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Spigolature

 

di Luciano Scateni

 

Grand Hotel Versailles

 Non solo Grecia in piena crisi finanziaria e Tsipras, suo dimissionario premier costretto dal rigore della “troika” a svendere aeroporti, porti e treni, finiti nella disponibilità della Germania, da sempre anelante a insediarsi nello strategico Mediterraneo, sbocco navale indispensabile per  una grande potenza, che non deve aver abbandonato, neppure dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, l’ambizione di diventare leader indiscussa dell’Europa, riconosciuta antagonista dei potenti del mondo. In “mutande” anche la grandeur francese con le casse allo stremo. Parigi si piega a disconoscere parte di uno dei prestigiosi gioielli di  famiglia e dispone la gara d’appalto per consentire a big del settore di trasformare tre edifici della Reggia di Versailles in albergo cinque stelle.

L’esposizione della bandiera bianca della resa è motivata dalla mancanza di risorse, richieste dalla ristrutturazione degli immobili (duemila ottocento metri quadrati) abitati, nell’epoca d’oro della Francia, da Luigi XVI.

Non serve il supporto dell’immaginario per disegnare i futuri inquilini del Grand Hotel Versaillles: vip miliardari, emiri re del petrolio, neo nababbi russi. 

Per future prenotazioni si potrà scegliere tra il Petit Contrôle, il Pavillondespremières cent marchese il fantastico Grand Contrôle, disegnato dall’architetto Jules Hardouin-Mansart, che fu nelle grazie del re.

Il costo della ristrutturazione è calcolato in undici milioni di euro, cifra che farebbe tremare i polsi a chiunque.

Non al mega operatore AccorHotels che sembra interessato all’acquisto. 

Feroci le polemiche sollevate dal caso e, tra le tante, anche la sferzante dichiarazione di “tutori culturali” della Reggia che denunciano: “Il pericolo è che Versailles diventi una specie di Disneyland”.

 

Via le mani dai gioielli italiani

 Niente di meno e anzi, molto di più, se messa a confronto con Versailles, è quanto propongono le meraviglie della reggia vanvitelliana di Caserta, l’edificio maestoso, ricco di storia e di sale preziose, il parco impreziosito dalle cascate di acqua cristallina, il giardino “inglese”, il teatro di corte: ebbene, come per la reggia francese, che mette in vendita un’ala, destinata ad albergo di lusso, c’è anche chi, dalle nostre parti, immagina di liberare locali della reggia, occupati da vari uffici, per renderli disponibili, venderli al miglior offerente e finanziare la gestione del complesso museale.

Che succede in questa Italia che mette appena la testa fuori dal tunnel della recessione? Ancora paura di fallire? Come si coniuga la nuova attenzione per il nostro patrimonio artistico, manifestata dal ministro Franceschini, con l’esiguità delle risorse indispensabili per valorizzarlo? Fin qui il pubblico ma, con uno sguardo attento alla condizione del complesso di beni italiani, si scopre che perdiamo pezzi pregiati e per tutti vale l’esempio della grande distribuzione alimentare, di colossi dolciari, di pastifici e di molti altri comparti economici, finiti in mani straniere.

Per ultimo, ma forse non ultimo, ecco il passaggio di proprietà di uno storico, importante albergo napoletano che s’affaccia sul mare, l’Excelsior, comprato da un colosso spagnolo del settore.

In mani iberiche era già finito il Majestic. Nella corsa all’accaparramento di gioielli italiani non sono secondi i Paesi petroliferi, gli emirati arabi che, per non farsi mancare niente e grazie a una disponibilità multimiliardaria di dollari, hanno nel mirino degli acquisti anche le nostre più accreditate società sportive, del calcio innanzitutto.

 È  vero, ci siamo lasciati suggestionare dal nuovo della globalizzazione e quanto accade è una delle conseguenze con cui fare i conti, per scongiurare il pericolo che gli scavi di Pompei, malandati per storica incuria, siano venduti a nababbi cinesi.

(Novembre 2015)

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