A Gino
di Maria Rosa Lanza
Ho iniziato circa un anno fa a collaborare con il Vomerese anche se il primo vero passo è nato un po' di tempo prima, durante una delle nostre chiacchierate leggere e spensierate sotto l’ombrellone. Fu lì che, quasi all’improvviso, mi proponesti di scrivere articoli sulla scuola. Ricordo ancora l’emozione di quel momento: mi sentii orgogliosa, quasi sorpresa dalla fiducia che riponevi in me. Dentro di me convivevano entusiasmo e paura, perché continuavo a chiedermi: “Sarò davvero capace di scrivere?” Poi arrivò il primo articolo. E dopo il primo ne arrivarono altri. Ogni volta c’era una tua telefonata ad aspettarmi: piena di complimenti sinceri, incoraggiamenti e consigli preziosi per aiutarmi a migliorare. E tu, con quel tono affettuoso e ironico che ti apparteneva tanto, mi dicevi sempre: “Vedrai… da giornalaia diventerai giornalista.” Forse non ti sei mai reso conto fino in fondo di quanto quelle parole abbiano significato per me. Perché, articolo dopo articolo, hai fatto nascere una sicurezza che prima non avevo. Mi hai insegnato che scrivere non significa soltanto mettere insieme delle parole, ma raccontare emozioni, esperienze e pezzi di vita capaci di arrivare agli altri. Adesso le tue telefonate non arrivano più e il silenzio fa male. Però voglio continuare a scrivere anche per te. Voglio pensare che, da qualche parte, tu stia ancora leggendo i miei articoli con quel sorriso rassicurante e quello sguardo pieno di fiducia. E allora continuerò a farlo: continuerò a raccontare la scuola, le sue storie e le mie emozioni, portando con me la tua voce che ancora oggi riesco a sentire chiara dentro il cuore: “Vai avanti… perché la giornalista che vedevo in te sta finalmente imparando a volare.”
Viaggio nello spazio
di Luigi Rezzuti
Dopo una lunga giornata di lavoro, torno a casa distrutto. Mi spoglio, faccio una doccia e mi preparo qualcosa per cena. Subito dopo mi addormento di colpo e sogno di partecipare ad un viaggio nello spazio. Un viaggio verso pianeti sconosciuti. Emozionante e pieno di suspense. Siamo tutti dei principianti astronauti che affrontano l’ignoto. Una settimana in orbita per fare esperimenti in assenza di gravità. Ai comandi della navetta spaziale ci sono piloti esperti. Noi, invece, siamo in sei e ci hanno riservato un’ala della navetta. Ovviamente prima di partire ci hanno sottoposto alle solite analisi, previste in questi casi. Non conosco nessuno dei partecipanti. Arrivo, come da programma, alla stazione di lancio. Ci fanno indossare una tuta spaziale e un casco. Partono tutti i controlli. Sono curioso e un po' spaventato. Ci fanno accomodare nella sezione “ospiti” della navetta. Mi seggo sul mio sedile e indosso una cintura di sicurezza. Si parte. La fase di decollo è la più delicata, il pilota è in costante contatto radio con la terra e si preoccupa di mille altre cose. In meno di dieci minuti siamo in orbita! Togliamo le tute pressurizzate e iniziamo a socializzare. Siamo seduti in cerchio. Il capo spedizione ci illustra il viaggio: durerà una settimana. Ci propone una serie di attività da svolgere. Poi ci chiede, a turno, di raccontarci un po': oltre al nome e all’età ci chiede la descrizione particolareggiata di cosa ci piacerebbe provare nello spazio. Restiamo sempre seduti in cerchio e di nuovo il capo ci invita a prenderci per mano. Alcune mani si stringono, altre indugiano. La mano della mia vicina, sconosciuta, è appoggiata sulla mia gamba. Lei se ne accorge e, invece di allontanare la mano, la muove lentamente, impercettibilmente e ride divertita nel vedere il mio imbarazzo. La mia mano destra, invece, è tra le mani dell’altra ragazza, seduta vicino a me. Inizia a parlare Alessio, ha 40 anni, fa il fisioterapista. Poi prende la parola Bernardo, ha 38 anni, è qui per puro divertimento, è un medico. Di fianco a Bernardo è seduta Melina, fa la manager in una azienda, ha 35 anni. Tocca a Carlo, è di Bologna e fa l’attore di teatro, ha 50 anni e tanta voglia di provare esperienze nuove. É il mio turno: mi chiamo Luca, ho 50 anni, faccio l’imprenditore. Tocca a Simona, lavora in un circo come contorsionista. É stata scelta per questa missione proprio grazie alle sue abilità. Il capo si avvicina a Simona, è la più giovane del gruppo, l’accarezza, è abbastanza nervosa, ma egli la rassicura. Intanto la navicella spaiale naviga nello spazio, si sposta alla velocità della luce. Le nostre esperienze si basano sulle poche conoscenze acquisite dai libri di astronomia e astrofisica. Il veicolo spaziale si posa sulla Luna, su Marte, sorvola i pianeti del nostro sistema solare, scende su asteroidi e comete, entra fin dentro il sole per scoprire la sua struttura interna. Poi esce dal sistema solare per esplorare stelle e galassie e avvicinarsi al buco nero fino agli estremi confini del Cosmo.
Purtroppo, il mio sogno viene bruscamente interrotto dal suono dell’allarme di un’auto, che probabilmente qualche male intenzionato cercava di rubare. E’ stata un’esperienza straordinaria, ho visto aurore boreali, esplosioni di stelle e tanti altri fenomeni mai visti prima. Tutto questo è stato possibile grazie alla mia fantasia.
