di Maria Rosa Lanza
Febbraio. Siamo nel cuore dell’inverno e le classi della primaria sono ancora decimate a causa della terribile ondata influenzale che quest’anno ha colpito soprattutto i più piccoli.
Gli alunni che frequentano in questi giorni sono quasi tutti raffreddati e arrivano già da casa con qualche disturbo, anche alla pancia. Che tenerezza quegli occhietti lucidi…
Dopo qualche giorno qualcuno si assenta e, allo stesso tempo, ritorna qualcun altro che era stato ammalato. Li riconosco già quando sono fuori scuola: tutti imbacuccati come se dovessero scalare chissà quale montagna. Giubbotto lungo quasi al ginocchio, abbottonato fin su, cappellino con le orecchie, sciarpa e guantini.
«Buongiorno e bentornati», dico quando li incontro fuori scuola. Poi suona la campanella e si entra.
Ed è lì che comincia la tragedia.
Qualcuno inizia a piangere, un pianto disperato, pensando ai giorni passati a casa sotto il piumone, alle coccole della nonna di turno, al latte caldo e ai biscotti. Così trascorre quasi un’oretta a consolarli, raccontando storie e coinvolgendoli in attività divertenti.
Ma un bambino, in particolare, attira la mia attenzione perché, a prescindere dall’influenza o dal periodo di assenza più o meno lungo, tutte le mattine piange.
“Non ho salutato la mamma”.
Cerco di mettermi nei suoi panni e penso che per un bambino non aver salutato la propria mamma debba essere davvero angosciante.
Una mattina lo chiamo vicino a me e mostro a tutti i bambini un’immagine. C’è un bambino piccolo con lo zaino sulle spalle. Sta camminando nel fango e davanti a lui c’è un ponte alto, fatto solo di corde e assi di legno che tremano sopra un fiume. Quel bambino deve passare di lì ogni mattina per poter arrivare nella sua classe.
I bambini hanno ascoltato in silenzio. E allora racconto piano:
“Questo bambino della foto fa tanta fatica perché vorrebbe andare a scuola, ma la strada per arrivarci è pericolosa e difficile. Eppure lui ci va lo stesso. La mattina, quando vi sentite un po’ tristi o vi viene da piangere perché non volete venire a scuola, sappiate che va bene così: il vostro dolore è importante. A volte, però, ci sono bambini in luoghi lontani che non hanno una strada comoda come la vostra. Pensare a loro ci aiuta a capire quanto sia prezioso avere una scuola e qualcuno che ci aspetta ogni giorno.”
“Vieni qui”, gli ho detto, facendogli spazio vicino alla cattedra.
Lui si è avvicinato trascinando un po' i piedi, con una faccia stropicciata di chi ha pianto troppo. Gli ho fatto vedere la foto del ponte. Gli ho solo detto che c’è chi fa una fatica matta per arrivare in classe, proprio come lui quella mattina.
I compagni sono rimasti a guardare. Non volava una mosca.
Poi lui ha tirato su col naso, un tiro forte, mi ha guardato un secondo, poi ha guardato la foto e alla fine ha fatto un mezzo sorriso…
“Ma le scarpe non gli si bagnano?” ha chiesto a bassa voce.
Allora ho intuito che il ponte era stato attraversato e lui è tornato ad essere un bambino di otto anni che ha capito che non è l'unico ad avere paura. È andato al suo posto, ha tirato fuori l'astuccio e ha iniziato a cercare la penna.
Semplicemente, eravamo di nuovo a scuola. Insieme.
Marzo 2026
Un seme di memoria
Insegnare a ricordare, anche ai più piccoli
di Maria Rosa Lanza
Spiegare la Shoah ai bambini della primaria sembra un’impresa impossibile. Come si fa a raccontare l'orrore, ad inserirlo tra i loro disegni colorati? Eppure, parlare di memoria è necessario. Non con i numeri dei libri di storia, che per loro sono solo cifre astratte; serve un linguaggio che possa far toccare con mano gli eventi tragici del passato.
