Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
Festival di Sanremo 2026
Parole al vento
Le parole volano. Le canzoni restano. E vorremmo fermarci qui per non entrare nel vivo delle polemiche che si sono accese sui social, come non mai. D’altronde ognuno ha le sue preferenze e stila le sue graduatorie.
Non sappiamo se, anche questa volta, i nostri Pensieri ad alta voce daranno vita, come al solito, a quegli articoli un pò come le gonne longuette, inventate da Christian Dior negli anni Cinquanta, stando alla scherzosa definizione che demmo ad essi, conversando con un caro amico che ci segue da anni su questo periodico. Non lo sappiamo ancora, mentre iniziamo a scrivere. Oggi sono davvero pensieri sparsi, che volteggiano per la testa. Pensieri tout court … forse non longuette, per ridere o piangere su quanto sta girando sui social, a commento della vittoria strepitosa di Sal da Vinci al Festival di Sanremo. Una vittoria che ha oscurato tutto e tutti, per cui non si parla che di lui. Del che il povero Sal potrebbe anche dirsi contento, pensando in cuor suo, “che si parli di me, purché si parli…” (come diceva un tale Mussolini).
Ed è, infatti, un gran parlare con i social che si “accendono” soprattutto per le parole di Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera.
Guai ai vinti, si diceva al tempo degli antichi Romani. Guai al vincitore sembra, invece, che sidebba dire oggi, all’indomani della vittoria di un napoletano, un successo che poi finisce col coincidere con il trionfo dei napoletani, cosa che a qualcuno, comunque e spesso, non piace troppo. O per niente. E dunque non piace né la canzone, né il responso decretato dal popolo.
E il popolo insorge sui social…
Eppure, ci sono pagine e pagine di storia che hanno visto il popolo napoletano sal-damente legato (è il caso di dire) ai suoi valori, alle sue tradizioni e, quando si è visto svilito nella propria dignità, ha saputo tuonare alto contro principi, re, delegati ed intellettuali e si è battuto per superare ogni tentativo di oscurarla.
Ma lasciamo perdere la storia, che il nostro caro Aldo Cazzullo conosce bene. E sa parlarne nella sua trasmissione Una giornata particolare, su La 7.
Torniamo ai social. A molti non è piaciuto, giustamente, quello che ha scritto. Ma forse stava vivendo anch’egli una giornata particolare, aveva fretta di concludere il pezzoed è scappata qualche parola di troppo. Lo abbiamo annotato anche noi, su Facebook, dove abbiamo scritto un breve commento che il lettore, se vorrà, potrà leggere nella nota in fondo a questo articolo (ndr).
Come lo ha notato, fra i tanti, uno dei nostri storici collaboratori di questo giornale, Luciano Scateni. E anche qui rinviamo alla nota in fondo al testo che pubblichiamo in stralcio (ndr).
L’inimitabile, caro amico, Mario Coppeto, Presidente della “Fondazione Mu Casa Museo Murolo” ha notato anch’egli la defailance del giornalista e ha scritto, sempre su fb il commento riportato in fondo al nostro articolo (ndr). :
E poi c’è chi ricorda (come nella trasmissione La volta buona, condotta da Caterina Balivo) che Sal da Vinci è molto apprezzato non solo dalla sua gente, dal suo popolo o dagli amici,ma anche all’estero. Lo attestano gli apprezzamenti, che non sono mancati, da parte del famoso tenore Pasquale Esposito, un tenore di fama internazionale che di recente si è esibito al teatro Augusteo in uno spettacolo in onore di Sofia Loren, organizzato e diretto in tandem con il figlio della diva, Carlo Ponti junior.
Con lui, tanti altri ancora, gente semplice, personaggi in vista e grossi nomi, hanno preso le difese di Sal da Vinci. Ma guarda un po’ se si devono prendere le difese di un cantante che vince un Festival!…Eppure accade nella nostra Italietta.
E, per finire, la cosa più paradossale l’ha tirata fuori - udite udite – chi? Barbara Poggio, ordinaria presso il Dipartimento di Sociologia e ricerche sociali dell’Università di Trento, la quale si dice molto preoccupata per il modello relazionale rappresentato dalla canzone di Sal Da Vinci e per i suoi possibili effetti. La docente teme addirittura che si possano rafforzare le radici del femminicidio là dove egli canta Senza te non vale niente, non ha senso vivere. Questi versi, ispirati da un certo tipo di vocabolario emotivo conterrebbero una pericolosa istigazione alla violenza. Insomma, un uomo, così preso dall’amore, se non ricambiato, potrebbe compiere, come ultimo gesto, quello di uccidere o uccidersi... Tali sembrano essere, fra le righe, le deduzioni della professoressa in questione!
Se lo aspettava tutto questo il povero Sal da Vinci? Forse un poco sì. Infatti, sul palco di Sanremo, tentando invano di vincere l’emozione, ha detto fra le lacrime. Io...non capisco più niente... Per me questo è un sogno... E vedi dove è andato a finire questo sogno, durato tutta una vita e dopo 17(!) tentativi per Sanremo. Quando pensavi al tuo sogno di arrivare al podio nella kermesse sanremese, forse guardavi il cielo e lo immaginavi popolato di usignoli e, invece, hai trovato avvoltoi e pipistrelli. Che vuoi farci? Ci sono sempre i disturbatori. Nei sogni come nella realtà. E ti fanno svegliare all’improvviso, e male, dal tuo sogno... Ma tu, vero scugnizzo napoletano della Torretta, che sei salito per la prima volta, a 9 anni, su di un palco, con tuo padre, sei forte e determinato. Hai fatto una lunga gavetta, tra enormi sacrifici e hai conosciuto la miseria, quella vera, ma dignitosa, sconosciuta a quanti salgono sul piedistallo delle loro miserie umane. Tu la sai lunga... E a chi, per umiliarti, ha parlato di Castello delle Cerimonie e a chi ti chiedeva se eri disposto ad andare a cantare ai matrimoni, hai frenato la rabbia, che ti si leggeva sul viso e che sarebbe stato naturale vedere esplodere, e hai finto di rispondere con non troppo velata ironia, da napoletano verace: “Sì ci andrò. Ci sono prenotazioni?...”
Ma, fatevene una ragione! A Sanremo, con Sal da Vinci, ha vinto la gavetta, ha vinto la canzone, ha vinto Napoli, come è stato detto da più parti.
Ora c’è solo da aspettarsi che sfruttino questa vittoria i meloniani e facciano ricorso alla tua tanto bistrattata canzone come ultimo slogan per la loro campagna referendaria, cantando anch’essi “Per sempre sì.”...
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Note al testo (da Facebook):
1) commento di Marisa Pumpo)
Al giornalista Aldo Cazzullo dico solo che la sua è stata una rilevante caduta di stile che quanti, anche fra i napoletani, seguono la sua trasmissione (Una giornata particolare) non potranno certo apprezzare e mi limito a suggerirgli soltanto questo: i risultati non si discutono, si accettano, con garbo ed eleganza e sempre nel rispetto dei principi della democrazia. Faccia ammenda in nome di un sano e corretto giornalismo. Non che non si possano esprimere le proprie preferenze, ma occorre rispettare anche il popolo che ha espresso le sue e che non va mai svilito, come egli, invece, ha fatto. Rifletta su questo e chieda scusa a Napoli e ai Napoletani,
2) commento (in stralcio) di Luciano Scateni
Al collega giornalista e anchor man televisivo Cazzullo.
“Chapeau”: Napoli è pronta ad accogliere festosamente un suo emerito figlio che merita di arricchire lo storico elenco di cantori e canzoni napoletane, patrimonio di eccellenza universalmente riconosciuto, ma Sal da Vinci rinvia l’abbraccio di Partenope ed ecco la significativa motivazione: “Il bimbo prima di tutto.” Sulla legittima attesa del riconoscimento, annunciato dal sindaco Manfredi (…) ha prevalso il rispetto per quanti hanno partecipato al funerale del piccolo Domenico (ndr) (...)Nel rinnovare la contestazione per il gratuito commento di Cazzullo sulla Napoli ‘melensa’, banalmente nazional popolare, la richiesta di scuse e perché no una sua “Giornata particolare” sulla grandeur di Napoli.
3) Commento di Mario Coppeto
Cazzullo Da “Una giornata particolare” A “Una stronzata particolare” Le parole pesano, soprattutto se dette da uno come te, che stupido non è.. Caro Cazzullo, ma come Cazz...ullo ti viene di scrivere una simile stupidaggine? Definire una canzone. forse semplice, forse di umile poesia, una canzone camorrista è troppo. Salvati! Basta chiedere scusa.
Marzo 2026
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
La Preside
Una fiction che fa discutere
La fiction, La Preside, trasmessa su Rai 1, ha fatto registrare grandi ascolti, ma anche molte polemiche, tra riserve e commenti positivi, che hanno visto il pubblico schierarsi in squadre opposte, come per un campionato calcistico… Tanto per semplificare ...
Al di là di tutto questo, un giudizio vogliamo pur darlo e diciamo subito, con tutta franchezza, che a noi non è piaciuta, per mille e più ragioni, che non sarebbe nemmeno possibile sintetizzare qui. Aggiungiamo che chi ha vissuto nella scuola e per la scuola, per lunghissimi anni, come la sottoscritta, è rimasto, senza dubbio sbigottito ed attonito. Perplesso, soprattutto, dinanzi ad una così evidente manipolazione di una storia reale che, probabilmente, la stessa protagonista, Eugenia Carfora, preside di un Istituto superiore di Caivano, non avrebbe raccontato così. Non ci sentiamo di condividere l’impostazione data allo sceneggiato né l’interpretazione assegnata a Luisa Ranieri, che pure è un’attrice che stimiamo ed apprezziamo. Ci chiediamo, con imbarazzo: “Ma quando mai una Preside fa questo e dove è scritto che dovrebbe farlo? Solo una pazza, come il giovane Nicola della fiction la definisce.”