Aprile 2026
Falò sulla spiaggia
di Luigi Rezzuti
Era un Ferragosto di tanti anni fa. Organizzammo un falò sulla spiaggia, Ernesto portò la chitarra, Alfonso un giradischi a pile, Roberto della legna da ardere, Chiara e Filippa della carne da cuocere sul fuoco del falò, Ernesto delle birre ghiacciate. Eravamo un gruppo di una ventina di amici e la festa ebbe inizio. Il rumore del mare quella sera sembrava più forte del solito, o forse ero io ad avere il cuore che batteva troppo in fretta. Chiara era lì, era arrivata, l’avevo abbracciata, sì, ma molto in fretta, ero troppo emozionato. Poi mi rifugiai in un angolo, con una birra in mano perchè non sapevo quale atteggiamento prendere. La osservavo senza farmi notare. Chiara non era una che passava inosservata, aveva un meraviglioso sorriso, i capelli sciolti sulle spalle, la pelle dorata dal sole di agosto. E quando si accorse che restavo impacciato, qualcosa nel suo sguardo cambiò. Iniziò a giocare, si avvicinò, mi sfiorò un braccio, mi sussurrò qualcosa all’orecchio facendomi arrossire. Il suo sorriso ogni tanto incrociava i miei occhi, c’era dolcezza in quello sguardo, cercava di farmi uscire dal mio silenzio emozionale. La festa in spiaggia si accese col buio. Tanta musica, la sabbia vibrava sotto i piedi, le luci delle torce disegnavano ombre lunghe sui corpi che ballavano. L’aria sapeva di mare e di brezza marina. Chiara ballava a pochi metri da me, si muoveva lenta, ogni gesto sembrava studiato per farmi impazzire. E funzionava, ma restavo sempre più impacciato. Quando uno dei miei amici le appoggiò le mani sui fianchi per ballare, sentii qualcosa spezzarsi dentro. Non era rabbia, non era gelosia, ma paura. Paura di perderla prima ancora di averla davvero. Non ho pensato, ho agito. Mi sono avvicinato, ho preso la sua mano calda e, senza dire una parola, l’ho portata in riva al mare. Lei è rimasta sorpresa, poi ha lasciato che la guidassi via dalla musica, lontano dalle luci e dagli amici. La sabbia era più fredda lì, umida sotto i piedi, il mare scuro davanti a noi, la luna riflessa sull’acqua creava una strada d’argento. “Adesso ti sei ricordato che esisto?” disse Chiara. Le ho preso il viso tra le mani, il primo bacio è stato lento, profondo, carico di sentimento. Le sue dita nei miei capelli, le mie mani che finalmente l’accarezzavano senza più imbarazzo. L’ho guardata negli occhi, poi, con un gesto che non ammetteva esitazioni, l’ho stretta forte a me. Sentivo il suo sguardo su di me, la mia mano è salita lungo le sue spalle lentamente. É rimasta davanti a me, illuminata dalla luna, bellissima, in modo quasi disarmante. Non abbiamo detto nulla, l’ho presa per mano e l’ho portata in mare fino alle ginocchia. Le onde leggere ci hanno avvolti, il mare era fresco, ma il mio corpo era in fiamme. L’ho appoggiata vicino ad uno scoglio, le onde arrivavano morbide e si ritiravano lente. Avevo le man ai lati del suo corpo sfiorandola appena. Lei mi ha guardato con quel sorriso tra la provocazione e la resa. “Come mai durante la festa non mi degnavi di uno sguardo e ora sei così audace?” Quella frase mi ha attraversato come una scossa. Non c’era fretta, volevo sentire il suo respiro che cambiava ritmo, ogni brivido che le attraversava la pelle. Ogni volta che le mie labbra sfioravano le sue sentivo le sue mani stringermi più forte. Lei non era più la ragazza che cercava di farmi ingelosire, era lì con gli occhi scuri che mi guardavano. L’acqua ci cullava, le onde arrivavano leggere, si infrangevano contro le nostre gambe e si ritiravano lasciando sulla pelle una scia salata e luminosa. Il mio respiro era irregolare, il cuore martellava, ogni contatto era amplificato, ogni sfiorarci diventava elettricità. “Allora?” sussurrò Chiara. Non ho risposto con parole, l’ho guardata intensamente negli occhi, l’ho baciata di nuovo, più profondamente, lasciando che la gelosia, la paura, l’attesa si trasformassero in qualcosa di diverso. In qualcosa di finalmente nostro. Non c’era più la festa, non c’erano più gli amici. Solo io e lei. E il mare, custode del nostro amore.
Marzo 2026
In treno
di Simona Albano
Mentre scendevo le scale del sottopassaggio della stazione centrale di Napoli, trascinando il mio borsone di tela, un caldo appiccicoso mi faceva sentire la maglietta di cotone incollata sulla schiena. Cercavo il binario del mio intercity, mi sentivo addosso quella stanchezza tipica di chi non aveva dormito, ma i miei sensi erano stranamente all’erta, amplificati dalla caffeina. Mi sistemai gli auricolari, alzando il volume per coprire il brusio della folla, e salii sulla carrozza. L’ aria condizionata all’interno fu piacevole. Il corridoio era stretto, ingombro di valigie e persone che cercavano il proprio posto. Io volevo solo sedere, stendere le gambe e chiudere gli occhi. Trovai il mio scompartimento, era quasi vuoto, ad eccezione di una persona seduta vicino al finestrino, sul lato opposto al mio. Entrai, mormorando un “buongiorno” distratto mentre sistemavo il borsone. Fu in quel momento, quando mi girai per prendere posto, che lo vidi davvero. Era un uomo sulla cinquantina, o poco più, indossava una camicia di lino bianca sbottonata qual tanto da lasciare intravvedere una pelle abbronzata. Mi lasciai cadere sul sedile. L’uomo sollevò appena lo sguardo da un libro che aveva tra le mani, per poi tornare a leggere. I suoi occhi erano scuri, incorniciati da piccole rughe d’espressione che gli davano un’aria di vissuta sicurezza. Mentre mi sfilavo gli auricolari il mio sguardo cadde sulle sue braccia: aveva le maniche della camicia arrotolate fino al gomito, con quella muscolatura che non si ottiene in palestra, ma attraverso un lavoro pesante e faticoso. Il treno, dopo uno scossone metallico e un lungo sibilo, iniziò a muoversi lentamente, lasciando la stazione. Eravamo soli nello scompartimento, l’uomo sospirò, chiudendo il libro, lo depose sul sedile libero accanto a sé e si chinò verso la borsa che aveva ai piedi, estraendone una copia de “La Repubblica”. Il fruscìo della carta riempì il silenzio ovattato dello scompartimento. Per aprire le ampie pagine del quotidiano, dovette accomodarsi meglio, scivolando leggermente in avanti col bacino e allargando le gambe. Indossava dei pantaloni di cotone color sabbia, le sue cosce erano due tronchi solidi: ogni volta che muoveva le gambe, vedevo contrarsi i muscoli che rivelavano, ancora una volta, una tonicità di uomo abituato a lavori faticosi. Mentre guardavo fuori dal finestrino il paesaggio