Martedì 27 gennaio, il giorno in cui si ricorda, abbiamo iniziato la giornata in modo diverso.... Ho spento le luci. Nel silenzio dell’aula abbiamo fatto finta di entrare in un bosco. All'inizio era un luogo bellissimo, dove tutti gli animali giocavano insieme. Poi, nel video che abbiamo guardato ("Il Bosco della Memoria"), l'atmosfera è cambiata...
Arrivano i lupi. Portano regole ingiuste: via i topolini perché hanno le code troppo lunghe, via gli uccellini perché il loro canto "disturba" e via i ricci che con i loro aculei sono "pericolosi", non c'è più posto per chi “punge”.
Poco alla volta, il bosco si svuota e scende un silenzio che mette i brividi. I bambini lo hanno capito subito, senza bisogno che aggiungessi altro. Uno di loro mi ha guardata e ha chiesto: "Ma perché li mandano via solo perché sono diversi?".
La cosa bella, però, è stata vedere che anche nel buio c'era chi aiutava, chi divideva la tana, chi non si girava dall'altra parte.
Quello che i bambini hanno portato a casa è stato il finale. Ogni anno gli animali rimasti si riuniscono per ricordare chi non è più tornato. Scrivono i loro nomi su delle pietre. Perché dare un nome a qualcuno significa dire: "Tu sei esistito, noi non ti dimentichiamo".
Quando poi abbiamo parlato di cosa fosse per loro la memoria, sono uscite frasi incredibili: "Serve a non fare gli stessi errori", o ancora più bella, "Per me significa aiutare un compagno quando è triste". E a quel punto ho capito che un seme era stato gettato.
Abbiamo finito la giornata costruendo il nostro "Albero della Memoria". Al posto dei frutti abbiamo messo foglie con scritte in cui si leggevano parole come rispetto e accoglienza.
Insegnare è soprattutto seminare un po' di umanità.
Per dirla con Liliana Segre, "Coltivare la Memoria è ancora oggi l'unico vaccino contro l'indifferenza".
Oggi e sempre.
Febbraio 2026
La strada nel bosco
di Maria Rosa Lanza
Vieni, c’è una strada nel bosco …
Quando penso ai versi di questa vecchia canzone, penso a quella di una storia vera, quella che porta alla casa nascosta tra gli alberi, dove vive la famiglia dell’Abruzzo, di cui tanto si sta parlando, in questi giorni. Una strada silenziosa, fatta di foglie, di ombra e di solitudine. Una strada che racconta una scelta di vita diversa, forse coraggiosa, forse difficile.
Su quella strada, però, passano anche tre bambini. Bambini che non hanno conosciuto le voci della scuola, il vociare del corridoio, le risate dei compagni. La loro aula è il bosco, la loro campanella il vento tra i rami. Una vita poetica, certo, ma anche fragile
Eppure, a dirla tutta, la tentazione di capirli, quei genitori, nasce spontanea, perché il mondo, oggi, fa paura davvero.
È proprio pensando a loro che tornano alla mente le parole di Paolo Crepet.
“Un bambino non cresce sotto una campana di vetro, che sia di plastica o di foglie. Cresce attraverso lo scontro”. La scuola, per lui, non può essere solo l’istituzione che insegna le tabelline, ma il luogo in cui si impara a stare con chi “ci sta antipatico”. Nel bosco non c’è il bullo, non c’è il compagno che ti ruba la merenda, non c’è la maestra che ti dà un brutto voto, costringendoti a fare i conti con il fallimento.
Se elimini il conflitto, ebbene, elimini anche la crescita. Crepet direbbe che stiamo crescendo bambini “senza calli sull’anima”. Il bosco è una scenografia meravigliosa, ma è muto sulle regole del vivere comune. “La socializzazione non è un optional,” ripete spesso lo psichiatra, “è la spina dorsale dell’individuo. Senza l’altro, l’io diventa un deserto.”
C’è, poi, la sua provocazione più amara, quella che toglie ogni alibi: ci scandalizziamo per chi vive isolato tra gli alberi, ma non diciamo nulla sui milioni di genitori che vivono in città e lasciano i figli soli davanti ad un tablet per ore. Per Crepet, l’isolamento digitale è persino peggiore di quello geografico, perché è un isolamento ipocrita. E tuttavia questo non giustifica la scelta eremitica: un errore non ne corregge un altro.
