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NAPOLI AI QUARTI DI FINALE IN CHAMPIONS LEAGUE   di Luigi Rezzuti   Che la squadra del Napoli facesse paura a tutte le altre squadre del campionato di...
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E se poi non ritorna più a scuola?

 

di Maria Rosa Lanza

 

 

In questi giorni si parla molto dei provvedimenti per la scuola. Uno di essi mi ha spinto a riflettere: il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, che parla chiaramente di burqa e niqab. La nostra Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, ha detto che “la parità tra uomo e donna non è negoziabile”. E questo è giusto. Sono d'accordo anche sul fatto che a scuola ci si debba guardare in faccia. Per la sicurezza, prima di tutto.

È vero, inoltre, che nelle nostre scuole non ci sono tante studentesse che arrivano con il volto coperto. Ma anche una sola ragazza in questa situazione, conta.

Il punto per me è un altro. Non possiamo sapere perché quella ragazza porti il volto coperto. Può averlo scelto, può essere stata costretta. Ma una ragazza obbligata a coprirsi a casa non è libera di scoprirsi a scuola, perché a casa le regole le fa la famiglia. ?

Sradicare un’imposizione è fondamentale, ma non basta un divieto per assicurare la libertà.

Per alcune ragazze il divieto potrebbe essere l'occasione per liberarsi da un'imposizione. Per altre sarà molto più complicato: una famiglia, davanti al divieto, può decidere di non mandarla più a scuola. È una possibilità che, secondo me, una politica scolastica seria dovrebbe considerare.

In quel caso avremmo ottenuto una cosa molto semplice: nessuna ragazza con il volto coperto in classe. Ma anche nessun adulto fuori dalla famiglia che possa accorgersi di lei.

Finché va a scuola, incontra insegnanti, compagne, persone diverse dalla sua famiglia. Può parlare con qualcuno, costruire relazioni, ampliare il proprio orizzonte di vita. E se c'è qualcosa che non va, qualcuno potrebbe accorgersene.

Oggi la scuola è un luogo in cui questo contatto esiste. Il rischio è perderlo.

Se parliamo davvero di libertà e di parità, non possiamo limitarci a dire cosa una ragazza deve o non deve indossare. Serve andare più a fondo: insegnanti formati, mediazione culturale, servizi sociali ,presenti e capaci di intervenire quando una scelta che sembra libera, in realtà, non lo è.

Io mi chiedo cosa accade il giorno dopo. Se una ragazza smette di andare a scuola, chi va a bussare a quella porta?

Cari lettori, non vado oltre... Lascio a voi la risposta a questo inquietante interrogativo e a chi di dovere l’invito a dosare scelte e decisioni, con estrema cura, in modo particolare quando il terreno è scivoloso o, quanto meno, difficile e complesso, come quello della scuola, che resta uno dei pochi baluardi a difesa di valori, come istruzione, cultura e libertà.

Ottobre 2026

Quello che i bambini hanno

imparato in questa estate

 

di Maria Rosa Lanza

 

È già settembre e con settembre arriva il primo giorno di scuola. Li riconosco subito i miei alunni, già dalla porta: più alti, abbronzati, con gli zaini nuovi che sanno ancora di plastica. E, puntuali, i genitori mi salutano con la stessa frase, quasi sempre.

"Non ha fatto niente tutta l'estate, maestra, glielo dico subito."

Lo dicono un po' in colpa, come se dovessero scusarsi. E io ogni anno vorrei rispondere la stessa cosa: “Non è vero.”

Perché poi li osservo in classe, nelle prime settimane, e si vede benissimo che hanno imparato qualcosa, un qualcosa che non si può evidenziare con un voto.

C'è quel bambino che, l'anno scorso, non diceva una parola per un’intera giornata e adesso racconta con aria da veterano di quella volta che ha nuotato da solo, in mezzo al panico generale dei genitori sul bagnasciuga.

La bambina che si è sbucciata un ginocchio imparando ad andare in bicicletta e me lo mostra come fosse una medaglia, una conquista, com'è giusto che sia.

E poi ci sono quelli che tornano e ti parlano, senza nemmeno rendersene conto, di piccole esplorazioni: "Ho scavato un canale enorme nella sabbia”, "Abbiamo provato a far rimbalzare i sassi."

