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UN PICCOLO CANE

 

di Luigi Rezzuti

 

 

Dopo una lunga ed interminabile discussione, la famiglia Rodriguez venne alla conclusione di acquistare un cagnolino ma a condizione che ognuno di loro avesse avuto un compito ben preciso.

Il papà, Mario, doveva interessarsi, prima di andare al lavoro, di portare il cagnolino a passeggio per i suoi bisognini mattutini.

Nella tarda mattinata toccava alla moglie, Adelina, portarlo a fare una passeggiata, poi, nel pomeriggio, ai tre figli, Simona, Rosa e Matteo, mentre l’ultima uscita  nel giardino, tra le 22,30 e le 23, toccava a Mario.

Altra condizione fu quella di non viziarlo con biscottini o merendine che gli potevano solo far male e, cosa ancora più importante, non pensare di avere un giocattolo per il tempo libero ma un cagnolino che andava trattato da tutti e, in particolar modo dai figli, come un altro componente della famiglia.

Le condizioni imposte da Mario ed Adelina furono accettate e fu così che Mario andò presso un negozio che vendeva animali, come uccellini, criceti, pappagallini, pesciolini colorati, e quant’altro. Egli subito notò un piccolo cagnolino, che da poche ore era arrivato in aereo dall’Inghilterra. Era uno York.

Lo scelse tra cinque altri cagnolini perché gli sembrò quello più vispo, furbo e intelligente. Infatti, abbaiando verso gli altri cagnolini si faceva rispettare e mangiava anche ciò che non era destinato a lui.

Lo portò, quindi,  a casa tra la gioia e l’entusiasmo generale. Era talmente piccolo che entrava nel palmo della mano e subito lo strapazzarono per passarselo di mano in mano.

Si sedettero tutti per terra disponendosi a cerchio in modo tale che il cagnolino potesse decidere liberamente da chi andare.

Sembrava un giocattolo a corda, era divertentissimo vederlo correre dall'uno all' altro.

Per la sua piccola statura decisero di chiamarlo “Piccolo”.

Mario scese a comprare una brandina per farlo riposare durante la notte, ma furono notti insonne sia per lui che per tutti. Infatti il cagnolino piangeva sempre e smetteva solo quando vedeva qualcuno di loro.

I primi giorni furono molto duri, dovevano insegnargli a dormire sul suo lettino, durante la notte, e a fare i suoi bisogni durante il giorno, per strada e non in casa.

L’unica cosa che non dovettero insegnargli fu quella di mangiare nella sua scodella.

Piccolo, essendo molto intelligente, subito si adattò. Infatti, quando doveva fare i suoi bisognini, abbaiava ed andava a grattare con le unghie la porta di casa.

Il giorno dopo, Mario lo portò dal veterinario per una visita di controllo e per una serie di vaccinazioni e fu allora che si convinse ancora di più che Piccolo era un cagnolino di carattere, furbo ed intelligente perché fu lo stesso veterinario a confermarlo.

All’inizio sembrava avere un pelo scuro poi, col passare di qualche mese, il pelo diventò biondo argentato. Era bellissimo.

Adelina, insieme alle figlie, si divertiva a parlargli in inglese, sostenendo scherzosamente che, essendo nato  a York, in Inghilterra, non poteva capire la lingua italiana nè tanto meno il napoletano.

Era un divertimento portarlo a passeggio, facevano a gara con chi doveva uscire e, se durante la passeggiata, incontrava un altro cane, iniziava ad abbaiare e dovevano trattenerlo perchè si avventava contro cani anche molto più grossi di lui.

Per alimentazione il veterinario consigliò latte, scatolette a base di pollo, carne, fegato, verdure, insalate e quant’altro, ma a Piccolo piaceva tanto anche mangiare del pane, cosa che fece meravigliare il veterinario perché è molto difficile che un cane mangi un pezzo di pane.

Quando lo portavano dal veterinario Piccolo iniziava a piangere come un bambino, perché capiva che doveva sottoporsi a qualche puntura.

Una sera vennero a cena degli amici. La moglie dell’amico di Mario aveva paura dei cani e dovettero chiudere Piccolo nella cameretta di Matteo ma, poiché abbaiava, ogni tanto gli davano un pezzo di pane per intrattenerlo.

A fine cena, gli amici salutarono ed andarono via e Piccolo finalmente fu liberato da quella forzata prigionia e, tra la meraviglia di tutti, lo videro  con una pancia enorme: gli avevano dato da mangiare quasi uno sfilatino di pane.

Una domenica mattina Mario, insieme con Piccolo, scese per una passeggiata. Al ritorno, nel giardino, gli tolse il guinzaglio in modo da farlo sentire libero e, mentre  gli  lanciava una pallina, che Piccolo doveva andare a riprendere per riportargliela,  passò un gatto e, nel vederlo, Piccolo scattò come un felino e fu per puro caso che non riuscì a prenderlo. Il gatto si salvò facendo un salto su un muretto di cinta.

All’Epifania Mario e Adelina fecero trovare ai figli delle calze piene di cioccolattini e  caramelle, Piccolo, goloso, riuscì a rubarne alcuni per andare furtivamente a mangiarli sotto il divano, ma Adelina se ne accorse e lo picchiò con un giornale. Fu allora che Piccolo dimostrò tutta la sua furbizia: per dispetto corse sul letto, dal lato dove dormiva Adelina, e fece una lunga pipì tra la disperazione di Adelina e le risate di tutti.

Tutte le sere, dopo cena, Mario andava nel salotto a guardare la televisione e Piccolo si rannicchiava ai suoi piedi. Prima di andare a dormire chiamava Piccolo per farlo uscire a fare la pipì, il cagnolino si alzava e andava verso la porta di casa.

Un giorno Mario parlando con un suo vicino di casa parlò dell’intelligenza del suo cagnolino raccontando che tutte le sere lo chiamava per uscire e lui subito si avviava alla porta di casa. Il vicino obiettò che i cani non capiscono le parole ma si abituano al suono della voce. Non essendo d’accordo, Mario lo invitò a venire a casa e quella sera, non parlando in italiano ma in stretto dialetto napoletano, invitò Piccolo ad uscire e Piccolo gli diede una grossa soddisfazione: capì l’ordine ricevuto, si alzò e andò verso la porta, capiva l’italiano ed il napoletano ed abbaiava in inglese ….

Peccato che il tempo, per tutta la famiglia, era tiranno, Adelina era sempre impegnata tra le faccende domestiche, i figli con la scuola e Mario con il lavoro e per questo motivo non ebbero modo di insegnargli qualcosa che avrebbe sicuramente e velocemente appreso.

Un giorno uno dei figli, Matteo, giocando con Piccolo gli insegno che quando gli diceva : “Piccolo fai il morto”  lui doveva stendersi per terra a pancia all’aria e non doveva muoversi se non quando veniva, poi, accarezzato.

Quel piccolo cagnolino visse per dodici anni e, quando morì, Mario non ebbe nessuna vergogna a dire che aveva pianto tantissimo.

Aveva perso un cane ma, cosa più triste, aveva perso un amico.

(Febbraio 2015)

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