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Miti napoletani contemporanei.81 LETTERE AL DIRETTORE   di Sergio Zazzera   Una rubrica di “Lettere al direttore” è presente in ogni quotidiano e/o...
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Per Luigi Rezzuti

 

di Mariacarla Rubinacci

 

 

Amico carissimo, il viaggio che hai intrapreso ti porta verso orizzonti eterni, toccherai e vedrai con l’essenza dell’anima, confini impalpabili, mentre la tua energia è qui, con noi, per continuare ad essere con le nostre spalle curve.

Ho intinto la mia penna nel tuo stesso calamaio (ho cercato umilmente di farlo) e tu hai sempre letto tutto ciò che il mio pensiero sciorinava, mi inculcavi stima per me stessa e io vivevo di illusioni quando vedevo pubblicate le mie riflessioni. “Grazie.”

È stato lusinghiero collaborare con la famiglia de “Il Vomerese”, poi… anni fa… il mio pensiero si è ingessato, è rimasto monco, non ho più voluto sfogliare le pagine della vita mentre tu e Marisa portavate avanti il giornale con professionalità e passione.

Tu hai vestito i tuoi scritti con il tessuto leggero (si fa per dire) dell’ironia, e Marisa ci ha stimolato alla riflessione acculturata, insieme si alleggeriva il peso di una troppa serietà. Con te abbiamo riso di tutto ciò che ci circondava per giocare con i tuoi pensieri.

Sapevi valutare lo spessore delle persone con le quali hai anche condiviso l’amicizia, mi sento nel gruppo e di questo dico, a te e a Marisa, un altro “Grazie“.

Il Vomerese ancora tirerà le sue fila, lo farà per mano dei suoi collaboratori che tu hai accompagnato con la freschezza del tuo pensiero e della tua amicizia.

Ciao, Luigi, leggici ancora qualche volta, magari quando ti troverai a passare di qua mentre starai rincorrendo il fascio di luce di un nuovo orizzonte. Noi sentiremo la tua presenza.

Maggio 2026

Sedersi accanto*

di Maria Rosa Lanza

 

 

 

Sono iscritta alla facoltà di Ingegneria e ogni mattina, alle otto in punto, prendo il 618 da via Giustiniano per arrivare a Piazzale Tecchio.

È un rito, più che uno spostamento. Un appuntamento con il tempo, con le persone, con me stessa.

Arrivo sempre di corsa. Non è solo per le lezioni che iniziano alle 8:30, né soltanto per il timore di perdere l’autobus. È perché perdere il 618 significherebbe perdere loro. Quelle presenze silenziose, fondamentali, che ogni mattina, senza saperlo, mi aiutano a iniziare anche le giornate peggiori con un filo di ottimismo. Come se quell’autobus fosse una parentesi sospesa, un luogo dove la città si racconta da sola, senza fretta.

Mi siedo e osservo dall’alto i lavori della pista ciclabile: penso che un giorno la vedrò davvero piena di biciclette e di persone che pedalano leggere o che forse resterà una promessa incompiuta. Mi chiedo se certe cose possano appartenere anche a noi o se siano destinate a restare “roba del Nord”.

Poi il murale di Maradona mi strappa a questi pensieri. Il suo sguardo dipinto sembra dire che Napoli non è mai solo quello che appare, ma anche quello che resiste.

C’è un ragazzo: avrà sedici anni, forse qualcosa in più o in meno. È sempre accompagnato dalla mamma. Li vedo tutte le mattine. Probabilmente vanno in un centro riabilitativo. La mamma gli sistema il giubbotto, gli parla piano. Prima di scendere, il ragazzo manda un bacio al murale, sempre.

Quel bacio gli accende gli occhi come una luce improvvisa. 

Sorride e, a modo suo, con una voce che sembra venire da un luogo più puro, dice: “Fozza Napoli”.

Io gli sorrido, alzo il pollice in segno di approvazione. 

Lui lo vede, si illumina ancora di più, come se quel gesto gli confermasse che va bene così, che può stare lì, che il suo entusiasmo non disturba nessuno.

Per un attimo restiamo agganciati da lontano, senza bisogno di parole. Un secondo appena, ma sufficiente.

Resto con il sorriso stampato finché lui non abbassa lo sguardo, gli occhi si fanno più seri e ritorna nel suo mondo, un mondo che forse non capisco fino in fondo, ma che rispetto profondamente. 

Il momento più divertente arriva sempre alla fermata dell’edicola. Un gruppetto di anziane signore chiede all’autista di fermarsi un attimo, “giusto il tempo di comprare il biglietto”.