Vieni, c’è una strada nel bosco… ma quella strada non deve servire a nascondersi. Il compito di un genitore non è chiudere i figli in una bolla, che sia fatta di cellulari o di rami intrecciati. Il compito è dare loro scarpe buone per camminare dappertutto, anche dove la strada è faticosa. Perché la vera sfida non è imparare a vivere da soli, tra gli alberi, ma imparare a stare al mondo, insieme agli altri.
Un bambino non è un trofeo da nascondere, né un esperimento. Scegliere il bosco per fuggire dal mondo non è un atto di libertà, è solo una fuga.
Vivere significa stare insieme agli altri, anche quando è difficile, anche quando gli altri non ci piacciono. Se togliamo a un bambino il diritto di confrontarsi, di litigare e di fare pace, non lo stiamo proteggendo: lo stiamo rendendo debole.
Gennaio 2026
Il vero miracolo di Natale
Storie di bambini e maestre
di Maria Rosa Lanza
È quasi Natale. Tutto brilla. Scintille e lucine, ovunque. E, come ogni anno, nelle scuole, bambini e maestre si preparano per il tanto atteso lavoretto di Natale. Da decenni, la scuola italiana segue con orgoglio questa tradizione: piccoli manufatti natalizi da portare, poi, a casa, casette di cartone, piatti decorati, Babbi Natale con barbe di cotone, pupazzi di neve tutti lucidi e perfetti, rigorosamente fatti a mano e infilati in buste di plastica trasparente. Una tradizione, nata per sviluppare la manualità e, soprattutto, per creare un filo, quasi magico, che unisce scuola e famiglia. Un’idea bellissima. Ma poi, come accade per tutte le tradizioni, ad un certo punto qualcuno ha cominciato a chiedersi: “Ma siamo sicuri che funzioni ancora bene?” Così una pedagogia più moderna ha iniziato a far notare qualche dettaglio. Poiché spesso accade che tutto è perfetto, tagliato e pronto, il bambino assembla dei pezzi, attacca una stellina e, se lo lasci da solo, il risultato è un caos tenerissimo…Ed ecco che arriva lei che aggiusta, incolla, rifinisce, mette a posto con pazienza ciò che è sbagliato e trasforma un mucchietto indefinito di cartoncini in qualcosa di riconoscibile. Infatti, qualche opera resta inevitabilmente sotto al banco fino a gennaio, accartocciata come un pezzo d’arte contemporanea che nessuno capisce, accanto alle bustine di plastica in cui infilare il tutto… beh, non proprio una scelta che farebbe sorridere Greta Thunberg! E se il lavoretto diventasse qualcos’altro? Non un “prodotto perfetto” da portare a casa, ma un piccolo percorso? Un momento in cui alcuni bambini progettano, si sporcano le mani, sbagliano, cambiano idea, discutono, litigano pure, e poi ridono. Forse il risultato finale verrebbe un po' discutibile, da fare storcere il naso, ma sarebbe fatto da loro. Un racconto di esperienza e crescita. E il vero miracolo di Natale? Lo fanno le maestre. Con pazienza infinita, mani appiccicose e occhi che ridono insieme ai bambini, riescono a trasformare il caos in qualcosa di magico. Non importa se il presepe è storto, se la renna ha due teste o se Babbo Natale sembra un po' perso… L’importante è che tutto sia nato da mani piccole e cuori grandi. Quest’anno, come ogni anno, ce l’hanno fatta: hanno lasciato spazio all’errore, alla fantasia, ai piccoli disastri. Ed è lì, in quel caos colorato e luminoso, che nasce la vera magia del Natale.