Nessuno gli ha dato una scheda da riempire. Eppure hanno osservato, confrontato ipotesi e corretto il tiro, letteralmente.

E poi un pochino spero che si siano annoiati. Parliamo della noia, quella che i genitori temono tanto e che fanno fatica a sopportare. “Mi annoio” e subito si cerca qualcosa da offrire: un tablet, la televisione, un gioco.

Ma se li lasciamo annoiare un po’, spesso succede qualcosa. Due sedie diventano una casa, poi una nave pirata, poi chissà cosa, senza che nessun adulto abbia detto cosa fare. Quella capacità di inventarsi qualcosa dal nulla è esattamente quella che poi mi serve quando in classe assegno un compito e qualcuno, invece di alzare la mano e chiedere aiuto, prova per conto suo.

Ci sono bambini che, a settembre, sono tornati con un'amicizia nuova, una paura superata, una notte trascorsa senza i genitori, per la prima volta.

Nessuna verifica lo misurerà mai. Sono cresciuti emotivamente oltre che fisicamente. C’è chi si è un po' più sciolto, chi ora rischia di più prima di chiedere aiuto, chi ha più pazienza di prima.

Dunque, quando un genitore mi dice "Non ha fatto niente", io penso sempre la stessa cosa: probabilmente ha fatto più cose di quante ne abbiamo previste noi, solo che non rientrano nel “programma”.

E quest'anno, invece di chiedere solo "Hai fatto i compiti delle vacanze?", ho deciso di fare anche un'altra domanda, il primo giorno: "Cosa hai imparato da solo, quest'estate?"

Non so nemmeno bene cosa mi aspetto di sentire. Immagino solo che i bambini mi guarderanno con un’aria un po’ perplessa. Ma va bene lo stesso. In fondo cresceranno così, un pezzetto alla volta, anche senza che nessuno dia loro un voto.

Settembre 2026

 

Lasciamo che i bambini si annoino ogni tanto

di Maria Rosa Lanza

 

 

È già estate e la maggior parte dei bambini che frequenta la scuola primaria, al termine delle lezioni, è al campo estivo.

È da tanto che sono iscritti, già dal mese di marzo, eh sì… perché altrimenti si resta fuori.

Molte mamme, per esigenze di lavoro o anche non per questo soltanto, porta i propri piccoli al campo estivo, dalle ore 8:30 fino alle 16:00, nella migliore delle ipotesi. Lì giocano, fanno il bagno nella piscina gonfiabile, partecipano al laboratorio di pittura, poi a quello di inglese e così via. Una settimana tutta organizzata per tenere il bambino con gli altri bambini, in un contesto perfettamente strutturato, dove nessuno si può annoiare o restare senza fare niente. Guai!

E poi, alle 16, si va al parco per la merenda, seguita dalla lezione di calcetto o di ballo. Così alle 21 sono già belli e sfiniti, crollano a letto e l’indomani sono pronti per un’altra bella e divertente giornata.

E così si va avanti per tutta l’estate, fino alle vacanze di agosto, nel villaggio, dove, anche lì, ci sarà una bella animazione per intrattenere i bambini.

Ma tutte queste attività organizzate sono proprio necessarie?

Abbiamo chiesto a qualche bambino se veramente è contento.

Non lo so…

Forse fa più piacere alla mamma che al bambino stesso. Sì, perché la mamma è tranquilla e non vede il suo bambino annoiato.

Ma ogni tanto lasciamo che questi bambini si annoino un po’!

Ricordo di un bambino, lasciato in giardino senza attività organizzate. Dopo aver protestato per un quarto d'ora, ha finito per passare il resto del pomeriggio a giocare con dei sassolini e creare un centro benessere per le formiche. Nessuno glielo aveva chiesto, nessuno glielo aveva insegnato.

La noia iniziale, quella un po' lamentosa, è spesso solo un passaggio. Certo, quando un bambino dice "mi annoio" vale la pena capire cosa c'è dietro, perché a volte è solo la spia di qualcos'altro. Ma se gli si lascia il tempo di attraversarla, questa piccola crisi, quasi sempre ne esce fuori qualcosa di suo.

Quindi la noia, anche se spesso viene vista come segno negativo, è in realtà un’opportunità di crescita per i bambini.

