Genny Esposito l’americano
di Alfredo Imperatore
Nel 1920, Genny Esposito, era venuto dall’America in Italia con un grosso conto in banca, portava a un dito un vistoso anello con diamante e al gilè era legata una massiccia catenina d’oro, alla quale era assicurato un grosso orologio da tasca, come si usava tanti anni fa.
La nostalgia della terra dei suoi avi, l’aveva riportato in Patria, a godersi in pace e tranquillità, i frutti della sua lunga vita di lavoro e di tanti sacrifici. Aveva deciso di acquistare un vasto fondo dal marchese Trappia per due milioni e seicentomila lire, per assicurarsi una rendita durevole.
Genny Esposito posò sul tavolo del notaio, un voluminoso pacco di banconote; questi lesse l’istrumento e fece firmare l’atto al marchese. Poi disse: <Ora a voi signor Esposito, firmate qui>.
L’italoamericano prese la penna e lentamente segnò sulla carta bollata, un robusto segno di croce.
Al buon notaio scappò detto: <Così, e avete guadagnato tanti milioni? Chissà quanto sareste più ricco se aveste saputo scrivere>. Farei il sagrestano, rispose un po’ beffardo Genny e, mentre il marchese contava lentamente i soldi, incominciò a raccontare in uno stentato italiano, che certamente aveva appreso insieme ad altre lingue, durante il suo girovagare per il mondo, sinteticamente la sua vita.
Sua madre era morta donandogli la vita. Suo padre, poco dopo. era finito col male dei poveri, la tubercolosi; erano entrambi di origine italiana. Perlomeno così gli avevano detto nell’ospizio, prima di affidarlo, a meno di sei anni, a una coppia in cerca di un bambino, senza troppi preliminari, com’era consuetudine dell’epoca.
Fu subito messo in strada dai suoi affidatari a chiedere l’elemosina, poi, appena grandicello, incominciò a fare i lavori più umili, portando sempre a “casa” i miseri guadagni.
Appena poté, abbandonò quelli che erano stati i suoi sfruttatori, di nascosto prese i documenti e fuggì lontano, girovagando in lungo e in largo, facendo qualunque lavoro gli veniva proposto.
A diciotto anni ebbe anche un amore, che fu di breve durata, perché capirono entrambi che il loro futuro sarebbe stato a dir poco misero.
In un Natale rigido e piovoso, essendo stato sfrattato dalla casupola dove soggiornava, perché era rimasto senza soldi, si fermò a riposare sulla soglia di una chiesa, triste, affranto e con i morsi della fame nello stomaco.
Disperato e in lacrime entrò poi in chiesa e si avviò alla sacrestia. Così lo vide un vecchio curato e ne ebbe pietà. <Buon giovane che fai qui e perché piangi?>.
<Sono senza letto, senza lavoro e ho fame>. Il pastore replicò: <Vuoi rimanere con me?>. Il ramingo gli baciò una mano in una manifestazione di calda riconoscenza.
Il sacerdote, dopo averlo rifocillato con un bicchiere di latte e del pane raffermo, gli porse il libriccino per imparare a servire la messa. Vedendo la sua perplessità gli disse: <Giovanotto, non sei forse contento?>. Genny obiettò: <Io purtroppo non so leggere>.
Il prete, sorpreso e imbarazzato, rispose: <Povero figlio, avrei voluto aiutarti, ma così, proprio non posso far niente>. Gli mise in mano degli spiccioli e lo accomiatò.
Genny si allontanò dalla casa di Dio, senza voltarsi, senza neanche ringraziare e s’immerse nel buio della strada. Era quasi spiovuto e girovagò nel freddo come un incosciente, finché si trovò improvvisamente al porto; l’acqua era torbida dai riflessi verdastri.
Farla finita con la vita! Questo il pensiero che gli martellava nel capo, quando un improvviso e assordante fischio di sirena lo scosse; fu questo richiamo alle cose vive la sua salvezza.
Non molto distante un grosso “tre alberi” toglieva le ancore, mentre sulla tolda i marinai addetti alla manovra parevano fantasmi agitati. Improvvisamente, uno sprazzo di luce violenta, illuminò il suo cervello. Vivere lontano, lottare e vincere: queste parole splendettero in lui, più chiare della luce solare.
Corse lungo la banchina, si accostò alla murata della nave, lungo la quale pendeva una gòmena, stesa come un lungo braccio di salvezza e vi si afferrò. Lottò contro lo sballottamento e i sobbalzi del naviglio, contro la paura e la stanchezza dei muscoli; s’inerpicò finalmente a bordo.
Strisciando carponi, lentamente e silenziosamente, riuscì a guadagnare la stiva. Il più era fatto, certamente non l’avrebbero buttato ai pesci.