Salgono, ringraziano l’autista almeno cinquanta volte, come se ogni grazie fosse una carezza, e poi iniziano a chiacchierare ad alta voce, coinvolgendo mezzo autobus.

L’argomento è sempre lo stesso: cosa si mangia oggi.

Quella che conosco di più è la signora Maria.

La signora Maria va ad aiutare il figlio che fa il fruttivendolo. Ogni mattina gli porta cibi dietetici perché, dice lei, “è fissat’ cu ’a dieta”. Va in palestra, deve mangiare sano. Lei lo racconta con un orgoglio che sa di amore incondizionato, di quelle madri che continuano a prendersi cura dei figli anche quando sono adulti.

Intanto siamo alla Loggetta.

Qui l’autobus si ferma sempre qualche minuto. Non per il traffico, ma per qualche macchina parcheggiata in doppia fila. Qualcuno sbuffa, guarda l’orologio, dice che si sta facendo tardi. Ma la maggior parte quasi giustifica:

“Vabbè, è nu mumento che fa”.

L’autista riparte con una pazienza che ha il sapore dell’abitudine, ma anche della comprensione. Come se sapesse che quel piccolo ritardo fa parte di un equilibrio fragile che tiene insieme tutti.

Al cimitero della Loggetta un anziano fa il segno della croce, in segno di rispetto per le anime del Purgatorio. Subito dopo lo fanno anche altri, quasi a seguire un richiamo silenzioso, forse per fede, forse per scaramanzia, forse solo per sentirsi parte di qualcosa di più grande.

In quel gesto collettivo sento una Napoli che non giudica, che accoglie, che si stringe in un abbraccio.

E poi capisco che sto arrivando. Da lontano, vedo il tempio. Quello che prima si chiamava Stadio San Paolo e che adesso porta il nome di Maradona.

Una mattina sale un anziano signore, dall’aria distinta che prima non avevo mai visto. Con gli occhi dolci ma un po’ tristi, mi dice che deve scendere a Piazzale Tecchio, io con la voce strozzata in gola gli rispondo che anche io devo scendere lì, quindi scenderemo insieme.

Poco dopo, mi sorride, un po’ impacciato, mi dice nuovamente che deve scendere a Piazzale Tecchio, ed io gli ricambio il sorriso. I suoi occhi si fanno lucidi e mi dice piano:

“Sono rimasto solo, all’improvviso…devo fare la spesa, non la so ancora fare. I miei figli abitano lontano. Un conto è quando resta sola una donna, ma un uomo… noi non sappiamo fare niente”.

Mi si stringe il cuore. Sento un nodo in gola, ma gli sorrido e dico:

“Coraggio… diventerà bravo anche lei.

Lui fa un piccolo sorriso, abbassa lo sguardo e, quando arriviamo a destinazione, gli ricordo che dobbiamo scendere, lui mi saluta con un cenno.

Lo vedo allontanarsi piano, con passo incerto.

Non so se diventerà bravo a fare la spesa, ma una cosa è certa che quel momento, minuscolo, mi è rimasto addosso.

Ripenso alle sue parole, al modo in cui le ha dette, come se stesse chiedendo scusa per la sua fragilità.

Penso a quanto debba essere improvviso il silenzio in una casa condivisa per una vita intera.

A quanto possa fare paura una corsia del supermercato quando non c’è più nessuno che ti aspetta a tavola.

Poi scendo, mi volto un attimo. Vedo l’autista, la signora Maria, il posto vuoto del ragazzo con la mamma, sento le voci che ancora riecheggiano.

È un luogo dove nessuno chiede spiegazioni, dove ognuno entra con quello che ha - una stanchezza, una fragilità, un’abitudine, una speranza - e per qualche fermata non deve difendersi da niente. Un luogo dove si aspetta chi è lento, si sorride a chi è diverso, si ascolta, anche senza sapere cosa rispondere.

Mentre mi allontano, penso che, forse, Napoli sia tutta lì.

In quel procedere imperfetto ma condiviso.

In quel restare insieme, anche solo per il tempo di un tragitto.

E, se davvero la città avesse un cuore visibile, credo che batterebbe proprio lì dentro.

Su un autobus qualunque, alle otto del mattino, carico di vite che si sfiorano senza respingersi.

 

* Questo racconto ha partecipato al contest letterario "Emozioni in viaggio" 2ª Edizione, avente come focus il tema dell'inclusività e organizzato da Anm, Fondazione del Festival in collaborazione con Mondadori.

Perché si chiama così?

 

di Antonio La Gala

 

 

Può capitare di domandarci, magari dopo anni che ci passiamo, perché quella strada si chiama così.