che scorreva veloce tra macchie di verde, capannoni industriali grigi, tralicci dell’alta tensione, il treno si tuffò in una lunga galleria. La pressione dell’aria sembrava premere sui timpani e il vagone fu avvolto dall’oscurità esterna, trasformando istantaneamente il finestrino in uno specchio nero e lucido. E lì, nel riflesso spettrale della carrozza, illuminata solo dai neon asettici del soffitto, mi si gelò il sangue nelle vene. Vidi la figura di quell’uomo riflessa nel vetro, aveva ancora “La Repubblica” spalancata tra le mani, le braccia forti che reggevano il giornale come una barriera tra noi due. A prima vista, sembrava immerso nella lettura, ma non era così, osservai meglio i suoi occhi nel riflesso, non erano abbassati verso le colonne del testo. Erano puntati diritto, in avanti, fissi sulla superficie scura del finestrino. Stava guardando il mio riflesso, esattamente come io stavo guardando il suo. Mi stava spiando tramite il vetro. Quando si accorse che i miei occhi avevano incrociato i suoi nel vetro, non distolse lo sguardo, né abbassò la testa verso il giornale per fingere indifferenza, rimase immobile, sostenendo quel contatto visivo indiretto, mediato dal buio della galleria. Eravamo due sconosciuti che si fissavano negli occhi, attraverso uno specchio improvvisato. Mentre lui fingeva di leggere, io fingevo di guardare il nulla. Senza che mai si spezzasse quel filo invisibile che legava i nostri sguardi nel vetro nero, vidi la sua mano destra muoversi. Lasciò la presa della pagina del quotidiano, che si afflosciò leggermente su un lato. La mano scese lentamente nella tasca del pantalone e lo sconosciuto estrasse una pistola... Rimasi ipnotizzato. Nel riflesso, i suoi occhi si assottigliarono appena, mentre studiava la mia reazione. Mi si seccò la gola, il mio respiro si fece corto, rumoroso, nel silenzio della carrozza, ma il frastuono del treno nel tunnel copriva tutto. L’uomo non stava più leggendo, non fingeva nemmeno più, stava puntando la pistola contro di me. Per un attimo, il mondo rimase sospeso, poi, all’improvviso, la luce tornò. Il treno schizzò fuori dalla galleria e il sole del primo pomeriggio invase lo scompartimento, cancellando il riflesso sul vetro come se non fosse mai esistito. Il finestrino tornò ad essere trasparente, rivelando una campagna assolata e indifferente. Il mio cuore batteva all’impazzata, mi aspettavo che l’uomo riponesse la pistola nella tasca. Mi sbagliavo, aveva ancora la pistola tra le mani sempre puntata verso di me. Rimasi pietrificato, con il respiro bloccato in gola. “Fa caldo qui dentro, non trovi?” disse. La sua voce era profonda, roca, molto bassa. Aprii la bocca per rispondere convinto di poter gestire quella banale domanda con un minimo di dignità. Mi sbagliavo di grosso, la mia gola era arida, la saliva sembrava essersi evaporata nel momento stesso in cui la sua mano aveva preso la pistola. il suono che uscì dalle mie labbra fu patetico: gracido, strozzato, debole, e si spezzò a metà. Sentii il calore divampare sulle guance, violento, inarrestabile, colorandomi il viso di un rosso che doveva essere visibile già dalla carrozza accanto. Mi schiarii la voce cercando disperatamente di recuperare un tono, all’apparenza, tranquillo, ma la mia voce tremava ancora, sottile ed instabile, tradendo la paura che mi attraversava. Quell’uomo sembrava padrone indiscusso di quello spazio ristretto e si stava godendo il mio imbarazzo, la mia paura. “Sei tutto rosso – disse con una calma disarmante – sicuro di sentirti bene? Sembri agitato”. Il mio silenzio fu l’unica risposta che ottenne e, a quanto pareva, gli bastò. Con un movimento lento, si sporse in avanti- Questo semplice gesto dimezzò la distanza tra i nostri corpi e sentii la pistola sulla fronte. L’aria nello scompartimento divenne improvvisamente densa, irrespirabile. Mi fissò e, con voce ferma, disse: “Dammi il tuo portafoglio e l’orologio che porti al polso”. Non riuscii a muovermi, il battito assordante del mio cuore sembrava volermi spaccare le costole. La mia bocca rimase semiaperta. L’uomo non aspettò, infilò la sua mano destra nella tasca del mio pantalone ed estrasse il mio portafoglio, poi, con destrezza, mi strappò l’orologio dal polso. Trattenni il respiro, incapace di muovermi, un brivido violento mi risalì lungo il corpo, ero incapace di staccare gli occhi da quella mano grande e abbronzata che impugnava quella pistola. Proprio quando pensavo che mi avrebbe sferrato un colpo alla testa per tramortirmi e scappare via, una voce sorda mi svegliò da quel brutto sogno. Era il ferroviere che controllava i biglietti.
Febbraio 2026
La Befana
di Luigi Rezzuti
Era un po' che sedevo davanti al computer cercando di farmi venire un’idea originale per un racconto, ma al momento la mia mente era completamente vuota. Cominciavo a sentirmi demoralizzato e il desiderio di mollare tutto si faceva sempre più presente. É vero che i racconti sono spesso frutto di fantasia o di vita vissuta, ma niente, non mi veniva nulla nella testa. Ero immerso in questi pensieri quando il trillo del campanello mi riportò alla realtà. Non aspettavo nessuno, eppure il campanello trillò di nuovo e, se volevo sapere chi era, mi toccava schiodarmi dalla sedia e andare alla porta. Quando aprii non potei fare a meno di restare un attimo a bocca aperta. Una ragazza, (ragazza... si fa per dire … poteva avere trenta/trentacinque anni). “In che cosa posso esserle utile?” - chiesi stupidamente - La ragazza, non solo era bella come una dea, ma indossava dei jeans che qualcuno doveva averle cucito direttamente addossi, non si spiegava altrimenti come potessero essere così aderenti. “Salve - disse lei con la sua voce morbida - mi chiamo Stefania”. Aggrottai le sopracciglia e lei sorrise, esibendo una dentatura smagliante. Madre natura si era veramente data da fare per lei! Avrei dovuto chiederle come mai aveva bussato alla mia porta ma ero completamente ammaliato dalla sua presenza, che esercitava un particolare fascino su di me, e dalla luce che il suo viso emanava, per cui non chiesi nulla. “Permette?” - disse lei - indicando l’interno dell’appartamento. “Oh, mi scusi – feci - prego, si accomodi”. Aprii del tutto la porta, facendomi da parte per lasciarla entrare. Mi passò davanti e si diresse verso il soggiorno, che gli indicavo col braccio, lasciandosi dietro un fresco profumo, che mi ritrovai a inspirare profondamente. “Gradisce un drink?” - le chiesi - mentre faceva per sedersi su una poltroncina. “No, la