Forse è arrivato il momento di concedere ai bambini qualche ora “vuota”. Un pomeriggio senza programma, un giardino, un pezzo di carta e una matita o, semplicemente, la possibilità di stare con gli amici senza un adulto che diriga ogni gioco.

I bambini avranno tutta la vita per essere produttivi e organizzati. E proprio l'estate potrebbe diventare occasione per imparare a stare con sé stessi, a inventare il proprio divertimento e a scoprire chi sono davvero quando nessuno dice loro cosa devono fare.

Lasciamoli annoiare, ogni tanto. Potremmo scoprire che proprio da quella noia nascono le estati più belle e i ricordi più forti.

Luglio 2026

La scuola non è un parcheggio estivo 

di Maria Rosa Lanza

 

 

Scuole aperte d'estate?

 Signor Ministro, venga a fare un giro nelle nostre aule.

Il Ministro Valditara annuncia 300 milioni di euro per il Piano Estate e ripropone, anche quest’anno, l'idea di tenere aperte le scuole nei mesi estivi per offrire ai ragazzi occasioni di aggregazione e di crescita.

Per carità, il fine è nobile e nessuno può mettere in discussione l'importanza di dare opportunità a quei bambini e ragazzi che, durante le vacanze, non hanno alternative o che vivono situazioni familiari particolari.

Ma, signor Ministro, mi permetta una domanda.

È mai entrato in una scuola italiana nella seconda metà di maggio?

Non in occasione di una visita istituzionale, ma per trascorrere una mattinata intera in una delle nostre aule, per lavorare e interagire con gli studenti? Noi ci stiamo ogni giorno. E sappiamo bene che già a maggio, in molte scuole da Nord a Sud, diventa difficile persino respirare.

Parliamo di edifici costruiti oltre cinquant'anni fa, spesso con una manutenzione scarsa alle spalle. Tetti mai coibentati, impianti vecchi, aule dove l'aria non gira e dove si raggiungono facilmente i 33 o 35 gradi.

E siamo ancora a maggio.

Qualcuno potrebbe dire che ci sono gli spazi esterni per fare giochi e laboratori all’aperto. Ma bisogna vedere e fare i conti con la realtà.

Il clima è cambiato. Negli ultimi decenni le temperature sono aumentate e ormai non è raro ritrovarsi con 35 o addirittura 38 gradi nei cortili scolastici. Sempre che questi spazi siano adeguatamente curati e manutenuti.

E non è semplice insegnare e imparare. In queste condizioni tutto diventa più difficile.

Ricordo ancora il periodo successivo alla pandemia. Con le mascherine obbligatorie, in alcune classi particolarmente calde ci fu consentito l'utilizzo dei ventilatori. Non era la soluzione ideale, ma almeno aiutava. Poi però arrivarono i problemi legati alla sicurezza: cavi ovunque con i conseguenti rischi di inciampo. E i ventilatori furono messi al bando.

«Maestra, ci vorrebbe un condizionatore», dicono gli alunni. Hanno ragione. Altro problema: in molte scuole gli impianti elettrici non sono in grado di reggere decine di climatizzatori, accesi contemporaneamente. Ma poi chi ce li compra…

E allora ogni anno si arriva a giugno esausti, contando i giorni che mancano alla fine dell’anno scolastico.

Il Piano Estate va benissimo. Ma una scuola che soffoca a maggio non può diventare improvvisamente accogliente a luglio. Prima vengono gli edifici, gli impianti, la sicurezza. Solo dopo si può parlare di aprire le scuole anche in estate. Altrimenti rischiamo solo di trasformare la scuola in un semplice parcheggio estivo.

Giugno 2026

La scuola dei test: quello che le prove INVALSI non possono misurare

di Maria Rosa Lanza

 

Ogni anno, a maggio, nelle scuole italiane tornano le prove INVALSI. Per alcuni sono uno strumento utile per capire il livello degli studenti e controllare come funziona il sistema scolastico. Per altri, invece, sono soprattutto giorni di tensione, simulazioni e ansia.

Le prove servono a raccogliere dati di italiano, matematica e inglese e a confrontare scuole e regioni diverse. In teoria, dovrebbero aiutare a individuare i problemi della scuola italiana. E in parte è vero: grazie ai risultati INVALSI negli anni sono emerse differenze molto forti tra Nord e Sud e tra studenti che vivono situazioni economiche e sociali diverse.