Qui non ci proponiamo di “spiegare” i nomi a cui sono intitolate strade di Napoli, di illustrarne l’origine, il significato, oppure di ricordare “i giorni e le opere” dei vari personaggi.

Esistono opere specifiche, fra cui ricordiamo quella fondamentale di Gino Doria.

Ci proponiamo, invece, di dare qualche informazione di carattere generale sul processo di formazione di alcuni toponimi della città nei tempi meno vicini ai nostri.

Caduto l’Impero Romano e venuta meno la pax romana, Napoli, nella prima parte del Medio Evo, fino alla unificazione del Sud d’Italia, operata dai Normanni dopo il Mille, per difendersi prima dagli attacchi dei barbari, poi da quelli dei nemici durante la guerra fra Goti e Bizantini per il possesso della città (536-553), e infine dagli assalti dei bellicosi vicini (ducato di Benevento, principato di Capua e contea di Aversa), fu portata a rinchiudersi nella sua cinta muraria, che sostanzialmente continuava ad essere ancora quella greco–romana.

La vita all’interno delle mura richiedeva l’esercizio di mestieri artigianali.

É ragionevole pensare che, fin dall’epoca del Ducato, gli esercenti un medesimo mestiere formassero una corporazione e che abitassero, per la maggior parte, in una stessa strada della città, dando così origine alle denominazioni prese in seguito da alcune di quelle strade.

Esempi: Vico degli Azzimatori; Sellaria; vico dei Tintori; strada de’ Giubbonari; Speziaria Vecchia; Via de’Calderari al Pendino; strada de’ Zappari; via de’Candelai; via de’Chiavettieri; vico Scassacocchi; vico ‘mpaglia fiaschetti.

Le corporazioni dei mestieri, le “Arti”, si affidavano ai loro Santi protettori, lasciando tracce nella toponomastica.

Esempi: Santa Rosa dell’Arte della Lana; San Biagio dei Taffettanari; S. Vito dei Bottonari; S. Agata degli Orefici; S. Arcangelo degli Armieri; S. Andrea de’Calzettari; S. Crispino de’ Calzolai; S. Ciriaco dei Macellai; S. Eligio dei Pellettieri.

Anche dopo l’unificazione del Sud in una sola entità statale, sia in epoca angioina che nel successivo periodo aragonese, e poi vicereale spagnolo, Napoli ebbe bisogno di cingersi di mura, a causa delle ricorrenti guerre che gli eserciti stranieri portavano alla città per conquistarla.

Don Pedro de Toledo, nei primi decenni del Cinquecento, nel ridisegnare l’assetto urbanistico della città e allargare le mura, vi tracciò l'’asse stradale portante che da lui prese il nome di Via Toledo, e nelle mura incluse la zona compresa fra questa nuova via e l’altura di San Martino.

Lo sviluppo edilizio del corrispondente fianco della collina vide il sorgere di palazzi nobiliari sul fronte della strada Toledo e una quantità di altre costruzioni (case, chiese, conventi), alle spalle della cortina dei palazzi di detta strada, in salita verso la Certosa.

Fu il momento urbanistico che diede origine ai toponimi di questa nuova parte di Napoli.

Sorvoliamo, perché troppo nota, sulla spiegazione del nome con cui è universalmente conosciuta gran parte di questa zona: “I Quartieri”.

Accenniamo invece ai nuovi toponimi sorti in conseguenza dello sviluppo avviato da Don Pedro. Molti toponimi assecondavano gli eventi della urbanizzazione.

Ad esempio, il sorgere e la crescita d’importanza della Chiesa di Monte Calvario determinò l’estensione della sua denominazione alla zona circostante, diventando la denominazione del quartiere.

Per secoli il luogo fra Toledo e la collina apparteneva ai monaci della Certosa di San Martino ed era costituito da uno scoscendimento dove prosperavano frutteti, giardini, agrumeti. In particolare, vi cresceva abbondante il mirto, che in dialetto veniva chiamato mortella, da cui il toponimo alle Mortelle molto diffuso in quella parte del quartiere.

Alla fine del Cinquecento il Principe di Cariati prese in fitto dai frati della Cerosa tutto lo spazio che va dal convento di Suor Orsola Benincasa sino al Vico della Carità. Il Principe trasformò quel luogo incolto in una lieta coltura di gelso. É immediato stabilire un nesso fra questi eventi e i toponimi che contengono il nome Cariati e la denominazione Vico Lungo Gelso.

Fino a quasi tutto il Settecento a Napoli, quando si cercò di creare una toponomastica “ufficiale”, le strade venivano indicate, sia dai cittadini che dagli uffici pubblici, notai e autorità ecclesiastiche, con i nomi abitualmente usati dalla gente, che spesso chiamavano una stessa strada in modi diversi, con quei nomi che si erano andati sedimentando nei secoli e derivavano dalle ragioni più disparate, come quelle qui sopra illustrate.

