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Miti napoletani di oggi.44

Labirinto napoletano

 

di Sergio Zazzera

 

Il mito classico del labirinto è noto a tutti: l’assatanata Pasifae si lascia ingravidare da Giove, facendosi rinchiudere in una vacca di legno – parente prossima del cavallo di Troia –, e partorisce il mostruoso Minotauro, che viene presto rinchiuso nel labirinto, dal quale è impossibile evadere. Sarà l’eroe Teseo ad addentrarvisi, per ucciderlo, non prima d’essersi assicurato la possibilità di ritorno indietro, mediante il filo, che la sorella Arianna gli ha dato e che egli srotola lungo tutto il percorso.

Non v’è dubbio che ogni realtà spaziotemporale abbia il proprio labirinto, ma credo che quello che Eugenio Scalfari ritiene di poter individuare per l’Italia mal si attagli al “caso Napoli”, il che val quanto avere innestato un mito contemporaneo sul mito classico. Scrive, infatti, Scalfari (Quel labirinto che chiamiamo vita, in l’Espresso, 7 aprile 2016, p. 73): «Il potere, nel mito di Teseo, è il labirinto più rappresentativo; forse se il desiderio del potere fosse cancellato dall’animo nostro, saremmo uomini senza più contraddizioni e non più rinserrati nel labirinto».

Ebbene, non ho esperienza diretta del resto d’Italia, ma ritengo, innanzitutto, che il mito del labirinto, a Napoli, sia Napoli stessa, che non riesce a liberarsi (= uscire) di tutte le negatività che vi si sono stratificate nel tempo (e che, peraltro, continuano a stratificarvisi, in maniera inesorabile). Ciò premesso, mi sembra che si debba proprio escludere che nella città tale mito possa identificarsi con il desiderio del potere: l’homo neapolitanus, infatti (e salvo le inevitabili eccezioni), non aspira affatto al potere e, tuttavia, non riesce a liberarsi dalle negatività che lo circondano. Anzi, a ben guardare, è proprio il potere – quello altrui, beninteso – a opprimerlo, in maniera quasi kafkiana.

(Maggio 2016)

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