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UNA PIATTAFORMA AIUTA A SCEGLIERE IL FUTURO   di Annamaria Riccio   Nato dal progetto sociale Parole O_Stili, di sensibilizzazione nella scelta del...
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Non c’è tre senza quattro di Luigi Rezzuti   I quattro scudetti vinti dal Napoli sono stati quelli del 1987 (io c’ero), 1990 (io c’ero), 2023 (io...
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Per non dimenticare   L’intervista ritrovata   di Giovanni Paonessa     Non è mai cortese autocitarsi. Ma spero che abbiate la pazienza di...
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Versa il vino e raccontami del cibo   Roberto Lodovici       di Marisa Lodovici Giuliani Di un libro la prima cosa che ci colpisce è,...
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Miti napoletani di oggi.41

L’IDENTITA’ NAPOLETANA

 

di Sergio Zazzera

 

L’antropologia definisce l’identità come «patrimonio da conservare» e, in tal senso, l’identità di una comunità urbana può essere configurata come «patrimonio metropolitano da conservare». Per poter essere considerato «luogo», poi, l’ambito spazialeche di tale patrimonio costituisce l’oggetto, dovrà poter essere definito come identitario, relazionale, storico; in assenza di tali caratteri, dunque, esso sarà un «nonluogo», secondo la classificazione di Marc Augé (nella foto).

A voler indagare sulla possibile identità napoletana, con la finalità di qualificare Napoli come “luogo” ovvero come “non luogo”, si possono proporre una serie di parametri, cominciando da quelli spaziali; e i primi che vengono in mente sono i più popolari: Centro antico, Quartieri spagnoli, Sanità. Ebbene, in essi l’identità è vistosamente stravolta da insegne, vetrine aggettanti, alluminio anodizzato e ottone satinato, verande costruite perfino su frazioni di sede stradale. La relazionalità, a sua volta, sembra essere limitata, tutt’al più, alla popolazione stabile: chi vi giunge da fuori è guardato, nella migliore delle ipotesi, come un alieno (non vorrei dire un “altro da sé”). La storicità, infine, è andata perdendosi già tra quella stessa popolazione stabile, che nemmeno sa riconoscere il valore di testimonianza a quanto (strade, edifici, monumenti) la circonda, e figurarsi gli estranei all’ambiente – salve, s’intende, le sparute eccezioni, che confermano la regola. Tutte queste considerazioni possono valere, altresì, relativamente al panorama, che giusto il mare e il Vesuvio rendono distinguibile e, peraltro, sarebbe un po’ difficile stravolgere, almeno nel loro aspetto visto a distanza.

Della pizza e della lingua ho avuto già modo di occuparmi (cfr. Il Vomerese, rispettivamente, di luglio 2014 e di gennaio 2016): qualche considerazione credo di dover aggiungere, con riferimento più diretto alla relazionalità (quanti sanno parlare, scrivere e comprendere il napoletano?) e alla storicità (leggi: stravolgimento della lingua da parte di quanti la parlano e la scrivono, pur non possedendone neanche le nozioni più elementari).

Ultimo parametro proponibile è l’homo neapolitanus. Ma lo si può ancora ritenere esistente, nella sua integrità, a fronte dell’immigrazione trainata dagli episodi di “mani sulla città” degli anni 50 e degli anni 70-80 del secolo scorso? e ciò, giusto per fermarsi al fenomeno dei trasferimenti dalla provincia e, tutt’al più, dalla regione.

Dunque, vedere in Napoli un «luogo», riconoscendole un’identità attuale, significa alimentare il relativo mito: la città, infatti, sembra proprio essere diventata un «non luogo».

(Febbraio 2016)

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