di Maria Rosa Lanza
Febbraio. Siamo nel cuore dell’inverno e le classi della primaria sono ancora decimate a causa della terribile ondata influenzale che quest’anno ha colpito soprattutto i più piccoli.
Gli alunni che frequentano in questi giorni sono quasi tutti raffreddati e arrivano già da casa con qualche disturbo, anche alla pancia. Che tenerezza quegli occhietti lucidi…
Dopo qualche giorno qualcuno si assenta e, allo stesso tempo, ritorna qualcun altro che era stato ammalato. Li riconosco già quando sono fuori scuola: tutti imbacuccati come se dovessero scalare chissà quale montagna. Giubbotto lungo quasi al ginocchio, abbottonato fin su, cappellino con le orecchie, sciarpa e guantini.
«Buongiorno e bentornati», dico quando li incontro fuori scuola. Poi suona la campanella e si entra.
Ed è lì che comincia la tragedia.
Qualcuno inizia a piangere, un pianto disperato, pensando ai giorni passati a casa sotto il piumone, alle coccole della nonna di turno, al latte caldo e ai biscotti. Così trascorre quasi un’oretta a consolarli, raccontando storie e coinvolgendoli in attività divertenti.
Ma un bambino, in particolare, attira la mia attenzione perché, a prescindere dall’influenza o dal periodo di assenza più o meno lungo, tutte le mattine piange.
“Non ho salutato la mamma”.
Cerco di mettermi nei suoi panni e penso che per un bambino non aver salutato la propria mamma debba essere davvero angosciante.
Una mattina lo chiamo vicino a me e mostro a tutti i bambini un’immagine. C’è un bambino piccolo con lo zaino sulle spalle. Sta camminando nel fango e davanti a lui c’è un ponte alto, fatto solo di corde e assi di legno che tremano sopra un fiume. Quel bambino deve passare di lì ogni mattina per poter arrivare nella sua classe.
I bambini hanno ascoltato in silenzio. E allora racconto piano:
“Questo bambino della foto fa tanta fatica perché vorrebbe andare a scuola, ma la strada per arrivarci è pericolosa e difficile. Eppure lui ci va lo stesso. La mattina, quando vi sentite un po’ tristi o vi viene da piangere perché non volete venire a scuola, sappiate che va bene così: il vostro dolore è importante. A volte, però, ci sono bambini in luoghi lontani che non hanno una strada comoda come la vostra. Pensare a loro ci aiuta a capire quanto sia prezioso avere una scuola e qualcuno che ci aspetta ogni giorno.”
“Vieni qui”, gli ho detto, facendogli spazio vicino alla cattedra.
Lui si è avvicinato trascinando un po' i piedi, con una faccia stropicciata di chi ha pianto troppo. Gli ho fatto vedere la foto del ponte. Gli ho solo detto che c’è chi fa una fatica matta per arrivare in classe, proprio come lui quella mattina.
I compagni sono rimasti a guardare. Non volava una mosca.
Poi lui ha tirato su col naso, un tiro forte, mi ha guardato un secondo, poi ha guardato la foto e alla fine ha fatto un mezzo sorriso…
“Ma le scarpe non gli si bagnano?” ha chiesto a bassa voce.
Allora ho intuito che il ponte era stato attraversato e lui è tornato ad essere un bambino di otto anni che ha capito che non è l'unico ad avere paura. È andato al suo posto, ha tirato fuori l'astuccio e ha iniziato a cercare la penna.
Semplicemente, eravamo di nuovo a scuola. Insieme.
Marzo 2026