E c’è da dire che non siamo soli nell’esprimere un giudizio negativo.
Il giornalista e scrittore, Francesco de Rosa, commenta così, su una pagina di Facebook: Immagini girate a San Giovanni a Teduccio, un posto, Caivano, dipinto come Beirut, con decine di falsità. L’immagine di una preside che tutto decide, tutto cambia per il bene e il rispetto della scuola, degli alunni, dei docenti e del personale non docente. Una vera e totale bufala per chi l’ha conosciuta da vicino. ci ha lavorato o anche solo si è interfacciato (me compreso) con lei. Con uno stile da esaltata che tutto capisce, conosce, decide. Che è sopra ogni più bella e concreta volontà.
Sono parole e concetti da condividere in pieno, come è da condividere quanto scrive il sindacalista della Sam Gilda, Mario Brasile, che parla (e il sospetto è venuto anche a noi, fin dalle prime battute) di una fiction celebrativa (...) Un racconto costruito ad arte, che nulla ha a che fare con la complessità reale della scuola e che serve, piuttosto, a legittimare politicamente il cosiddetto Decreto Caivano (di cui tanto il governo Meloni sembra gloriarsi). Intorno a questa figura - prosegue il sindacalista - si è creato un clamore spropositato, un’aura eroica, funzionale a un messaggio molto chiaro: esistono “uomini e donne forti” che, insieme a decreti repressivi, possono risolvere magicamente i problemi delle cosiddette scuole di frontiera. Una narrazione rassicurante, romantica, ma profondamente falsa. Parlo con cognizione di causa. Sono docente da 32 anni, e metà della mia carriera l’ho trascorsa proprio nelle scuole di frontiera. Da 25 anni sono dirigente sindacale: ho conosciuto decine e decine di dirigenti scolastici, anche in contesti difficilissimi. So bene cosa significhi dirigere una scuola complessa e so distinguere tra autorevolezza e autoritarismo. L’alone eroico costruito intorno alla preside di Caivano è solo fumo negli occhi. Serve a far passare l’idea che il Decreto Caivano, insieme a presunti “eroi”, sia la ricetta vincente per creare una scuola amata e rispettata. Ma la realtà è un’altra. Nella vita reale, quella dirigente è spesso in aperto contrasto con docenti e personale ATA. Un modo di agire basato sull’imposizione, non sulla condivisione; sul comando, non sulla direzione; sull’ordine, non sul rispetto della dignità dei lavoratori. Una gestione che nulla ha a che vedere con una comunità educante. La scuola raccontata dalla fiction non è la scuola reale: decine di docenti e lavoratori ATA che scappano chiedendo il trasferimento, numerosi contenziosi aperti per presunti abusi, un clima lavorativo tutt’altro che sereno. Tutto questo, ovviamente, non trova spazio nel racconto televisivo. Il messaggio finale è chiarissimo: la preside di Caivano è il simbolo di questo governo. L’eroe da esibire, la figura da ostentare per giustificare politiche securitarie e autoritarie anche dentro la scuola. Ma la scuola vera non ha bisogno di eroi solitari né di decreti propaganda. Ha bisogno di investimenti, rispetto, partecipazione e democrazia. Tutto ciò che una fiction di Stato, ancora una volta, sceglie di non raccontare.
Pur senza pronunziarci nel merito, ovvero se queste siano le reali intenzioni di chi ha “costruito” la fiction, e non conoscendo da vicino i fatti, dobbiamo dire, tuttavia, che la nostra impressione non è stata molto diversa. Anche noi, dinanzi a queste due prime puntate, siamo rimasti sconcertati, nel notare come si sia voluto calcare la mano. Tutto troppo sopra le righe. Appiccicato ed incollato ad arte.
Un presupposto ed un pericolo
A voler essere estremamente sintetici, sulle mille ragioni per le quali la fiction non ci è piaciuta, occorre sottolineare che, a nostro avviso, l’impostazione parte da un presupposto e nasconde un pericolo, entrambi da non sottovalutare.
Il presupposto è nell’assunto, piuttosto ricorrente, che un capo d’Istituto possa e debba farsi carico, in prima persona, di quelle responsabilità che appartengono, invece, agli organismi istituzionali, che presiedono la scuola (Comune, Regione, Stato). E che se ne debba far carico fino all’assurdo di provvedere, personalmente, a pulire, tinteggiare e far bella la scuola, rimanervi anche la notte, per dormire e sorvegliare e, infine, andare, di buon mattino, con un megafono in mano, a chiamare e rincorrere gli alunni per le strade o nelle case... per evitare la dispersione scolastica… L’assunto, dunque, è che tutto, oggi più che mai, si pretende dalla scuola, dirigenti o docenti che siano, laddove la scuola, come suggerisce il sindacalista, di cui sopra, e come anche noi riteniamo, è una comunitàe, in quanto tale, richiede partecipazione e democrazia.
Il pericolo, poi, è che altripossano seguire questo modello di dirigente scolastica e, con analoga overdose di esaltazione, fare anche dipeggio, piuttosto che migliorare le sorti della nostra scuola...
Un’ultima annotazione. I ruoli sono una cosa seria. Hanno un valore ed un significato. Vanno ricoperti con stile, signorilità ed eleganza. Il carisma di un dirigente, della scuola, come di qualunque altra istituzione o struttura, non nasce da un malinteso autoritarismo. É frutto di autorevolezza. E l’autorevolezza, a sua volta, ci può essere riconosciuta se sappiamo meritarla. Non deriva dal ruolo che in quel momento ricopriamo. Fa “parte” del nostro modo di essere, del nostro stile di vita e, dunque, ci “appartiene” non per il ruolo in sé, ma per come sappiamo ricoprirlo. E non può prescindere dal rispetto che dobbiamo a noi stessi ed agli altri. Infine, possiamo sentirci autorevoli se e quando anche gli altri ce lo riconoscono.
Ruolo, autoritarismo, autorevolezza rientrano in un discorso complesso, che lo è è ancor più nel mondo difficile della scuola e, in particolare, di una scuola di frontiera. Ma di tutto questo non vi è traccia nella fiction…
In conclusione, crediamo che quanti appartengono, in vario modo, al mondo della scuola possano sentirsi sviliti da certe immagini ed anche preoccupati dinanzi a manipolazioni che, come abbiamo innanzi chiarito, nascondono il presupposto, abbastanza ricorrente, che tutto discenda dalla scuola, alla scuola debba risalire e dalla scuola, infine, essere risolto e che gli operatori scolastici, dal dirigente ai docenti, debbano accollarsi le responsabilità di tutto quanto accade nel mondo giovanile, nelle famiglie e nell’intera società. Ci sentiamo di contestare con forza anche la convinzione diffusa che una scuola funzioni solo se c’è un potere forte che la governa. Queste sono formule ricorrenti che si fondano su una retorica trita e ritrita che, al pari della fiction di Rai 1, potrebbe alimentare, come qualcuno ha paventato, il mito del potere che salva.Ma non è così. Comandante, nocchiero, timoniere, equipaggio, come su di una nave, concorrono ad evitare naufragi, che riguardano quella nave, e non tutto ciò che accade nel mare.
Oggi, meno che mai, abbiamo bisogno di eroi o di eroine in salsa da farsa.
Gennaio 2026
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
Saranno famosi
Alcuni giovani lettori, frequentatori abituali dei Social, come si sono definiti, ci hanno scritto e lo immaginavamo in partenza, puntualizzando alcuni elementi che, a loro avviso, possono valere a dare, così scrivono, una buona impronta alla notorietà, anche attraverso i Social, cosa che, invece, noi non avremmo messo in luce. Rispondiamo loro che lo avevamo dato per scontato e che nel nostro articolo avevamo inteso sottolineare gli aspetti critici e discutibili di certa notorietà, che i Social vorrebbero far emergere. Concludono, poi, sostenendo che il desiderio della notorietà ha sempre covato nel cuore umano.
E su questo siamo tutti d’accordo. Infatti noi, nel nostro articolo, avevamo fatto un breve passaggio con un riferimento alla Fama nel mondo antico... proprio per sottolineare quanto fosse di antica data questo desiderio.
Per tornare soltanto ai nostri tempi, però, senza andare troppo indietro agli antichi Greci e Latini, cari giovani, se ci leggete, certo, anche ai nostri tempi si avvertiva, forse meno evidente, ma si avvertiva, la suggestione della notorietà… Usavamo, allora, una frase, che tornava spesso sulle nostre labbra: Saranno famosi... Era un modo scherzoso, venato di lieve ironia, con cui eravamo soliti indicare quelli, fra noi, più egocentrici, esibizionisti e facinorosi, che miravano a farsi largo fra scazzottate con gli amici e rombi e strombazzate fragorose di motorini. Saranno famosi, ripetevamo, quasi sghignazzando e con tono caricaturale. Non era un complimento, era un modo per sottolineare che, per mostrare la propria superiorità, attraverso atteggiamenti aggressivi, si poteva correre il rischio di diventare tristemente famosi... Come accade oggi.