L’immagine a corredo di questo articolo mostra la zona della chiesa di S. Lorenzo che ha indicato e indica un quartiere.

Febbraio 2026

La violenza sulle donne

Una riflessione poetica

Bisogno infranto

di Gilda Rezzuti

 

Svelata la vulnerabilità di te,

disarmata creatura.

Imprigionato per lungo tempo

è stato il cuore,

schiavo perso nella morsa fallace

dell’illusoria affezione.

Trappola infernale, eterna bugia.

Manipolata è stata la tua mente,

senza pietà, col fare ingannevole

della menzogna e dell’errore.

Costretta, con il ricatto, la volontà,

calpestata, nell’indifferenza, la libertà,

mortificata la delicata natura,

spezzata la dignità, con estrema ferocia.

Tu narciso, uomo subdolo e fallito,

mostro ambiguo,

camuffato per breve tempo

sotto la maschera della fedeltà,

usando vili minacce,

hai minato fragile anima di donna

con l’abuso e l’orrore,

insinuato la paura e il terrore.

Arresa senza più speranza

all’infinito danno,

nelle perse vie della violenza e dell’inganno,

per sempre sottomessa al fianco suo.

Ora, dolce compagna

mai riconosciuta,

vittima smarrita

di un sentimento maledetto,

hai creduto ingenuamente

in un ideale astratto.

Fantoccio irreale costruito nella mente,

prodotto di desiderio mai appagato.

Immolata sull’altare del finto amore,

nel dì dell’afflizione il sogno è infranto.

Sul patibolo dell’esecuzione,

indifesa e rassegnata,

vai incontro alla tua sorte.

Spietata condanna senza appello!

Ora il tuo corpo è abbandonato

sul tappeto di un asfalto insanguinato

e, con timido sorriso di rimpianto,

sprigioni le tue ultime forze.

Alzando un braccio al cielo,

liberi, finalmente sollevata,

quell’ultimo respiro,

prima dell’addio.

Leggiamo sempre meno

 

di Giuseppe Esposito

 

Stando ad una interessante indagine, negli ultimi venti anni lo spazio dedicato alla lettura sarebbe calato notevolmente. Il dato preoccupa anche perché si tratta di un calo costante e duraturo. In questa valutazione ci sono, poi, aspetti sociali che non vanno sottovalutati. I cali più marcati nell’ assuefazione alla lettura si sono avuti tra le persone con un reddito o un livello di istruzione più basso e tra coloro che vivono in aree rurali, rispetto a quelle metropolitane, evidenziando disparità sempre più profonde nell’accesso e nelle abitudini. Anche se le donne tendono a leggere di più, rispetto ai maschi, c’è ancora molto da fare. Secondo quanto riporta la ricerca, che ha solamente scattato un’istantanea sul fenomeno lettura, senza indagarne le cause, diversi potrebbero essere gli elementi che entrano in gioco in questa tendenza. Sicuramente impattano i media digitali, nella loro costante ed estrema diffusione. Secondo gli esperti, infatti, conta molto il fatto di essere sempre collegati, con difficoltà a ritagliarsi spazi per se stessi, oltre ad un accesso non propriamente diffuso ad ambiti di conoscenza e di scambio sociale. Da queste osservazioni nasce la necessità di studiare interventi in grado di rallentare, se non invertire, la tendenza che porta a leggere sempre meno. Leggere con i bambini è una delle strade più promettenti e non solo per favorire il linguaggio e l’alfabetizzazione, ma anche per rinforzare il benessere emotivo e l’empatia. Papà, mamma e nonni che leggono regolarmente un libro ad un bambino in età prescolare favoriscono la formazione del cosiddetto “pensiero narrativo”. Cosa significa? Stiamo vivendo in un mondo in cui, fin da piccoli, si sviluppa il pensiero logico e razionale che nasce dall’osservazionedi elementi concreti, mentre rischiamo di perdere la dimensione fantastica. Leggendo storie di fantasia ad un bambino si favorisce la sua creatività e lo si aiuta nel percorso scolastico, perché proprio il pensiero narrativo rende più agevole il processo di lettura. In genere i genitori hanno più tempo la sera. E se è vero che il bambino può essere meno attento nel momento in cui deve andare a letto, è altrettanto innegabile che un bel racconto aiuta il piccolo ad addormentarsi con un pensiero positivo. Questo, ovviamente, non significa che la lettura come strumento di sviluppo psicologico e di formazione vada riservata esclusivamente alle ore serali. Al contrario, ogni momento è buono, perchè ognuno, bambino, giovane o adulto, prenda in mano un libro.

