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Se incontriamo uno jettatore è colpa dei Romani 

 

di Antonio La Gala

 

Fra i lasciti degli antichi Romani ai Napoletani, ci sono alcune superstizioni.

Prima fra tutte la jettatura.

I Romani infatti credevano all’esistenza di persone capaci di portare sfortuna con lo sguardo, con la parola o solo con il pensiero. Nei primi secoli di Roma, una delle leggi delle Dodici Tavole prevedeva addirittura la pena di morte per i menagrami.

Chi oggi è un po’ in là con gli anni può ricordare che, fino a qualche decennio fa, nei borghi rurali di Napoli, oggi diventati quartieri periferici, e nei paesi dell’hinterland, i contadini perpetuavano l’uso latino di tenere inchiodati alle porte delle proprie case e stalle, civette, gufi, pipistrelli o altri uccelli notturni o rapaci, mummificati, come antidoti al malocchio.

Affonda nelle usanze romane anche il ricorso alle fattucchiere (ne scrivono, fra gli altri, Teocrito, Orazio e Ovidio), ed è ancora oggi in uso il loro antico rituale, come ad esempio gli incantesimi, fatti su figure di cera, immagini sostitutive delle persone da colpire o salvare dalle fatture.

Il Medioevo ed il Rinascimento trasformarono le fattucchiere in streghe, dal nome (striges) con cui i Romani indicavano le civette, animali sospettati di succhiare il sangue dei bambini nelle culle.

Benevento, apportando qualche variante di origine longobarda alle superstizioni romane, diventò la patria delle streghe, sospettate di riunirsi ed accoppiarsi con Belzebù. Le infernali riunioni  avvenivano attorno ad un albero di noce, sito nella proprietà di tale Francisco De Januario, motivo per cui, secondo alcuni, le streghe diventarono, nel vocabolario corrente, “janare”, nome con cui i napoletani indicano anche le donne aggressive.

Talvolta, però, la figura della strega-fattucchiera poteva assumere una valenza positiva, quella di una maga benefica, una “fata”. Tutti conoscono la ricchezza letteraria napoletana a cui ha dato ispirazione questa figura.

Ma, se esistono le fate, perché non tenerne una in casa? Ed ecco che la credenza romana nei Lari, numi tutelari della casa, si trasforma nella credenza della “bella m’briana”, la versione femminile del “monaciello”, altra figura, presa di peso dal mondo latino.

Un folletto lo troviamo nel Satyricon di Petronio (cap. XI), dove uno dei commensali della cena di Trimalcione trova un tesoro grazie ad uno di questi fantasmini, ritenuti dai Romani custodi di tesori nascosti  che facevano scoprire solo a quelli che loro ritenevano meritevoli di averli.

La ragione ci dice che tutto ciò non può essere vero.

Però, di nascosto, possiamo pensare : “Non è vero ma ci credo”.

(Ottobre 2015)

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