Dicembre 2025
Dalla paura al coraggio
Come la scuola può diventare un luogo sicuro
di Maria Rosa Lanza
Tutto cominciò quando G., nel mezzo di un incontro con le Forze dell’Ordine – uno di quei momenti di formazione sulla legalità, organizzati per le classi quinte della primaria – trovò il coraggio di raccontare. Con voce incerta davanti a compagni e adulti, rivelò un abuso. A farlo soffrire era stato un vicino di casa, una persona che lui stesso chiamava “zio”. In tanti anni di insegnamento, mi sono trovata davanti a molte situazioni difficili, ma quella confessione mi fece gelare il sangue. In pochi secondi, la quotidianità di una mattina di scuola si era trasformata in qualcosa di profondamente diverso. La storia poi, prese la strada della giustizia, come è giusto che sia stato. Da quel momento, in noi insegnanti nacque una domanda che non ci ha più lasciato: come possiamo aiutare i bambini a conoscersi, proteggersi e capire i limiti dell’affetto? In quella scuola già da un po' si praticavano attività di rilassamento, giochi di ruolo, circle time, ma da quel momento, insieme a un gruppo di colleghe, decidemmo di iniziare dei laboratori di educazione all’affettività con i nostri alunni. Creammo, in maniera sistematica, dei veri e propri momenti di dialogo e di ascolto: gettammo le basi per imparare a dare un nome alle emozioni, a rispettare il prossimo nelle sue differenze, a riconoscere ciò che piace e ciò che fa male, a capire che il corpo è qualcosa di prezioso, che merita rispetto da parte nostra e degli altri. Con il passare dei mesi, quei laboratori diventarono un piccolo luogo sicuro dentro la scuola, dove i bambini cominciarono a parlare con maggiore libertà, ma anche i silenzi diventarono significativi perché sapevano di accoglienza e di accettazione. Non so se si possa già parlare di educazione sessuale, ma so che tutto dovrebbe cominciare molto presto: parlare di rispetto e/o di affettività, sin da piccoli, è importante, anzi necessario. Aiuta i bambini a conoscersi un po' alla volta, a capire chi sono e a guardare gli altri senza paura, con curiosità e gentilezza. Gentilezza, intesa come riconoscimento del valore dell’altro. Essere gentili significa imparare a non ferire con le parole, a non giudicare e a riconoscere la dignità della persona che abbiamo dinanzi. Solo così, crescendo, gli alunni potranno affrontare con serenità e consapevolezza anche argomenti più delicati, come l’identità di genere, l’autostima e il rispetto di sé. La scuola dovrebbe essere proprio questo: un luogo dove si cresce come persone e non solo dove si imparano nozioni. Oggi, ogni volta che entro in classe, porto con me la convinzione che educare all’affettività non significa proteggere. Significa dare ai bambini gli strumenti per conoscersi, per dire no alla violenza, per chiedere aiuto. A volte penso a G., che oggi è un adulto ed ha una famiglia. Penso a quella mattina in cui trovò la forza di parlare, e a tutti i bambini che, grazie a lui, hanno imparato che non sono soli. Penso anche a quelli che non hanno avuto la possibilità di esprimersi ed aprirsi, che hanno portato dentro un dolore silenzioso, diventato con gli anni un peso difficile da sciogliere. Talvolta anche un momento di ascolto, un piccolo gesto di fiducia o un intervento educativo al momento giusto, può cambiare, anche senza che se ne renda conto, la vita di una persona.
Novembre 2025
Scuola e società
Le mamme che chattano … che invenzione!
di Maria Rosa Lanza
Ormai è diventata una scena fissa: appena un bambino inizia qualcosa di nuovo, catechismo, calcetto, scuola, ecco!… subito nasce il gruppo WhatsApp delle mamme. E lì succede di tutto. Ci si dà una mano, ci si passa informazioni utili… ma spesso finisce che si parla anche di cose che, forse, i bambini potrebbero benissimo gestire da soli. Ce n’è per ogni attività: palestre, catechismo, sport.