ringrazio”. Si tolse il giubbino che andai ad appendere sull’attaccapanni. “Posso offrirle almeno un caffè?” - dissi - tornando da lei. “Un buon caffè? Molto volentieri!” - rispose lei, con un sorriso che mi fece tremare le vene ai polsi - Mi sembrava di vivere una situazione surreale. Accesi la macchinetta, inserii la capsula e feci appena in tempo a mettere la tazzina, prima che l’aroma del caffè si spandesse dappertutto. E valse a ridarmi un po' della perduta lucidità. Quindi tornai in soggiorno reggendo con mano ferma il vassoietto con le tazzine e la zuccheriera. Mi sedetti sul divano davanti a lei, perdendomi nella contemplazione, mentre zuccherava il caffè. “Fantastico” - esclamò - dopo il primo sorso. Sorrisi, poi chiesi: “Cosa la porta da queste parti?” “Da queste parti? In pratica a casa mia” - rispose Stefania - poi appoggiò sul tavolinetto la tazzina vuota, si lasciò andare contro il sedile della poltrona e: “So che, negli anni scorsi, la Befana si è fermata spesso qui da lei” – cominciò. - “Si, è vero - risposi - la Befana si ferma qui, dopo il suo giro: prende un caffè, fa la doccia, insomma si rilassa un po' dopo una notte faticosa. A volte si ferma anche a pranzo” “Il fatto è - disse Stefania - che da quest’anno sarò io la Befana”. “Lei?” - risposi meravigliato. - “Purtroppo la Befana si è infortunata.” “Accidenti” - esclamai con vero rammarico. - “Attualmente - disse lei - sta facendo fisioterapia e avrebbe potuto anche farcela per l’Epifania, ma, dopo tanti anni di servizio, ha deciso di godere del meritato riposo… non quello eterno, ovviamente – ridacchiò - e così sono stata scelta io per fare la Befana ed eccomi qua. Sto cercando di farmi un’idea della situazione”. “Capisco. Quindi quest’anno sarà lei che avrò il piacere di ospitare?” - chiesi, mentre la gola mi si prosciugava progressivamente dalle labbra alla bocca dello stomaco. - “Se non le arreca troppo disturbo…” “Disturbo? Ma no, figuriamoci, anzi” - balbettai - “Dopo avere scorrazzato per il mondo, tutta la notte, sarà un sollievo fermarsi a prendere un caffè a casa sua” - disse Stefania. - “Beh, anche una brioche e poi la Befana apprezzava molto fare un riposino”. “Immagini” - fece lei - con un sorriso sulle labbra. E, alzandosi, aggiunse - “Allora, occorre darci un’occhiata alla camera da letto. Che ne dice?” “Direi proprio di sì!” - risposi emozionato. - Poi mi salutò dicendomi: - “Ci rivediamo, non preoccuparti.” - “Per l’epifania manca ancora qualche mese” - sbuffai. “Passeranno – mormorò Stefania – e vedrai che bel regalo avrà per te la Befana!” Restammo ancora qualche oretta a chiacchierare. Sarei rimasto così per il resto della vita, ma Stefania guardò l’orologio: “Mi dispiace, ma ci sono delle persone che mi aspettano, non sono venuta mica da sola, ho l’elicottero parcheggiato qui vicino”. “Ma io non ho sentito nessun elicottero”. “Opera di magia - disse - sono o non sono la Befana?”. A quel punto, ci salutammo e iniziò la lunga attesa. I giorni, le settimane, i mesi passarono e giunse finalmente il giorno dell’epifania. Da un pezzo mi ero preparato ad accoglierla. Inutile dire la fibrillazione con cui trascorsi la giornata e, soprattutto, la notte. Cercai di dormire un po', ma inutilmente. Finalmente, giunse l’alba e stavo giusto preparando la moka, perché ormai la Befana sarebbe arrivata da un momento all’altro, quando sentii che qualcuno si avvicinava… Corsi alla porta, giusto nel momento in cui lei posava la scopa fuori alla porta. La feci entrare in casa, dove avevo predisposto il necessario per il ristoro e il riposo. Stefania mi ringraziò sorridendo e si accomodò in cucina. “Ho pensato anche a te” - esclamai - porgendole la tazzina fumante del caffè. La bevve con piacere. “Bene - disse - poggiandola su tavolo, poi si slacciò l’abito togliendoselo con fatica e: “Forse è meglio se mi lasci fare una doccia.” Purtroppo, all’improvviso mi svegliai., era stato tutto un bellissimo sogno. Corsi subito a scrivere quanto aveva appena sognato. Finalmente! Il racconto era salvo...
6 gennaio 2026
Tra luci e ombre
di Gilda Rezzuti
No, non potevo restare indifferente, non potevo continuare a camminare fingendo di non aver visto niente.
Girovagavo una mattina allegramente, non nella Napoli dimenticata dei bassifondi, né in quella imputridita delle periferie e dei racconti, ma nella mia bella Napoli dai mille colori, in una delle zone più chic e d’élite, nei luoghi dei colori vivaci, del variopinto arcobaleno luminoso di firme e autori. Ecco, a un certo punto, viene catturata la mia attenzione da una forma indefinita, in un angolo, in un cantuccio: osservo una macchia scura che si muove lentamente, lercia, indistinta, priva di contorni, confusa tra la gente distratta e assente.
Cautamente mi sono avvicinata. Era un’anziana donna, solcata in viso, senza più un sorriso. Sul volto marchiato, visibili erano tutti i segni di una vita affranta, sì, di un triste passato. In maniera convulsa, rovistava in mezzo al tanfo di un cassonetto, svuotava come un automa buste di spazzatura, alla ricerca. forse, chissà, di un po’ di salvezza. Lei non chiedeva elemosina con un cartello in mano. Sul suo volto leggevo che aveva superato anche quello. Non credeva più nel miracolo di un dio, né nella compassione ipocrita della gente. Non sembrava più un essere umano, era forse diventata una bestia impaurita senza più un’identità. Negata gli era stata pure quella. Tristemente presente, in un mondo che, da tali forme di umanità, alla larga se ne sta. Continuavo lungo il mio percorso, ad avanzare in modo incerto, pensando che nella nostra società civile e solidale non è così che dovrebbe funzionare, quando, poi, ad un certo punto, ho sentito una strana forza che mi impediva di proseguire il mio cammino. Io non potevo passare avanti indifferente e continuare, tranquillamente, per la mia strada, pensando agli impegni della giornata. No, non dopo averla incontrata. Non sapendo ancora cosa fare, con passi incerti, ho camminato per un po’, con la testa girata all’indietro. Continuavo ad osservarla, mentre intorno sentivo il frastuono della città e di tanta gente indaffarata, che sempre di corsa spesso non sa neppure dov’è che vada. Dopo essermi allontanata parecchio, non scorgevo più la sua sagoma piegata. A quel punto mi sono fermata. Ho affrontato una lotta di pensieri, ma una voce interiore, più forte delle altre, mi ha guidata. Indietro, a passo deciso, sono tornata e in suo soccorso, senza alcuna esitazione, sono andata.