 

Tra sogno e realtà

Capacità o volontà?

 

di Gilda Rezzuti

 

Sulla natura umana ingiusta, ipocrita e contraddittoria, si potrebbero scrivere fiumi di parole. Spesso si predica in un modo e si agisce esattamente nel modo opposto. Ormai siamo come iceberg alla deriva, senza una visione chiara né una direzione precisa. Navighiamo in mari tempestosi, che contribuiamo, spesso con le nostre scelte, ad agitare, invece di calmarli. Questo, naturalmente, è un modo traslato per descrivere la realtà che caratterizza sempre di più l’umanità. Oggi, soprattutto i potenti, a capo dei cosiddetti paesi sviluppati, dovrebbero mostrare una maggiore coerenza tra quello che affermano e quello che di fatto operano. Purtroppo, però, malgrado i tanti buoni propositi e gli incontri diplomatici tra chi ha la facoltà di decidere le sorti dell’umanità, nulla risulta essere valido ed esaustivo, soprattutto in questo universo. Infatti, anche a livello di politica mondiale, non combaciano quasi mai gli intenti, con le azioni, eppure sono questi gli uomini di responsabilità, nelle cui mani si racchiudono i destini di altri, la cui sola colpa involontaria è rappresentata dal fatto di essere nati nella parte sbagliata del mondo. Sono tanti, interi popoli della terra, quelli che vivono o per meglio dire sopravvivono in territori svantaggiati e depressi. In questa nostra epoca, che presume di aver raggiunto un soddisfacente grado di evoluzione, dovremmo essere, almeno in teoria, tutti abitanti di un unico villaggio globale. Si è lottato a lungo, per cercare di abbattere barriere mentali e confini territoriali e molti si sono impegnati, malgrado le tante resistenze, affinché, tutte le razze, un giorno, fossero considerate uguali e a tutti gli uomini fossero garantiti i diritti essenziali e fondamentali. Si sarebbe dovuto optare sul serio su un modello di società universale più giusta ed equilibrata e realizzare un mondo, capace di assicurare a tutti almeno il necessario, per salvaguardare la dignità e il valore umano. Probabilmente qualcuno potrebbe obiettare che questa è solo pura utopia. Certamente, è assolutamente logico pensare che, a causa di alcuni elementi, che prendono spesso il sopravvento, come il proprio ego, la vanità, la sete di potere, la voglia esasperata di dominio e questa umana natura imperfetta, non si potranno mai risolvere tutti i problemi che affliggono l’umanità. Probabilmente ci vorrebbero un’intelligenza e un ordine superiore, ma è altrettanto logico credere, che politiche di ripartizioni più eque, a favore dei tanti e non più di pochi, potrebbero equilibrare le condizioni sociali, culturali ed economiche dei popoli. Molto spesso ci troviamo a fare sterili commemorazioni, nelle quali si fa riferimento alla storia, alla memoria, a tutto quello che avremmo dovuto imparare dalle terribili esperienze passate. Stragi, fame, guerre, genocidi, prevaricazioni, soprusi, ingiustizie, violenze, tutto questo, in una società civile, avrebbe dovuto insegnare alle attuali generazioni e ai potenti del mondo, modi idonei a sconfiggere le atrocità perpetrate da sempre, gli uni contro gli altri. Un tempo si parlava di barbarie! Tenendo presente tutto ciò, parlare oggi di civiltà, nell’era di internet e delle grandi conquiste, dovrebbe voler dire essere capaci di negoziare, mediare, riflettere, per acquisire una nuova generale visione, una volontà di pensiero e di azione univoca, essenziale per fondare, sulla terra, un durevole equilibrio pacifico e universale.

Papa Francesco

Il Papa che ha cambiato la storia

 

di Mariarosaria Figliola*

 