Il resto lo fece il destino!
(Aprile 2020)
WEEKEND SULLA NEVE
di Luigi Rezzuti
Tutto ebbe inizio con il weekend che Franco e Vanessa avevano deciso di fare in montagna.
Partirono nel primo pomeriggio ed arrivarono prima di cena in albergo.
Dopo essersi sistemati in camera ed aver fatto una doccia per riprendersi un po’, si apprestarono a scendere nella sala ristorante per la cena.
Mentre Vanessa si preparava, Franco la guardò attentamente: era davvero bella.
Arrivati giù, si accomodarono al tavolo ed iniziarono a cenare quando da un altro tavolo si sentirono chiamare. “Vanè … Vanessa!” era Enza, la madre della sua amica del cuore, Marianna, che era lì con il marito Sandro.
Dpo i classici convenevoli “Anche voi qui?”, “Fino a quando vi fermate?”, decisero di sedere tutti allo stesso tavolo.
Durante la cena Franco notò come Enza e Sandro erano una coppia davvero in forma, nonostante non fossero più giovani.
Lui, 55 anni, con un po’ di pancetta, molto elegante, battuta sempre pronta.
Lei, qualche anno in meno e fisico ben curato.
Intorno alla mezzanotte si salutarono e si diedero appuntamento per il giorno seguente, con l’intesa di trascorrerlo insieme.
E infatti la trascorsero sulle piste, fra discese, foto, qualche caduta e molte risate.
Per la sera, in albergo, era stata organizzata una festa dopo cena.
Vanessa per l’occasione si presentò con un vestitino nero, molto elegante, con una scollatura non troppo evidente, tacchi normali e, sulle labbra, un tocco di rossetto color carne.
Arrivati nel salone, Franco notò che anche Enza non ci scherzava: aveva un vestito blu con le bretelline, un po’ più lungo di quello di Vanessa, tacchi normali e anche lei sfoggiava una scollatura, ma non eccessiva.
La cena era appena iniziata e, dopo qualche brindisi di troppo, Sandro li spiazzò tutti dicendo: “Vanè … ti ricordi quando da piccola ti eri innamorata di me?”.
Vanessa arrossì ma non tardò a rispondere “Certo che mi ricordo, mi piaceva il modo come ti vestivi e come parlavi ...”
“Vabbè, eri una bambina” rispose Sandro ed aggiunse, con uno stupido risolino, “Anche se adesso un pensierino lo farei …” mentre in cuor suo Franco pensava “Vedi che bel cretino, questo qui!”
“Sandro”, intervenne allora Enza, fingendo di picchiarlo “Finiscila dai … La metti in imbarazzo!”, aggiunse sorridendo.
La serata continuò sempre con molte battute e tanto vino.
Dopo cena, cominciò la musica e iniziarono a ballare.
Vanessa era abbastanza brilla. Anche i nostri amici non erano da meno ma riuscirono a tenersi in piedi per ballare.
Ad un certo punto, durante un ballo, ci fu uno scambio di dame e Franco si ritrovò Enza fra le braccia
Tra un giro e l’altro notarono che Vanessa e Sandro, oltre che ballare, si scambiavano paroline all’orecchio e dopo poco ridevano.
“Chissà cosa avranno da ridere quei due?” disse Enza … sorridendo.
Franco strinse le spalle come per far capire che non poteva saperlo e sorrise anche lui di un sorriso stentato.
Verso le due di notte la sala era quasi vuota e decisero di ritornare ognuno nella propria camera.
La camera di Sandro ed Enza, all’ultimo piano, era davvero una suite quasi reale, bellissima, grande e sfarzosa.
Il giorno dopo, di buon mattino, i quattro presero la seggiovia che portava su alle piste, per poi ridiscendere sciando.
Ad un certo punto la seggiovia si bloccò a metà percorso. Vanessa iniziò ad avere paura, ma Franco la rassicurava dicendo: “Non aver paura si tratterà di una breve interruzione.” Infatti, non aveva nemmeno finita la frase che la seggiovia riprese il percorso.
Alle 13,30 ritornarono abbastanza stanchi in albergo, raggiunsero le loro camere e, dopo essersi cambiati, scesero nel salone ristorante.
Nel pomeriggio decisero, poi, di andare a fare shopping per le strade del paesino e, verso sera, dopo aver cenato in una taverna tipica, nei dintorni, ritornarono in paese.
La mattina seguente Franco e Vanessa salutarono Enza e Sandro, ringraziandoli per aver trascorso, in loro compagnia, un weekend indimenticabile.
Era stata un’esperienza bellissima. Peccato, però, mai più ripetuta.
(Gennaio 2020)