Dicembre 2025
Weekend a Montecarlo
di Luigi Rezzuti
Potevamo raggiunge Montecarlo facilmente in auto, ma, per un arrivo in grande stile, abbiamo pensato ad uno sbarco via mare, attraccando al porto di Fontvieille, un affascinante porto turistico, situato ai piedi della Rocca del Principato. Volendo strafare al massimo per un weekend a Monaco, potevamo optare anche per un arrivo in elicottero. Alla fine abbiamo deciso di raggiungere Monaco in treno. La visita di Monaco è cominciata con la scoperta dei suoi luoghi emblematici. Prima tappa nel quartiere di Montecarlo, per ammirare la superba Place du Casino e la sua mitica casa da gioco. Abbiamo girato intorno al Casino de Montecarlo per ammirare lo stile Belle Époque, poi siamo scesi verso il porto Hercules. Ci siamo fermati per sognare ad occhi aperti davanti agli yacht ormeggiati al molo e per contemplare, un po' più lontano, le navi da crociera. Durante il nostro weekend a Monaco, non potevamo perdere la visita del Museo oceanografico. Subito dopo siamo andati ad ammirare le mostre d’arte contemporanee del Nouveau Musée national de Monaco. Dopo pranzo siamo andati a visitare il Giardino esotico per ammirare la sua straordinaria collezione di piante esotiche. Nel cuore del parco, il roseto Principessa Grace di Monaco è un’autentica oasi di pace, dove sbocciano tantissime varietà di rose. Un’altra passeggiata e siamo giunti nella piazza del Palazzo del Principe, polo del potere monegasco e residenza della famiglia principesca. Visitare Monaco non avrà lo stesso sapore se non gusterete l’atmosfera magica della sua vita notturna. Il Blue Gin, situato nella curva del Gran Premio di Formula 1 di Monaco, è un luogo notoper le sue feste notturne. In serata, siamo andati a cena nel mitico ristorante della città, adiacente all’Hotel Hermitage, Montecarlo, abbiamo degustato, in tutta tranquillità, insalate, burger e astice. Nel nostro weekend a Monaco abbiamo trovato anche il tempo per andare nel Carré d’Or del Principato, vicino alla Place de Casino, dove si estende la Promenade Montecarlo Shopping. E quinon potevamo fare altro che dedicarci a qualche acquisto. Purtroppo, il nostro weekend è terminato, ma abbiamo vissuto un’esperienza indimenticabile.
Novembre 2025
Vacanza a Ponza
di Luigi Rezzuti
Finalmente erano arrivate le agognate vacanze. Il caldo, quell’estate, era stato particolarmente opprimente, la cappa di calore umido aveva avvolto la città. La nebbia di vapore che si levava dalle acque del mare, al tramonto trasformavano ogni giorno quel sonnolento rito serale in uno sfumare di tinte color pastello. Dal grigio celeste del pomeriggio al rosso pallido degli ultimi raggi del crepuscolo. La città era sembrata diversa quell’anno, dal clima torrido più consono ad una città tropicale che ad una tranquilla metropoli mediterranea. Avevo lavorato tanto, fino agli ultimi giorni di luglio. Mi piaceva il lavoro che facevo. Anche se mi stancava parecchio, mi dava la possibilità di conoscere molte persone. Quell’estate avevo organizzato, con alcuni amici, di andare a Ponza per una settimana. Insieme a questi amici avevamo affittato una bella barca con sei posti letto ed uno skipper. Come si dice se lo skipper è una femmina? Lo skipper o la skipper? Tutti amavano il mare, ma nessuno era in grado di condurre una barca, avevamo quindi noleggiato una gran bella barca con il supporto di un timoniere. A tutti piaceva la vita da barca e non era la prima volta che facevamo la vacanza insieme. Una volta l’anno usavamo fare delle belle crociere nel Mediterraneo, escursioni di 5/6 giorni, fermandoci la sera nei porti. A volte ci spingevamo fino all’isola d’Elba, oppure fino in Sardegna o in Corsica. Questi miei amici erano benestanti, non avevano grandi impegni di lavoro, per cui erano liberi di navigare tutto l’anno. Io, invece, lavoravo molto e cercavo di ritagliarmi qualche piccolo angolo di tranquillità insieme a loro, non appena potevo. La crociera mi rilassava molto, la compagnia degli amici e la bellezza dei mari che attraversavamo, insieme alla lettura di un buon libro, mi rendevano la vacanza molto rilassante. Arrivai ad Anzio, dopo un estenuante viaggio in treno. Il caldo era opprimente. La brezza che arrivava dal mare riusciva soltanto a mitigarlo un pochino. L’appuntamento con i miei amici era stato fissato alle quattro del pomeriggio al molo di partenza del traghetto per Ponza, quando, all’ultimo minuto, mi arrivò una telefonata: il loro aereo era rimasto bloccato da un guasto, la riparazione avrebbe richiesto un po' di tempo e non sarebbero riusciti a raggiungermi in tempo. Che cosa potevo fare tutta la serata da solo a Ponza? E poi mica potevo dormire sulla barca solo con lo (la) skipper. Rimasi un po' indeciso sul da farsi, ma il traghetto stava per partire e io non avevo nessun albergo prenotato ad Anzio. Era la fine di luglio, sicuramente tutte le camere d’albergo sarebbero state occupate, per cui decisi di imbarcarmi. Arrivai al porto di Ponza stravolto dal caldo e dalla fatica, accompagnato da una strana inquietudine per via della situazione che si sarebbe prospettata. Trovai subito la barca e vidi a bordo lo (la) skipper. Era una donna di circa trent’anni, alta, capelli scuri e corti, occhi castani. Il naso era un po' grosso ma in armonia con il resto del viso, che non era affatto male. Le sue mani erano affusolate, ma la loro stretta era forte e sicura. Dimostrava meno anni di quanti ne avesse veramente, ma la sua vera età la scoprii solo dopo, quando diventammo amici… Si chiamava Giovanna, si era laureata in ingegneria nautica o qualcosa del genere e, dopo tanti anni passati in giro per il mondo, aveva deciso di cambiare vita e si era trasferita a Ponza per lavorare come skipper su barche da diporto. Mi sembrava una donna navigata, tanto che la preoccupazione di dover dormire con lei, a bordo sulla barca per una notte, svani senza che nemmeno me ne accorgessi. Mi accolse con un sorriso cordiale che mi aiutò a sciogliermi dall’imbarazzo. Le spiegai che gli amici erano rimasti bloccati e avevano dovuto ritardare la partenza e, quindi, sarebbero arrivati soltanto la mattina seguente, anzi nel pomeriggio. Giovanna rispose che non c’era alcun problema. Aveva preparato la barca per fare una piccola uscita serale, al fine di farmi ammirare Ponza illuminata dalle