La morte del Papa è avvenuta in un momento storico particolare e in un contesto di passaggio. Tutti i social e i media si sono dati da fare per divulgare la notizia della sua morte. Ne hanno parlato nei tanti telegiornali delle varie TV e sulle testate dei quotidiani e così via. Insomma, il mondo intero ne è rimasto sconvolto. Ma ci sono state anche molte critiche sulla figura di Francesco perchè, rispetto al passato, oggi, qualunque cosa venga detta, è soggetta a commenti, giudizi e dietrologie. La figura del Papa è stata particolarmente interessante, perché la sua è stata una figura contraddittoria: Papa Bergoglio, all’inizio del suo pontificato, si è mostrato una persona attenta ai valori della Chiesa e poi si è rivelato in un’altra dimensione e, con il suo atteggiamento umano, vicino agli ultimi, ai dimenticati e ai più bisognosi, ha cambiato la storia. Il suo stile è stato uno stile non istituzionale, con atteggiamenti fuori programma, uno stile decisamente pastorale. Ed ecco che ha aperto una via nuova, ha inaugurato una via che, pian piano, porterà all’apertura dei cuori di tutti noi. Una via che non era prevista, ma che ci condurrà ad una Chiesa umana, più vicina al Vangelo. Non dobbiamo avere paura, dobbiamo avere coraggio, il coraggio per una Chiesa umana, improntata agli insegnamenti del Vangelo, una Chiesa in cui la persona è più importante della dottrina. È questo il messaggio che ci ha lasciato Papa Francesco ed è lo stesso atteggiamento di Gesù, che troviamo nel Vangelo.

* Presidente Unitre - Napoli

IL VICOLO DELL’AMORE

di Luigi Rezzuti

Il vicolo dell’amore è un piccolo passaggio nel cuore dei Quartieri Spagnoli, che attrae numerosi turisti, pronti a celebrare l’amore in ogni sua forma. In uno degli angoli più suggestivi e iconici di Napoli, sorge un’area in cui ogni passo sembra riecheggiare promesse di legami eterni. È il vicolo dell’amore, un piccolo paradiso, nascosto, come si è appena detto, tra le viuzze e le stradine dei Quartieri Spagnoli, che incanta chiunque vi si avventuri. Qui, tra antichi muri e cieli azzurri, l’aria è carica di magia e ogni pietra sembra custodire un segreto, sussurrato da innamorati che, da generazioni, si sono scambiati baci e abbracci. Un luogo, dove il tempo si ferma e l’amore diventa eterno, un piccolo e pittoresco passaggio, un labirinto di vie strette, colorate e sempre vivaci. Più precisamente attraversa il Vico Santa Maria delle Grazie a Toledo, che scende verso piazza Berlinguer. Questa stradina, sebbene meno conosciuta, rispetto ad altri luoghi iconici della città, ha conquistato il cuore degli innamorati e dei turisti, grazie alla sua atmosfera unica e incantata. La sua fama è legata al tripudio di cartelloni colorati, cuori giganteschi, frasi svolazzanti e fiori profumati, tra botteghe e negozi. Correva l’anno 2014, quando il fioraio Antonio Volo ha la straordinaria intuizione di allestire, proprio intorno al suo esercizio commerciale, nel cuore di Vico Santa Maria delle Grazie, una serie di cartelloni colorati e un mega cuore rosso. è subito boom di condivisioni social e visite. Il neonato Vicolo dell’Amore è preso dassalto da turisti e cittadini e diventa un’attrattiva addirittura per registi ed anche perstilisti del calibro di Dolce e Gabbana. Nel 2018, però, c’è un brutto risveglio per napoletani e turisti: il vicolo dell’Amore è inaspettatamente smantellato proprio da colui che lo ha ideato. Il fioraio, stanco dei continui danni, prodotti alla sua bottega e alla sua merce, fa sparire striscioni e cuori in polistirolo. Eppure la cattiva educazione dei passanti non ha la meglio su questo angolo romantico che, tempo un paio di mesi, ritorna festoso, tra strofe di canzoni e slogan, in occasione del Black Friday. Set romantico per eccellenza e luogo ideale per una dedica a costo zero o per indimenticabili selfie, il partenopeo Vicolo dell’Amore colpisce per il suo essere un rifugio di intimità nel mezzo della vivacità dei Quartieri Spagnoli. Qui, tra i balconi fioriti, le pareti in pietra che raccontano storie di secoli e le strette viuzze che profumano di cucina tipica, l’amore trasuda nell’aria. Ogni passo è accompagnato dal suono delle voci dei napoletani, che discutono animatamente o si salutano con un sorriso, aggiungendo al luogo quella immersione nel calore umano, che rende la città così speciale.