Il branco
Era una forma inconscia di prevenzione per frenare la violenza che, anche allora, serpeggiava, velata, fra i giovani, fra quelli che, con sgomitate e scazzottate, appunto, aspiravano ad una fama da portare come un peso sulle spalle, pur di emergere nel branco. Sì, nel branco, perché, badate bene, il branco esisteva anche allora, solo che il nostro non era un branco di lupi, assetati di sangue, era un branco di... pecore, agnellini belanti, ben educati, ossequiosi ai divieti e alle imposizioni degli adulti (genitori, nonni e pure zii e qualche cugino più grande…). Non era il branco di oggi che si muove con coltelli e pistole e semina omicidi e morti...
La paghetta
Noi pure eravamo squattrinati, chi più chi meno, come sempre accade, irrequieti o insoddisfatti, ma ci sentivamo, comunque paghi della paghetta (perdonateci, anche questa volta, il gioco di parole). E quasi sempre quella paghetta ci veniva data, non per andare in discoteca, ma per l’autobus che doveva portarci a scuola o all’Università… Non ci crederete, ma già eravamo addestrati all’economia del mercato, quello di allora, che imponeva il risparmio a tutti i costi e ci suggeriva spesso di andare a piedi per veder crescere la paghetta e farla lievitare, perché non si sapeva, poi, cosa poteva riservarci il futuro… Non eravamo santi, no, nemmeno noi, ma forse sapevamo fare buon uso del tempo e del danaro. Probabilmente qualcuno aveva pensato ad insegnarcelo...
Il villaggio globale
Ma lasciamo perdere... Questi nostri pensieri ad alta voce, dovremmo tenerceli per noi, quando ci frullano nella testa e, invece, li rendiamo addirittura pubblici… e potrebbe scatenarsi una valanga di proteste dai Social… Può accadere... Ormai viviamo tutti (ma è vita vera questa?) in quel villaggio globale, che doveva aprirci ad un mondo senza frontiere ed ha finito per chiuderci, ognuno di noi, in un recinto, ristretto ed assurdo, dove ci muoviamo, tronfi ed orgogliosi delle nostre miserie umane, per ammirarci in quello specchio nel quale possiamo vederci come noi vogliamo. E di qui le dispute con quanti, invece, ci vedono in modo diverso, in quel modo che a noi non piace affatto. E di qui, ancora, le guerre con quanti diventano i nostri giudici e carnefici, quelli che possono farci salire sui troni o sulle forche, per osannarci o lapidarci.
Ma specchiarci ci piace ed oggi non sappiamo più farne a meno. Quanto è lontana ed appannata la voce e l’esortazione di quegli psicologi pedanti che raccomandavano, invece, di guardarci dentro, sì, come in uno specchio, ma per cogliere i nostri errori, capirli e cercare di superarli. E correggerci. Era questo il richiamo all’io e non all’ego smisurato di oggi… E se non saranno le nostre qualità a farci emergere, ci penserà la nostra lingua biforcuta o un coltello sempre pronto in tasca a farci valere e mostrare la nostra superiorità.
No, cari ragazzi, se ci leggete, non seguite questa strada demoniaca e non trasformate in un canale di disumanità quello strumento di globalizzazione, che doveva aprirci ad un mondo senza barriere, senza frontiere, che doveva, insomma, farci socializzare ed uscire dalla solitudine.
La globalizzazione della mente
La vera globalizzazione dovrebbe essere quella della mente.
Ce lo insegnava un grande Maestro di Filosofia, il nostro Maestro, Aldo Masullo, e, diversi anni fa, in occasione dell’inaugurazione dell’anno sociale 2005-2006 dell’Associazione lucana “Giustino Fortunato”, ne fece oggetto di una conferenza, intitolata, appunto, La globalizzazione della mente. Una conversazione indimenticabile, che ci lasciò senza respiro e senza parole, per l’intreccio dei temi e dei molteplici collegamenti culturali. Grande Maestro, che ha insegnato sempre a tutti, e non solo a noi, suoi allievi, i valori del dialogo, del confronto e, soprattutto l’amore per la libertà come beni insostituibili del parimonio di una collettività.
Novembre 2025
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
La notorietà
La notorietà…Che cosa è? Come la si raggiunge? Quali sono le origini, i fondamenti, i requisiti (o meglio i retroscena) che la supportano?
Sono, queste, solo alcune delle domande che, a volte, ci poniamo dinanzi a questo tema. Oggi più che mai, considerati i casi vistosi di estrema e quasi ossessiva notorietà, esibita da molti. E da alcuni, in particolare.
Bella parola, la notorietà!
Ma che cosa è? Ci chiediamo perplessi. Un distintivo da appuntarsi sul petto?
Per cominciare, diciamo subito che riteniamo discutibile, il parametro con il quale, oggi, l’essere umano si accredita la notorietà come indiscusso patrimonio personale, da custodire gelosamente in quella banca, dallo sportello sempre aperto, gestito h/24, dal grande carrozzone dei Social.
Un tempo o, ancora meglio, ai nostri tempi... (lasciatecelo dire, cari lettori, l’età ce lo consente e, proprio per questo, possiamo dirlo, senza acredine, ma con garbato e nostalgico realismo)… ai nostri tempi si era soliti affermare, nei confronti di chi la meritava e davvero l’aveva conquistata: “é persona nota ed apprezzabile.” E qui i due aggettivi qualificativi, si sostenevano l’un l’altro, ma era quell’apprezzabile, che rappresentava il supporto necessario a sostenere il sostantivo, ovverola persona. Era quell’apprezzabile che conferiva un senso ed un valore autentico, alla persona e alla notorietà, qualificando, dunque, entrambi i termini.
L’impulso ossessivo della notorietà, suggestivo e discriminante
Oggi, grazie ai Social tutti pensano di aver raggiunto la notorietà, ma c’è da chiedersi: quanti possono dire di aver raggiunto una notorietà, che non sia quella che hanno impunemente attribuito a se stessi? Quanti, fra le persone che conosciamo, più vicine a noi o più lontane, possono dirsi veramente seri ed apprezzabili, affidabili nel lavoro, negli impegni o anche soltanto nelle promesse (spesso fatte e mai mantenute)? Molti, pochi o quasi nessuno?
In passato, per gli antichi, la Fama era una divinità, che si fermava su sovrani e guerrieri, con il suo alone magico, per conferire gloria ed onori e farli entrare, a loro volta, nella cerchia delle divinità e degli eroi. Ci pensavano il Teatro e i Giochi olimpici.
Poi, ad assegnare la gloria, sono subentrati Stampa, Radio, Televisione. E qui le cose sono già un po’ cambiate ed è stato sempre più difficile intravvedere la verità e riuscire a distinguere tra bravura e clientelismo.
Oggi, ci pensano i Social e all’alone divino della Fama si è sostituita la Suggestione, anch’essa magica, che pure sembra avere qualcosa di divino e di soprannaturale, a meno che non volessimo, ma noi lo vogliamo, considerarla surreale e, ancor più, frutto di forze demoniache, che fanno vivere all’uomo l’ossessione della notorietà, fino a creare dispute, conflitti e barriere. A tal punto che essa diventa una discriminante, che nulla ha a che vedere con capacità, intelligenza, cultura o quant’altro. Alla qualità subentrano quantità e numero, cuoricini, faccine, pugno e braccia in alto e tanti mi piace… E chi ne ha, più ne metta... Sono i follower, come i folletti dispettosi delle antiche favole, a decretarla e a benedirla questa notorietà, salvo, poi, anche a bandirla, decretandone la Fine. Scusate, ma qui il gioco di parole era d’obbligo.
Il circolo vizioso
Ed ecco il circolo vizioso. L’accalcarsi sui Social, la frequenza del comparire e dell’imporsi, con storie, foto, video ed ogni mezzo che il digitale mette a disposizione, creano la suggestione della notorietà, per chi riesce a farla valere, e la notorietà raggiunta, a sua volta, genera ulteriore suggestione su chi ne subisce il fascino.
E tuttavia non si può negare che suggestione e circolo vizioso determinano, molto spesso, una inaccettabile discriminazione.
Grazie ai Social, però, pur tra suggestione e discriminazione, alla fine siamo felici e contenti, perché ci sentiamo tutti noti, anche se non tutti sempre apprezzabili. Ci facciamo conoscere. Vogliamo farci conoscere. E diventiamo tutti attori e protagonisti, pur se non siamo mai entrati in un teatro, né abbiamo mai calcato un palcoscenico, per annusarne la polvere ed avvertirne il brivido.
Dal sinolo la risposta
Vediamo, però, di giungere ad una qualche conclusione, che possa essere una risposta al quesito iniziale.
Ogni cosa, ce lo spiegava Aristotele, è un sinolo (synolon), un composto di materia e forma. Bene. Chiediamoci, allora, come agli inizi del nostro discorso, che cosa è veramente la notorietà, di che cosa si compone. È forma o contenuto? Quale il suo substrato, l’origine e il fondamento?
A questo punto, ripensando ad Aristotele, le risposte dovrebbero essere tutte implicite.
Ci sembra, infatti, che chi fa il suo balzo verso la notorietà, attraverso i Social, non abbia, solo per questo, tutti i requisiti che lo rendono tale da essere considerato apprezzabile. Dovrebbe esserlo per quello di cui il suo io si sostanzia. Il presenzialismo, da solo, non può dare la notorietà. Quale è il “contenuto” della notorietà? Quale è la “materia” al di là della “forma”? La forma qui è rappresentata, nel caso dei Social, dal numero dei follower, dalla prevaricazione di chi si impone con la forza o con espedienti vari, da un presenzialismo, insomma, che nulla ha a che vedere con la notorietà.
E questo è il punto fondamentale. C’è un essere umano, che, stando alla lezione aristotelica, dovrebbe essere costituito da una forma e da un contenuto. C’è una forma, ma dove è il contenuto? Dove sono la ricchezza spirituale, l’empatìa e la generosità verso il prossimo, la capacità del dibattito e del confronto?