E poi, il più “impegnativo” è il gruppo della classe. Lì si discute di molto, si pianifica, a volte si critica pure la scuola, come se i genitori sapessero sempre più e meglio degli insegnanti. Tutto con le migliori intenzioni, per carità, “è per il loro bene”, “così sono più tranquilli”. Ma... il risultato? Bambini che si sentono sempre osservati, guidati, corretti. Io lo vedo tutti i giorni. I miei alunni me lo raccontano. La chat delle mamme è sempre aperta e attiva, pronta a creare problemi, spesso inutili, senza considerare che i bambini sono quelli che frequentano la scuola e hanno interagito direttamente con le insegnanti, non con le mamme. E così, invece di lasciare spazio a loro, ai protagonisti, perché possano affrontare le loro esperienze e imparare dai propri errori, gli adulti intervengono continuamente, guidando e correggendo ad ogni passo. E alla fine i bambini crescono, pensando di non potersi permettere errori. L’errore diventa qualcosa da nascondere, non un’occasione per imparare. Invece, lo sappiamo, solo provando, cadendo, rialzandosi, si diventa autonomi. Se ogni piccolo successo viene subito celebrato nel gruppo, il messaggio che passa è che conta più l’applauso che l’impegno. E allora le cose più semplici, come ricordare di dovere svolgere un compito, mettere a posto i quaderni e il materiale scolastico, diventano faccende “da adulti”. Ma se questi bambini non provano mai la frustrazione di sbagliare, come impareranno a fidarsi di se stessi? Il rischio è che crescano convinti che il mondo non perdonerà loro neanche una caduta. E, invece, cadere serve, eccome! Lasciamo che si “arrangino” un po', da soli. Per noi adulti non è facile fare un passo indietro, ma è l’unico modo per regalare loro quello che serve davvero: la libertà di imparare a crescere.
Ottobre 2025
La scuola sospesa
Ricordi di un anno senza abbracci
di Maria Rosa Lanza
Ci siamo! È settembre e, insieme al nuovo inizio, riaffiora il ricordo di un tempo che ha segnato tutti: l’anno del COVID. Un anno in cui la scuola ha cambiato volto, diventando qualcosa di diverso, quasi irriconoscibile. Allora le aule non erano più luoghi di incontro, ma spazi delimitati da distanze e regole. I bambini entravano a piccoli gruppi, con mascherine che nascondevano sorrisi e trattenevano lacrimoni silenziosi. Le loro voci arrivavano smorzate, i gesti ridotti, i banchi monoposto, trasformati in piccole isole separate da linee rosse sul pavimento. Nessuno poteva condividere una matita, un biscotto, un libro. Nessuno poteva ricevere una carezza. Era una scuola senza contatto, senza vicinanza. Ci avevano chiesto di fare scuola, ma quella non era scuola. Era un teatro dell’assenza. Eppure, in mezzo alla paura, ci fu spazio per un seme di speranza. Chiesi ai miei alunni di costruire una “scatola del tempo”: dentro vi misero una mascherina, una piccola boccetta di gel igienizzante, un paio di guanti in lattice e biglietti con i loro pensieri, scritti con mani incerte. Dissi loro di conservarla e di aprirla solo da grandi. Un giorno, forse, avrebbero ritrovato non solo i ricordi di quel tempo difficile, ma anche la forza con cui lo avevano attraversato. Il Natale arrivò anche quell’anno, diverso da tutti gli altri. Lo accogliemmo con i tradizionali canti natalizi, ma le voci dei bambini erano attutite dalle mascherine: sembravano cori soffocati, a metà tra un sussurro e un respiro trattenuto. C’era chi cantava con gli occhi lucidi, chi rideva per non piangere e chi stringeva forte il foglio con le parole del canto, come fosse un’ancora di normalità. Poi, tra un pianto nascosto e una risata improvvisa, i mesi scorsero lenti e pesanti. La primavera portò un po’ di sole, ma non riuscì a dissolvere le distanze che ci separavano. E, passo dopo passo, tra regole, linee rosse e mani trattenute, arrivammo a giugno. Fu allora che un bambino mi guardò con occhi grandi e mi chiese: «Maestra, ma il COVID quando passa? Perché non vedo l’ora di abbracciarti!» In quella frase c’era tutto: la stanchezza, il desiderio, la speranza. Era la voce di un’infanzia che reclamava i suoi diritti più autentici: l’amore, il contatto, la vicinanza. Oggi, a distanza di anni, so che pandemia, regole, mancanza di condivisione non hanno potuto spegnere quel bisogno profondo.
E quando, un giorno, quei bambini apriranno la loro scatola del tempo, spero che non ricordino solo la paura, ma anche la certezza che, nonostante tutto, siamo rimasti insieme.