luci del tramonto. Poi, forse per non mettermi in imbarazzo, mi disse che avrebbe cenato fuori e che sarebbe tornata solo a tarda notte. Lei aveva un bel viso, un sorriso affascinante ed intelligente, aveva un bel corpo, begli occhi e gambe lunghe, io ero un bel ragazzo, facevo un po' di attività fisica per tenermi in forma, quando avevo tempo. Prima di uscire dal porto mi offrì un calice di vino bianco che mi pizzicò il naso facendomi sorridere. Ero contento. E pensai che non c’era nulla di male a godermi la serata in barca senza gli amici. Iniziai a leggere un libro (una raccolta di racconti francesi di fine ‘800). Era una collana di storie ambientate nella Parigi libertina dell’epoca. Giovanna era occupata a governare la barca e a preparare un secondo aperitivo. Ero tranquillo e libero di lanciarle qualche occhiata. La calma e la sicurezza di quella giovane donna mi attiravano. Non era una che parlava tanto, ma faceva ugualmente sentire la sua presenza con il suo portamento e la sua professionalità. Finalmente potevo godere del romanticismo di quella serata estiva, nel cuore del Mediterraneo, che mi liberava da tutte le preoccupazioni che quotidianamente mi assillavano quando ero al lavoro. Appena fuori dal porto, capii perché Ulisse fosse rimasto ammaliato dalla bellezza dell’isola e dalle sapienti arti magiche della Dea Circe. Il sole al tramonto illuminava la bianca scogliera, fra cui aveva nuotato Ulisse, e le case dei pescatori. La brezza lambiva la barca e gonfiava il fiocco e la randa. Giovanna non aveva issato lo spinnaker, sicuramente voleva procedere con calma per lasciarmi godere appieno di quella bellezza. Che spettacolo! - pensai - peccato per i miei amici! Prima che calasse l’oscurità, rientrammo a Ponza. Era ormai buio, uscii a fare quattro passi, trovai un ristorantino e mangiai spaghetti ai frutti di mare e poi, visto che il porto la sera era deserto, decisi di tornare sulla barca. Andai in cuccetta, feci una doccia e ripresi a leggere sorseggiando un calice di vino bianco, fresco di frigo. Chiusi la porta della cuccetta e mi tolsi l’accappatoio. Il caldo e il vino mi fecero presto cadere in uno stato di lieve sonnolenza. Ero disteso sul lettino con la calda luce di una lampada che illuminava il libro. Il calore soffuso della lampada, la mia pelle senza abbronzatura, pallida come la luna, risaltava ancora di più. Finii l’ultimo sorso di vino, il vetro del bicchiere ancora freddo lo misi a contatto con la pelle. Non era freddissimo, ma il fresco del contatto mi diede una piacevole sensazione. Posai il bicchiere e mi alzai per andare a cercare la vaschetta del ghiaccio nel frigorifero. Non mi vestii perché tanto sapevo che Giovanna era fuori e io ero da solo sulla barca. Fortunatamente ne trovai due, le presi e corsi a letto impaziente di passarmele sulla pelle. il vino ed il caldo avevano scatenato in me una strana agitazione... Tornato in cabina dimenticai di chiudere la porta a chiave, anzi, mi resi conto più tardi che l’avevo lasciata socchiusa. Mi distesi sul letto a sognare, non pensavo più a leggere il libro, ma solo alle dolci sensazioni che la fantasia mi lasciava prefigurare. Avevo una sete terribile, andai in cambusa a cercare una bottiglia di acqua dal frigorifero, ma non pensai di rivestirmi, visto che ero solo. Indugiai qualche minuto in cambusa quando mi accorsi che qualcuno era li e mi stava guardando. Mi voltai di scatto e trasalii, Giovanna era in un angolo, un po' in ombra che mi osservava con i suoi grandi occhi scuri. Ci guardammo, ci sorridemmo e la invitai a bere un calice di vino fresco, appena preso dal frigo. Era ormai notte fonda, Giovanna mi raccontò cosa aveva mangiato quella sera. Chiacchierammo per un po', ci raccontammo di noi. Parola dopo parola, i nostri discorsi caddero sulla nostra vita sentimentale e, parola dopo parola, ci ritrovammo a letto... Fu una indimenticabile notte d’estate e ringrazio, ancora oggi, la compagnia aerea per il ritardo della partenza dei miei amici. Nel tardo pomeriggio giunsero i miei compagni, ma non furono loro a farmi godere della indimenticabile vacanza. Ci aveva pensato lo (la) skipper Giovanna.
Una traversata burrascosa
di Luigi Rezzuti
Come tutti gli anni, d’estate, partivamo per Ischia per trascorrere le vacanze nei mesi di luglio ed agosto. Purtroppo, per motivi di lavoro, io non potevo restare con la mia famiglia al mare e quindi facevo il pendolare tra Ischia e Napoli. Un mattino del mese di luglio, verso le sette e trenta, andai al porto e mi imbarcai su un aliscafo. Dal porto vidi, in lontananza, che il mare era abbastanza agitato ma non mi preoccupai più di tanto, pensando che la traversata sarebbe durata soltanto un’oretta. Appena fuori dal porto, il vento ululava come un lupo affamato, le onde si infrangevano contro lo scafo con la forza di un gigante e l’aliscafo danzava sulla cresta di onde che sembravano montagne. Ero in mezzo al mare, la terra solo in lontananza. La pioggia fitta frustava il viso rendendo difficile anche solo respirare. L’odore del mare in tempesta, un misto di salsedine e terrore, mi entrava nelle narici. L’aliscafo, spinto dal vento impetuoso, sembrava impazzito. Ogni ondata era una sfida, un colpo inferto da un nemico invisibile. Il comandante, un uomo di mare, temprato da mille temeste, lottava con tutte le sue forze per mantenere la rotta. Le sue mani forti, stringevano il timone con una determinazione che mi dava coraggio. Ricordo ancora il terrore negli occhi dei passeggeri e il silenzio, rotto solo dal suono assordante del vento e del mare. Ricordo la paura, che mi attanagliava lo stomaco, la sensazione di impotenza di fronte alla grandezza della natura, eppure, in quel caos, c’era anche una strana bellezza, un senso di rispetto per la forza incontenibile del mare. Dopo circa un’ora, ma sembrarono secoli, finalmente il vento cominciò a placarsi, le onde ad abbassarsi. La pioggia cessò, lasciando spazio a un cielo plumbeo. L’aliscafo, stremato ma vittorioso, continuava il suo viaggio, ora più lento e più sicuro. Quando, finalmente, avvistammo il porto, un’esplosione di gioia scosse i passeggeri. Avevamo superato la tempesta, eravamo vivi. Quella traversata burrascosa fu un’esperienza che non dimenticherò mai, un ricordo indelebile di coraggio, paura e forza inarrestabile della natura.