Ritornando, invece, al frastuono assordante e allo scintillio accecante dei Social, ci sentiamo di ricordare che un po' di silenzio, in tanto frastuono, qualche ombra in tanto luccichio, faranno pur bene al cuore, per consentirgli di ritrovarsi, e a tutti noi di riconoscere noi stessi... Di riprovare a godere delle piccole cose di pessimo gusto… di gozzaniana memoria, a stupirci per un filo d’erba su di un prato, per un cielo azzurro, uno spicchio di luna, un tramonto dorato, se per caso ci accorgiamo ancora che esistono, che ci sono, per noi, quali doni preziosi, offerti da Madre Natura...
Ottobre 2025
Quarant’anni dalla morte di Giancarlo Siani
A quarant’anni dalla morte, di Giancarlo Siani, mentre fervono iniziative varie, conferenze, intitolazioni di scuole al suo nome, documentari e quant’altro, vogliamo dare anche noi un piccolo contributo commemorativo, riportiamo qui di seguito, su questo periodico, che allora veniva pubblicato a stampa, un articolo, scritto nel settembre del 2010, nel venticinquesimo anniversario della sua barbara uccisione. Avremmo potuto scannerizzarlo, ma la lettura sarebbe risultata più difficile. Lo riprendiamo, invece, integralmente, dall’archivio del nostro pc, per i lettori di oggi, con la stessa commozione di quei lontani anni.
Ricordando Giancarlo Siani
Nel venticinquesimo anniversario della morte
di Marisa Pumpo Pica
Eravamo in classe, come sempre, in un lontano mattino del settembre del 1985. Arriva trafelata un’alunna, in ritardo sull’orario d’ingresso a scuola. Alla nostra richiesta di spiegazioni sul suo ritardo, che celava un velato rimprovero, una risposta agghiacciante nella sua drammaticità: “Hanno ucciso ieri sera un giovane cronista de “Il Mattino”, qui, al Vomero, in Piazza Leonardo, proprio dove abito io. Questa mattina c’era una gran confusione di auto e di persone. Mi sono attardata e di questo le chiedo scusa. Volevo saperne di più.”
Voleva saperne di più la nostra giovane alunna, come vorrebbero saperne di più, ancora oggi, ogni volta, i tanti giovani delle scuole napoletane, nelle quali tiene desta la memoria di Giancarlo Siani, il fratello Paolo, con Geppino Fiorenza, responsabile di “Libera” Campania, con don Ciotti, presidente nazionale della stessa Associazione, con don ToninoPalmese, unitamente ai tanti giornalisti de “Il Mattino”, a scrittori e registi, impegnati a testimoniare il coraggio e la passione del giovane cronista, crivellato di colpi nella sua Mehari, sotto casa, mentre rientrava, alle 21 di quel terribile 23 settembre. Fu ucciso perché era riuscito a ricostruire, “pur nei ristretti spazi che gli venivano concessi, gli scenari di camorra, gli equilibri di potere”, mettendo in luce “le articolazioni tra camorra, imprenditoria e politica”, come ha scritto recentemente Roberto Saviano, l’autore di “Gomorra”, sulle pagine dello “Speciale Il Mattino”, nelle quali si è voluto ricordare il venticinquesimo anniversario della morte di Giancarlo Siani. Tante le manifestazioni per la ricorrenza, tanti gli incontri, le presentazioni di libri e di filmati, ivi inclusa la cerimonia di consegna del “Premio Siani”, giunto alla VII edizione, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, svoltasi presso la sede de “Il Mattino, in Via Chiatamone.
Un giovane, Giancarlo Siani, “ucciso per il talento, condannato dalla città feroce. Napoli impari dalla sua forza”. È il titolo dell’articolo di Roberto Saviano, un altro coraggioso giovane del nostro Sud, che ci ha insegnato, come Giancarlo, “il coraggio della verità”.
“Il coraggio della verità” è, ancora, il titolo del magistrale pezzo di Pietro Gargano, comparso sulle stesse pagine dello “Speciale”, nelle quali egli, nel ricostruire il caso Siani, nel ricordare “la sua bravura nel lavoro di tutti i giorni, fatta di investigazione attenta e capillare”, aggiunge: “Resta la lezione per noi giornalisti, l’eredità morale di un giovane cronista caduto sul lavoro.”
Anche noi vorremmo che i giovani collaboratori della cordata redazionale de “Il Vomerese”, divenuto per alcuni di loro palestra di giornalismo, non ignorassero questa eredità e tenessero sempre presente, nella mente e nel cuore, il “talento” di Giancarlo, un talento fatto di serietà e di impegno, di capacità investigativa, di ricostruzione nuda dei fatti, senza fronzoli né retorica, così come li andava scoprendo, mentre cercava di sciogliere “l’intreccio oscuro di interessi e di alleanze”.
Il giornalismo non è letteratura, nemmeno quando ad essa qualche volta attinge.
È sguardo attento, gettato, anche di traverso, sulla vita.
Pensavamo a Giancarlo Siani quando apprendemmo la notizia di un altro omicidio feroce, quello di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, anch’egli crivellato di colpi nel cuore della notte, a pochi passi dalla sua abitazione. Un delitto di chiaro stampo camorristico.
Pagava, anche quest’uomo, per il suo coraggio, per la sua volontà di preservare la sua terra, il porto di Acciaroli, da varie forme di “contaminazioni”, di difenderla dall’assalto di predatori senza scrupoli. Lavori, appalti e finanziamenti sono quasi certamente la chiave del delitto, ma saranno poi i giudici a fare chiarezza sul caso.
Eravamo nel Cilento in quei giorni, nella nostra casa al mare, e pensavamo a che cosa era questa terra cinquanta, ma anche venticinque anni fa, al tempo dell’omicidio Siani. Allora, in quei luoghi si usciva di casa, lasciando l’uscio aperto e delitti così efferati erano lontani da ogni più fervida immaginazione.
Si commuove Paolo Siani, quando pensa al fratello Giancarlo, alla spensieratezza dei suoi giovani anni, alle sue canzoni preferite, quando assiste alla proiezione di film, come “Fortapàsc”, di Marco Risi, o “E io ti seguo”, di Maurizio Fiume o quando si presentano libri, romanzi, dvd e perfino fumetti e graphic novel su Giancarlo.
E come potrebbe essere diversamente?
Anche noi ci commuoviamo dinanzi a questi tragici eventi, ma speriamo, al tempo stesso, che queste vite spezzate tragicamente possano essere, alla fine, quella luce capace di trasformare questo nostro Sud e le sue genti. Vogliamo credere con convinzione che queste vittime innocenti della criminalità possano darci la forza per andare “al di là della notte”, superare il buio delle miserie e delle iniquità umane, liberandoci dal fango e dalle collusioni, di quegli anni e dei nostri, di ieri e di oggi.
Settembre 2025
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
In ricordo di Ermanno Corsi
Anche in questo caso, come quando mi accade di parlare di una persona cara che non è più tra noi, i pensieri, trasportati dal fiume dei ricordi, s’intrecciano fra loro, s’intersecano, si aggrovigliano perfino, attraversati dalla tristezza, da una malinconia struggente. Unica via di uscita, il silenzio ...
Poi l’impegno della scrittura, che richiede lucidità e rigore, prende il sopravvento ed eccomi qui a ricordare un compagno di cordata. Non parlerò di lui, infatti, sul piano professionale, non parlerò di quel “gigante del giornalismo, targato servizio pubblico”, come lo ha giustamente definito Antonello Perillo, nel comunicare a noi tutti la sua dipartita. Non elencherò i tanti titoli, a buon diritto da lui acquisiti, le cariche, ricoperte, (per lunghi anni) quali quelle di Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, di Presidente dell’Associazione napoletana della Stampa e di componente della giunta esecutiva della Federazione nazionale stampa italiana. Non dirò dei tanti incarichi, redazionali e direttivi, rivestiti sulle più diverse e prestigiose testate giornalistiche e in Rai. Non lo farò, non solo perché tutto ciò è ben noto, ma anche perché qui voglio semplicemente ricordare l’uomo e l’impegno per la cultura, che abbiamo condiviso, fin da quando, senza ancora conoscerci e, forse in momenti diversi, abbiamo vissuto fra le aule della stessa Università “Federico II” e seguìto, con la stesa passione, quel grande Maestro che è stato per molti di noi il filosofo Aldo Masullo. Il Rosso, come lo avevamo soprannominato noi studenti, per il colore politico e dei capelli. Erano gli anni in cui si correva tutti ai suoi ineguagliabili Seminari, spinti dal fascino delle sue lezioni e del suo dire, aulico ed iconico. Uno stile, che Ermanno Corsi aveva, in un certo qual modo, assimilato da Lui, accanto al contegno e ai modi riservati, che a volte taluni consideravano altezzosi o alteri. E non lo erano affatto! Aveva di certo agito anche su di lui, come su tutti noi, nei felici anni universitari, il fascino dell’amato Maestro. Come lui, anche Ermanno Corsi era aulico e solenne nel parlare, ma al tempo stesso anche sempre concreto ed esaustivo, pur nella fioritura dei dettagli, in cui si addentrava. E per questo lo invitavo, quando era possibile conciliare i suoi impegni con gli incontri e le presentazioni dei libri che il mio Centro, Cosmopolis, organizzava. Spesso, poi, ci ritrovavamo, entrambi, ospiti di altre Associazioni e Circoli culturali nelle più svariate circostanze e soprattutto in occasione di premiazioni, conferenze e convegni. Fra i tanti momenti di incontro, ricordo la presentazione di uno dei suoi libri più importanti ed interessanti, Napoli contemporanea - La città dalla guerra al Duemila. Un libro corposo! Avevo organizzato il dibattito presso la scuola “S. Minucci”, in Via Domenico Fontana, dove, in quegli anni, Cosmopolis era spesso ospite, grazie alla garbata cortesia della Preside, Immacolata Bellezza. A discuterne con me, Francesco D'Episcopo, Giovanna Delfino in rappresentanza della ESI, la Casa editrice del libro e un giovane giornalista di Canale 8, da lui indicato, Genny Sangiuliano (divenuto, in seguito, Direttore del quotidiano napoletano “Roma”, poi vice direttore del tg1, direttore del Tg 2 e, in tempi recenti, Ministro della Cultura). Nella Prefazione al libro, Aldo Masullo, sottolineando la sua ritrosìa verso le prefazioni, precisava i motivi per i quali, in questo caso, non gli era stato possibile esimersi ed uno di questi era la promessa fatta, prima ancora della pubblicazione, al suo allievo. La prima ragione è personale - scriveva Aldo Masullo - Ermanno, nei suoi studi universitari era stato mio attento e assai scrupoloso allievo e, successivamente, con grande precisione critica, aveva scritto del mio lavoro filosofico. Anche in altre occasioni avevo apprezzato la sua serietà nella lettura dei fatti e la sua intelligenza nell’interpretarli.