Ma qui nasce anche il problema più grande. Fotografare le disuguaglianze non significa automaticamente risolverle. Se una scuola ha classi sovraffollate, pochi strumenti, edifici in cattive condizioni e meno possibilità rispetto ad altre, i punteggi più bassi finiscono spesso per confermare difficoltà che esistono già da tempo. Le  prove servono a far emergere le differenze tra Nord e Sud, ma da sole non bastano se poi non vengono trovate soluzioni concrete per aiutare le scuole in difficoltà.

Inoltre si corre il  rischio  che la scuola diventi un allenamento continuo al test: scegliere la risposta corretta, imparare strategie rapide, abituarsi alle crocette.

Le prove possono valutare alcune competenze, ma non riescono a raccontare tutto quello che succede in una classe. Non misurano la creatività, la capacità di discutere un’idea, la curiosità, il rapporto con gli altri o la crescita personale di uno studente. Non a caso, negli anni ci sono state molte proteste. Nel 2015 diversi studenti delle superiori boicottarono le prove e molti genitori decisero di non mandare i figli a scuola nei giorni dei test. Lo slogan era: “Non siamo numeri e crocette”. Oggi le proteste sono diminuite e le prove sono diventate obbligatorie in alcuni momenti del percorso scolastico, ma  le discussioni non si sono mai fermate.

Una scuola migliore non è quella che produce solo punteggi alti, ma quella che riesce a dare a tutti gli studenti  le stesse possibilità di crescere e di costruire il proprio futuro. Forse il vero successo della scuola non si vede nei grafici dell’INVALSI, ma nella curiosità che spinge uno studente a leggere un libro non perché “serve alla prova”, ma perché gli ha acceso qualcosa dentro. Dobbiamo certo sapere come procede il nostro sistema scolastico, ma non possiamo permettere che la misurazione dei test diventi l’unico obiettivo. Perché educare vuol dire aiutare ogni studente a diventare la versione migliore di sé, con tutte le sue imperfezioni e le sue domande senza risposta.

Maggio 2026

Napoli - Castel Capuano

Studenti lasciano un incontro sul referendum

di Maria Rosa Lanza

 

 

 

L’11 marzo 2026, a Napoli, nella biblioteca storica di Castel Capuano, circa 150 studenti delle superiori hanno partecipato a un incontro per il referendum sulla giustizia. Un incontro “formativo” era stato detto loro; potevano prendersi una pausa o restare a casa a studiare. Invece hanno scelto di esserci.

Ad un certo punto, però, qualcosa non ha funzionato. L’idea era quella di un confronto, ma diversi ragazzi hanno avuto la sensazione che non fosse proprio così: si sono ritrovati davanti ad un intervento a senso unico, una propaganda a favore del Sì.

Poche domande, quasi nessun dialogo. Così, dopo essersi guardati un po’ tra loro, si sono alzati e se ne sono andati, insieme a qualche professore e al dirigente scolastico.

Non è stata una protesta organizzata, più che altro una reazione, forse anche istintiva, di fronte a un confronto percepito come squilibrato.

È un episodio piccolo, ma significativo. Spesso si parla dei ragazzi come disinteressati o poco coinvolti, ma in casi come questo l’impressione è un’altra: sembra che, quando hanno la possibilità, cercano davvero di capire da che parte stare.

Qualche giorno dopo, il 22 e il 23 marzo, si è votato. Il referendum non è passato e, almeno secondo le rilevazioni di Opinio per la Rai, nella fascia di età, che va dai 18 ai 34 anni, il No ha raggiunto il 61%. Una maggioranza netta. Per tanti giovani è stata una scelta consapevole: difendere e proteggere l’equilibrio della Costituzione, quel patto pensato con cura tanti anni fa. Inoltre, i cambiamenti previsti dal referendum, se avesse vinto il SI, non avrebbero portato nessun miglioramento alle leggi vigenti sulla giustizia. La risposta dei giovani è stata un modo per dire che certe regole fondamentali non si cambiano con leggerezza.

Forse non c’è nessun legame diretto tra l’episodio di Castel Capuano e il risultato del referendum, però qualcosa in comune c’è: l’attenzione verso gli equilibri della giustizia e il saper cogliere situazioni non pienamente aperte al confronto.