Luglio 2025
UNA VACANZA SULLA NEVE
di Luigi Rezzuti
Non so se avete visto il film “Fantozzi” quando il ragionier Ugo intraprende un viaggio in automobile con la signorina Silvana e Calboni per raggiungere la tanto agognata settimana bianca, e in cui Fantozzi inizia a blaterare sulle sue competenze sciistiche. Inizia spavaldo, sostenendo di essere stato azzurro di sci e, incalzato dalle richieste della signorina Silvana che non riusciva a sentirlo per via del vento, finisce poi per dire: “Sto dicendo che saranno trenta, trentacinque anni che non vedo un paio di sci!”. Ecco, io e mia moglie siamo proprio ai livelli di Fantozzi e, con la consapevolezza di essere scarsi negli sport invernali, ci accingiamo a partire per la settimana bianca. Il giorno prima della partenza per me è sempre un incubo. Mia moglie che infila in valigia tutto l’armadio, tra cui vestiti e scarpe, e io che, di nascosto, svuoto il suo bagaglio. Si tratta di una settimana bianca e non di una settimana mondana a New York.
1° Giorno – Partiamo al mattino da Napoli e raggiungiamo il nostro villaggio in montagna sulla neve: caratteristico, ordinato, pulito e con le tipiche casette in legno, proprio come piace a noi. Di neve ce n’è tantissima e le strade sono pulitissime. Entriamo nella reception del villaggio e una ragazza ci consegna le chiavi della nostra casetta, un nuovissimo chalet, tutto in legno. Un meraviglioso appartamentino dotato di tutti i confort: una cucina, un salottino, un bagno, una camera da letto, un terrazzo e un giardinetto in cui è posta una sauna privata. Il profumo del legno che aleggia nello chalet e la neve copiosa che lo circonda ci fa dimenticare di colpo il caos di Napoli, a cui siamo ormai abituati, e veniamo rapiti immediatamente dalla calma del luogo. La posizione del villaggio è strategica, si trova proprio di fronte alla cabinovia, che porta alle piste da sci, e a due passi dalla scuola di sci. Ci riposiamo un pochino e alle 19 usciamo per andare a cena in un ristorante tipico della zona, dove gustiamo una cena a base di carne. Dopo questa ottima cena torniamo al villaggio. Come primo approccio con la neve, non ci possiamo proprio lamentare.
2° Giorno – Ci svegliamo alle sette, facciamo colazione nel nostro chalet e, alle nove, andiamo a piedi alla scuola di sci, dove ci aspetta l’istruttore che, per un paio di ore, ci insegna a mantenerci in piedi sugli sci. Tra scivoloni e risate, arriva l’ora di pranzo. Andiamo a piedi al ristorante dove gustiamo un delizioso piatto di “Spatzie” al formaggio. Alle 14,30 ci viene a prendere la guida, una simpatica ragazza che ci porta a ciaspolare tra i boschi. indossiamo le ciaspole, le moderne racchette da neve e, per un’intera mattinata, godiamo al meglio la natura tra le interessantissime spiegazioni della guida con tanto di pausa per sorseggiare thé, mangiucchiare biscotti, preparati dalla nostra guida.
Alle 12,30 rientriamo nello chalet, ci infiliamo sotto una calda doccia e poi ci prepariamo per andare a pranzo in un ristorante che si trova in pieno centro. Una bella sala, luminosa e spaziosa, un menù con proposte tipiche e qualche rivisitazione in chiave moderna, il sorriso delle cameriere che ci fanno gustare dei ravioli e una bistecca di cervo, con contorno di verdure e patate come piatto principale. Io concludo il pranzo con un tortino al cioccolato, mentre mia moglie rimane a guardarmi, basita. Facciamo rientro nello chalet sazi e felici, mi stendo sul letto per una pennichella, mia moglie, invece, accende il televisore per vedere il telegiornale su Rai 1. Nel pomeriggio usciamo per una passeggiata, poi ci sediamo al bar per bere una bevanda calda e, in serata, prima di fare rientro nella nostra accogliente casetta in legno, andiamo a cena.
3° Giorno – Sveglia alle 7,30, colazione in chalet e alle 9,00 prendiamo la cabinovia per raggiungere la cima della montagna. La giornata è meravigliosa, il cielo è limpido, il sole tiepido e la vista dall’alto è qualcosa di eccezionale. Fittiamo due slittini e ci lanciamo in un paio di discese, fino a quando non inizio ad avere allucinazioni culinarie. Sento una voce “gaudiosa” che mi chiama: “Luigi sono il tuo piatto preferito, vieni a mangiare”. Lasciamo gli slittini ed entriamo nel solito ristorante vicino al villaggio. Vedo subito passarmi davanti agli occhi piattoni di “Spatzie”, wurstel e boccali di birra. Io prendo delle patate con pezzetti di wurstel, mia moglie sceglie dgli hamburger vegetariani, con contorno di patate al forno. Ovviamente calici di birra per me e acqua minerale per mia moglie. Dopo pranzo, prendiamo un po' di sole sulla terrazza panoramica del ristorante, poi andiamo al secondo appuntamento della giornata, un qualcosa di veramente “in”, il tiro con l’arco. Un bizzarro e moderno Robin Hood ci consegna arco e frecce e, prima di farci addestrare nel bosco, ci fornisce qualche indicazione di massima su come impugnare l’arco e come scagliare le frecce. Sin dai primi lanci capisco che mia moglie ha più mira di me. Durante una camminata di qualche ora tra i boschi, l’istruttore ci fa lanciare le frecce contro degli obiettivi finti, nascosti tra gli alberi. Alcune mie frecce finiscono chissà dove, altre colpiscono il bersaglio ma nei punti più disparati. Mia moglie li centra tutti, beata lei! Capisco che non potrò mai fare l’arciere, ma almeno mi sono divertito abbastanza. Alle 17,30 rientriamo nello chalet, facciamo una sauna, e poi, con calma, andiamo a cena. L’ambiente è carino e si mangia molto bene, ottimo, soprattutto, lo stinco di maiale che ho scelto per questa sera. Alle 22,30 siamo di nuovo nello chalet, contenti di queste giornate sulla neve. Mie moglie accende il televisote e si sintonizza su Rai 1.
