In treno
di Simona Albano
Mentre scendevo le scale del sottopassaggio della stazione centrale di Napoli, trascinando il mio borsone di tela, un caldo appiccicoso mi faceva sentire la maglietta di cotone incollata sulla schiena. Cercavo il binario del mio intercity, mi sentivo addosso quella stanchezza tipica di chi non aveva dormito, ma i miei sensi erano stranamente all’erta, amplificati dalla caffeina. Mi sistemai gli auricolari, alzando il volume per coprire il brusio della folla, e salii sulla carrozza. L’ aria condizionata all’interno fu piacevole. Il corridoio era stretto, ingombro di valigie e persone che cercavano il proprio posto. Io volevo solo sedere, stendere le gambe e chiudere gli occhi. Trovai il mio scompartimento, era quasi vuoto, ad eccezione di una persona seduta vicino al finestrino, sul lato opposto al mio. Entrai, mormorando un “buongiorno” distratto mentre sistemavo il borsone. Fu in quel momento, quando mi girai per prendere posto, che lo vidi davvero. Era un uomo sulla cinquantina, o poco più, indossava una camicia di lino bianca sbottonata qual tanto da lasciare intravvedere una pelle abbronzata. Mi lasciai cadere sul sedile. L’uomo sollevò appena lo sguardo da un libro che aveva tra le mani, per poi tornare a leggere. I suoi occhi erano scuri, incorniciati da piccole rughe d’espressione che gli davano un’aria di vissuta sicurezza. Mentre mi sfilavo gli auricolari il mio sguardo cadde sulle sue braccia: aveva le maniche della camicia arrotolate fino al gomito, con quella muscolatura che non si ottiene in palestra, ma attraverso un lavoro pesante e faticoso. Il treno, dopo uno scossone metallico e un lungo sibilo, iniziò a muoversi lentamente, lasciando la stazione. Eravamo soli nello scompartimento, l’uomo sospirò, chiudendo il libro, lo depose sul sedile libero accanto a sé e si chinò verso la borsa che aveva ai piedi, estraendone una copia de “La Repubblica”. Il fruscìo della carta riempì il silenzio ovattato dello scompartimento. Per aprire le ampie pagine del quotidiano, dovette accomodarsi meglio, scivolando leggermente in avanti col bacino e allargando le gambe. Indossava dei pantaloni di cotone color sabbia, le sue cosce erano due tronchi solidi: ogni volta che muoveva le gambe, vedevo contrarsi i muscoli che rivelavano, ancora una volta, una tonicità di uomo abituato a lavori faticosi. Mentre guardavo fuori dal finestrino il paesaggio che scorreva veloce tra macchie di verde, capannoni industriali grigi, tralicci dell’alta tensione, il treno si tuffò in una lunga galleria. La pressione dell’aria sembrava premere sui timpani e il vagone fu avvolto dall’oscurità esterna, trasformando istantaneamente il finestrino in uno specchio nero e lucido. E lì, nel riflesso spettrale della carrozza, illuminata solo dai neon asettici del soffitto, mi si gelò il sangue nelle vene. Vidi la figura di quell’uomo riflessa nel vetro, aveva ancora “La Repubblica” spalancata tra le mani, le braccia forti che reggevano il giornale come una barriera tra noi due. A prima vista, sembrava immerso nella lettura, ma non era così, osservai meglio i suoi occhi nel riflesso, non erano abbassati verso le colonne del testo. Erano puntati diritto, in avanti, fissi sulla superficie scura del finestrino. Stava guardando il mio riflesso, esattamente come io stavo guardando il suo. Mi stava spiando tramite il vetro. Quando si accorse che i miei occhi avevano incrociato i suoi nel vetro, non distolse lo sguardo, né abbassò la testa verso il giornale per fingere indifferenza, rimase immobile, sostenendo quel contatto visivo indiretto, mediato dal buio della galleria. Eravamo due sconosciuti che si fissavano negli occhi, attraverso uno specchio improvvisato. Mentre lui fingeva di leggere, io fingevo di guardare il nulla. Senza che mai si spezzasse quel filo invisibile che legava i nostri sguardi nel vetro nero, vidi la sua mano destra muoversi. Lasciò la presa della pagina del quotidiano, che si afflosciò leggermente su un lato. La mano scese lentamente nella tasca del pantalone e lo sconosciuto estrasse una pistola... Rimasi ipnotizzato. Nel riflesso, i suoi occhi si assottigliarono appena, mentre studiava la mia reazione. Mi si seccò la gola, il mio respiro si fece corto, rumoroso, nel silenzio della carrozza, ma il frastuono del treno nel tunnel copriva tutto. L’uomo non stava più leggendo, non fingeva nemmeno più, stava puntando la pistola contro di me. Per un attimo, il mondo rimase sospeso, poi, all’improvviso, la luce tornò. Il treno schizzò fuori dalla galleria e il sole del primo pomeriggio invase lo scompartimento, cancellando il riflesso sul vetro come se non fosse mai esistito. Il finestrino tornò ad essere trasparente, rivelando una campagna assolata e indifferente. Il mio cuore batteva all’impazzata, mi aspettavo che l’uomo riponesse la pistola nella tasca. Mi sbagliavo, aveva ancora la pistola tra le mani sempre puntata verso di me. Rimasi pietrificato, con il respiro bloccato in gola. “Fa caldo qui dentro, non trovi?” disse. La sua voce era profonda, roca, molto bassa. Aprii la bocca per rispondere convinto di poter gestire quella banale domanda con un minimo di dignità. Mi sbagliavo di grosso, la mia gola era arida, la saliva sembrava essersi evaporata nel momento stesso in cui la sua mano aveva preso la pistola. il suono che uscì dalle mie labbra fu patetico: gracido, strozzato, debole, e si spezzò a metà. Sentii il calore divampare sulle guance, violento, inarrestabile, colorandomi il viso di un rosso che doveva essere visibile già dalla carrozza accanto. Mi schiarii la voce cercando disperatamente di recuperare un tono, all’apparenza, tranquillo, ma la mia voce tremava ancora, sottile ed instabile, tradendo la paura che mi attraversava. Quell’uomo sembrava padrone indiscusso di quello spazio ristretto e si stava godendo il mio imbarazzo, la mia paura. “Sei tutto rosso – disse con una calma disarmante – sicuro di sentirti bene? Sembri agitato”. Il mio silenzio fu l’unica risposta che ottenne e, a quanto pareva, gli bastò. Con un movimento lento, si sporse in avanti- Questo semplice gesto dimezzò la distanza tra i nostri corpi e sentii la pistola sulla fronte. L’aria nello scompartimento divenne improvvisamente densa, irrespirabile. Mi fissò e, con voce ferma, disse: “Dammi il tuo portafoglio e l’orologio che porti al polso”. Non riuscii a muovermi, il battito assordante del mio cuore sembrava volermi spaccare le costole. La mia bocca rimase semiaperta. L’uomo non aspettò, infilò la sua mano destra nella tasca del mio pantalone ed estrasse il mio portafoglio, poi, con destrezza, mi strappò l’orologio dal polso. Trattenni il respiro, incapace di muovermi, un brivido violento mi risalì lungo il corpo, ero incapace di staccare gli occhi da quella mano grande e abbronzata che impugnava quella pistola. Proprio quando pensavo che mi avrebbe sferrato un colpo alla testa per tramortirmi e scappare via, una voce sorda mi svegliò da quel brutto sogno. Era il ferroviere che controllava i biglietti.
Febbraio 2026