Dopo una lunga frequentazione, poi, negli ultimi tempi non ci siamo più incontrati, come accade spesso anche tra amici. Ci si perde di vista e non si ha la forza (?), il coraggio (?), l’audacia (?) di ricercare l’amico che non si vede più in giro. Spesso è un problema di discrezione, come probabilmente è accaduto a noi perché i nostri rapporti sono stati sempre di grande stima reciproca, ma velati da una naturale riservatezza. E grande è ora il rammarico per non aver ricercato sue notizie e forse anche per questo ho esitato a lungo, prima di parlare di lui e ricordarne i meriti.
Come un grande attore che, dopo aver calcato in lungo e in largo le scene, non se la sente più di ritrovarsi sulle tavole dei palcoscenici e dietro quei tendaggi di velluto e dice addio a tutti, registi, scenografi, attori, comparse, dà il suo addio al pubblico e si ritira silenzioso... così, probabilmente, hai fatto tu, caro Ermanno. Non so quali siano stati i tuoi ultimi giorni di vita, ma posso immaginarli avvolti dalla tristezza e dalla malinconia… quella stessa che provo io, adesso, per la tua dipartita, pur pensandoti sereno in altre ed alte sfere.
E voglio salutarti con le tue stesse parole, quelle che si ritrovano sulla prima pagina della tua Napoli contemporanea. Esse risuonano, oggi, come una dedica a tutti noi:
Non c’è notte
così lunga
che possa impedire
a un nuovo giorno
di sorgere.
Addio, Ermanno, che la terra ti sia lieve...
Luglio 2025
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
Una giornata particolare

Ci perdoni l’eccellente collega giornalista, Aldo Cazzullo, se prendiamo in prestito, per una volta, il titolo della sua nota rubrica, con la quale, da grande affabulatore, ci narra di significativi eventi storici. Non avremmo saputo né potuto scegliere di meglio per parlarvi di una splendida mattinata, quella del 14 giugno, appena trascorsa, che ha visto molti Vomeresi raccogliersi sulle scale di Via Cimarosa, Piazzetta Aldo Masullo, grande Maestro di tanti fra noi ed anche di chi scrive (cfr. qui, in prima pagina, Pensieri ad alta voce. Maggio 2020, un ricordo di Lui, nella triste circostanza della sua dipartita).
Mattinata davvero splendida di luce, colori e canzoni della nostra Napoli, nel ricordo del grande Robertino. Un evento particolare, la presentazione del libro di Giovanni Paonessa “Roberto Murolo Qui fu Napoli”, Armando De Nigris Editore, in una location d’eccezione, i gradini adiacenti alla libreria IoCiSto. unico luogo caratteristico, ormai rimasto, per chi voglia sentir parlare di “libri, viaggi e cose belle”. E l’occasione era davvero bella perché dava l’opportunità di parlare anche della Casa Museo Murolo, distante pochi passi, al numero civico 25, divenuta Fondazione MU e presieduta da Mario Coppeto, dopo la morte del caro fratello Nando, per anni produttore discografico di Robertino. Non si può non riconoscere che Nando Coppeto, con Renzo Arbore, ha avuto il merito di aver contribuito al suo rilancio. L’emozione, con le note della musica, vibrava nell’aria. Si toccava con mano e ha preso di sicuro tutti i presenti, come in tanti, poi, hanno registrato con i loro messaggi e complimenti a quanti hanno arricchito la mattinata, a partire da un emozionatissimo autore che, pur non essendo al suo esordio letterario, lasciava intravedere chiaramente lo stato d’animo del momento. Giovanni Paonessa ha già al suo attivo un libro molto importante ed anche caro al suo cuore, è il caso di dire, “Una Rosa nel cuore,” un intreccio riuscitissimo di note autobiografiche con momenti della vita e della storia di Rosa Luxemburg.
Il libro su Murolo, come lo stesso autore racconta, nasce quasi per caso, mentre fervevano i preparativi per la Casa Museo, e l’emozione era palpabile... Egli immagina che il Maestro si muova per l’appartamento e inviti Mario Coppeto a non perdere di vista oggetti, reperti, libri e vecchi spartiti, ingialliti dal tempo…
Per il resto lasciamo al lettore la suspence e la gioia di scoprire fra le pagine del libro quel che accade... per l’intrusione di un improbabile munaciello, cui fa riferimento Maurizio de Giovanni, nel suo contributo al libro.
Un’accoppiata vincente: accanto a Giovanni Paonessa c’era Mario Coppeto, il quale ha fatto da grande cerimoniere, nella mattinata che stiamo provando a raccontare e a far rivivere ai nostri lettori. E qui dobbiamo dire che abbiamo visto un Mario Coppeto diverso, sempre amabile e garbato, ma ringiovanito dalla nuova avventura. Non più il politico serio e carismatico, che per due mandati ha guidato la nostra Circoscrizione, la Municipalità 5, come egli amava definirla. E lo ha fatto con piglio deciso e sempre aperto alle esigenze della cittadinanza. Ebbene, in questa mattinata, calda di sole e di musica, lo abbiamo visto come “rinato” a nuova vita, quella che forse nel suo cuore ha sempre ricercato, sotto lo stimolo e dietro l’impulso del grande Maestro, una vita dedita alla musica, all’arte, alla cultura. E noi, tuoi amici, ti ringraziamo, fin d’ora, per quello che stai facendo e che farai ancora per Napoli e per il nostro Vomero, in particolare perché l’astro Murolo continui a risplendere, non solo qui, fra le mura del Museo o per le vie del quartiere, ma nel mondo.
I complimenti per questa gioiosa mattinata, vissuta fra musica, foto ed autografi, vanno a tutti coloro che l’hanno arricchita, tutti “super”, senza eccezione per nessuno, dalla scrittrice Antonella Del Giudice, che ha intrattenuto l’uditorio con riflessioni sul libro e ricordi del Maestro, alla bravissima Francesca Curti Giardina (direttrice, fra l’altro, del Coro di IoCiSto) che ha deliziato il pubblico con una splendida ed accorata “Scalinatella”.
Ospite d’eccezione il maestro Enzo Gragnaniello, che ha cantato l’insuperabile “Cu’ mme” e un’altra sua composizione che, come ha precisato, ha eseguito poche volte o quasi mai.
Subissato di richieste di foto e di autografi, cui non si è sottratto, con il consueto garbo di sempre e lontano da inutili snobismi, si è dato tutto ai suoi fan.
Un’ultima annotazione su qualcosa che forse poche sanno: Enzo Gragnaniello, monumento, ormai, della musica napoletana, passato, come è stato opportunamente scritto, dai Quartieri spagnoli al Teatro San Carlo, tempio della musica italiana, non è solo un musicista e un cantautore, ma anche autore di un piccolo libro, molto significativo, dal titolo “Cosa vuoi di più?”, con la prefazione dell’editore, Mario Guida, cosa abbastanza insolita, per quanto mi risulta. Quel libro, del novembre del 2002, con quei suoi Pensieri in volo, io ebbi il piacere di presentare in occasione dei festeggiamenti per i 30 anni della libreria Guida Merliani, “la saletta verde”, del compianto Giuseppe Guida, dove il Centro Cosmopolis, da me fondato e presieduto, era di casa in quegli anni. Anche questo libro di Enzo Gragnaniello ha avuto la sua piccola parte nella mattinata e ha trovato il suo spazio nella galleria dei ricordi, che ciascuno di noi conserva nel cuore...
Giugno 2025
Non c’è tre senza quattro
di Luigi Rezzuti
I quattro scudetti vinti dal Napoli sono stati quelli del 1987 (io c’ero), 1990 (io c’ero), 2023 (io ancora c’ero), 2025 (che fortuna ! Io, a 85 anni, ci sono ancora).
Il primo trionfo arriva il 10 maggio del 1987: Bianchi allenatore e Maradona in campo trascinano gli azzurri al primo successo della storia. Il bis arriva il 29 aprile del 1990 e poi, dopo 33 anni, arriva il terzo scudetto, il 4 maggio del 2023.