In questo senso, la scuola - pur con tutti i suoi limiti - sembra aver trasmesso almeno un elemento essenziale: l’importanza del confronto e dell’attenzione quando si tratta di questioni che toccano principi fondamentali.

L’abbandono dell’incontro a Castel Capuano e l’orientamento emerso nel voto tra i più giovani raccontano come i giovani cercano di capire da che parte stare soprattutto quando ci sono in gioco le regole fondamentali del sistema democratico.

Aprile 2026

Ogni mattina un ponte da attraversare

di Maria Rosa Lanza

 

Febbraio. Siamo nel cuore dell’inverno e le classi della primaria sono ancora decimate a causa della terribile ondata influenzale che quest’anno ha colpito soprattutto i più piccoli.

Gli alunni che frequentano in questi giorni sono quasi tutti raffreddati e arrivano già da casa con qualche disturbo, anche alla pancia. Che tenerezza quegli occhietti lucidi…

Dopo qualche giorno qualcuno si assenta e, allo stesso tempo, ritorna qualcun altro che era stato ammalato. Li riconosco già quando sono fuori scuola: tutti imbacuccati come se dovessero scalare chissà quale montagna. Giubbotto lungo quasi al ginocchio, abbottonato fin su, cappellino con le orecchie, sciarpa e guantini.

«Buongiorno e bentornati», dico quando li incontro fuori scuola. Poi suona la campanella e si entra.

Ed è lì che comincia la tragedia.

Qualcuno inizia a piangere, un pianto disperato, pensando ai giorni passati a casa sotto il piumone, alle coccole della nonna di turno, al latte caldo e ai biscotti. Così trascorre quasi un’oretta a consolarli, raccontando storie e coinvolgendoli in attività divertenti.

Ma un bambino, in particolare, attira la mia attenzione perché, a prescindere dall’influenza o dal periodo di assenza più o meno lungo, tutte le mattine piange.

“Non ho salutato la mamma”.

Cerco di mettermi nei suoi panni e penso che per un bambino non aver salutato la propria mamma debba essere davvero angosciante.

Una mattina lo chiamo vicino a me e mostro a tutti i bambini un’immagine. C’è un bambino piccolo con lo zaino sulle spalle. Sta camminando nel fango e davanti a lui c’è un ponte alto, fatto solo di corde e assi di legno che tremano sopra un fiume. Quel bambino deve passare di lì ogni mattina per poter arrivare nella sua classe.

I bambini hanno ascoltato in silenzio. E allora racconto piano:

“Questo bambino della foto fa tanta fatica perché vorrebbe andare a scuola, ma la strada per arrivarci è pericolosa e difficile. Eppure lui ci va lo stesso. La mattina, quando vi sentite un po’ tristi o vi viene da piangere perché non volete venire a scuola, sappiate che va bene così: il vostro dolore è importante. A volte, però, ci sono bambini in luoghi lontani che non hanno una strada comoda come la vostra. Pensare a loro ci aiuta a capire quanto sia prezioso avere una scuola e qualcuno che ci aspetta ogni giorno.”

“Vieni qui”, gli ho detto, facendogli spazio vicino alla cattedra.

Lui si è avvicinato trascinando un po' i piedi, con una faccia stropicciata di chi ha pianto troppo. Gli ho fatto vedere la foto del ponte. Gli ho solo detto che c’è chi fa una fatica matta per arrivare in classe, proprio come lui quella mattina.

I compagni sono rimasti a guardare. Non volava una mosca.

Poi lui ha tirato su col naso, un tiro forte, mi ha guardato un secondo, poi ha guardato la foto e alla fine ha fatto un mezzo sorriso…

“Ma le scarpe non gli si bagnano?” ha chiesto a bassa voce.

Allora ho intuito che il ponte era stato attraversato e lui è tornato ad essere un bambino di otto anni che ha capito che non è l'unico ad avere paura. È andato al suo posto, ha tirato fuori l'astuccio e ha iniziato a cercare la penna.

Semplicemente, eravamo di nuovo a scuola. Insieme.

 

Marzo 2026

Un seme di memoria

Insegnare a ricordare, anche ai più piccoli

di Maria Rosa Lanza