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AL TEATRO BELLINI, “RICORDA CON RABBIA”, DI JOHN OSBORNE

 

di Luciano Melchionna

 

 

Va in scena al Teatro Bellini "Ricorda con rabbia", di John Osborne, con Stefania Rocca, Daniele Russo, Marco Mario de Notaris e Sylvia De Fanti; scene di Francesco Ghisu, costumi di Michela Marino, luci di Camilla Piccioni, regia di Luciano Melchionna.

Con "Ricorda con rabbia" sono in scena le vicende personali di quattro giovani (più che adulti ormai, nella mia visione della realtà) smarriti, incapaci di cavalcare il proprio tempo e la propria esistenza, ognuno a proprio modo 'arrabbiato' proprio per questo, più o meno consapevolmente. Precari e refrattari alle briglie del sistema, vivono nel magazzino (soffitta) di un negozio di elettrodomestici, - in uno 'skyline' che paradossalmente evoca l'aborrito consumismo - dove a poco prezzo e a mò di barboni/animali hanno arredato la propria 'tana'. E' la tragedia umana 'privata' che si fa paradigma di un'intera generazione. Un’inquietudine profonda, la frustrazione ed il senso d’impotenza sono temi che ogni spettatore può riconoscere nella propria intolleranza, nel 'silenzio che zittisce' di chi gli vive accanto, o nello sconosciuto che tutti i giorni prende con lui l’autobus e che improvvisamente esplode nella  furia omicida.

E' l’uomo “contro” che non distingue più i confini della sua rabbia, e si scaglia anche contro le campane che con il loro rumore e la loro pesante 'simbologia' inquinano la sua testa, incrinano la sua concentrazione, stimolano l'insofferenza.

A suo tempo la piéce venne definita “manifesto di una generazione”: oggi potremmo dire che ha preannunciato i nostri tempi ed è ancora il manifesto di chi si scontra con una società indifferente, dove ormai tutto e il contrario di tutto hanno la stessa valenza e non si riesce a smentirli. E’ l’ira di chi è stufo dell’arroganza e dell'inconsistenza di finti moralismi, delle convenzioni e delle ipocrisie sociali che non lasciano spazio né consolazione alle persone 'profonde e agguerrite, e quindi sole'. L’uomo contro è ucciso dalla noia, dalla ripetitività per niente stimolante delle cose quotidiane: urla perché gli altri si risveglino dall'indolenza e riscoprano un qualsiasi entusiasmo, qualsiasi interesse o passione con cui combattere 'gli orrori del presente e tutti quelli che verranno'. Jimmy sembra dirci ancora oggi: “Non vi accorgete del dolore che andate seminando? Io ne sono l’emblema, il Cristo crocifisso dall’indifferenza!” E alla fine, violento e malinconico, cerca il contatto, recupera la sua dimensione umana e affettiva, trasforma la rabbia in amore se pur ingabbiato in questo sistema, al riparo dalle trappole esterne che lo assediano comunque.

"E' nato in un'epoca che non è la sua": ma qual è la sua epoca? E’ difficile trovare ancoraggio in una società regolata da norme che non ci rappresentano più. Oggi a quasi sessanta anni dalla prima rappresentazione del 1956 al Royal Court Theatre di Londra, il testo di Osborne è quanto mai attuale. E' la tragedia di una solitudine individuale che si fa collettiva nell'incomunicabilità pressoché totale di generazioni ormai prive di slancio e di riferimenti culturali forti cui aggrapparsi. Il "Guadagno" ormai fagocita e immola a se stesso la creatività, gli stimoli e le potenzialità umane. L'uomo 'contro' non sa più in cosa credere e si attorciglia su se stesso. L’ansia per una società più giusta si riaffaccia violentemente in quest'epoca così sciatta nel sentire, così incapace di empatia, così prossima al collasso.

Cosa è cambiato da quel lontano 1956?

Tanto, sicuramente, ma non la rabbia.

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