Perché il COVID è passato. Ma l’amore, quello, non passerà mai.
Settembre 2025
Il patto educativo
di Gilda Rezzuti
Tra le istituzioni Italiane, che meriterebbero un’efficiente riforma, la scuola è sicuramente ai primi posti. Infatti, la nostra scuola pubblica ha fallito la sua missione educativa. Malgrado le infinite modifiche, operate dai tanti governi susseguitisi negli ultimi quarant’anni, purtroppo, ancora oggi, nell’era della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale, rimane inadeguata, presentando non poche lacune, soprattutto dal punto di vista educativo e pratico. La scuola moderna per essere idonea, dovrebbe insegnare un sapere per la vita, inteso non esclusivamente come trasmissione di teorie e nozioni, seguendo caparbiamente programmi ministeriali superati e tralasciando gli aspetti emotivi. Il sacro tempio della formazione, come ho affermato in un altro recente articolo, non può più continuare a sacrificare sull’altare del sapere, la parte umana più sensibile. Infatti, promuovere una vera cultura, adesso deve significare includere nel contenitore scolastico una maggiore integrazione di elementi globali. Risulta urgente acquisire una diversa visione, per andare al passo con i cambiamenti epocali, rinnovarsi dal vecchiume di un modello educativo e formativo obsoleto, ormai fuori contesto. La società cambia, è in continua evoluzione, viviamo in un tempo veloce e fluido che, necessariamente, ci pone di fronte a nuove sfide anche in campo educativo. La responsabilità del mondo adulto e dei professionisti del settore, che a maggior titolo si trovano ad interagire con le nuove generazioni, impone un impegno per molti aspetti finora trascurato. La sfida, adesso, è racchiusa nel riuscire ad assicurare ai futuri adulti di domani, l’acquisizione di una pluralità di elementi utili a determinare un’armonica crescita, capace di motivare e far diventare i discenti, oltre che persone istruite, soprattutto bravi cittadini. A questo punto il compito della scuola risulta fondamentale: deve farsi carico dei concreti bisogni degli alunni, aiutandoli prevalentemente a crescere in modo sano, facendoli sentire accolti, ascoltati, compresi, rendendoli protagonisti attivi nel contesto scolastico. La scuola ha il dovere di promuovere, incentivare, sostenere, potenziare, espandere, mettere in rete, e gli insegnanti, singolarmente, quello di rappresentare, per ciascun allievo, un valido punto di riferimento, una guida, un consulente autorevole, in grado di agire sul piano socio-psico-pedagogico, fornendo le giuste risorse per un apprendimento esteso e produttivo. Attualmente i concetti di cultura e istruzione non indicano più soltanto conoscere e sapere, ma imparare ad elaborare, sviluppare, dare nuovi contenuti e nuova forma a ciò che si è appreso così che la mente possa volgersi verso più ampie prospettive.
Forse per ottenere tutto questo, l’istituzione scolastica dovrebbe iniziare ad aprire le sue porte per interagire con diversi soggetti sociali, stipulando un patto tra educatori. Un progetto integrato tra le varie agenzie educative, dove ciascuno, nel rispetto del proprio ruolo, mediante un costante e capillare lavoro, possa, con esperienza, metodo ed attenzione, guidare i ragazzi nella conquista graduale di compiti di crescente responsabilità. Partendo dal nucleo familiare, in collaborazione con una scuola rinnovata, si potrebbe cercare di estendere il raggio d’azione a tutto l’universo, che gravita intorno all’individuo in età evolutiva, per ottenere una più globale crescita equilibrata. Infatti, mediante l’esempio più che con l’imposizione, sicuramente si svilupperanno nei giovani abilità critiche e analitiche, che faranno da bussola per orientarli meglio nelle complesse scelte della vita.
(Febbraio 2025)
CONSIGLI PER PREVENIRE L’INFLUENZA STAGIONALE
di Annamaria Riccio
L’influenza stagionale ha importanti conseguenze in primis sulle famiglie con figli a carico, oltre che sul sistema sanitario nazionale: le assenze scolastiche rappresentano un problema economico per i genitori italiani costretti a perdere giorni di lavoro per restare a casa con i bambini o a investire nel babysitting. In questo contesto la prevenzione risulta fondamentale, considerando anche le previsioni epidemiologiche che quest’anno indicano un aumento di casi.