Più di ottantamila spettatori fanno esplodere la festa al San Paolo. Storico, per il club, è il terzo scudetto del Napoli. La squadra di Luciano Spalletti conquista il titolo con cinque giornate di anticipo. Purtroppo, però, dopo tanta euforia, la stagione calcistica 2023/2024 è stata caratterizzata da un rendimento ben al di sotto delle aspettative, segnando un drastico calo, rispetto al trionfo dello scudetto della stagione precedente. La stagione 2023/2024 era appena iniziata e il Napoli sembrava aver già preso una brutta piega. L’assenza di Osimhen in molte partite, i cambi di ben tre allenatori, la scarsa brillantezza generale della squadra ha compromesso una intera stagione che tutti aspettavano scoppiettante. “La scorsa brutta stagione del Napoli è colpa mia. Poi Conte mi ha aiutato a capire” dichiarò il presidente Aurelio de Laurentiis, che fece un bilancio assumendosi tutte le responsabilità per la disastrosa passata stagione e riconoscendo, poi, i meriti di Antonio Conte per averlo aiutato a capire quale fosse la strada per dare una svolta. E la via Conte l’ha subito trovata da grande maestro di calcio. Oggi, la consapevolezza di affrontare l’ultima giornata di campionato in casa con il Cagliari, già salvo, ha fatto si che migliaia di tifosi organizzassero una sorta di pre-festa scudetto con trombette, bandiere e fumogeni per le vie della città, al coro “Se ne va, la capolista se ne va”. Non pensavamo che una squadra esperta come l’Inter buttasse via il campionato in tal modo. E, a questo punto, per il Napoli è fatta: ha conservato, sia pur con qualche patema, la lunghezza di vantaggio in classifica sui rivali e venerdì alle 20,45 contro un Cagliari, aritmeticamente salvo, ha raggiunto l’obiettivo tanto agognato, mentre l’Inter andava a Como al cospetto di una squadra pure, come i cagliaritani, ormai tranquilla, ma che ha cercato di chiudere in bellezza davanti al proprio pubblico un torneo condotto con un piglio autorevole e un gioco assai brillante per essere una neopromossa. L’uomo scudetto del Napoli è stato uno spagnolo di 37 anni, nato alle Canarie, Pedro, eterno fuoriclasse della Lazio, due gol all’Inter e due regali a Conte. Napoli è pronta per la festa dello scudetto, si sono pianificate le misure per fronteggiare l’affluenza, come la chiusura delle strade del centro onde consentire ai tifosi di festeggiare in sicurezza. E’ previsto anche un corteo, in pullman scoperto, per portare i giocatori al centro della città e permettere ai tifosi di vedere i campioni d’Italia. La piazza del Plebiscito sarà il fulcro della festa, con la possibilità di vedere i giocatori in azione sul palco e di partecipare ai festeggiamenti con la squadra. In più, sono state allestite zone dedicate a punti di ristoro per i tifosi, oltre alla presenza di strutture di supporto, come aree di emergenza, per gestire l’affluenza e garantire la sicurezza dei partecipanti. Secondo il calciatore Capello, il Napoli delle ultime partite non è stato quello di qualche mese fa. E va dato merito a Conte di aver portato a compimento un’impresa che, a inizio campionato, in pochi pronosticavano, e forse ancor di più dopo che, a gennaio, il tecnico del Napoli si è visto orfano del suo giocatore di maggior classe, quel Kvaraskhelia, ceduto al PSG.
23 Maggio 2025
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
Per Papa Francesco
La speranza non delude
La notizia della morte del nostro caro Papa Francesco, ascoltata alla radio, in quella mattina del 21 aprile, mi commosse profondamente, mentre un nodo mi serrava la gola. Subito dopo arrivarono le notifiche dalle varie chat. Su quella che condivido come socia dell’Anpi (Sezione collinare “Aedo Violante”), su cui la Presidente, Luna Pisa, dava anche lei il triste annuncio, mi riuscì di scrivere soltanto questo: “Grande dolore. Non ci sono parole per descrivere il vuoto che avvertiamo tutti, nella Chiesa e nel mondo.” Sull’altra chat, degli amici della stessa Anpi (“Questo è il fiore del Partigiano”) fiorivano intanto i commenti di sorpresa e cordoglio. Anche qui annotai brevemente: “Non ci sono parole per questo grande dolore. Il Papa ci lascia tutti più soli e sconcertati. Ma dobbiamo credere nelle sue parole e nel suo ineguagliabile insegnamento: “La speranza non delude.”
Lo sgomento fu grande, per me come per tutti. E tuttavia, per un Papa come lui, che ha meritato articoli, pagine e pagine di giornali, ore ed ore di radio e di televisione, che ha visto accorrere ai suoi funerali i potenti, come i poveri e gli ultimi, di tutto il mondo, quelle poche parole non potevano bastare. Ed ecco allora l’idea di dedicare a Lui, l’uomo simbolo della semplicità e dell’umiltà, un piccolo omaggio e non parlare d’altro, se non di Lui, sulle pagine di questo nostro giornale, come un ideale colloquio tra pochi amici e collaboratori de Il Vomerese. Naturalmente, per ovvi motivi, non tutti, ma solo alcuni di questi commenti potrete leggerli qui, sulle diverse colonne di questo nostro periodico. E a queste poche, sincere e commosse riflessioni, cerco di aggiungere anche io i miei Pensieri ad alta voce che, mai come ora, sono pensieri vaganti, che vanno avanti per flash ed immagini.
Francesco, il Papa dell’umiltà.
Fu tale, fin dall’inizio, quando, nel momento solenne dell’elezione, si presentò al pubblico in modo sorprendente, con quel suo fare dimesso e quel linguaggio accattivante, come uno di noi, uno fra noi: “Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo... Ma siamo qui.”
E dalla fine del mondo, Jorge Mario Bergoglio, si è avvicinato a tutti, senza distinzione di sesso, razza, censo, religione. Questo pellegrino di pace, con quel nome da lui scelto, Francesco, che era già tutto un programma, tutta una missione, ha voluto, fin dagli inizi, portare una ventata d’aria nuova nella Chiesa. Questo mondo - e con esso la Chiesa - voleva rivoluzionarlo, rivoltarlo come un calzino. E ci è riuscito. Almeno in parte. Da Gesuita a Francescano, aveva già cambiato se stesso, prima ancora di provare a cambiare gli altri, a rinnovare la fede e la Chiesa. Con il suo operato incisivo ci ha insegnato che la Chiesa non è una fortezza, ma un ospedale da campo, come ha ricordato il nostro Arcivescovo, Don Mimmo Battaglia. E dunque richiede sforzi e sacrifici, da affrontare quotidianamente, con semplicità.
Semplicità, modestia, umiltà sono state le cifre della sua vita e del suo pontificato. Semplicità nel rifiuto di abitare nel palazzo apostolico per rifugiarsi in Santa Marta, modestia nell’abbigliamento, nella rinuncia agli orpelli, umiltà nei gesti, nei modi, negli incontri, nel comportamento. É la semplicità del pastore che sente l’odore delle sue pecore e le guida con amore e protezione. E tanto calore, ma anche colore, nelle parole, sia nel rapportarsi agli altri, come in quel suo modo di raccontare il Vangelo, sull’orma di Gesù, quando parlava agli apostoli. Un linguaggio, il suo, dal timbro fortemente evangelico perché, pur nella semplicità, era da interpretare, proprio come vanno interpretati i Vangeli. Con il cuore, con la fede, con l'Amore.
Il Papa della tenerezza
Tutto questo gli ha permesso di diventare il Papa della gente e delle genti, il Papa degli ultimi e per gli ultimi, il Papa che ai sofferenti, agli scartatidi ieri, di oggi, di sempre, sapeva rivolgersi con affetto, con tenerezza, con semplicità. Un Papa tenero, negli incontri con gli anziani e con gli ammalati, che fa la lavanda dei piedi ai carcerati, che abbraccia una coppia in lacrime, che ha appena perduto una figlia, che non si stanca di accarezzare con tanta dolcezza i bambini. Era il fratello, il padre, il nonno di tutti noi ed ogni suo gesto era improntato alla semplicità e al calore umano, come il suo linguaggio.
Ma quelle parole semplici diventavano spesso lapidarie, come sentenze. E lui stesso diventava pietra d’inciampo per alcuni, come è stato opportunamente sottolineato.
Un papa scomodo
Pietra d’inciampo, per chi non voleva capire, pietra d’inciampo nel suo non essere catalogabile, nell’essere talvolta controcorrente. La semplicità nasceva da una grande spiritualità che gli ha permesso di diventare un leader religioso, in grado di far sentire sempre la sua voce sui difficili scenari geopolitici. Non era solo semplicità, dunque, era forza d’animo, capacità di battersi per le giuste cause, per la difesa della pace e per evitare gli ulteriori rischi di una guerra mondiale, che egli, più degli altri, aveva paventato, per averla intravista nei tanti focolai di guerra, accesi qua e là. É stato tra i primi a sospettarla e a temerla.
Un Papa non catalogabile non merita, oggi, l’ipocrisia di taluni governanti che gli hanno tributato omaggio ai funerali, ma dimenticano di non aver dato ascolto ai suoi insegnamenti e alla sua incessante richiesta di giustizia sociale e di pace, andata a vuoto.
Il Papa della Pace
Lui, uomo di Pace, pellegrino di solidarietà e di riconciliazione, per ironia della sorte, ha dovuto vedere, durante i dodici anni del suo pontificato tante guerre per le quali non si dava pace. E continuava ad invocarla, questa pace, a pregare per i popoli in guerra, per le loro sofferenze, “per la martoriata Ucraina”, a ripetere, senza mai stancarsi di farlo: “La guerra è sempre una sconfitta.”I conflitti sono stati la croce del suo Pontificato, una spina nella carne. Forse nessun altro Pontefice ha dovuto combattere come lui, con forza indomabile, contro tanti venti di guerra.
