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I CENTRI COMMERCIALI

I CENTRI COMMERCIALI - LA STABILIZZAZIONE DEI

PRODOTTI E DELLE CULTURE

 

di Peppe Iannicelli

 

Le ricerche sociologiche e di marketing più recenti eleggono i centri commerciali come nuovi luoghi privilegiati non solo per gli acquisti ma anche per il tempo libero. Secondo queste analisi, nei centri commerciali non si va più soltanto per fare gli acquisti ma anche per trascorrere qualche ora in compagnia dei propri amici gettando uno sguardo alla vetrina luminosa, trangugiando cibo precotto, rimbambendosi della musica imbonitrice che pervade l’aria.

I centri commerciali sono dei non luoghi, senza tempo, senza creatività. Le luci artificiali impediscono di comprendere, quando si è dentro, il trascorrere delle ore. L’aria condizionata rende i mall (così li chiamano gli americani) isoclimatici d’estate e d’inverno,  le scaffalature sono identiche ad Afragola e a Mosca, a Carugate e a Caltanissetta, i percorsi sono obbligati con le merci disposte strategicamente per abbindolare il consumatore.

Una monotonia terrificante e disumana farcita dai sorrisi dei commessi e degli impiegati.

Sono la fortezza, i centri commerciali, della globalizzazione dei prodotti e delle culture.

Sono i recinti dove i consumatori, sempre meno protagonisti consapevoli di un consumo intelligente ed equo, debbono essere convinti a vestire gli stessi vestiti, cibarsi degli stessi cibi, arredare le case con gli stessi arredamenti,  calzare le stesse calzature.

E’ persino ovvio, con queste premesse, che i centri commerciali siano diventati i moderni centri d’aggregazione sociale con un potere d’attrazione inquietante nei riguardi dei giovani, delle famiglie, degli anziani.

Un’attrazione tutta fondata sul possesso, o meglio, sul desiderio di possesso che immola l’essere umano sull’altare della carta di credito, del nuovo catalogo (lo mandano persino a casa), di una qualsiasi cosa inutile senza la quale la nostra vita sembra non aver più senso.

Adesso che mi sono sfogato (sono reduce da un’estenuante maratona familiar-mobiliera in un grande centro commerciale svedese alle porte di Napoli) dichiaro solennemente che ai centri commerciali asettici preferisco i centri storici delle nostre belle città d’arte brulicanti di rumori, colori, profumi, spifferi di vento, raggi di sole, umanità.

Comunque non intendo demonizzare i centri commerciali che pure sono utili ed integrano la complessiva offerta economica di un territorio.

Basta non abusarne e non dare ad essi un valore sociale che non hanno e non possono avere… O forse sì?

Se i centri commerciali sono diventati centri di aggregazione sociale è solo colpa di questi moderni luna park del consumismo?

Che fine hanno fatto i “nostri” oratori, i centri sociali, i circoli ricreativi, le bocciofile, i cineforum, i gruppi parrocchiali?

Nella carenza di proposte gratificanti per un tempo libero creativo ed aggregante a favore dei giovani, delle famiglie, degli anziani, ha finito per farsi largo la prepotenza patinata e consumistica dei centri commerciali.

Chissà se sarà possibile porre rimedio a questa deriva prima che i carrelli ricolmi d’ogni inutile cianfrusaglia ci trascinino fino alla cassa ed al maxi parcheggio?

(Novembre 2014)

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