Con l’arrivo dell’autunno e il calo delle temperature, torna puntualmente il tema dell’influenza stagionale, che ogni anno colpisce decine di milioni di persone in tutto il mondo, causando sintomi che vanno da un semplice malessere a complicazioni più gravi, soprattutto tra le categorie di persone più fragili. In particolare, quest’anno si prevede un impatto significativo non solo sulla salute, ma anche sulla vita quotidiana delle famiglie italiane. Secondo i dati diffusi da Assosalute, si stima che, solo in Italia, oltre 14 milioni di persone potrebbero essere colpite da virus respiratori e altre infezioni stagionali. Questo dato preoccupa particolarmente i 6 milioni di famiglie italiane con figli a carico, poiché, come si è appena detto, le assenze da scuola possono generare importanti problematiche economiche per i genitori. Quindi la prevenzione risulta cruciale non solo per ridurre la diffusione del virus e proteggere la propria salute, ma anche per limitare le possibili conseguenze sociali del dilagare del contagio. Come riportato dall’istituto di ricerca dell’Humanitas, l'influenza stagionale ha un decorso di 5-7 giorni che, per i bambini colpiti, si tramutano in assenze scolastiche e, per i genitori, in giorni di congedo dal lavoro o nel ricorso a servizi di babysitting, che comportano costi aggiuntivi non trascurabili.
In Italia si prevede, infatti, un inverno più impegnativo dal punto di vista influenzale rispetto all’anno scorso, anche perché, oltre ai virus influenzali, è attesa una intensa co-circolazione di molte altre e diverse specie virali, mai da sottovalutare,che possono sfociare in complicazioni a volte serie e tali da condurre all’ospedalizzazione. La prevenzione è, dunque, uno strumento fondamentale per mantenere il benessere. Adottare uno stile di vita sano, sostenere le proprie difese immunitarie e intervenire tempestivamente appena si presentano i primi sintomi, sono le tre regole fondamentali per proteggere la propria salute. A queste, se ne aggiungono altre più specifiche quali detergere spesso le mani, riparare bocca e naso quando si tossisce e starnutisce, non toccare occhi naso e bocca che sono vie d’accesso per il virus, evitare il fumo sia attivo che passivo, seguire un regime alimentare sano a base prevalentemente di prodotti vitaminici, rimanere a casa quando si manifestano i primi sintomi influenzali.
(Novembre 2024)
IL TEMPIO DEL SAPERE
di Gilda Rezzuti
Marco frequentava il primo anno di scuola superiore. L’edificio scolastico, dopo il terremoto dell’Ottanta in Irpinia, subì dei danni importanti, anche se fu dichiarato, comunque, agibile da parte dei tecni. Presentava evidenti lesioni che, come arterie, si distendevano ramificate sulle pareti e sul soffitto. L’intonaco veniva via come pelle d’uovo.
L’impianto di riscaldamento era guasto e, durante l’inverno, si faceva lezione imbacuccati. Gli alunni prestavano poca attenzione in aula, ognuno assorto nel suo mondo di sogni e di conflitti. L’interesse maggiore era per l’altro sesso, nascevano i primi turbamenti. Un’altra passione era organizzare scioperi, spesso non per difendere un’ideologia politica o sociale, ma solo per sottrarsi a qualche giorno di lezione. Gli insegnanti erano personaggi stravaganti, nettamente deludenti, rispetto al loro ruolo. A lavoro tutti scostanti e distratti, scarsamente empatici e diseducativi. L’insegnante di matematica era sempre concentrato sulla lettura del suo quotidiano, fino al suono della campanella, mentre quello di lettere, severo e antidemocratico, era un omone con scarsa memoria, che confondeva volti e nomi, non accettava nessun confronto e puniva chiunque non la pensasse come lui. Infine, la professoressa di storia dell’arte, un po’ attempata, non distingueva uno scarabocchio da un Kandinskij e sosteneva che Picasso fosse un futurista.
