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Miti napoletani di oggi.61

IL "DIVARIO TRA LE CLASSI SOCIALI"

 

di Sergio Zazzera

 

 

Mai come a Napoli si è fatto registrare in maniera tanto marcata un conflitto tra quelle che si continua a chiamare “classi sociali”. Soprattutto negli ultimi tempi, poi, la sua estensione alle generazioni più giovani è dilagata a macchia d’olio: aggressioni, agguati, risse con ferimenti, costituiscono il pane quotidiano per i cronisti di “cittadina”.

Proprio traendo lo spunto da questi ultimi episodi, ma generalizzando il riferimento, di recente qualcuno ha voluto ricondurre l’origine di tale divario agli avvenimenti del 1799; ed è proprio questo il mito, dal momento che credo che tale origine debba essere retrodatata di un buon secolo e mezzo.


Che Vincenzo Cuoco medesimo avesse colto, all’esito del fallimento della breve stagione repubblicana di Napoli, l’errore di non avere coinvolto nella rivoluzione il popolo, è cosa fin troppo nota. Non dev’essere trascurato, però, il fatto che, già nel 1647 – vale a dire, ai tempi di Masaniello –, la “respublica dei togati”, cui avevano dato vita Giulio Genoino e il suo entourage, aveva strumentalizzato il ceto popolare, attraverso la sua “punta di diamante”, costituita da Tommaso Aniello d’Amalfi, del quale essa si era servita come longa manus, scaricandolo appena le cose si misero in un certo modo.

Mi sembra, dunque, che fin da quel più remoto momento il popolo napoletano (quello vascio) ne abbia avuto ben donde, per assumere certi atteggiamenti; i quali, tuttavia, rimangono in ogni caso assolutamente ingiustificabili.

(Aprile 2018)

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