Siamo in un piccolo centro francese negli anni 40 del secolo scorso, al termine dell’attività professionale di un anziano psicanalista che conta ossessivamente i giorni - o meglio, onorando la professione! - le ore di seduta (allora: oggi sono sui 45 minuti!). Le stima all’incirca in 800 a dividerlo dal traguardo ora più atteso: la sospirata pensione, e ogni giorno scandisce il conto alla rovescia! Non tante ma, si sa, la coda è sempre la più difficile a smaltirsi. È un uomo solo, senza amici, che ha iniziato la carriera traboccando entusiasmo giovanile e che, man mano, influenzato dalle miserie dei tanti pazienti distesi sul lettino, si è arreso dimenticando di fare la cosa più importante nella vita di ciascuno: una seria analisi di se stesso! Nel suo caso una mancanza a dir poco disastrosa…
Suo diversivo serale è l’ascoltare il suono dal pianoforte del vicino, anche lui solo, che giunge attraverso la parete. Che tipo può essere un individuo che afferma “non parlavo con un bambino dal tempo in cui lo ero anch’io”? Adesso - dopo mezzo secolo di attività in posizione rigorosamente freudiana: sprofondato in una poltrona alle spalle del paziente! - ascolta i monologhi di soggetti che vogliono aprirsi ma neppure capiscono in cerca di cosa. Sono, in genere, vite segnate dalla solitudine, sociale o mentale, e illudono se stessi nella convinzione che chi li ascolta riesca a trovare il bandolo della interna matassa e glielo porga perché in tal modo possano finalmente ritessere l’impianto della propria vita. In realtà l’ascolto del confessore è, nel migliore dei casi, saltuario. Sul libretto degli appunti - dove una volta annotava diligentemente i momenti salienti della “confessione” in corso – oggi si limita (è figlio di un pittore!) a disegnare uccelli vari mentre la mente vaga inquieta anch’essa alla ricerca dell’indefinito. Tra poco scoverà in casa uno di questi libretti di molti anni addietro e rifletterà:
“mi prese un po’ di rimpianto al pensiero di quel me stesso più giovane, intento a meditare su come migliorare nella sua professione. Passai l'indice su quei tratti meticolosamente impressi sulla carta: la scrittura era identica, l'uomo era diventato un altro mentre ero distratto.”
Oggi invece (ah l’esperienza, davvero impossibile da ignorarsi per ciascuno di noi!):
“Anni di allenamento mi avevano insegnato a bofonchiare al momento giusto quasi senza ascoltare; nei giorni fortunati non mi restava dentro una sola parola dopo il congedo.”
Il male di vivere lo ha irrimediabilmente contagiato e attende il prossimo cambiamento messianico che lo trasporti verso lidi diversi senza accorgersi che il futuro, allo stato delle cose, si presenta decisamente più nebuloso del passato. Eppure una sorpresa arriva! Una giovane tedesca, pur sapendo che l’attività cesserà a breve, insiste con la fedele segretaria - madame Surrugue - perché la prenda in carico come paziente. Vista la situazione, lui è ben lontano dal concederlo e anche l’incontro con lei, venuta apposta allo studio, lo mantiene fermo. Poi se la ritrova nella lista degli appuntamenti per grazia della Surrugue. E lei è Agathe! Deve ormai rassegnarsi.
Non si rivela una paziente straordinaria, ha solo perso la voglia di vivere come la maggior parte di chi si rivolge a un analista. Piange spesso e ha violenti attacchi di rabbia ma, intuendo la brevità del tempo, apre velocemente il proprio interno dando una sferzata vivificante alla fiacca attenzione del vecchio. Ha avuto un padre cieco che, nonostante questo, sapeva aggiustare di tutto, persino gli orologi. Un’assurdità! L’impressione emergente è che sia una donna triste, aggravata da un tentato suicidio alle spalle. Del marito – Julian - non parla e non hanno avuto figli. Ma è la paura che lei ha nei confronti di tutto, il terrore di fallire, che funzionerà da grimaldello per la stratificata cassaforte dell’uomo, probabilmente da lui mai prima aperta. E parole del tipo:
“Credo che la vita sia troppo breve e troppo lunga nello stesso tempo. Troppo breve per imparare a vivere. Troppo lunga perché la decadenza si fa solo più visibile ogni giorno che passa.”
e ancora:
“Ma dottore, come può passare l'esistenza ad alleviare il dolore degli altri se non ha consapevolezza del suo?”
fanno decisamente traballare il medico, pur lasciandolo seduto in poltrona. Come che sia, il rifiuto iniziale comincia a trasformarsi in piccola simpatia, a mutarsi poi in tenerezza... e intanto un’ansia immotivata inizia a intaccargli l’interno.
Il libro si inanella intorno alle successive sedute di Agathe. Lo stile è pacato, il contenuto preciso e corposo, atto a ben definire la situazione, e noi diveniamo presenze silenziose e attente quasi fossimo altrettanti analisti nello studio del dottore…
La Bomann (1983) è una scrittrice e poetessa danese (anche campionessa nazionale di ping-pong più volte) ma, ciò che qui più interessa, è anche una psicologa, e la mano dell’arte si sente in questo lavoro in tanti passaggi, non essenziali ma arricchiti certo dalle visioni di chi ben esercita la stessa professione del protagonista nel libro.