Il preside della scuola, soprannominato dagli alunni “fantasma”, per le sue assenze, era un noto architetto, che dedicava più tempo ai suoi interessi professionali che al ruolo ufficiale che rivestiva. Per fortuna c’era Leo, il bidello, uomo di vera cultura, si potrebbe dire, con la capacità di trasmettere lezioni di vita e, soprattutto, in possesso della rara virtù di saper ascoltare. Era il mentore e il consigliere, l’essenziale, per gli adolescenti, in quella realtà inutile.
Marco notò che, in questo luogo, nessuno era al posto giusto e ben presto capì come sarebbe stata ingiusta la vita. Il ragazzo, timido ma molto profondo, disapprovava la scuola pubblica ritenendola un’istituzione superata, che necessitava di una riforma immediata e capillare, non sopportava di essere indottrinato al pensiero comune. Avrebbe preferito frequentare un rinnovato centro di cultura, in grado di stimolare l’analisi e il pensiero critico. Era un giovane dalle mille curiosità che amava leggere e si chiedeva sempre il senso delle cose. Un giorno durante un viaggio, trovò un libro sul sedile di un treno, la sua attenzione ne fu catturata, qualcuno lo aveva dimenticato. Timidamente se ne impadronì, lesse il titolo: “Les fleurs du mal” di Charles Baudelaire. Rimase affascinato dalla lettura di quei versi crudi, le dense parole di quelle poesie gli scossero l’anima e iniziò a trovare risposte ai suoi tanti perché, anche se lontano e fuori dal “tempio del sapere”.
(Ottobre 2024)
IL TEST DI MEDICINA
di Annamaria Riccio
Il test di medicina cambia ancora.
Tante le novità di quest’anno: si torna alla vecchia prova nazionale con 60 quesiti a risposta multipla (quattro di competenze di lettura e conoscenze acquisite negli studi, cinque di ragionamento logico e problemi, 23 di biologia, 15 di chimica e 13 di fisica e matematica) e 100 minuti a disposizione dei candidati per rispondere. Ciascuna risposta esatta varrà 1,5 punti; - 0,4 punti quelle errate e zero le omesse. Per essere ammessi in graduatoria bisognerà aver conseguito almeno 20 punti. Graduatoria che arriverà il 10 settembre.
Cambiano le sessioni per l’accesso che si raddoppiano, fissate per il 28 maggio e il 30 luglio, e una banca dati con 7mila quesiti che saranno messe online a partire, rispettivamente, dall'8 maggio e dal 10 luglio.
Nel decreto definitivo si terrà poi conto anche delle nuove attivazioni di Medicina: sono sei quelle vidimate nei giorni scorsi dal Consiglio universitario nazionale e in attesa del "bollino" dell'Anvur e del ministero. Se confermate, salirebbero a 95 le sediche ospitano un corso in Medicina e Chirurgia, nelle sue diverse forme. Nel giro di un decennio, i luoghi di formazione dei futuri camici bianchi sono aumentati di oltre un terzo. Nel 2013 erano 60 e, dopo una breve discesa a 58 nel 2014 e a 59 nel biennio successivo, dal 2017 è iniziata una risalita sempre più sensibile. Fino alle 89 dell'anno scorso. Un trend che ha cambiato profondamente la conformazione accademica di alcuni territori.
Con uno sguardo anche alla riforma complessiva del numero chiuso annunciata peril 2025.
Un ritorno al passato scandito dal clamore suscitato dagli oltre tremila ricorsi dello scorso anno che riportavano anomalie riscontrate con le modalità TOLC MED gestite dalla piattaforma Cisia.
Ci auguriamo un sistema di reclutamento corretto e un adeguato criterio di scelta per la futura professione sanitaria. Il covid ha lasciato una triste storia di esigua presenza in base alla ingente richiesta di personale, che vedeva fortemente penalizzati i medici impegnati in turni massacranti. Nonostante la pandemia si sia gradualmente affievolita, non possiamo non considerare il crescente bisogno che ancora non trova ricambio di una generazione ormai in via di pensionamento. Ci avviamo verso un futuro di persone sempre più anziane e con una necessità che richiede molta attenzione nel settore sanitario.
(Aprile 2024)