Un Papa per il sociale
Il suo ministero, fondato sulla solidarietà, sull’impegno sociale, oltre che religioso, fa di lui un Papa speciale, come tutti abbiamo sempre riconosciuto, che ha cercato di unire coscienze, popoli, religioni, pur nel rispetto delle differenze. Egli ha saputo toccare le corde più profonde dei nostri cuori, varcando le frontiere delle più diverse spiritualità e professioni di fede, diventando il Papa dei credenti e degli atei. Il suo è stato uno sguardo sempre attento alle periferie del mondo, non solo sul piano geografico, ma anche e soprattutto sul piano esistenziale. L’enciclica Fratelli tutti ne è una testimonianza.
Forse non è un caso se i suoi funerali, dove sono accorsi i potenti del mondo, sono diventati un evento geopolitico, che potrebbe anche essere il preludio di una situazione internazionale nuova, tale da segnare la fine dei conflitti fra i popoli e il loro avviarsi verso un mondo riappacificato.
Un Papa ambientalista
Non possono essere ignorati, tra l’altro, i suoi appelli per la difesa dell’ambiente, con i quali ha richiamato l’uomo al rispetto della natura, contro ogni forma di inquinamento. L’enciclica Laudato si’ potremmo definirla un’Enciclica ecologica e sociale in cui si auspica una conversione ecologica, attraverso un rinnovato rapporto uomo-natura-società. La sua vocazione ecologica, peraltro, era già contenuta nella scelta del nome Francesco. Chi più del fraticello di Assisi ha amato ed esaltato il Creato in tutte le sue forme ed espressioni e nel rapporto con l’uomo? La Terra è in sofferenza, ripeteva, e chi paga è la povera gente. Gli ultimi della società e del mondo. Di qui l’appello a tutti per la sostenibilità ambientale. “Se non sai guardare con amore il Creato non saprai guardare nemmeno le persone. Seminare la terra significa seminare l’amore.”
Il Papa e i giovani
La tenerezza che mostrava per i bambini si riversava anche sugli adolescenti e sui giovani. A loro sempre il suo pensiero e i suoi insegnamenti: Fate chiasso, vivete con gioia, sorridete, il sorriso è vita. Non fatevi rubare la speranza. E ai giovani egli affidava il compito di curare l’ambiente, lottare contro la violenza ed il bullismo, spendersi per la pace nel mondo, senza mai dimenticare di dare voce a chi voce non ha...
La grande lezione del silenzio
Era anche un Papa che non amava il chiacchiericcio, inutile e sovrabbondante, al quale talvolta ci si abbandona e ci ricordava spesso come fosse anche importante, di tanto in tanto, fare ricorso al silenzio, cogliere le voci del nostro cuore, rimanere in ascolto di noi stessi, in raccoglimento, soprattutto nel momento del dolore o, comunque, nelle circostanze difficili: Non gettate sempre tutto fuori. Ci sono situazioni, in cui il silenzio conta e rappresenta tanto nella nostra vita. Ci permette l’incontro col Signore. Anche una preghiera, detta magari mentalmente, può ricongiungerci a Dio… Dire sempre tutto, gettare sempre tutto fuori, parlare, parlare, correre, essere sempre in movimento e in affanno dietro le cose, dietro le persone, dietro i fatti è nella “normalità” della nostra vita di oggi. Ma qualche volta occorre anche fermarsi, cogliere il silenzio dentro noi stessi, apprezzarlo e capirne il valore. Équanto ha più volte raccomandato Papa Francesco.
Questi e tanti altri suoi insegnamenti sono e rimarranno chiusi nei nostri cuori e, per chi crede, come ha giustamente detto il cardinale Giovan Battista Re, “Quella del Papa non è una morte ma una rinascita in cielo, un ritorno al Padre celeste, perché tutto passa, ma l’Amore no. La sua è stata una vita compiuta che meritava davvero di essere vissuta”.
Certamente lascia un vuoto incredibile nella Chiesa e nei cuori un Papa come questo, missionario e visionario, che ha vissuto il pontificato non come strumento di potere, ma come servizio alla Chiesa e ai fedeli. Un Papa che si è sempre avvicinato alla gente e che questa vicinanza l’ha cercata, pur nella sofferenza degli ultimi tempi. L’ha voluta ad ogni costo, perfino nel giorno che ha preceduto la sua morte, quando, dal loggiato di San Pietro, ha voluto dare a tutti noi gli auguri di una Buona Pasqua. E il giorno dopo quel saluto e quell’augurio, non c’era più.
Pressante rimane, a questo punto, l’interrogativo: chi ci sarà dopo di lui e come saprà guidare la Chiesa? L’ultima parola spetta ora al Conclave perché accada quanto gli stessi cardinali hanno auspicato, ovvero che lo Spirito Santo possa illuminarli nello scegliere l’uomo giusto a raccogliere la difficile eredità di Papa Bergoglio.
Grande è l’attesa…
Aprile 2025
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
L’altra America
Abbiamo sempre desiderato di andare in America, visitarla, conoscerla e soggiornarvi, magari anche per un periodo un po’ più lungo rispetto a quanto di solito si programma per una vacanza estiva. Viverla, insomma, al di là di quella conoscenza che può derivare dalla consuetudine con libri di storia o di autori americani, a noi molto cari.
Ora non più.
Questa di oggi non è l’America del nostro sogno giovanile, la terra della democrazia, dei diritti, della libertà.
Questa, delineata ed avviata dal Presidente Donald Trump, è un’altra America, antidemocratica, vessatoria e rapinatrice.
Antidemocratica, perché divide e non unisce i popoli.
Vessatoria, per i dazi annunciati e messi in atto da Trump, con la conseguente guerra commerciale da lui avviata, pericolosa e dannosa per tutti, anche per lo stesso popolo americano.
Rapinatrice, per le sue intenzioni di appropriarsi delle terre rare dell’Ucraina, con il pretesto di mediare una pace tra questo popolo e la Russia. E, tra l’altro, le intenzioni predatorie di Trump non si fermano qui, se aggiungiamo i progetti palesati sulla striscia di Gaza e sulla Groenlandia, nonché su Canada, Messico e Panama.
Inoltre, i suoi recenti attacchi ai media e alla libertà di stampa, le interferenze nella politica degli Stati a lui meno affini, come la Francia e la Germania, l’intemperanza di molti atteggiamenti confermano una visione più simile a quella dei regimi totalitari che alla tradizione americana
Tutto il mondo democratico dovrebbe insorgere contro il bullismo di Donald Trump e, purtroppo, tutti ne pagheranno le conseguenze. Infatti, già subito dopo l’annuncio e l’avvio dei dazi, si è verificato un vorticoso tracollo delle borse, con l’affondo, prima fra tutte, della stessa Wall Street.
Come reagire?
Tanto per cominciare, guardando per il momento, in casa nostra, i danni, per l’Italia, saranno ingenti, nell’ordine di miliardi, per i dazi che peseranno sull’export e, quindi, tra l’altro, sul settore della componentistica meccanica, delle automobili, dell’agro-alimentare, del manifatturiero, della moda e del lusso, come per quello chimico e farmaceutico.
Dobbiamo ponderare la risposta, per salvaguardare le nostre imprese. Quello dei dazi è stato un messaggio preciso, lanciato da Trump, oltre che alla Cina, all’Unione Europea, non una semplice intenzione, come a qualcuno, improvvidamente, è piaciuto credere o far credere. Il piano è quello di scardinare l’Europa, vista come nemica, per piegarla ai suoi fini, lasciando pensare, ancora oggi, che potrebbe trattare separatamente, con accordi bilaterali con i singoli Stati.
Contro queste sciagurate iniziative antidemocratiche, occorre che l’Europa corra ai ripari, e l’Italia con essa, in modo fermo e con prontezza, come non è stato fatto fino ad oggi. È fondamentale reagire con rapidità e compattezza, per ritrovare strade unitarie e procedere verso scelte decisive, attraverso un’azione equilibrata e razionale. Lo suggeriva, in questi giorni, anche il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
L’Italia, naturalmente, dinanzi a questo scenario, per nulla rassicurante e per molti versi imprevedibile, ma di certo con esiti negativi, deve calibrare opportunamente, ma in modo deciso, la propria azione di governo, per contrastare le minacce e gli attacchi di Trump.
Sia ben chiaro che non c’è in noi nessun sentimento di antiamericanismo, anzi, e lo dimostra ampiamente l’incipit di queste nostre riflessioni. Abbiamo sempre considerato amico il popolo americano condividendone lo spirito e gli ideali democratici, ma pensiamo, nel contempo, che ora gli Americani stessi dovrebbero reagire, in difesa del loro passato e della loro storia.
Il sogno americano
Ci sarà un’altra America, che non sia questa voluta da Trump? Ce lo chiediamo tutti.
Ce lo auguriamo, da Europei, anche noi che scriviamo. Chi scrive, infatti, è un’europea, che, come già anticipato, ha desiderato sempre conoscerla e viverla l’America in quella corsa contro il tempo, tipica dell’attivismo pragmatico del popolo americano. Corsa contro il tempo, che è stata anche una nota caratteristica della sua vita, intensa e laboriosa, a dimostrazione di non essere una “parassita,” e smentendo in pieno l’accusa trumpiana degli “Europei parassiti.” Termine ingiusto ed infondato che ci fa sentire profondamente offesi e che nessun Presidente degli Stati Uniti avrebbe mai pensato di usare nei confronti di tutti noi, senza aspettarsi una reazione del nostro governo... che non c’è stata...
