata solo nel cambiare le parole. Occorre, invece, fare in modo che cambi davvero una visione della problematica e si dia un senso a tutto nella piena globalità.
Oggi i soggetti, cosiddetti “diversi”, sono, di fatto, i più vulnerabili in una comunità, i più infelici e provati. Sono gli emarginati, ai quali tutta la società civile e moderna, dovrebbe assicurare sostegno ed assistenza particolare, in coerenza con l’art. 38 della Costituzione Italiana, che, in teoria, garantisce ad ogni cittadino inabile e sprovvisto di mezzi necessari per vivere, il diritto al mantenimento e all’assistenza. Bisogna, dunque, chiedersi se tale articolo, sia rispettato con netta coerenza nella pratica quotidiana o se, come accade fin troppo spesso e come recita un antico detto, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare...” Risulta evidente, dunque, che, se non si riuscirà a trovare un mezzo idoneo per navigare in questo mare, seguendo la giusta rotta, difficilmente si approderà sull’altra parte della sponda.
Dicembre 2025