4° Giorno - Chissà perché in vacanza ci si sveglia molto presto. Questa mattina per la prima volta indossiamo gli sci di fondo, avevamo giù provato questa disciplina e c’era anche piaciuta. Noleggiamo gli sci nel negozio adiacente il villaggio e ci affidiamo al nostro istruttore, che ci spiega la tecnica. Mia moglie si spazientisce subito perché non riesce a sciare ma, non appena ci danno la carabina sportiva per sparare contro i bersagli, lei sfoga tutta la sua frustrazione sciistica e fa centro ovunque. Io me la “cavicchio” ma, dopo circa due ore mi viene un languore di stomaco. Dicono che gli sci di fondo siano uno degli sport più faticosi. Non c’è cosa migliore che riprendere le calorie bruciate, mangiando un buon piatto di pasta al forno, in un ristorante che si trova vicino al campo di allenamento. Dopo pranzo, andiamo a fare una passeggiata piuttosto singolare, non con cavalli e muli, bensì con i lama, sì proprio quegli animaletti simpatici e noti per le loro doti “sputacchiose” che ben si adattano al clima. Facciamo subito conoscenza dei due lama e, dopo qualche carezza, ci mettiamo in cammino percorrendo le rive di un lago ghiacciato, un’esperienza particolarmente rilassante. Alle 16,30 siamo di nuovo nel nostro chalet e ci buttiamo sul letto per riposare, poi beviamo un caffè e, non appena tramonta il sole, viene a prenderci la guida con cui avevamo ciaspolato durante il secondo giorno di questa settimana bianca. Ha delle torce. In mano. Sì, faremo una camminata notturna con la sola illuminazione delle torce, dal nostro chalet fino ad arrivare al Camping. Man mano che lasciamo il centro abitato e le luci del villaggio scompaiono, ci addentriamo nel bosco buio e silenzioso. E’ come fare un salto indietro, a qualche secolo fa, quando non c’era l’illuminazione elettrica e le torce illuminavano le notti dei nostri avi. E’ davvero emozionante, una calma pazzesca, una passeggiata a tratti mistica. Dopo circa 4 minuti, arriviamo al Camping e mangiamo delle ottime grigliate miste di carne, con contorno di verdure. Torniamo allo chalet e ci addormentiamo stanchi, ma felici di quest’ altra bella giornata. Mia moglie, sempre su Rai 1, fino all’una di notte. Non si sarà per caso invaghita del telegiornalista? indagherò!.
5° Giorno – Per la gioia di mia moglie iniziamo la giornata con una lezione di sci di fondo, noleggiamo gli sci e con noi c’è sempre la guida che oggi ci darà una nuova lezione. Io, stranamente me la cavo benino, è davvero strano, perché, in genere, io e lo sport viviamo su due pianeti opposti. Le due ore scorrono velocemente per me e lentamente per mia moglie che sta quasi sempre col sedere a terra. Finita la lezione riconsegniamo gli sci e andiamo a pranzo nel villaggio. Il pomeriggio lo trascorriamo in pieno relax tra sauna e divano e poi, alle 19,30, usciamo per andare a cena, ma non optiamo per una comunissima cena al ristorante, bensì per una cena in un ampio chalet in legno che ha al centro un grosso braciere. Ci portano carne, pesce, verdure e pannocchie da grigliare. L’atmosfera è bellissima, mangiamo in maniera ottima, concludendo con un delizioso strudel. Insomma, la settimana bianca si è conclusa nel migliore dei modi. Domani mattina si torna a casa con un pizzico di nostalgia: torneremo presto da queste parti, d’altronde questa zona è bella sia d’estate che d’inverno. Mia moglie continuerà a guardare il telegiornale si Rai 1, anche a Napoli.
(Gennaio 2025)
GUERRA ALLO SCARRAFONE
dI Luigi Rezzuti
Abito al Vomero, un quartiere “in”, il quartiere dello shopping, che molti raggiungono da tutte le parti della città e della provincia per una passeggiata, per guardare le tante vetrine di negozi alla moda o sedersi sotto un gazebo, al tavolino di un bar, per un aperitivo. Purtroppo, però, questo tanto gettonato quartiere è invaso dalle blatte (scarafaggi volanti) che resistono alle disinfestazioni trovando riparo nelle abitazioni. Anche la nostra casa è frequentata da questi schifosi animaletti ed è “guerra continua” non riusciamo ad individuare la loro tana e, pur spruzzando il “Bajgon” (15 euro), negli angoli delle stanze, nei bagni, sui davanzali delle finestre e sulle soglie dei balconi, il risultato è nullo. Un giorno pensavamo di aver individuato la tana sotto la vasca da bagno. Chiamammo l’idraulico che eliminò la vasca per installare una cabina doccia. Mentre l’idraulico smantellava il bagno lo vidi ballare il tip-tap e, meravigliato, gli chiesi: “Antò, ma che stai facendo, sei impazzito?” Mi rispose; “Dottò sto scamazzanno ‘e scarrafune”(1600 euro). Ci sembrò di aver risolto definitivamente il problema, ma, dopo circa una settimana, verso mezzanotte, mentre mi accingevo ad andare a dormire, vidi una blatta camminare tranquillamente sul pavimento del salone. Mi alzai di corsa dal divano e, nella speranza di ammazzarla, avendo tra le mani il bicchiere d’acqua che di solito metto sul comodino, scivolai e caddi col sedere per terra. Lo “scarrafone”si dileguò ed io rimasi, per circa due mesi, con un forte dolore al coccige (10 laser e 10 massaggi, costo 400 euro). Finalmente per un mese non avemmo nessuna invasione degli “scarrafune”, che non si fecero più vedere, finchè un giorno, purtroppo, fummo di nuovo invasi da questi simpatici… animaletti. Vedendo che il Bajgon non aveva fatto l’effetto desiderato, comprammo un prodotto che ci assicurava la completa eliminazione delle blatte (20 euro). Non riuscimmo né a vincere la guerra né, tanto meno, la battaglia. ‘E scarrafune erano più agguerriti di noi. Alla fine un condomino ci disse che anche lui aveva avuto in casa le blatte ed aveva risolto il problema facendo installare delle zanzariere. Immediatamente facemmo yesoro del suggerimento e provvedemmo anche noi ad installare ad ogni finestra una zanzariera (600 euro) e fortunatamente non trovammo più blatte in casa. Intanto la caldaia del riscaldamento, che abbiamo in un piccolo locale nel giardino, si rompe (1600 euro, la sostituzione). Per controllare i lavori di sostituzione della caldaia dovevamo tenere aperta la zanzariera dell’infisso che dà sul giardino. Risultato: per tre ore con la zanzariera aperta, abbiamo ritrovato di nuovo “‘e scarrafune dint ‘a casa”. Avviliti, ci guardammo, mia moglie ed io, senza parlare. Avevamo perso ancora una volta la battaglia e la guerra cu ‘o scarrafone e avevamo speso anche circa 4.000 euro...
(Novembre 2024)

