Sedersi accanto*
di Maria Rosa Lanza
Sono iscritta alla facoltà di Ingegneria e ogni mattina, alle otto in punto, prendo il 618 da via Giustiniano per arrivare a Piazzale Tecchio.
È un rito, più che uno spostamento. Un appuntamento con il tempo, con le persone, con me stessa.
Arrivo sempre di corsa. Non è solo per le lezioni che iniziano alle 8:30, né soltanto per il timore di perdere l’autobus. È perché perdere il 618 significherebbe perdere loro. Quelle presenze silenziose, fondamentali, che ogni mattina, senza saperlo, mi aiutano a iniziare anche le giornate peggiori con un filo di ottimismo. Come se quell’autobus fosse una parentesi sospesa, un luogo dove la città si racconta da sola, senza fretta.
Mi siedo e osservo dall’alto i lavori della pista ciclabile: penso che un giorno la vedrò davvero piena di biciclette e di persone che pedalano leggere o che forse resterà una promessa incompiuta. Mi chiedo se certe cose possano appartenere anche a noi o se siano destinate a restare “roba del Nord”.
Poi il murale di Maradona mi strappa a questi pensieri. Il suo sguardo dipinto sembra dire che Napoli non è mai solo quello che appare, ma anche quello che resiste.
C’è un ragazzo: avrà sedici anni, forse qualcosa in più o in meno. È sempre accompagnato dalla mamma. Li vedo tutte le mattine. Probabilmente vanno in un centro riabilitativo. La mamma gli sistema il giubbotto, gli parla piano. Prima di scendere, il ragazzo manda un bacio al murale, sempre.
Quel bacio gli accende gli occhi come una luce improvvisa.
Sorride e, a modo suo, con una voce che sembra venire da un luogo più puro, dice: “Fozza Napoli”.
Io gli sorrido, alzo il pollice in segno di approvazione.
Lui lo vede, si illumina ancora di più, come se quel gesto gli confermasse che va bene così, che può stare lì, che il suo entusiasmo non disturba nessuno.
Per un attimo restiamo agganciati da lontano, senza bisogno di parole. Un secondo appena, ma sufficiente.
Resto con il sorriso stampato finché lui non abbassa lo sguardo, gli occhi si fanno più seri e ritorna nel suo mondo, un mondo che forse non capisco fino in fondo, ma che rispetto profondamente.
Il momento più divertente arriva sempre alla fermata dell’edicola. Un gruppetto di anziane signore chiede all’autista di fermarsi un attimo, “giusto il tempo di comprare il biglietto”.
Salgono, ringraziano l’autista almeno cinquanta volte, come se ogni grazie fosse una carezza, e poi iniziano a chiacchierare ad alta voce, coinvolgendo mezzo autobus.
L’argomento è sempre lo stesso: cosa si mangia oggi.
Quella che conosco di più è la signora Maria.
La signora Maria va ad aiutare il figlio che fa il fruttivendolo. Ogni mattina gli porta cibi dietetici perché, dice lei, “è fissat’ cu ’a dieta”. Va in palestra, deve mangiare sano. Lei lo racconta con un orgoglio che sa di amore incondizionato, di quelle madri che continuano a prendersi cura dei figli anche quando sono adulti.
Intanto siamo alla Loggetta.
Qui l’autobus si ferma sempre qualche minuto. Non per il traffico, ma per qualche macchina parcheggiata in doppia fila. Qualcuno sbuffa, guarda l’orologio, dice che si sta facendo tardi. Ma la maggior parte quasi giustifica:
“Vabbè, è nu mumento che fa”.
L’autista riparte con una pazienza che ha il sapore dell’abitudine, ma anche della comprensione. Come se sapesse che quel piccolo ritardo fa parte di un equilibrio fragile che tiene insieme tutti.
Al cimitero della Loggetta un anziano fa il segno della croce, in segno di rispetto per le anime del Purgatorio. Subito dopo lo fanno anche altri, quasi a seguire un richiamo silenzioso, forse per fede, forse per scaramanzia, forse solo per sentirsi parte di qualcosa di più grande.
In quel gesto collettivo sento una Napoli che non giudica, che accoglie, che si stringe in un abbraccio.
E poi capisco che sto arrivando. Da lontano, vedo il tempio. Quello che prima si chiamava Stadio San Paolo e che adesso porta il nome di Maradona.
Una mattina sale un anziano signore, dall’aria distinta che prima non avevo mai visto. Con gli occhi dolci ma un po’ tristi, mi dice che deve scendere a Piazzale Tecchio, io con la voce strozzata in gola gli rispondo che anche io devo scendere lì, quindi scenderemo insieme.
Poco dopo, mi sorride, un po’ impacciato, mi dice nuovamente che deve scendere a Piazzale Tecchio, ed io gli ricambio il sorriso. I suoi occhi si fanno lucidi e mi dice piano:
“Sono rimasto solo, all’improvviso…devo fare la spesa, non la so ancora fare. I miei figli abitano lontano. Un conto è quando resta sola una donna, ma un uomo… noi non sappiamo fare niente”.
Mi si stringe il cuore. Sento un nodo in gola, ma gli sorrido e dico:
“Coraggio… diventerà bravo anche lei.
Lui fa un piccolo sorriso, abbassa lo sguardo e, quando arriviamo a destinazione, gli ricordo che dobbiamo scendere, lui mi saluta con un cenno.
Lo vedo allontanarsi piano, con passo incerto.
Non so se diventerà bravo a fare la spesa, ma una cosa è certa che quel momento, minuscolo, mi è rimasto addosso.
Ripenso alle sue parole, al modo in cui le ha dette, come se stesse chiedendo scusa per la sua fragilità.
Penso a quanto debba essere improvviso il silenzio in una casa condivisa per una vita intera.
A quanto possa fare paura una corsia del supermercato quando non c’è più nessuno che ti aspetta a tavola.
Poi scendo, mi volto un attimo. Vedo l’autista, la signora Maria, il posto vuoto del ragazzo con la mamma, sento le voci che ancora riecheggiano.
È un luogo dove nessuno chiede spiegazioni, dove ognuno entra con quello che ha - una stanchezza, una fragilità, un’abitudine, una speranza - e per qualche fermata non deve difendersi da niente. Un luogo dove si aspetta chi è lento, si sorride a chi è diverso, si ascolta, anche senza sapere cosa rispondere.
Mentre mi allontano, penso che, forse, Napoli sia tutta lì.
In quel procedere imperfetto ma condiviso.
In quel restare insieme, anche solo per il tempo di un tragitto.
E, se davvero la città avesse un cuore visibile, credo che batterebbe proprio lì dentro.
Su un autobus qualunque, alle otto del mattino, carico di vite che si sfiorano senza respingersi.
* Questo racconto ha partecipato al contest letterario "Emozioni in viaggio" 2ª Edizione, avente come focus il tema dell'inclusività e organizzato da Anm, Fondazione del Festival in collaborazione con Mondadori.