Il marito della Surrugue è malato e lei, dopo 35 anni, è costretta ad assentarsi non per poco. La coda tira fuori un pungiglione che peggiora la condizione dell’anziano già sfinito. A parte i pazienti, nel suo esiguo spazio di vita la donna ha rappresentato una figura indispensabile ed essenziale. Una ragione in più per concentrarsi su Agathe? Nei ricoveri ospedalieri lei è passata attraverso elettroshock e terapie intensive ma pare esserne rimasta indenne. Ora alla simpatia va ad affiancarsi una specie di ammirazione: dimostra di essere più forte di lui! Le parole del terapeuta in lei non cadono nel nulla, come accade per tanti altri clienti, eppure rimane disperata. E lui, riflettendoci molto sopra, si adegua in una seduta successiva:
“La disperazione formava una specie di foschia densa tra di noi, mi sembrava quasi di vederla. Mi spostai verso il bordo della poltrona per trattenerla: «Non è vero, non è troppo tardi. Io credo che la vita consista in una lunga serie di scelte che siamo costretti a fare. È solo se rifiutiamo di assumerci questa responsabilità che tutto diventa indifferente.»”
Un giorno la scorge per caso in un caffè: ride insieme con amiche. Si immagina al posto di queste e la propria vita gli mostra un volto diverso, del tutto inatteso. Quando esce la segue fino a casa, con in mano due borse pesanti della spesa pur avendo le ginocchia sofferenti! Le parti sono invertite: chi è il paziente, Agathe o lui?
Il mutamento della prospettiva lo spinge verso il vicino, scoprendo che è sordomuto, suona dunque e bene a orecchio. Ritrova la commozione e, per lui, arriverà a preparare una torta che gli porterà in dono pur fermandosi all’uscio della sua casa.
La Surrugue ritorna per dirgli che il marito sta morendo e lei è distrutta. Tra i coniugi c’è ora un lacerante silenzio e gli chiede una visita a casa. Lui non sa negarla e promette incerto, ma pensa: “Era passato così tanto tempo dall'ultima volta che avevo avuto una conversazione normale con qualcuno che stavo male a pensarci”, e poi: “Si può aiutare uno sconosciuto a morire bene, se non si riesce neppure a vivere la propria vita?”.
L’autoanalisi inizia a diventare onerosa. L’uomo si sente rovesciato come un guanto di fronte ai diversi pensieri, alle diverse visioni, alle diverse valutazioni, e non può che ritrovarsi smarrito. È un coltello che rigira dolorosamente dentro e, dal prima perso tra i pesanti problemi dei pazienti, passa ora a riflettere che deve farsi forza e impugnarne il manico. La visita a Thomas, il marito, spande dentro un benefico effetto ancor prima di cominciare.
Vede in lui il terrore di lasciare la moglie, della morte, e pensa alla sua. Non crede di poterlo aiutare, lui che non ha mai amato nessuno. Ma l’uomo è profondo e le domande che gli pone aiutano: le risposte che gli dà serviranno più a se stesso che al malato terminale. Il colloquio avuto si rivela tanto importante che ritornerà, a distanza di pochi giorni, pur senza riuscire a parlarci ma sarà comunque contento già per le parole scambiate con la Surrugue.
Il libro, pur breve, è molto denso, attuando un potente affondo nell’animo umano. Dello psicanalista innanzitutto, che poco si era indagato nello specchio delle migliaia di pazienti del mezzo secolo precedente, e solo ora, alle soglie dell’abbandono, prima in Agathe e poi nella condizione di Thomas capisce su di sé più di quanto abbia compreso distratto fino ad allora:
“Presto sarebbe tutto finito, e poi? Avevo fatto davvero tutto quanto era in mio potere per aiutarli?”
E l’affondo agisce anche sulla rassegna dei pazienti seguiti nelle tante sedute, permettendo di osservare lungo quante strade sia facile perdersi all’intervenire di situazioni di vita oggettivamente difficili. Agathe e Thomas sono complementari. Due spazi ignoti e diversi vanno a integrarsi nell’esigua dimensione di vita del medico per ampliarla e fargli abbandonare l’involucro, un esoscheletro da mutare per trasferirsi in uno nuovo di zecca di maggiore ampiezza e funzionalità. Una rinascita impensabile e perciò tanto più devastante ma anche salutare perché lo schiude a una diversa prospettiva, a una nuova vita. La metamorfosi si compie e si manifesta in molteplici aspetti. Inizia a diventare più impositivo con i pazienti, esortandoli a provare quello che mai hanno fatto, un cammino pericoloso che prima non si era sentito di fronteggiare. Poi una sera, finite le sedute, muove a piedi verso casa di Agathe. Non c’è, vede solo il marito all’interno e dentro gli monta la rabbia. Cos’è che prova? amore? Non lo sa, forse... È difficile comprendere un sentimento quando è la prima volta che lo si incontra nel corso dei tanti giorni vissuti.
Non sveliamo le sorprese finali solo, una volta che lei avrà vuotato il suo sacco interno con enorme sollievo seguente, il saggio viatico che l’esperto analista le suggerisce per il futuro è quanto mai esplicito e direttivo:
“Significa che deve imparare a guardare se stessa, Agathe.”
traduzione di Maria Valeria D’Avino
Iperborea, 2019 – pp. 160 - € 15,00
Aprile 2026