Un paese di anziani

 

di Gilda Rezzuti

 

Il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna, tra le tante cose, ha segnato anche l’inizio di un profondo cambiamento del concetto che si ha delle tappe della vita. Invecchiare non è sempre semplice e oggi lo è ancora meno. Diventare anziani è un processo naturale biologico, ma è anche un fenomeno storico, nel senso che la percezione è strettamente legata alla storia personale dell’individuo e alla realtà a cui appartiene. Un concetto, dunque, che non può essere definito in assoluto, non avendo lo stesso significato in tutti i paesi del mondo e nei vari periodi e contesti storici. Ma a quale età, in generale,  si può essere definiti anziani? Nel nostro paese le persone iniziano ad essere considerate anziane intorno al periodo del pensionamento, all’incirca dopo il compimento dei 65 anni. Da questo momento si incomincia a parlare di terza età e cioè di quel delicato periodo, che coincide con l’inizio della senilità, condizione caratterizzata, nella maggioranza dei casi, da una salute non  compromessa, tale,  quindi, da consentire ancora un buon inserimento sociale e valide risorse psico-fisiche. Nel 2018, durante il Congresso nazionale della Società italiana di Gerontologia e Geriatria, è stato proposto di fare slittare questo passaggio ai 75  anni, per effetto dell’allungamento dell’aspettativa di vita,  che, in Italia, si attesta, in media, sugli 85 anni per le donne e sugli 82 per gli uomini. Dai 75 anni in poi,  si parla, dunque, di quarta età, praticamente di quell’arco temporale che accompagnerà l’essere umano fino alla fine del ciclo di vita. Rispetto al secolo scorso, l’aspettativa di vita si è notevolmente allungata, come si è appena detto, tanto   che, nella nostra società, l’invecchiamento della popolazione sta diventando sempre più uno dei temi che necessitano di attenzione da parte delle istituzioni, e non solo, soprattutto per la responsabilità e il carico, che questo delicato stato comporta.  Infatti, l’emergenza di una buona gestione della terza e quarta età, ha segnato, oggi, una vera e propria rivoluzione copernicana, una rivoluzione che affonda le radici nei cambiamenti epocali ed esistenziali. Ultimamente risulta a tutti evidente il costante e radicale processo di trasformazione che sta avvenendo nel considerare i tempi di vita e i percorsi dell’esistenza, rispetto agli anni passati, tempi e percorsi che hanno sostanzialmente modificato le relazioni umane all’interno del nucleo familiare e le interazioni nella comunità allargata. Un altro importante aspetto da considerare è quello che, con l’avanzare dell’età, inevitabilmente aumentano le difficoltà, principalmente di tipo medico e socio-economico, ma bisogna tener presente anche il serio problema connesso, e cioè la questione demografica del paese. che vede il rapporto fra nascite e morti estremamente sbilanciato. Infatti, l’Italia sta diventando sempre più un paese di vecchi. La vita. negli ultimi trent’anni, si è notevolmente allungata e patologie che, fino a qualche tempo fa, erano considerate inguaribili, oggi, grazie alla prevenzione e ai notevoli successi ottenuti in campo medico e chirurgico, sono maggiormente gestibili e curabili.

Queste costanti conquiste sono un fatto certamente positivo, che ha determinato una duplice visione dell’anziano, che va  considerato sotto il profilo delle criticità, che possono  dar luogo a svariati  problemi per la famiglia e per la comunità,   ma anche come risorsa  per la società, per quel valido supporto che l’anziano può rappresentare per il ruolo redistributivo, di tipo intergenerazinale-  Occorre, infatti,  ricordare che, se da un certo punto di vista, la longevità raggiunta nelle società moderne, non può che essere considerata un traguardo importante, dall’altro risulta indispensabile dover far fronte energicamente alle serie problematiche a cui spesso si va incontro, in quanto, purtroppo, ci sono anche casi in cui si invecchia male, in povertà ed isolamento sociale, con un decadimento psico-fisico   costante, condizioni queste che spesso comportano una significativa dipendenza dagli altri. Tutto ciò impone la necessità di lavorare con costanza  perché si possa garantire, in futuro, la ripresa di un giusto equilibro demografico, assicurando, contestualmente, nel caso di anziani con una salute compromessa, se non la riconquista di uno stato di autosufficienza e completo benessere,  quanto meno una qualità di vita decorosa, in grado di tutelare e conservare la dignità umana, integra fino alla fine dell’ esistenza, come diritto rigoroso e imprescindibile.

(Gennaio 2025)

ZIO PAPERONE PARLA ‘O NNAPULITANO

 

di Sergio Zazzera

 

Finalmente, l’Italia intera sta venendo fuori dalla dialettofobia, diffusa all’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia e durata fino a tempi recentissimi; così, grazie all’iniziativa dell’UNPLI. - Unione nazionale delle pro-loco, per sensibilizzare istituzioni e comunità locali sull’importanza di tutelare questi patrimoni culturali, il 17 gennaio di ogni anno ricorre la Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali.