Un’altra America è ancora possibile?
Ce lo auguriamo, oggi, tra il disappunto e lo sgomento, portando nel cuore la delusione, inevitabile, dinanzi al nostro sogno americano, caduto miseramente in frantumi.
5 aprile 2025
IN CRISI DI PANICO
di Luciano Scateni
...è giunta mezzanotte, si spengono i rumori..." sì ma in silenzio assordante anche l'urlo potente, tipo Tarzan, di Giorgia dal balconcino del social casalingo (peccato, palazzo Venezia a quell'ora è chiuso): ossessionata dall'incubo Albania, dal gigantesco flop dei centri di detenzione che sottraggono centinaia di milioni alle nostra tasche e hanno il solo, stupefacente merito di regalare lussuose, prolungate vacanze a fortunati poliziotti italiani, la signora, presidentessa del consiglio del governo del nulla, a costo di infiammare pericolosamente l'ugola, ha urlato, con crescente livello di decibel: "ce la faremo, ce la faremo, ce la faremo, a costo di stare io in Albania giorno e notte". Svanito il sogno, Ella, nottetempo, si è destata in crisi di panico, colpa della memoria che ha girato il dito nella piaga del nuovo fallimento del suo sogno di gloria sulla pelle dei migranti. Duro il risveglio, ira funesta, aggressione selvaggia alle 'zecche rosse', all'ineccepibile sentenza che ha vietato la deportazione dei 43 in Albania. Democratici italiani, allarme: non manca molto che l'iracondia della destra provochi una guerra civile. Messaggio intimidatorio della premier ai suoi followers (anche ai giudici?): "Volete la piazza?" Cioè, a chi aspettate a manifestare contro i giudici? Il senso di questa 'uscita' non si discosta molto dall'incentivo di Trump ad assalire il Parlamento degli Stati Uniti.
(Febbraio 2025)
Pensieri ad alta voce
di Marisa Pumpo Pica
Il peggio e il meglio della TV
Ballando con le stelle
Del peggio non v’è mai fine... Fu questa la frase che pronunciai, molti anni or sono, quando, trovandomi in commissione ad un concorso a cattedra di Filosofia, fui costretta a notare che i candidati erano abbastanza impreparati. Però, subito dopo, dovemmo constatare che i successivi candidati erano ancora più impreparati di quelli che li avevano preceduti. Ebbene cosa c'entra questo con il peggio e il meglio della TV? C'entra, c’entra, perché l'altro giorno discutevo con alcuni amici su quali fossero i migliori e i peggiori programmi televisivi dell’anno che si era appena concluso. Non ebbi dubbi: per me uno dei peggiori, se non il peggiore in assoluto, è stato “Ballando con le stelle”, giunto, quest’anno, alla diciannovesima (!!!) edizione. Vi rendete conto? Mi domando come abbiano fatto i telespettatori a seguire 19 edizioni di uno spettacolo stucchevole, banale, se non addirittura insulso. Qui non ballano le stelle ma spesso volano stracci. Si litiga su tutto: la giuria con i concorrenti e i concorrenti tra di loro, i giurati fra loro, i giurati, ancora, con quella sorta di giuria esterna, che fa capo ad Alberto Matano e che vede, lancia in resta, Rossella Erra ed altri due giurati, ballerini o ex ballerini, distribuire il tesoretto (sic). Il tesoretto, per chi non lo sapesse, è quel punteggio conquistato dai “ballerini per una notte” (sempre tutti dieci, che sappiano o non sappiano ballare). Un punteggio da offrire, alternativamente, a chi già ha raggiunto i primi posti o a chi resta ultimo, per spiazzare tutti gli altri, così, senza ragione alcuna o, almeno, senza che sia dato scoprirla... Regina incontrastata, con i suoi colorati e svolazzanti foulard, la già citata Rossella Erra che, da “ambasciatrice del pubblico”, quale era nel programma pomeridiano di Rai 1 “Vieni da me”, condotto da Caterina Balivo, è assurta a dispensatrice di punteggi, da dividere con Matano, nonchè di baci ed abbracci da dispensare a concorrenti e pubblico, quegli “amici vicini e lontani”, alla vecchia maniera, che ci ricordano tanto il Nunzio Filogamo dei tempi gloriosi della TV pubblica.
Ma non finisce qui, perchè la Rossella passa spesso per molti altri programmi televisivi, a mo’ di strabiliante opinionista. E che volete farci? Abbiate fiducia e non disperate, voi che amate tanto la TV. La strada di ognuno di voi può, di punto in bianco, essere costellata da successi e voi, improvvisamente, baciati dalla dea bendata, come è accaduto alla nostra Rossella. E tuttavia, non ci sorprende tanto questo, quanto l'essersi, Alberto Matano, prestato a questo ruolo di così scarso rilievo e livello, da dover competere con la Erra... Ma tant’è... Contento lui, lo siamo anche noi, per solidarietà...
In ultimo, la tanto attesa finale di Ballando, si è tinta di giallo: è stata caratterizzata, infatti, dalla fuga di Guglielmo Mariotto, improvvisa e clamorosa, molto commentata e discussa da media, giornali e social. Un’assenza inspiegabile. L’istrionico giurato scompare improvvisamente, va via senza avvertire né dire nulla a nessuno, lasciando un vuoto nella giuria e nello spettacolo, pur avendoci abituati a scomparire, ogni tanto, sotto il tavolo e dietro le sue sciarpe, anche lui. A noi per la verità, il Mariotto non è parso di gran peso nella giuria né siamo rimasti sorpresi da questa ventata clamorosa da star, da questa uscita di scena da Primadonna, col preciso intento di concorrere o addirittura superare, con una (s)comparsata, la tanto temibile Selvaggia Lucarelli, invero in formato molto ridotto e migliorato, in occasione di questo diciannovesimo anno. Ma, è risaputo, la donna, come il vino, migliora con l’età.
Nulla di nuovo sotto il cielo di “Ballando con le stelle”. Siamo abituati alle stravaganti sceneggiate dell’iconico Mariotto con quella sua palettina, che gira e rigira fra le mani, tra il dieci e lo zero, ma certamente non è stata una bella cosa. Non lo è stata e lo ha puntualizzato anche la conduttrice, quella Milly Carlucci, osannata da tutti perchè conosce quattro, cinque lingue, ma forse, per impararle, ne ha dimenticata una, quella che più le appartiene e che porta avanti nei suoi discorsi, nell’ ”aulico” contesto di “Ballando com le stelle”. Ma tant'è, accettiamo tutto, accettiamo tutto con grande spirito di sopportazione ed ecco allora che, dopo tanto fracasso, dopo tanto clamore dei media, la Carlucci è arrivata, nell’ultima serata, a raccontarci come stavano le cose, a dirci che Mariotto aveva dei problemi personali (e ce ne eravamo accorti da tanto!), che bisognava capirlo, che da anni faceva parte del gruppo e che la sua probabile esclusione dalla giuria sarebbe stata “una spina nella carne”. Ed è, comunque, tutto cancellato con un vigoroso colpo di spugna. Tutto dimenticato. Tutto messo a tacere. Mariotto rientra con un bel fascio di rose per la Carlucci ed è di nuovo lì, a continuare a fare le sue smorfie da quella sedia della giuria sulla quale non sta mai fermo come se avesse chiodi sotto il deretano. E si è chiusa, così, la diciannovesima edizione di “Ballando con le stelle”, il peggio della TV...
E dire che, quando era iniziato questo spettacolo, moti anni fa, a qualcuno piaceva l'idea di poter fare un po' di allenamento, sia pure soltanto visivo, relativamente al ballo. Qualcun altro veniva preso dalla nostalgia dei suoi vecchi tempi. E, poiché il ballo è legato, per molti, alla gioventù, c’era anche chi pensava, attraverso questo programma, di ballare anch’egli fra le stelle, pur rimanendo a casa, sul divano o in poltrona, davanti alla TV. Grande, grandissima delusione: il ballo c'entra come il cavolo a merenda. Bisogna ascoltare i piagnistei, vedere le lacrime, assistere a quei panni che dovrebbero lavarsi in famiglia e che, invece, si lavano in piena TV. Cosa c'entra questo col ballo? Quelli di “Ballando con le stelle” vi diranno, come infatti hanno più volte ribadito, che c'entra, perché il programma non consiste solo nel saper ballare bene, ma nell'aprire cuore, mente, anima, far conoscere tutto, i propri sentimenti, le proprie emozioni agli spettatori, far sapere tutto ciò che riguarda ciascuno e che solo il ballo può mettere in evidenza... Come? Non è dato sapere...
Un grande baraccone da circo, questo “Ballando con le stelle”, dove le stelle non si vedono, offuscate da guitti e marionette, da una bambola di porcellana che gira in circolo come sulle giostrine dei bimbi, che dovrebbe condurre il gioco e che, invece, continua a girare in circolo, compassata e serena, tra liti, pettegolezzi e gossip, tra sfuriate veementi fra giurati e concorrenti, con un fiume di danaro, nostro, che alimenta il tutto.
Un plauso sincero, di tutto cuore, per le sue ottime esibizioni da ballerina provetta, va rivolto, tuttavia, a Bianca Guaccero, vincitrice assoluta, (in)contrstata, di questa edizione di “Ballando con le stelle.” Ce l’ha fatta da sola, senza aiutini né tesoretti.
Per oggi ci fermiamo al peggio della TV. In un altro momento, parleremo del meglio, se ci sarà possibile...
(Gennaio 2025)