Alla ricorrenza ha inteso partecipare anche il periodico per ragazzi Topolino, che ha pubblicato, nel numero in edicola dal precedente giorno 15, la storia Zio Paperone e il Pop-6000, nella quale i personaggi si esprimono in napoletano (ma lo stesso racconto è stato pubblicato, nelle edizioni diffuse nelle rispettive regioni, anche in fiorentino, milanese e siciliano-catanese). L’iniziativa è stata coordinata dal prof. Riccardo Regis, docente di Linguistica italiana dell’Università di Torino; la versione napoletana della storia è stata curata dal prof. Giovanni Abete, associato di Glottologia e Linguistica dell’Università di Napoli “Federico II”.

Dunque, zio Paperone, Archimede Pitagorico, il maggiordomo Battista e l’intera banda Bassotti dialogano fra loro adoperando una “parlata napolitana”, che il curatore ha scelto di rendere graficamente quanto più vicina possibile al napoletano parlato oggi. Scelta, questa, che ritengo un tantino discutibile, ma che può avere una sua utilità. Il pubblico, infatti, al quale il racconto è destinato è costituito soprattutto da giovani e giovanissimi, i quali si saranno sentiti ripetere in famiglia, ancora – e purtroppo! - «Parla bene», quasi che parlare il dialetto sia un “parlar male”. Trovare, perciò, l’idioma napoletano scritto nella maniera in cui va pronunciato (maniera che, però, qualche volta non mi è sembrata troppo corretta), potrà sicuramente aiutare questo pubblico a un migliore uso di quella, che può essere considerata la sua “vera” lingua madre.

(Gennaio 2025)  

Pensando al futuro…

 

di Romano Rizzo

 

Ciò che più mi spaventa, in questi anni, è l’indifferibile necessità di una presa di coscienza sulle mutate condizioni di vivibilità che ci offrirà il nostro pianeta. È evidente ad ognuno che è già in atto un loro progressivo e irreversibile deterioramento.

Il clima, lo riconoscono gli esperti, già oggi non è più quello di una volta, ma è molto mutato ed è cambiato in peggio. troppi eventi catastrofici, che prima si verificavano con cadenza pluriennale, adesso li registriamo con maggiore frequenza e con effetti spesso molto più disastrosi. Basti pensare alle spaventose inondazioni, dovute allo straripamento di vari corsi d’acqua in Emilia  Romagna e, purtroppo, vediamo che si ripetono quasi ogni anno con effetti sempre più devastanti. Talvolta siamo costretti a sentire che un certo fiume ha rotto gli argini in un punto preciso, dove già ciò era avvenuto nell’anno o negli anni precedenti.

Mi viene da pensare, a tale proposito, che forse qualcuno non avrà provveduto a rinforzare opportunamente le nostre difese e che mai nessuno viene chiamato a rendere conto del proprio operato e tutto viene accettato passivamente.

Le risorse stanziate dallo Stato sono state, è facile supporre, malamente impiegate per risarcire parzialmente i danni subiti dalle alluvioni e nulla o quasi nulla è stato fatto per prevenire il ripetersi delle stesse, confidando nelle tempistiche antiche, ormai superate dagli eventi. Cosa hanno fatto le istituzioni per garantire alle popolazioni colpite tempi migliori? Quali rimedi hanno ritenuto indispensabile adottare?

Poco si scrive al riguardo ed in concreto ci si trova dinanzi ad un assordante e colpevole silenzio . Pochissime sono le eccezioni e, fra queste, degne di nota, mi paiono solo alcune sporadiche iniziative che ritengo doveroso segnalare alla cortese attenzione di chi leggerà questa mia nota. Nella nostra regione, in Campania, è stata prevista, nel programma operativo, la costruzione, nel Beneventano, di una diga di vaste dimensioni che servirà a scongiurare il pericolo della siccità, che già affligge alcune regioni. In tale diga saranno installate, inoltre, diverse postazioni, con  tralicci che potranno fornirci, in futuro, in maniera permanente, energia eolica e solare per renderci abbastanza autonomi dalle variazioni di prezzo dell’energia elettrica sul mercato. Non so dirvi quando e se tali progetti potranno tramutarsi in realtà effettive ma mi è parso doveroso segnalarli tra le poche idee costruttive, che si prefiggono di porre rimedio al previsto inasprimento delle condizioni di vivibilità sul nostro pianeta, in un non troppo lontano futuro.

Mi auguro che quella che ho segnalato non rimanga a lungo soltanto una voce che chiama nel deserto, ma che sia seguita ben presto dalle proposte fattive di quanti si renderanno conto che è tempo di riunire le nostre forze ed agire prontamente, prima che sia troppo tardi .

Al riguardo, credo che debbano agire in concerto i governi nazionali, europei e mondiali, con unità di intenti, a favore dell’intero genere umano, superando frizioni ed ostacoli, in nome del bene e dell’interesse comune.

(Dicembre 2024)

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